Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 17

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Il ponte degli Spagnuoli si fece senza incontrare opposizione nella notte del 27 di dicembre, e Bartolommeo d'Alviano occupò il villaggio di Sugio. Ne fu però subito portato l'avviso al quartier generale de' Francesi; ed Ivone d'Allegre tentò invano con un impetuoso attacco di cacciare l'Alviano al di là del fiume, mentre che la cavalleria francese, sparsa in tutto il vicino paese, adunavasi tumultuariamente intorno al marchese di Saluzzo. Questi non tardò ad avvedersi che il Gonsalvo aveva passato il fiume sul ponte dell'Alviano col suo corpo di battaglia, e che una retroguardia, lasciata in faccia ai Francesi, attaccava la testa del loro ponte. Vedendo di non potersi mantenere nella sua posizione, nè difendere lungamente il passaggio del fiume colla poca gente che aveva ragunata, abbandonò prima che facesse giorno la torre del Garigliano per ripiegare sopra Gaeta dopo di avere rotto il ponte, lasciando nel suo campo nove grossi pezzi d'artiglieria, la maggior parte delle munizioni e moltissimi soldati ammalati o feriti[297].

[297] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 330. — Sabellicus Ennead. XI, l. II, apud Rayn. Ann. eccl. 1503, § 16, t. XX, p. 4. — Belcarius Rer. Gall. Comm. l. X, p. 279. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p. 238._

Il Gonsalvo, avvisato della ritirata dei Francesi, mandò loro dietro Prospero Colonna, per ritardare la loro marcia. I Francesi camminavano in buon ordine, avevano mandata innanzi l'artiglieria, cui teneva dietro la fanteria, ed in coda stava la cavalleria, che quasi sempre era alle mani col nemico che la inseguiva. Tenevano con quest'ordine la strada lungo la riva del mare, facendo alto a tutti i ponti, a tutti i passi angusti per dar tempo all'armata di sfilare. Ma la retroguardia di Gonsalvo, lasciata alla torre del Garigliano, avendo raggiunte le barche che i Francesi avevano abbandonate alla corrente dopo tagliato il ponte di battelli, rifece ben tosto questo ponte; passò immediatamente il fiume, prendendo via più retta verso il Molo di Gaeta, e trovossi ben tosto in sul fianco ed ancora più avanzata dei Francesi. L'armata degli ultimi, giunta al ponte che trovasi a poca distanza di Molo, si fermò di nuovo per dar tempo di sfilare all'artiglieria, che cominciava a cagionare del disordine sulla strada. La zuffa fu ostinata; ma vedendo i Francesi che alcuni corpi spagnuoli li soverchiavano di fianco, essi abbandonarono la loro posizione con qualche disordine, e quando giunsero al bivio delle due strade, una delle quali conduce ad Itri l'altra a Gaeta, si posero apertamente in fuga. La loro artiglieria e tutti gli equipaggi vennero in potere dei vincitori; molti Francesi rimasero sul campo di battaglia, altri in assai maggior numero, coloro cioè che si erano dispersi per le campagne, o che, alloggiati a qualche distanza dall'armata, non avevano potuto raggiugnerla, furono spogliati dai contadini e fatti prigionieri; i più fortunati si salvarono in Gaeta, e furono inseguiti fino ai piedi delle mura[298].

[298] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 330. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. IX, p. 239. — Fr. Belcarii Comm. l. X, p. 279. — Saint Gelais, Hist. de Louis XII, f. 173. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 35. — Arn. Ferroni l. III, p. 56._

Pietro de' Medici, che seguiva il campo francese, erasi imbarcato sul Garigliano con quattro pezzi d'artiglieria che sperava di condurre a Gaeta; ma una folla di fuggiaschi gettandosi nella sua barca la travolsero, ed il Medici si annegò con tutti quelli che si trovavano a bordo[299].

