Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Part 18
{ Cecco III { figli di Antonio e { morto il 22 aprile 1448 { { suoi successori { del 1466. { Pino II { nella signoria di Forlì { morto nel 1480.
1480 Sinibaldo II, figlio naturale di Pino II, è riconosciuto per signore, malgrado l'opposizione de' legittimi figli di Cecco III; scacciato lo stesso anno da Girolamo Riario.
1480 Girolamo Riario, nipote di Sisto IV, acquista nel 1473 la signoria d'Imola, occupa nel 1480 quella di Forlì: è ucciso il 15 aprile del 1488.
1488 Ottaviano Riario, figlio del precedente, sotto la tutela di sua madre Catarina Sforza; spogliato da Cesare Borgia, in dicembre del 1499 di Imola, ed in gennajo del 1500 di Forlì.
1503 Antonio degli Ordelaffi, figlio di Cecco III, rientra in Forlì in tempo della prigionia del Borgia: muore nel 1504.
1504 Lodovico, suo fratello naturale, vuole dare Forlì ai Veneziani ed è scacciato da Giulio II; vi ritorna, ed è di nuovo scacciato nel 1505. Muore in Venezia.
Da Sansovino, nelle sue _Famiglie illustri d'Italia_, è riportata al f.º 17 una tavola genealogica degli Ordelaffi; ma molto inesatta. Non diede quella dei Riarj, che non ricuperarono meglio degli Ordelaffi la sovranità di Forlì.
Giovanni Sforza, signore di Pesaro, sposò in sul finire dello stesso anno la figlia di Matteo Tiepolo, uno dei più potenti cittadini di Venezia, sperando con tal mezzo di guadagnarsi la protezione della repubblica, mentre che l'influenza del cardinale Ascanio Sforza, suo parente, ritraeva Giulio II dal pensiero di attaccarlo[310]. Il papa riclamava sempre dai Veneziani la restituzione dei piccoli principati che avevano acquistati in Romagna; li faceva alternativamente minacciare dal re di Francia e dall'imperatore Massimiliano; Giulio inspirava a questi principi il suo odio contro i Veneziani, e gettava di già con loro i fondamenti di quella lega che poco dopo si vide formata contro la repubblica. I Veneziani tentarono di placare il papa, offrendogli la restituzione di tuttociò che avevano acquistato in Romagna, ad eccezione di Faenza e del suo territorio, purchè la santa sede li riconoscesse come suoi vicarj in quel piccolo principato, ricevendo da loro lo stesso tributo che pagavano i Manfredi: ma Giulio II sdegnosamente rispose che non voleva lasciar loro una sola torre di tuttociò che avevano usurpato, e che aveva ferma speranza di ritor loro ancora Ravenna e Cervia, sulle quali non avevano più fondati titoli che sul rimanente, sebbene le possedessero da più gran tempo[311]. Aveva fin allora rifiutato di ricevere i loro ambasciatori, che poi accolse in principio del susseguente anno; ma i Veneziani per ottenere questa grazia, che non fu accompagnata da veruna promessa, gli restituirono una decina di fortezze ne' territorj di Cesena, d'Imola e di Forlì; dopo di che le due parti rimasero in pace per alcuni anni, senza che i rispettivi diritti venissero meglio discussi[312].
[310] _P. Bembi Ist. Ven,, l. VII, p. 141._
[311] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 347._
[312] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 348. — P. Bembi Ist. Ven., l. VII, p. 141. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 169. — Rayn. An. Eccl. 1505, § 1, t. XX, p. 20._
La Toscana non aveva ricuperata la pace in forza della tregua tra i re di Francia e di Spagna; e le contese delle sue repubbliche erano state risguardate come indipendenti dalle grandi contese che avevano fin allora travagliata l'Italia. Da che i Pisani avevano scosso il giogo de' Fiorentini, mai non avevano cessato di combattere per difesa della loro libertà. Firenze aveva provate diverse violenti rivoluzioni, si era più volte veduta esposta ai più grandi pericoli, ed aveva potuto temere per la propria indipendenza, senza avere mai pensato a fare la pace con coloro ch'ella risguardava come sudditi ribelli, e non liberi cittadini. Dall'altro canto Pisa, doppiamente esausta da ottantasette anni di schiavitù, e da dieci anni di sanguinosa distruggitrice guerra, Pisa, che aveva perduto il commercio e la maggior parte della sua popolazione, e che vedeva ogni anno guastati i suoi campi, si assoggettava a tutte le privazioni, offriva di darsi a vicenda a tutti i principi stranieri, piuttosto che tornare sotto l'abborrito giogo de' Fiorentini. In tempo delle grandi spedizioni de' Francesi e degli Spagnuoli la guerra di Pisa non era mai stata interrotta, e solo trattavasi alquanto più lentamente; ma tosto che si posavano le armi nelle altre parti d'Italia, trovavasi sempre nello stesso stato, e sempre minacciava di riaccendere l'incendio generale che con tanta fatica si era potuto spegnere.
