Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Part 16
I Veneziani erano allora traviati da quella medesima ambizione, che loro aveva fatta accettare la protezione di Pisa, la divisione del ducato di Milano ed i porti del regno di Napoli: cercavano di dilatare il loro dominio in Toscana, in Lombardia, e lungo le coste dell'Adriatico, senza pensare che ogni conquista provocava contro di loro un nuovo nemico; e non li trattenne il timore di aggiugnere agli altri anche il papa. Perciò risposero con vaghe proteste d'amicizia, e coll'offerta di pagare per Faenza lo stesso tributo che pagavano i precedenti vicarj; rappresentavano nello stesso tempo, che da più secoli quella città più non era sotto l'immediato dominio della Chiesa, e promettevano di essere così fedeli vassalli quanto lo erano stato i Manfredi o il duca Valentino. Mentre che in apparenza tenevano questo moderato linguaggio le loro truppe andavano gagliardamente stringendo l'assedio di Faenza: si erano accampate presso la Chiesa dell'osservanza, e cominciavano a battere in breccia le mura della città. I Fiorentini, che in sulle prime avevano mandato a Faenza un piccolo soccorro di dugento uomini, quando non si videro assecondati dal papa non vollero entrar soli in così pericolosa guerra; onde gli assediati abitanti, più non isperando di potersi difendere, capitolarono il 19 di novembre a condizione che i Veneziani corrisponderebbero al giovane Francesco Manfredi una pensione annua di trecento ducati[278].
[278] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 324_, il quale dà per abbaglio al giovane Manfredi il nome di Astorre. — _Jac. Nardi Ist. fior, l. IV, p. 157. — Macchiavelli Legaz. II, lett. VII, VIII. IX, X e seg. p. 117. — Opera t. VI, p. 389 e seg. — P. Bembi Ist. Ven. l. VI, p. 136._
Dopo quest'epoca più non avendo la casa Manfredi ricuperata la sua sovranità di Faenza, riputiamo conveniente cosa di riportare in questo luogo una tavola cronologica del regno di questi piccoli principi.
_an. C._
1334. Riccardo Manfredi, proclamato dal popolo signore di Faenza e d'Imola.
{ { figli di Riccardo, si difendono { Giovanni { contro Clemente VI 1350. { { { Renieri { fino al 1358, nel quale sono { { scacciati dalla loro signoria.
1377. Astorre I di Manfredi rientra il 25 di luglio per un acquedotto in Faenza, spalleggiato dai Fiorentini, ed è riconosciuto come Vicario di Faenza e d'Imola.
È costretto di vendere queste città a Baldassarre Cossa, che lo fa decapitare il 28 di novembre.
1410. Giovanni Galeazzo Manfredi, figlio d'Astorre I, rientra in Faenza il 18 di giugno. Morto nel 1416.
1416. Guid'Antonio Manfredi, figlio del precedente, signore di Faenza e d'Imola. Morto il 18 giugno 1448.
{ Astorre II } { signore di Faenza. { } figli di { Morto il 2 maggio { } Guid' { del 1468. 1448. { Taddeo } Antonio { signore d'Imola, vende { } Manfredi { questa città a Girolamo { } { Riario 1473.
1468. Galeotto, figlio d'Astorre II, signore di Faenza, ucciso da sua moglie il 31 maggio del 1488.
1480. Astorre III, figlio di Galeotto, prigioniere di Cesare Borgia il 22 aprile del 1501; strozzato a Roma il nove luglio del 1501.
1503. Francesco di Manfredi, figlio naturale di Galeotto, proclamato dagli abitanti signore di Faenza in ottobre del 1503, si arrende ai Veneziani il 19 novembre del 1503.
In allora i Veneziani avevano acquistato in Romagna, oltre i due principati di Faenza e di Rimini, Monte fiore, sant'Arcangelo, Verucchio, Porto Cesenatico e sei altre terre murate. Loro non sarebbe stato difficile di occupare ancora Imola e Forlì, ma si rattennero per non irritare soverchiamente il papa. Il duca Valentino altro omai non possedeva che le rocche di Forlì, Cesena, Forlimpopoli e Bertinoro. Le offrì al papa in deposito, affinchè non venissero in mano dei Veneziani; ma questi, dice il Guicciardini, la di cui sincerità non era peranco affatto corrotta dall'abitudine del potere, le ricusò per non esporsi in appresso alla tentazione di mancare di parola[279].
[279] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 324._
Giulio II aveva fatte al Valentino onorate accoglienze, mostrando esternamente una sincera riconciliazione; il 3 di novembre gli aveva dato alloggio nel Vaticano, dove il duca era circondato da una quarantina de' suoi ufficiali, e gli andava promettendo che nel primo concistoro lo dichiarerebbe Gonfaloniere della Chiesa[280]. Cesare Borgia, avvezzo alla prosperità, non aveva trovato nel suo spirito le necessarie forze per giudicare le circostanze del suo presente stato. Quest'uomo, che mai non aveva con chicchessia mantenute le sue promesse, dava piena fede alla parola del suo più antico nemico, ed aspettava con intera confidenza il gonfalone della Chiesa, che Giulio II aveva promesso di dargli, protraendo fin dopo tale nomina la sua partenza alla volta della Romagna. Pensava in allora di ragunare alcuni uomini d'armi che lo aspettavano, di attraversare la Toscana, o forse di passare per mare a Genova, di là in Lombardia, indi coll'ajuto de' suoi partigiani soccorrere i castellani che avevano fedelmente custodite le fortezze. Quando il Machiavelli, che in allora trovavasi in legazione a Roma, andò il 5 di novembre a partecipargli l'intrapresa de' Veneziani contro Faenza, il Borgia si alterò contro i Fiorentini, i quali con soli cento uomini d'armi avrebbero potuto, volendolo, salvare tutti i di lui possedimenti. Giurò che non dissiperebbe tra le mani de' banchieri di Genova i danari che gli restavano, i quali ammontavano a più di dugento mila fiorini, per difendere invano una città che stava per perdere; che piuttosto darebbe egli stesso le sue fortezze ai Veneziani per avere la soddisfazione di vederli in appresso attaccare Firenze e ruinarla. Pochi mesi prima tali minacce avrebbero potuto fare una profonda impressione; ma più non si conveniva al Borgia questo modo di parlare; e lo stesso cardinale d'Amboise, che sempre lo proteggeva, e che lo risguardava come un utile alleato della Francia, quando il Machiavelli gli riferì questo discorso, si fece a dire: «Dio mai non lasciò verun peccato impunito, e nemmeno perdonerà quelli di quest'uomo[281]».