[299] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 331. — Barth. Senaregæ de reb. Gen. t. XXIV, p. 579. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. V, p. 159. — Scip. Ammirato l. XXVIII, p. 273. — Ist. di Gio. Cambi t. XXI, p. 199. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p. 240._

Gonsalvo di Cordova si acquartierò quella notte a Castellone ed a Molo; ed all'indomani, avvicinandosi a Gaeta, occupò senza difficoltà i borghi e la Montagna d'Orlando, che i Francesi nella confusione cagionata dalla loro sconfitta non avevano pensato a porre in istato di difesa. Essi avevano in città assai più gente che non abbisognava per sostenere un lungo assedio, ed essendo libero il mare, non potevano temere che loro mancassero le vittovaglie. Ma la loro costanza era venuta meno; ad altro non pensavano che a tornare subito in Francia e domandarono immediatamente di capitolare. Convennero che il d'Aubignì e tutti gli altri loro prigionieri sarebbero posti in libertà senza taglia, e potrebbero ritirarsi in Francia con tutti i loro effetti; ed il primo giorno di gennajo del 1504 consegnarono la fortezza di Gaeta a Gonsalvo di Cordova. La loro capitolazione era stata fatta con così poca precisione, oppure l'uomo con cui trattavano aveva così poca buona fede, che gli Spagnuoli non vollero comprendere i baroni napolitani tra i prigionieri che si era convenuto di porre in libertà; e Andrea Matteo Acquaviva, Alfonso ed Onorato di Sanseverino, furono gettati in un fondo di torre in Castel nuovo di Napoli. Del resto i Francesi, ai quali il Gonsalvo diede la libertà non furono quasi più fortunati. La maggior parte di coloro che partirono da Gaeta perirono per istrada di freddo, di miseria, e delle malattie che contratte avevano ne' cinquanta giorni di accampamento in mezzo al fango. Alcuni giunsero in Francia, tra i quali il marchese di Saluzzo, Sandricourt ed il balivo di Bissì; ma la morte gli aspettava al loro arrivo. Di tutta quella fiorente armata, che la Tremouille aveva condotta in Italia, e che sembrava bastante a condurre a fine in pochi mesi la conquista del regno di Napoli, quasi non sopravanzò alcun uomo in istato di servire ancora la patria, sebbene pochissimi fossero periti sotto il ferro de' nemici[300].

[300] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 332. — Barth. Senaregæ de reb. Gen. p. 579. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p. 240. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall. l. X., p. 280. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 36. — Arn. Ferroni l. III, p. 56._

La sconfitta del Garigliano coprì la Francia di lutto; immerse Lodovico XII nel più profondo dolore; decise la sorte del regno di Napoli, e fece temere che il restante dell'Italia non cadesse in pochi giorni in mano agli Spagnuoli. I Francesi più non avevano forze in Lombardia; i loro soldati, disgustati delle guerre d'Italia, ricusavano di passare le Alpi; ed i Fiorentini, i soli alleati che avesse il re, non erano in istato di far testa a tutti i suoi nemici. Pure contro l'universale aspettazione questa sconfitta fu seguita da un riposo generale. Gonsalvo di Cordova, che il re Cattolico aveva lasciato senza danaro, doveva alle sue truppe più di un anno di soldi arretrati; non poteva senza pagarle tentare di condurle nell'alta Italia; e per soddisfarle, fu ridotto ad alloggiarle a discrezione nelle provincie del regno di Napoli, ove le loro ruberie ed i loro oltraggi terminarono di ruinare gl'infelici abitanti.

Lodovico d'Ars, capitano francese, mantenevasi solo nel regno di Napoli: dopo la sconfitta di Cerignole occupava sempre Venosa, Troja e Sanseverino. Il Cordova ristrinse le sue imprese a cacciarlo da quelle città; e Lodovico d'Ars, dopo di averle valorosamente difese, sdegnò di capitolare, e si aprì la strada colla lancia sulla coscia per ricondurre i suoi uomini d'armi in Francia[301].