Il re di Francia aveva nominati i Fiorentini tra i suoi alleati nel trattato di tregua col re di Spagna, il quale non aveva nominati i Pisani; ma si sapeva che Gonsalvo di Cordova li favoreggiava, e che aveva determinato di valersi di loro per assoggettare la Toscana al suo padrone. I Fiorentini, avendo determinato di spingere vigorosamente i loro attacchi, spedirono un ambasciatore al Cordova per accertarsi della sua neutralità[313]. In pari tempo assoldarono Gian Paolo Baglioni, Marc'Antonio Colonna, i Savelli, ed alcuni altri condottieri; e dando il comando della piccola loro armata ad Ercole Bentivoglio, aprirono la campagna il giorno 25 di maggio[314]. Le forze loro non bastavano ad assediare così vasta città com'era Pisa, e perchè i Pisani non osavano di tenersi in campagna, non vi fu tra di loro verun fatto d'importanza: ma il Bentivoglio guastò tutto il territorio fin sotto alle mura della città e costrinse il castellano di Librafratta ad arrendersi a discrezione[315].
[313] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 273._
[314] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 161. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 273. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 341._
[315] _Jac. Nardi, l. IV, p. 163. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 274._
Antonio Giacomini Tebalducci, commissario de' Fiorentini presso l'armata, irritato dal vedere che i Lucchesi mai non cessavano di mandare soccorsi ai Pisani, fece pure due scorrerie nel loro territorio, esportandone molto bestiame e diversi prigionieri. Gli sventurati contadini di Pisa, dopo avere perdute le loro messi, avevano seminato grano turco e miglio ne' loro campi; ma l'armata fiorentina tornò in agosto nello stato pisano per distruggere anche questa estrema speranza della tarda stagione. Nello stesso tempo i Fiorentini presero al loro soldo don Dimas di Requesens, partigiano del re Federigo di Napoli, che lo aveva seguito in Francia, e che, avendo alle vicende della sua passata fortuna sottratte tre galere, serviva con queste chiunque voleva adoperarlo. Requesens in tutto il corso dell'estate diede la caccia alle piccole navi pisane che uscivano dall'Arno; ma il 5 di novembre fu sorpreso nel golfo di Rapallo da un colpo di vento così gagliardo che lo fece perire colle sue tre galere[316].
[316] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 275. — Jac. Nardi Ist., l. IV, p. 165. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 342._
Alcuni ingegneri fiorentini proposero alla signoria di deviare il corso dell'Arno cinque miglia sopra Pisa, onde privare in tal modo la città delle acque che formavano la sua salubrità, e lasciarla aperta ne' luoghi in cui entra ed esce il fiume. Era già fatta la livellazione, e gl'ingegneri assicuravano che tutta l'opera non richiedeva che trentacinque in quaranta mila giornate di operaj. Infatti cominciarono ad innalzare una diga alla Fagiana, che doveva tagliare il vecchio letto del fiume, mentre che si aprivano due nuovi canali di venti e di trenta braccia di larghezza e sette braccia profondi per condurre le acque al mare[317]. Ma la forza e l'impeto dei fiumi quasi mai non rispetta i calcoli degl'ingegneri: eransi di già impiegate ottanta mila giornate d'operai, ed il lavoro non era ancora fatto per metà, quando una di quelle violenti piogge che gonfiano tutt'ad un tratto i fiumi d'Italia[318], rovesciò la diga, colmò i lavori, e fece rinunciare per sempre a così ardito progetto. Per altro le acque già deviate dal loro alveo eransi sparse nel piano di Pisa, riducendo que' campi, prima così fertili, in pantani, ed accrescendo l'insalubrità dell'aria[319].
