Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Part 19
Trovandosi così rovesciati i progetti degli Spagnuoli sopra la Lombardia, parte delle truppe destinate ad eseguirli cominciarono a minacciare la Toscana. Bartolommeo d'Alviano, che le aveva ragunate nello stato di Roma, s'infingeva corucciato con il Cordova; e ne aveva approfittato per giovare al livore degli Orsini che continuavano a vantarsi capi di parte guelfa contro i Colonna e contro tutti coloro cui davano il nome di Ghibellini. In Orvieto, in Rieti, in Città di Castello, avevano avuto luogo odiose carnificine sotto la protezione di quella piccola armata, che contava trecento uomini d'armi e cinquecento fanti di ventura. Ma dessa entrava in un paese in cui tutti i piccoli principi facevano il mestiere di condottieri ed erano uniti per la stessa causa; onde in pochi giorni potev'essere ingrossata dai soldati di coloro cui era stata utile nell'esecuzione delle loro vendette[330].
[330] _Jac. Nardi, l. IV, p. 167. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 276._
Bartolommeo d'Alviano, che conduceva quest'armata d'avventurieri, senza riconoscere le insegne di verun sovrano, non cercava pure di nascondere la sua intenzione di attaccare Firenze per rimettervi i Medici. Contava di trovare Firenze sprovveduta, abbandonata da Gian Paolo Baglioni, ingannata dal marchese di Mantova, che l'aveva lungo tempo nudrita di vane speranze di porsi al di lei soldo, ed aombrata dai movimenti di Gonsalvo di Cordova che aveva posta guarnigione spagnuola in Piombino[331]. Pandolfo Petrucci, signore di Siena, aveva voluto approfittare dell'imbarazzo de' Fiorentini, ed aveva offerto al Machiavelli, inviato presso di lui, di disperdere l'armata dell'Alviano, purchè la repubblica rinunciasse in suo favore ai diritti che aveva sopra Montepulciano[332]. Ma i Fiorentini non vollero accordare tanta confidenza ad un tiranno, loro segreto nemico. Preferirono di approfittare dell'amorevolezza di Prospero Colonna, che in allora serviva la Spagna, e che per la nimicizia che portava agli Orsini desiderava che andasse a male l'intrapresa dell'Alviano: rinunciarono al guasto delle messi dei Pisani; fecero inoltre verbalmente dire a Gonsalvo di Cordova che per quell'anno non avrebbero molestata Pisa, ed in cambio ottennero dal vicerè spagnuolo la promessa di non ajutare Bartolommeo d'Alviano[333].
[331] _Jac. Nardi, l. IV, p. 174. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 275._
[332] _Legaz. II di Nic. Machiavelli a Siena, dal 16 al 24 di luglio del 1505, l. VII, Op. p. 16-47._
[333] _Jac. Nardi, l. IV, p. 175. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 351._
L'Alviano si andava sempre avanzando, e dopo d'avere minacciati i Fiorentini ora dalla banda del littorale, ora da quella di Val di Chiana, il 1.º di luglio del 1505 entrò nella Maremma di Volterra, nel luogo detto le Macchie, in vicinanza di Campiglia, con intenzione di prendere la strada di Pisa[334]. Ma l'Alviano, il di cui coraggio confinava colla temerità, trovavasi associato a persone troppo caute, la di cui astuzia e riguardi spesso si accostavano alla perfidia. Pandolfo Petrucci gli aveva prestato danaro per assoldare pedoni nello stesso tempo che negoziava contro di lui coi Fiorentini. Gian Paolo Baglioni gli aveva promesso di raggiugnerlo colla sua compagnia d'uomini d'armi. Chiappino Vitelli doveva condurgli le truppe di Città di Castello, ed essere posti dovevano sotto i suoi ordini gli Spagnuoli sbarcati a Piombino. Tenendosi sicuro di questi ajuti l'Alviano si era avanzato solo fino ai confini di Campiglia; ma colà ricevette ordine da Gonsalvo di lasciare la sua intrapresa; i Pisani gli fecero dire che in forza di un ordine del Gonsalvo non potevano riceverlo nella loro città; le truppe del Petrucci e del Baglioni, adunate a Grosseto rifiutarono di raggiugnerlo, finchè con qualche primo fatto non avesse loro fatto conoscere ciò che potevano sperare dalla sua intrapresa. E per tal modo l'irrisoluzione o la dissimulazione de' suoi alleati gli fecero consumare molte settimane nelle Maremme, e diedero tempo alla repubblica fiorentina di ragunare cinquecento cinquanta uomini d'armi e trecento cavaleggeri. Il comando di tali forze fu dato ad Ercole Bentivoglio ed al commissario Antonio Giacomini Tebalducci, il solo Fiorentino che conoscesse l'arte della guerra[335].