[301] _Mém. du chev. Bayard ch. XXV, p. 53, et notes p. 437. — Fr. Guicciardini l. VI, p. 338. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p. 241. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gall. l. X, p. 282. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 159._

Giulio II, allegando per pretesto gl'imbarazzi della sua situazione mentre saliva sul trono, seppe mantenersi neutrale tra la Francia e la Spagna, sebbene tutti i suoi voti fossero per i Francesi; di modo che la disfatta del Garigliano non lo compromise personalmente col vincitore. La sua condotta verso i Francesi non cambiò a seconda de' rovesci che avevano provati; egli soccorse generosamente tutti gli sventurati che attraversarono lo stato della Chiesa. La sua politica limitavasi interamente a difendere la Romagna contro i Veneziani, e sebbene più non potesse per quest'oggetto valersi dell'appoggio della Francia, non si ostinava perciò meno a stringere il Valentino perchè gli cedesse le sue fortezze. Pietro d'Oviedo era stato mandato con un ordine del Borgia per consegnarle al papa; ma quando era entrato nella rocca di Cesena, Diego di Chignones, che ne teneva il comando, lo aveva fatto appiccare, dichiarando di risguardare come un traditore colui che assumevasi il carico di eseguire ordini così pregiudicevoli al suo padrone, quando ben sapeva che gli erano stati estorti a forza, e mentre stava in prigione[302].

[302] _Burchardi Diar. Cur. Rom. p. 2159. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, f. 246. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 37._

Quest'atto di rigore riuscì vantaggioso a Cesare Borgia, il quale l'aveva forse segretamente ordinato. Vedendo Giulio II che la violenza riusciva inutile, acconsentì a consegnare il suo prigioniero nella fortezza d'Ostia a Bernardino Carvajale cardinale spagnuolo. Questi si obbligò a porlo in libertà all'istante che le rocche di Cesena, Bertinoro e Forlì sarebbero consegnate al pontefice, ed inoltre sottoscrisse una polizza di quindici mila ducati per guarenzia della sua promessa. In allora Cesare Borgia diede ai suoi luogotenenti ordini senza restrizioni, e colla ferma volontà che si eseguissero. Frattanto sospirava l'istante di uscire dalle mani del papa, e fece segretamente chiedere a Gonsalvo di Cordova un asilo, che questi gli promise mandandogli un salvacondotto. Poco dopo il cardinale Carvajale ebbe avviso che le rocche della Romagna erano state consegnate alle genti del papa, e senza aspettare gli ordini di Giulio II, di cui egli diffidava non senza ragione, il 19 di aprile del 1504, pose il duca Valentino in libertà[303].

[303] _Burchardi Diar. Cur. Rom. p. 2160. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal. l. X, p. 283. — Epist. Papæ ad Regem et Reginam Hispan. 11 maii. — Rayn. Ann. eccl. 1504, § 12, p. 10. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 37._

Cesare Borgia, caduto da così alte speranze, ed altro non conservando della passata sua fortuna che il danaro che aveva deposto presso i banchieri di Genova, si riputava ancora felice d'avere ricuperata la libertà; s'imbarcò a Nettuno sopra una felucca, che lo trasportò a Mondragone, di dove passò per terra a Napoli. Il Cordova lo accolse con tutte le dimostrazioni di affetto e di rispetto, che avrebbe potuto prodigare ai più grandi personaggi. Cominciò subito a trattare con lui intorno agli affari d'Italia, ed in particolare rispetto al progetto del Valentino di gettarsi in Pisa. Gli promise per quest'impresa sei galere e gli diede licenza di assoldar gente nel regno. Non pertanto scrisse a Ferdinando il cattolico per sapere quale condotta doveva tenere col Borgia, e quand'ebbe ricevuti i suoi ordini lo fece arrestare il giorno 26 o 27 di maggio nell'atto che usciva da una conferenza, nella quale gli aveva rinnovate le proteste della più perfetta confidenza, e del più vivo affetto, e dopo averlo più volte abbracciato. Le fece trasportare sopra una galera, dove non gli lasciò che un solo paggio per servirlo, e lo fece immediatamente partire per la Spagna. Quest'uomo, colpevole di tanti tradimenti, e vittima a vicenda di non meno neri tradimenti, fu gettato al suo arrivo nella fortezza di Medina del Campo, che Ferdinando il Cattolico, dal Valentino non offeso giammai, destinava a servirgli di sepolcro[304].