[317] Il braccio di Firenze è di circa 22 pollici.
[318] Ciò deve intendersi dei fiumi che hanno le loro sorgenti negli Appennini, e dei torrenti; ma non de' principali fiumi che discendono dalle Alpi, rispetto ai quali l'effetto delle piogge non è sensibile che dopo alcuni giorni. _N. d. T._
[319] _Jac. Nardi, Ist., l. IV, p. 164. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 274. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 342. — Jac. Arrosti Chron. di Pisa, f. 224._
I Pisani, che vedevano ogni giorno diminuire i loro mezzi, offrirono ai Genovesi di porsi sotto il loro dominio, per avere in tal modo anche la protezione del re di Francia. Lodovico XII partecipò queste offerte a Nicolò Valori ed al Machiavelli, ch'erano inviati della repubblica fiorentina presso di lui, dicendo loro che, s'egli acquistava la signoria di Pisa, non tarderebbe a darne loro il possesso. Ma i Fiorentini cercarono di sconsigliarlo da questo trattato; ed egli stesso, dopo avere maturato l'affare, ordinò ai Genovesi di rompere le negoziazioni, temendo che, autorizzandoli a fare delle conquiste, e rendendo loro le abitudini repubblicane, non venisse ad accrescere in loro il desiderio di tornare in libertà[320].
[320] _Legazione del Machiavelli alla corte di Francia. Lettera di Niccolò Valori del 2 di febbrajo, p. 521 e seguenti passim. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 343. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, 275. — Jac. Nardi, l. IV, p. 169. — Agost. Giustiniani, l. VI, f. 258._
Il primario oggetto della tregua stipulata tra Lodovico XII ed i re di Spagna era quello di agevolare fra di loro un trattato di pace. Effettivamente le due corti mai non avevano cessato di negoziare, e Ferdinando il cattolico, vergognandosi della parte che aveva rappresentato nello spogliare suo cugino del regno di Napoli, o piuttosto spaventato dal giudizio che tutta l'Europa aveva pronunciato intorno a tanta perfidia, proponeva in queste negoziazioni di rimettere in trono Federico. Aveva pure ottenuto di far credere a questo principe ch'egli pensava di buona fede a rendergli ciò che gli aveva tolto; e Lodovico XII, che aveva perduta la speranza di ricuperare il regno di Napoli, avrebbe di buon grado acconsentito a questo accomodamento; voleva soltanto ottenere una perfetta amnistia ai baroni napolitani che si erano per lui dichiarati. Ma nello stesso tempo aveva preso parte in un'altra negoziazione con Massimiliano e il di lui figliuolo l'arciduca Filippo, sovrano delle Fiandre. Trattavasi con loro di far rivivere il trattato di Lione, di effettuare il matrimonio di Carlo, figlio dell'arciduca, con madama Claudia di Francia e di dare per dote a questa principessa i diritti che suo padre pretendeva di avere sopra Napoli. Credeva Lodovico XII di ravvisare nella lentezza di Ferdinando e d'Isabella a sottoscrivere il loro trattato una segreta intenzione di attraversare quello del loro genero Filippo, di cui erano gelosi; e che quando fosse abbandonata questa negoziazione, essi ancora romperebbero la loro. Perciò in una pubblica udienza congedò gli ambasciatori della Spagna, aspramente loro rinfacciando la mala fede de' loro padroni. In appresso, il 22 settembre del 1504, sottoscrisse a Blois tre diversi trattati con Massimiliano e Filippo, che in allora per anticipazione prese il titolo di re di Castiglia: col primo Massimiliano accordava a Lodovico l'investitura del ducato di Milano, per lui e i di lui eredi maschi, ed in mancanza loro a Claudia di lui figlia, colla riserva, di un pagamento di cento venti mila fiorini, metà da sborsarsi all'atto e metà nel termine di sei mesi, e dell'annua presentazione, nel giorno di Natale, di un pajo di speroni d'oro a titolo di omaggio. Col secondo Claudia di Francia veniva promessa a Carlo d'Austria, e se Carlo moriva prima del matrimonio, al di lui fratello Ferdinando col ducato di Milano per dote. Col terzo la Francia ed il re de' Romani si collegavano contro Venezia con obbligo di attaccare di comune accordo quella repubblica e di dividere i suoi stati di terra ferma. Si accordavano quattro mesi al re di Spagna per accedere a questo trattato[321].