[334] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 279._
[335] _Jac. Nardi, l. IV, p. 178. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 353. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 279. — Diario del Bonaccorsi, f. 107 e 115._
L'armata della repubblica era di già superiore a quella dell'Alviano; ma il governo, siccome voleva la sua timida politica, aveva ordinato ai suoi capitani di non attaccare, nè di porsi in posizione in cui poter essere attaccati. Pure l'impetuosità dell'Alviano offrì loro quell'occasione di combattere che i magistrati loro ricusavano. Questo generale vedeva ogni giorno andar crescendo le difficoltà della sua situazione in un paese malsano e spopolato, onde pensò di aprirsi una strada per arrivare a Pisa. Il Bentivoglio si era accampato sulle alture in distanza di mezzo miglio da Campiglia, e l'Alviano doveva passare costeggiando il mare di fianco a quelle colline. Il terreno era tutto coperto di piante, che agevolavano ai Fiorentini il modo di nascondere i loro movimenti ai nemici in luoghi di cui conoscevano tutte le sinuosità. Quando l'Alviano la mattina dei 27 agosto si fu innoltrato fino alla torre di san Vincenzo, posta in riva al mare al di sopra di Castagneto, si trovò tutt'ad un tratto attaccato alla testa ed alla coda; e malgrado la più vigorosa resistenza, malgrado gli sforzi di valore coronati momentaneamente da felici risultamenti, fu all'ultimo compiutamente sconfitto. Egli si salvò con altri nove nello stato di Siena; Chiappino Vitelli, press'a poco con altrettanti cavalieri, arrivò a Pisa; tutti gli altri furono uccisi o fatti prigionieri. Mille cavalli di guerra ed un maggior numero ancora di cavalli di equipaggio vennero in potere dei vincitori con un grandissimo bottino, che quell'armata aveva raccolto col saccheggio de' paesi attraversati[336].
[336] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 181. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 353. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 280. — Fr. Belcarii Rer. Gall. Comm., l. X, p. 289._
I generali fiorentini, che avevano ottenuta questa vittoria, scrissero subito al governo per ottenere la licenza di approfittarne attaccando Pisa. Rappresentavano che questa città era atterrita, che i Sienesi ed i Lucchesi, che l'avevano in addietro difesa, erano scoraggiati, finalmente che Pandolfo Petrucci offriva di prendere parte in questa spedizione per avere pace colla repubblica. Per lo contrario altri volevano che l'armata vittoriosa, che di già si trovava ai confini di Siena, ne approfittasse per vendicarsi dello stesso Petrucci, per iscacciarlo, se possibile fosse, dalla signoria, e per impadronirsi almeno di alcune terre del Sienese, che in appresso si potrebbero cedere in cambio di Monte Pulciano. Opponevano all'attacco di Pisa quella specie di convenzione fatta con Gonsalvo di Cordova per l'intromissione di Prospero Colonna; trovavano pericoloso il chiamare truppe spagnuole in Toscana, e pericoloso egualmente l'esporre l'armata alle malattie che producevano sempre le piogge e l'infetto aere del piano di Pisa. Il gonfaloniere perpetuo, Pietro Soderini, spalleggiava gagliardamente il primo progetto, ed approfittando dell'entusiasmo eccitato dalla vittoria portò al gran consiglio la proposizione di porre alle voci cento mila fiorini per la guerra. Quest'adunanza del popolo avendo il 19 di agosto data la sua sanzione alla proposizione del gonfaloniere, l'attacco di Pisa fu deciso.[337]