[304] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 389. — Burchardi Diar. Cur. Rom. die 29 maii p. 2160. — P. Giovio Vita M. Consalvi l. III, p. 247. — Lo stesso, Vita di Leone X, l. II, p. 83. — Rayn. Ann. eccl. 1504, § 13, t. XX, p. 11. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 37, v._

Alcun tempo prima della caduta di questo principe, che aveva così lungamente turbata l'Italia colla sua ambizione e co' suoi delitti, si seppe che le negoziazioni tra il re di Francia e di Spagna, che si erano sempre continuate anche nel tempo in cui la guerra pareva più viva, avevano prodotta una tregua sottoscritta il 31 di marzo del 1504, nella quale era compresa l'Italia come tutti gli altri loro stati. Questa tregua doveva durare tre anni, e ciascuno contraente aveva tempo tre mesi a nominare i suoi confederati ed a farveli comprendere. Soltanto le fortezze che Lodovico d'Ars teneva ancora a nome della Francia nel regno di Napoli, non furono comprese; ma questo capitano, avendo perduta ogni speranza di difenderle, non tardò ad evacuarle. Il restante dell'Italia si riposò con timore, non potendo darsi a credere che la tregua, segnata all'abbazia di nostra signora della Misericordia, ponesse fine a così violenti nimicizie, e non vedendo nella divisione degli stati, che aveva stabilita la forza, una bilancia di potere che lungamente mantenere potesse la tranquillità[305].

[305] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 341. — N. Macchiavelli Legaz. II alla corte di Francia, lett. I e seg., p. 501 e seg. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 160. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal. l. X, p. 283._ — Si rileva da una lettera di Niccolò Valori alla signoria, che la ratifica della tregua era seguita alla corte di Francia in Lione, l'11 febbrajo; pure il Leonardi, _t. II_, la riferisce al 31 di marzo. — _Legaz. di Niccolò Macchiavelli alla corte di Francia lett. IX e X, p. 533._

CAPITOLO CIII.

_Riposo e servitù dell'Italia; piccole guerre in Romagna ed in Toscana; Giulio II sottomette alla Chiesa le città di Perugia e di Bologna._

1504 = 1506.

La tregua, conchiusa tra i re di Francia e di Spagna in febbrajo del 1504, aveva restituito il riposo all'Italia, poichè que' due potenti monarchi potevano dopo tale epoca decidere a posta loro della sorte della penisola, ed i piccoli stati italiani, oramai subordinati alla politica oltremontana, aspettavano la licenza dai loro alleati per prendere o per deporre le armi. Per quanto umiliante, triste e precaria fosse cotal pace, fu dai popoli ricevuta con gioja, perchè renduta necessaria dal loro spossamento e dalla stanchezza dei sovrani. Per ragunare nuove forze di cui valersi in altre guerre, essi abbisognavano di tempo, e bisognava inoltre alcun tempo perchè si potessero dimenticare i funesti mali della guerra, e perchè si osasse ricorrere a questo terribile ma passaggero rimedio de' mali permanenti. I primi mesi di pace ritornano alle forze vitali di una nazione l'azione loro lungamente sospesa: l'agricoltura, le manifatture, il commercio rigermogliano spontaneamente, il potere passa dai comandanti militari ai magistrati ed ai tribunali civili, il di cui giogo sembra più leggiero. Se tuttavia soffresi ancora qualche vessazione, si risguarda come necessaria conseguenza dello stato di guerra di cui si esce, e non di quello in cui si entra; il ritorno delle abitudini lungamente sospese rammenta ad ogni uomo la sua infanzia, la sua gioventù o più felici tempi. Si crede di entrare in una nuova epoca di prosperità; e, l'immaginazione oltrepassando gli stessi confini del possibile, il popolo chiede alla pace la restituzione di tuttociò che gli rapì la guerra; vuole che si realizzino tutti i suoi sogni e tutte le sue non meno fantastiche rimembranze. Intanto scorrono i mesi, e l'età matura più non trova i piaceri della giovinezza; le ricchezze, dissipate dalla guerra, non rinascono all'istante; le imposte, che la guerra rendette più pesanti, non vengono soppresse, mentre che gli abusi della pace risorgono assai più rapidamente che le utili istituzioni. I potenti lasciano trapelare i loro disegni d'usurpazione, e la cabala va acquistando favore ed importanza; la forza, che dovrebb'essere protettrice, diventa ostile per la società, ed il popolo finalmente, sentendo diventare le sue catene sempre più pesanti, desidera nuovamente di romperle col mezzo della guerra, per quanto ella sia terribile e dolorosa.