[321] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 344. — Fr. Belcarii Comm., l. X, p. 285. — Jac. Nardi, l. IV, p. 165. — Flassan Hist. de la diplom. française, t. I, p. 457._
Federigo d'Arragona, che fin allora si era lusingato di rimontare sul paterno trono in conseguenza della concordia dei due re, morì a Tours il 9 di settembre del 1504 pochi dì prima che fossero sottoscritti questi trattati[322], ed il 26 di novembre dello stesso anno morì pure, dopo una lunga e penosa malattia, Isabella di Castiglia, che col suo matrimonio con Ferdinando aveva riunite le due corone di Spagna e fatta così potente quella nuova monarchia. L'unica sua figlia Giovanna e suo genero, l'arciduca Filippo, avrebbero dovuto alla di lei morte succedere immediatamente alla corona di Castiglia; ma Isabella aveva adottata la diffidenza concepita da suo marito verso suo genero, e conservandola fino alla morte aveva nominato con suo testamento Ferdinando d'Arragona governatore del regno di Castiglia, ed aveva voluto che suo genero Filippo gli fosse subordinato[323].
[322] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 275. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 205._
[323] _P. Jovii v. M. Consalvi, l. III, p. 248. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 345. — Fr. Belcarii Comm., l. X, p. 286. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 167. — Raynal. Ann. Eccl. 1504, § 40, t. XX, p. 18._
Finalmente il 25 di gennajo del susseguente anno 1505 anche l'Italia perdette un principe che in mezzo alle violenti rivoluzioni che l'avevano squarciata aveva conservata l'opinione di accorto negoziatore e di buon amministratore. Ercole d'Este, che fino dal 20 agosto del 1471 regnava sopra Ferrara, Modena e Reggio, morì in matura vecchiaja, lasciando tre figli legittimi. Gli successe Alfonso, sposo di Lugrezia Borgia, il quale, mandato da suo padre nelle corti d'Europa per imparare a conoscerle, trovavasi allora in Inghilterra; suo fratello Ferdinando era rimasto in Ferrara, ed Ippolito era stato nominato cardinale da Alessandro VI nel 1493. Ercole lasciava inoltre un figlio naturale, chiamato Giulio. Avendo dovuto suo malgrado prendere parte nelle guerre di Sisto IV, aveva in quell'epoca veduti i suoi ducati guastati da potenti nemici; ma dopo tale epoca aveva trovato il modo di conservarsi in pace, anche ne' tempi in cui veruna parte d'Italia aveva potuto sottrarsi alle disgrazie della guerra. Le sue relazioni con Lodovico il Moro, di cui era suocero, coi Veneziani che conservavano contro di lui molto odio, coi Francesi diventati suoi vicini in forza delle loro conquiste, non gli fecero mai vestire verun altro carattere che quello di mediatore e di pacificatore. La sua corte diventò l'asilo dei letterati, e Ferrara, da lui arricchita di magnifici edificj, fu quasi nuovamente rifatta sotto il di lui regno[324].