[337] _Jac. Nardi, l. IV, p. 182. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 281._
L'armata vittoriosa si acquartierò a san Casciano, cinque miglia distante da Pisa, finchè le giugnesse l'artiglieria d'assedio. I dieci della guerra avevano da principio avuto intenzione di farle guastare lo stato di Lucca per punire i Lucchesi de' continui soccorsi mandati a Pisa in danno de' Fiorentini[338]. Ma i generali temevano che si perdesse troppo tempo, ed essendo loro arrivati undici cannoni d'assedio e sei mila fanti di nuove leve, andarono a porre le loro batterie verso san Francesco presso alla porta a Calci, nello stesso luogo in cui nell'ultimo attacco avevano anche i Francesi poste le loro. Il fuoco cominciò il 7 di settembre alle undici della mattina. All'indomani alle tre circa dopo mezzodì era di già aperta una breccia di circa sessanta piedi di larghezza, onde i generali fiorentini disposero le loro truppe all'assalto. Ma mentre che le milizie pisane si schierarono intrepidamente sulla breccia, quelle de' fiorentini, formate di contadini che mai non avevano veduto il fuoco, mostravansi irrisolute e vili. Tre colonnelli cercarono uno dopo l'altro di fare scendere i loro soldati nella fossa, e sempre inutilmente. Ognuno di loro conduceva mille fanti; e altri sette mila restavano ancora nel campo; pure non si volle venire alla prova anche di questi per non compromettere la riputazione di tutta l'armata; e fu invece determinato di fare un'altra breccia tale che la grandezza dell'apertura non lasciasse veruna speranza ai difensori, nè verun pretesto alla viltà degli assalitori[339].
[338] _Spediz. del Machiavelli al campo contro Pisa. Lettera dei X ad Antonio Giacomini, 19 augusti 1505, t. VII, opere, p. 48._
[339] _Jac. Nardi, l. IV, p. 183. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 281._
Infatti, avendo il fuoco continuato altri tre giorni, furono dalle artiglierie atterrate cento trentasei braccia di mura a breve distanza dalla precedente breccia. La mattina del 13 i generali fiorentini vollero dare l'assalto; ma tanta era la viltà della fanteria che doveva adoperarsi in questo genere di attacco, che il colonnello eletto dalla sorte per dare l'assalto ricusò di farlo, senza che nè le preghiere, nè le minacce di Ercole Bentivoglio e di Antonio Giacomini valessero a risvegliare nel suo cuore il sentimento dell'onore. Si fecero istanze agli altri nove di sottentrare nel posto di quel vile, e tutti egualmente rifiutarono. I loro soldati protestarono pure più apertamente di non voler salire sulla breccia, ed alcuni si lasciarono uccidere dai loro ufficiali piuttosto che andare avanti. All'ultimo l'armata coperta d'indelebile vergogna, tornò ai suoi alloggiamenti senza avere tentato un attacco. Intanto si ebbe avviso, che i trecento spagnuoli della guarnigione di Piombino erano entrati in Pisa; ed i generali fiorentini, temendo che ne giugnessero degli altri, sentirono la necessità di levare l'assedio. Il 14 di settembre a mezzodì ritirarono l'artiglieria, trasportando il campo a Ripoli, lontano undici miglia da Pisa, dove fu licenziata la fanteria, e la cavalleria mandata ai quartieri d'inverno[340]. I Pisani, riprendendo coraggio, verso la metà di ottobre spinsero le loro scorrerie fino nella Lunigiana, mentre entrarono in Pisa mille cinquecento soldati spagnuoli. Ma siccome più non abbisognavano per difendere la piazza, si rimbarcarono dopo pochi giorni, e continuarono il loro cammino per passare da Napoli in Ispagna[341].