Veruno stato d'Italia aveva ottenuto colla tregua, nè poteva sperare che si negoziasse in tempo di pace, ciò che senza dubbio era stato lo scopo de' suoi desiderj prima che si cominciassero le ostilità: ciò era un governo conforme agl'interessi del popolo. Il regno di Napoli, perduta la sua indipendenza, era suddito di straniera nazione e governato da un vicerè; il ducato di Milano aveva parimenti perduta l'indipendenza ed i suoi antichi sovrani. Gli Spagnuoli non erano più amati nel mezzodì dell'Italia, che i Francesi nella parte settentrionale della medesima. Gli uni e gli altri offendevano egualmente la nazione sommessa co' loro barbari costumi, coll'insolenza, col disprezzo. I malcontenti, che nel 1494 avevano ardentemente desiderata una rivoluzione, ed ajutate le armi che dovevano eseguirla, in verun luogo non avevano ottenuta una riforma che li compensasse di tutti i loro patimenti. Intanto le loro forze erano esauste, cadute in fondo le loro speranze, ed essi si accomodavano sotto una tirannia peggiore di quella che avevano cercato di distruggere, onde acquistare a così caro prezzo qualche intervallo di riposo.

La repubblica di Venezia non si era immischiata quasi niente in una guerra che pel corso di dieci anni aveva guastata tutta l'Italia; erasi sottratta alle calamità, e la prosperità del suo territorio eccitava l'invidia de' vicini popoli, che avevano veduto saccheggiare le loro città, e guastare le loro campagne. In questi dieci anni aveva Venezia acquistato il Cremonese nel ducato di Milano, tre o quattro fortezze della Puglia, e due piccoli stati in Romagna, ma le sue perdite nella Morea e nella Dalmazia non erano forse minori degli acquisti fatti in Italia. In mezzo alle importanti rivoluzioni che si erano operate in questi dieci anni, pareva che così piccole conquiste non avessero tanto valore da eccitare vivamente la gelosia degli altri stati; ma i Veneziani erano soli felici in mezzo ad una nazione afflitta, e gli altri Italiani non sapevano perdonar loro di non essere stati partecipi de' mali comuni. Il papa non pensava che ad eccitare contro di loro gli oltremontani, dai quali avrebbe piuttosto dovuto cercare di liberare l'Italia; i Fiorentini, che avevano avuto motivo di dolersi dei Veneziani, desideravano la loro ruina, ed il Machiavelli, lo stesso accorto Machiavelli, trovandosi in legazione presso la corte di Francia, soffiava il fuoco della vendetta, e si rallegrava, vedendo Massimiliano, Lodovico XII e Ferdinando, proporre di già la divisione degli stati di quella repubblica, che sola poteva conservare l'indipendenza d'Italia[306].

[306] _Seconda Legaz. di Niccolò Machiavelli alla corte di Francia, passim e special. Lett. di Nicolò Valori di Lione, 11 febbrajo, t. VI, p. 534._