[324] _Muratori An. d'Ital. An. 1505, t. X, p. 29. — Tiraboschi Stor. delle Lett., t. VI, l. I, c. II, § 11, p. 30. — Jac. Nardi Ist. fior. l. VI, p. 168. — Scip. Ammir. l. XXVIII, p. 276. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 206. — Vita di Alf. d'Este di P. Giovio, ad init._
Se il re Ferdinando d'Arragona aveva cercata la pace colla Francia ne' tempi in cui la sua unione con Isabella metteva a sua disposizione tutte le forze della Spagna, aveva ancora maggior ragione di desiderarla dopo la morte di quella regina, onde conservare il regno di Napoli, sua conquista, e potere, senz'essere distratto da altre cure, pensare come mantenere sopra la Castiglia un'autorità, che cominciava a vedere contrastata. Dal canto suo Lodovico XII vedeva di mal animo che Massimiliano non avesse per anco ratificato il trattato di Blois e temeva che la naturale versatilità di quel monarca, non rovesciasse di bel nuovo i fondamenti sui quali aveva creduto di stabilire la pace. Finalmente Massimiliano e Filippo si recarono ad Haguenau, che avevano di fresco tolto al conte Palatino cui facevano guerra; non tardò a raggiugnerli il cardinale di Amboise, ed il 4 di aprile ottenne da loro la ratifica dei trattati di Blois: nel susseguente giorno in nome di Lodovico XII prestò fede ed omaggio pel milanese a Massimiliano, ottenne l'investitura di quel ducato, e pagò i primi sessanta mila fiorini promessi al re de' Romani. Il secondo pagamento doveva farsi quando il monarca entrerebbe in Italia per cominciare la guerra contro i Veneziani: ma Massimiliano dichiarò subito che non era apparecchiato a cominciare in quell'anno le ostilità[325].
[325] _Raxis de Flassan, Hist. de la Diplom. française, t. I, p. 285, 458. — Fr. Guicciardini l. VI, p. 346. — Fr. Belcarii Rer. Gal. Comm., l. X, p. 287._
Lodovico XII, che non aveva verun giusto motivo di odio contro i Veneziani e veruna ragione di attaccare quella repubblica, fuorchè l'opinione, abbastanza radicata tra i re, che un paese non soggetto a verun monarca rimane a discrezione del primo occupante, poteva senza alcuno inconveniente differire l'esecuzione de' suoi ambiziosi progetti. Egli non voleva cominciare la guerra senza il concorso di Massimiliano, e non vedeva senza gelosia la crescente grandezza di quel monarca e di suo figliuolo Filippo; perciò affrettossi di rinnovare le negoziazioni proposte da Ferdinando il cattolico, ed il 12 di ottobre sottoscrisse con lui a Blois un nuovo trattato di pace e di alleanza. Perdendo ogni speranza di mai più ricuperare il regno di Napoli, cedeva in dote alla figlia di sua sorella, Germana di Foix, che Ferdinando doveva sposare, i diritti che gli dava sopra una porzione del regno di Napoli il trattato di Granata del 1500. Egli non si riservava il diritto di rientrarvi se non nel caso che Ferdinando premorisse senza prole alla nuova sua sposa, e rinunciava ai titoli di re di Napoli e di Gerusalemme. Dal canto suo Ferdinando si obbligava a rimborsare entro dieci anni settecento mila fiorini al re di Francia per le spese della guerra, a riconoscere trecento mila fiorini di dote a Germana di Foix, ad ajutare Gastone di Foix, suo fratello, nella conquista del regno di Navarra sul quale voleva far valere i suoi diritti, e ad accordare una generale amnistia a tutti i baroni napolitani che avevano seguito il partito francese. Fu pure convenuto in questo trattato che Isabella di Baux, vedova di Federico re di Napoli, sarebbe rimandata dalla Francia, e che soggiornerebbe presso di suo figlio in Ispagna; ma Isabella non seppe risolversi a porsi tra le mani di un monarca, che aveva imparato a conoscere da una serie di tradimenti; e, costretta a lasciare la Francia, preferì di ritirarsi a Ferrara, dove antiche parentele gli davano diritto alla compassione ed all'assistenza[326].