[340] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 184. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 355. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 282. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. X, p. 289._
[341] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 356. — Jac. Nardi, l. IV, p. 184._
Oltre la guerra di Pisa la storia particolare d'Italia non offre quest'anno che un solo tragico avvenimento, cui servì di teatro la corte di Ferrara. Il cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca regnante Alfonso, era perdutamente innamorato di una donna, sua parente, che nello stesso tempo veniva corteggiata da don Giulio d'Este, fratello naturale d'Ippolito. Rinfacciata la signora dal cardinale della preferenza che accordava al di lui rivale, se ne scusò col linguaggio degli amanti, incolpandone il potere de' begli occhi di don Giulio. Il cardinale furibondo, avendo saputo che suo fratello si trovava alla caccia, andò a sorprenderlo in campagna, lo fece smontare da cavallo, e gli fece dai suoi scudieri strappare quegli occhi che avevano in lui risvegliata tanta gelosia. Ma sebbene il cardinale fosse presente a così atroce fatto, pare che si eseguisse incompletamente, e che don Giulio non perdesse interamente la vista[342].
[342] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 357. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal., l. X, p. 295._
Questo delitto non procacciò al di lui autore nè gastigo, nè veruna pubblica dimostrazione di malcontento per parte del principe. Alfonso abbandonavasi alternativamente ai suoi piaceri ed alla sua inclinazione per le cose della meccanica. Consumava molta parte del giorno in una officina di tornitore dove faceva con sufficiente intelligenza varj lavori in legno; poscia talvolta con un gusto più degno di un principe fondeva cannoni di bronzo. Ammetteva nell'intima sua confidenza i buffoni, le persone facete, ed ancora qualche poeta; ma pareva che poco si occupasse delle cose del governo, onde dai suoi sudditi veniva riputato poco degno del trono. Una smisurata ambizione ingrandiva questi difetti agli occhi del suo secondo fratello, don Ferdinando, ed un ardente desiderio di vendetta animava l'infelice don Giulio; ed ambidue cercavano compagni per rovesciare il governo. Il conte Albertino Boschetti di Modena e Gherardo Roberti, cittadino Ferrarese, si unirono a loro, allettati dalla promessa d'avere le prime magistrature sotto un nuovo governo. Cercavano insieme i mezzi di disfarsi del principe; don Giulio voleva assalire Alfonso ed Ippolito col ferro e col veleno, ma Ferdinando, che non covava lo stesso odio, avrebbe voluto farsi principe senza sagrificare i fratelli. Altronde era difficile l'attaccarli ambidue ad un tratto, non usando essi di trovarsi assieme che in occasione di grandi cerimonie, ed in allora erano circondati da grossa guardia. Mal non mangiavano alla stessa mensa. Alfonso colla piacevole sua compagnia pranzava di buon'ora; Ippolito per lo contrario colla pompa e colla squisitezza di un prelato protraeva i suoi banchetti fin oltre la mezza notte.
I congiurati, aspettando di cogliere una favorevole occasione, non avevano ancora fatto verun tentativo, sebbene il cantante Gianni, complice della congiura, fosse stato più volte ricevuto nella conversazione del principe, e trattato con tanta famigliarità che lo aveva legato colle proprie mani nei giuochi che facevano assieme. Ma Ippolito più diffidente, e non dimentico della passata sua crudeltà, teneva sempre aperti gli occhi sopra don Giulio; all'ultimo in luglio del 1506 sorprese il segreto della congiura. Don Giulio ebbe tempo di fuggire a Mantova, ma dal marchese Giovan Francesco II Gonzaga fu consegnato ad Alfonso. Il cantante Gianni era pure fuggito, ma fa consegnato dal papa. Col mezzo della tortura si ebbero dai prevenuti nuovi lumi intorno alla congiura di cui erano accusati. Il Boschetti, Roberti e Gianni furono condannati a pena capitale; Ferdinando e don Giulio, condannati allo stesso supplicio, ottennero grazia quand'erano di già condotti sul patibolo, e fu commutata la loro pena in una perpetua prigionia. Ferdinando morì in carcere nel 1540, Giulio ottenne la libertà nel 1559 dopo cinquantatre anni di prigionia[343].