Giulio II erasi proposto di richiamare, in tempo del suo pontificato, sotto il diretto dominio della santa sede tutti i feudi da lei dipendenti; egli attaccava il suo onore alla felice riuscita di questo disegno, e la impazienza e l'irascibilità del suo carattere gli facevano risguardare come una imperdonabile offesa l'opposizione che vi avevano fatta i Veneziani. Ad ogni modo, perchè non aveva ancora avuto il tempo di ammassare un tesoro, di adunare truppe e di fortificarsi con alleanze, non adoperava per sottomettere la Romagna che il timore che incuteva il conosciuto suo impetuoso carattere. Le rocche di Cesena e di Bertinoro gli erano state consegnate dai luogotenenti di Cesare Borgia, mentre questi stava ancora in Ostia; quella di Forlì non gli era stata data che dopo il ritorno de' messaggi che quel castellano aveva spediti al Borgia a Napoli. Siccome questi riferirono che il duca era stato mandato prigioniero in Ispagna, il castellano vendette per quindici mila ducati una rocca, che non aveva più motivo di difendere[307]. Raffaello Riario di Savona, cardinale del titolo di san Giorgio, persuase gli abitanti d'Imola a dare la loro città al papa, sperando poi che questi ne cederebbe la sovranità ad Ottaviano Riario, spogliatone da Cesare Borgia. Ma, sebbene Ottaviano fosse parente di Giulio Il, il papa non volle arricchirlo a spese della Chiesa. Desso fu però meno scrupoloso rispetto ad un suo parente, Francesco Maria della Rovere, figlio di suo fratello; poichè non solo ristabilì questi nelle signorie di Mondovì e di Sinigaglia, e nell'ereditario ufficio di prefetto di Roma, ma persuase ancora Guid'Ubaldo di Montefeltro, che non aveva figliuoli, ad adottarlo come figlio di sua sorella ed a chiamarlo alla successione del ducato di Urbino. Giulio II ratificò quest'adozione colla sua bolla del 10 di maggio 1504, nella quale determinò l'annuo censo del ducato d'Urbino a favore della camera apostolica in 1340 fiorini, come gli avevano di già annualmente pagati i conti di Montefeltro[308].

[307] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 341. — P. Bembi Ist. Ven. l. VII, p. 140. — Rayn. An. Eccl. 1504, § 9, 10 e 11, t. XX, p. 10._

[308] _Raynaldi An. Eccl. 1504, § 36 e 37, t. XX, p. 17._

Verso lo stesso tempo Antonio degli Ordelaffi morì a Forlì. Lodovico, suo fratello naturale, che gli successe, sentendosi troppo debole per sostenere quel piccolo principato, volle venderlo ai Veneziani; ma la repubblica non ardì esporsi alla collera del pontefice, e rifiutò di farne l'acquisto. Lodovico fu allora costretto a fuggire, e Forlì aprì le sue porte alle truppe pontificie[309].

[309] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 341. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. X, p. 284._ — Lodovico, che fuggì a Venezia, essendo colà morto senza prole, fu l'ultimo della casa degli Ordelaffi. Ecco una tavola cronologica della successione di questi principi.

Mainardo di Susinana, primo signore di Forlì.

1276 Sinibaldo, figlio di Mainardo, ucciso nel suo letto dal popolo.

1310 Scarpetta, Pino e Bartolommeo degli Ordelaffi, posti in prigione da Roberto re di Napoli.

1317 Cecco degli Ordelaffi, capitano perpetuo del popolo di Forlì, morto nel 1331.

1331 Francesco degli Ordelaffi, fratello di Cecco, signore di Forlì, Forlimpopoli e Cesena. Sua moglie, Marzia di Susinana, è forzata di cedere Cesena al papa il 21 giugno del 1357; e Forlì il 4 luglio del 1359. Francesco fa la guerra da condottiere e muore a Venezia nel 1374.

1373 Sinibaldo, figlio di Francesco, rientra in Forlì spalleggiato dai Fiorentini. Viene riconosciuto come vicario della santa sede nel 1379. Tradito da' suoi nipoti, viene posto in prigione il 13 dicembre del 1385.

{ Cecco II { nipoti e { morto il 19 luglio del 1401. 1385 { { successori { { Pino, {di Sinibaldo { morto l'8 settembre del 1405.

1405 Antonio, figlio in tenera età di Cecco II, ridotto allo stato di cittadino della repubblica di Forlì; esiliato dal legato B. Cossa; arrestato in agosto del 1411 da suo cugino Giorgio; richiamato alla signoria in luglio del 1425; morto il 4 agosto del 1448.

1410 Giorgio Ordelaffi, signore di Forlimpopoli; 1411 signore di Forlì; fa arrestare suo cugino Antonio in agosto del 1411; viene riconosciuto dalla santa sede il 26 dicembre del 1418; muore il 25 di gennajo del 1422.

1422 Teobaldo, figlio di Giorgio, di nove anni, sotto la tutela di Lucrezia degli Alidosi, sua madre, viene scacciato da sua zia Catarina, che stabilisce Antonio; muore in luglio del 1425.