[326] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 356. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal., l. X, p. 291. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. VI, p. 185. — P. Bembi Rer. Ven., l. VII, p. 142._
Per tal modo essendosi con nuovi trattati raffermata la pace tra le esterne potenze che disponevano dell'Italia, più non restava nella penisola che la guerra de' Fiorentini e de' Pisani, che si andava protraendo d'anno in anno. Pareva che i primi desiderare non potessero più favorevoli circostanze per trionfare finalmente del loro avversarj; ma da dieci anni in poi avevano sempre sofferto qualche rovescio ogni volta che i loro nemici sembravano privi di qualunque soccorso. Luca Savelli, loro generale, dopo di avere guastato il piano di Pisa con quattrocento cavalli e cinquecento fanti, volle vittovagliare Librafratta. Veniva da Cascina, ed avendo di già passato il ponte Capellese sull'Osori, teneva con molte bestie da soma cariche la strada alquanto angusta tra quel fiume e la montagna di Pisa, allorchè il 25 di marzo venne così bruscamente attaccato da Tarlatino, generale dei Pisani, che, sebbene questi non avesse che quindici uomini d'armi, quaranta cavalleggeri e sessanta pedoni, tutta la colonna del Savelli fu sgominata. Dessa non potendosi ordinare alla difesa a cagione delle bestie da soma con cui trovavasi frammischiata, prese vergognosamente la fuga ed abbandonò cento venti cavalli di guerra, cento bestie da soma cariche, ed un numero di prigionieri che superava quello de' vincitori[327].
[327] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 348. — Jac. Nardi Ist. Fior, l. IV, p. 169. — Scip. Ammirato l. XXVIII, p. 277. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal., l. X, p. 287. — Jacopo Arrosti Cron. di Pisa, in Arch. Pisano, f. 225, v._
Questa scaramuccia rialzò il coraggio de' Pisani, e rendette i Fiorentini non meno diffidenti de' loro soldati che dei loro generali; ma questo fatto non decideva della sorte della campagna. I Fiorentini non lasciarono di distruggere le messi nel piano di Pisa siccome avevano fatto nel precedente anno; pagarono il suo soldo a Gian Paolo Baglioni, che aveva con loro una convenzione, pregandolo di venire a raggiugnere la loro armata. Ma il Baglioni dichiarò di non potere in quell'anno abbandonare Perugia dove pretendeva di dover temere le pratiche di segreti nemici. Il Machiavelli, spedito dalla signoria presso di lui l'8 di aprile onde dicifrare i motivi del suo rifiuto, pensò che fosse d'accordo cogli Orsini, con Pandolfo Petrucci e coi Lucchesi, tutti nemici di Firenze, per privare all'improvviso la repubblica di una ragguardevole parte della sua cavalleria, ponendola in tal modo nell'impossibilità di distruggere quest'anno i raccolti dei Pisani[328].
[328] _Legaz. di Mach. a Gian Paolo Baglioni, t. VII, p. 1-12. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 170. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 350. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 277._
Infatti gli Orsini, sempre alleati dei Medici, non avevano rinunciato al progetto di ricondurre quella famiglia colla forza delle armi a Firenze, e di riporla nell'antico suo dominio. Pandolfo Petrucci senz'essere alleato dei Medici desiderava che ricuperassero la loro sovranità, affinchè la repubblica di Siena, da lui dispoticamente governata, non avesse alle sue porte l'esempio della libertà; lo stesso motivo moveva pure Gian Paolo Baglioni, che aveva usurpati i diritti della repubblica di Perugia; erano ambidue segretamente spalleggiati ed incoraggiati da Gonsalvo di Cordova. Questo generale aspettava l'istante di poter cacciare i Francesi dall'Italia; e con ragione risguardava i Fiorentini come i loro più fedeli partigiani. Aveva creduto di trovare opportuna occasione di tentare una rivoluzione, facendo uso del nome del cardinale Ascanio Sforza sempre caro ai popoli di Lombardia. Lodovico XII, gravemente infermo di pleuritide, era stato da' suoi medici posto fuori di speranza di guarigione, ed in Italia si era pure sparsa la voce della di lui morte. Tutto sembrava presagire generali convulsioni, e gli Spagnuoli non aspettavano che la sicura notizia della morte del re per rompere la tregua e proclamare Ascanio duca di Milano. Ma contro l'universale aspettazione non si tardò a sapere la guarigione di Lodovico XII, e la quasi subita morte del cardinale Ascanio accaduta in Roma il 18 di maggio, dove era stato attaccato dalla peste[329].
[329] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 350. — Jac. Nardi, l. IV, p. 172. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gall., l. X, p. 288._