[343] _P. Giovio vita d'Alf. d'Este, p. 17. — Muratori An. d'Italia an. 1506, p. 34. — Fr. Guicciardini, l. VII, p. 369. — Fr. Belcarii Com., l. X, p. 295._
La casa d'Este era in allora la principale protettrice dei letterati; la maggior parte dei dotti, degli storici, dei poeti cercavano di piacere ad Alfonso, e questi crudeli avvenimenti furono travisati ne' loro racconti, o quasi affatto soppressi. Il Giovio schiva di dare verun biasimo al cardinale Ippolito, che colla sua barbarie era stato cagione de' traviamenti de' suoi fratelli. Giovan Battista Giraldi ne' suoi commentarj della storia di Ferrara dissimula gli avvenimenti, e l'Ariosto introducendo i due sventurati fratelli tra le ombre presentate a Bradamante non volle in loro ravvisare che una luminosa prova della clemenza di Alfonso[344]. Siamo giunti ad un'età in cui gli stessi incoraggiamenti dati ai letterati chiamarono i principi ad occuparsi assai più della storia, e gli storici ad essere molto più adulatori; la veracità ne sentì detrimento, e le loro narrazioni non meritano sempre intera fede.
[344] _Orlando Furioso, cant. III, st. 60-62._
L'Italia, perdendo la direzione de' proprj affari, trovavasi sempre più dipendente dalla politica degli estranei, e dopo che il re di Spagna fu nello stesso tempo re di Napoli, e quello di Francia duca di Milano, le negoziazioni che trattavansi oltre l'Alpi decidevano frequentemente dei destini di una nazione, che più non si governava da sè medesima. Perciò di quest'epoca tutti gli occhi in Italia erano volti verso la Spagna, ove l'arciduca Filippo, diventato re di Castiglia per la morte d'Isabella, si era recato per mare colla consorte, col secondo suo figlio Ferdinando e con una grossa armata. Egli non aveva voluto accomodarsi al testamento d'Isabella, che conoscendo il debole spirito di sua figliuola Giovanna l'aveva assoggettata alla tutela del padre, piuttosto che a quella del marito. Questi aveva intimato a Ferdinando di cedergli l'amministrazione del suo regno di Castiglia; e vedendolo inclinato a nuocergli a segno di voler privare dell'eredità la propria figlia, pel qual motivo principalmente si era determinato a sposare Germana di Foix, Filippo ordinò ai suoi ambasciatori di sottoscrivere a Salamanca il 24 di novembre del 1505 con Ferdinando un trattato che altro scopo non aveva che quello di addormentarlo in una fallace sicurezza; indi salpò in gennajo dai porti delle Fiandre[345].
[345] _Robertson's History of the reign of Charles the V. B. I, t. II, p. 12 ed 18. London 1792._
Una burrasca aveva gettato Filippo sulle coste dell'Inghilterra, ed Enrico VII per fare cosa grata al vecchio Ferdinando avea ritenuto tre mesi il giovane principe nella sua Isola, prima di permettergli che s'imbarcasse. Finalmente egli arrivò a Biscaglia, e vi fu ricevuto con eguale entusiasmo dalla nobiltà e dal popolo, cui Ferdinando non era caro. Abbandonato da' suoi medesimi cortigiani, e non si sentendo abbastanza forte per misurarsi con suo genero, il vecchio re acconsentì il 27 giugno del 1506 ad un nuovo trattato, col quale rinunciò all'amministrazione della Castiglia, riservandosi soltanto finchè vivesse la metà delle entrate dei nuovi acquisti d'America, la carica di gran maestro dei tre ordini di san Giacomo di Compostella, di Alcantara e di Calatrava, venticinque mila ducati di rendita, e l'esclusivo possesso del regno di Napoli. A tali condizioni abbandonò la Castiglia, e promise di non più tornarvi[346].
[346] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 360. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 187. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal., l. X, p. 291. — Robertson's hist. of Charles the fifth, B. I, p. 16._
Ferdinando, umiliato di trovarsi ingannato da un politico assai più giovane e meno destro di lui, e di essere stato abbandonato dai suoi cortigiani e dai sudditi, preferiva di non vedere il trionfo di suo genero in Ispagna. S'imbarco dunque a Barcellona il 4 di settembre con intenzione di visitare i suoi nuovi sudditi del regno di Napoli, e di sistemare l'amministrazione de' paesi da lui conquistati. La sua gelosia verso Gonsalvo di Cordova era pure uno de' motivi che lo chiamavano in Italia. Gonsalvo, onnipotente a Napoli, amato dal soldato, e riverito dagl'Italiani, poteva a voglia sua o riservare questo regno pel re di Castiglia di cui era suddito naturale, o farsene padrone egli stesso. Di già richiamato da Ferdinando, erasi scusato sotto varj pretesti dall'ubbidire, onde sembrava che la sola presenza del monarca potesse sospendere l'autorità del suo orgoglioso vicerè[347].
[347] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 361. — Jac. Nardi, l. IV, p. 189. — P. Jovi v. M. Consalvi, l. III, p. 248. — Alfonso de Ulloa, l. I, f. 52, v._
I più potenti sovrani dell'Europa parevano apparecchiati a visitare tutti nello stesso tempo l'Italia: Massimiliano, che non aveva che il titolo d'imperatore eletto, perchè non aveva dalle mani del papa ricevuta la corona imperiale, mostravasi oltre modo voglioso di venire a prenderla a Roma, onde potere in appresso ridurre gli elettori a nominare suo figliuolo re de' Romani; aveva di già spediti ambasciatori in Italia per annunciare la vicina sua venuta, e chiedere alle terre dell'Impero la sovvenzione di pratica per la coronazione degl'imperatori; ne aveva altri mandati a Lodovico XII per invitarlo a mettere in cammino le cinquecento lance, che il re aveva promesse per tale occasione, per chiedere che gli emigrati milanesi venissero rimessi nel possedimento de' loro beni, e che fossegli anticipato il pagamento dei sessanta mila ducati dovutigli dalla Francia. Lodovico XII non mostrossi renitente che rispetto a questa anticipazione: rispose colle espressioni della più sincera amicizia, attestando il suo vivo desiderio di conservare la buona armonia fra i due stati. Per altro non poteva vedere senza una estrema diffidenza la crescente grandezza della casa d'Austria; temeva la nomina di un re de' Romani per le stesse ragioni che la facevano desiderare a Massimiliano; e per impedire che questi scendesse in Italia, si adoperava celatamente presso gli Svizzeri e presso i Veneziani, ed in segreto soccorreva il duca di Gueldria, allora in guerra con Filippo[348].
[348] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 361. — Fr. Belcarii l. X, p. 291._
Omai Lodovico XII erasi sciolto dalla clausola principale del trattato di Blois, quella che risguardava il matrimonio di sua figlia con Carlo d'Austria. Si fece presentare delle rimostranze contro l'unione di questa principessa con uno straniero da tutti gli stati e da tutte le corti sovrane del suo regno, e mostrando in appresso di cedere alla violenza che si faceva fare, la promise in isposa al duca d'Angoleme, suo presuntivo erede[349]. Dall'altro canto Massimiliano, informato della malattia di Uladislao, re di Polonia e di Ungheria, ed aspirando alla corona di quest'ultimo regno, che gli era stata guarentita da una convenzione con tutti i magnati ungari, non voleva trovarsi lontano da' suoi stati, qualora Uladislao morisse, e rinviò ad un altro anno i suoi disegni sull'Italia[350].
[349] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 362. — Jac. Nardi l. IV, p. 188. — Fr. Belcarii l. X, p. 292._
[350] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 362. — Jac. Nardi l. IV, p. 188._