[280] _Burchardus Diar. Cur. Rom. p. 2159._
[281] _Macchiavelli Leg. II, lett. IV del 6 di novembre, p. 110. Op. lett. IX, t. VI, p. 390._
Il papa ancora non voleva mancare di parola al Valentino, pure desiderava di sbarazzarsi presto di lui; e sebbene cercasse di approfittare di quell'avanzo di credito che ancora gli restava per difendere la Romagna contro i Veneziani, si rallegrava di vederlo abbandonato da tutti i suoi amici. Egli, non meno che il cardinale d'Amboise, lo aveva incoraggiato a chiedere un salvacondotto ai Fiorentini per mandare la sua piccola armata ai confini della Romagna[282]; ma non ebbe dispiacere che questo salvacondotto gli fosse rifiutato; cercò soltanto di trattenere il duca con fallaci speranze di un accomodamento coi Fiorentini per ridurlo a partire[283].
[282] _Macchiavelli ivi p. 397, lett. 10 novembre._
[283] _Ivi, p. 418, lett. del 18 novembre._
Finalmente il Valentino si pose in viaggio il 19 di novembre circa la mezza notte con intenzione d'imbarcarsi ad Ostia e di farsi trasportare con quattrocento o cinquecento uomini alla Spezia. Aveva ordinato di trovarsi colà a settecento cavalli, che vi mandava per la strada della Toscana[284]. Era questo precisamente l'istante in cui Faenza, stretta dai Veneziani, stava in procinto di capitolare. Giulio II, spaventato dai loro progressi, si persuase che il solo mezzo di farvi argine fosse quello di farsi rilasciare le fortezze che tuttavia il Valentino possedeva in Romagna. Il duca partendo aveva lasciata la corte di Roma in potere de' suoi nemici, i quali tutti incoraggiavano Giulio II a mancargli di fede, ed anticipatamente facevano plauso al gastigo d'un uomo perfido dal papa detestato. Questi non oppose lunga resistenza alle loro insinuazioni. Fece partire alla volta di Ostia il cardinale di Volterra, fratello del gonfaloniere Pietro Soderini, per domandare al Valentino la consegna di tutte le sue fortezze. I venti contrarj ritardavano la partenza del duca, ed il Volterra lo trovò tuttavia in Ostia il 22 di novembre; ma il Borgia, nell'istante medesimo in cui intraprendeva un viaggio per tentare di riconquistare la Romagna, non poteva rinunciare al suo titolo su quella sovranità, nè alle rocche che ancora vi possedeva, e ricusò di prestarsi all'inchiesta del pontefice. Giulio II, troppo orgoglioso e troppo irascibile per sopportare un rifiuto, fece subito arrestare il Valentino, che rimase prigioniero in faccia ad Ostia sopra una galera francese[285]. Si sparse ben tosto voce che il papa l'aveva fatto gettare nel Tevere. Tutti applaudirono anticipatamente a quest'atto di perfidia, e mostraronsi in seguito dolenti, sentendo che non erasi eseguito[286]. Nello stesso tempo la piccola armata del Valentino, comandata da Michele di Coreglia, era giunta ai confini di Perugia e di Firenze, dove fu attaccata dalla gente di Giovanni Paolo Baglioni, e svaligiata. Don Michele restò prigioniere dei Fiorentini, che cedendo alle calde preghiere del papa glielo consegnarono; e Giulio II si mostrò soddisfattissimo, che gli ultimi mezzi che restavano a colui, al quale aveva promesso di perdonare, fossero finalmente distrutti[287].
[284] _Macchiavelli Leg. II, p. 424, lett. del 19 di novembre._
[285] _Macchiavelli Legaz. a Roma, 23 e 24 novembre t. VI, p. 440._
[286] _Ivi lett. del 16 di novembre t. VI, p. 448. — Fr. Belcarii l. IX, p. 276._
[287] _Macchiavelli Legaz. a Roma. Lett. del 1.º dicembre, p. 462. — Fr. Guicciardini l. VI, p. 325. — Jac. Nardi l. IV, p. 158._
Per grande che fosse l'odio che Giulio II nutriva in fondo al cuore contro il Valentino, mai del tutto non dimenticò che gli andava debitore della tiara, e che gli aveva promessa la sua riconoscenza. Lo fece condurre al palazzo del Vaticano, e sempre insistendo per avere un ordine diretto ai suoi castellani, di consegnargli le loro rocche, gli mostrò tali riguardi, che da lui non si aspettavano. E con tali mezzi almeno apparentemente vi riuscì. Il 2 di dicembre il Valentino sottoscrisse l'ordine che gli si chiedeva, e Pietro d'Oviedo, uno de' suoi luogotenenti, incaricato di recarlo, partì alla volta della Romagna, onde farlo eseguire. Dopo ciò il Borgia ebbe maggiore libertà, ed il papa promise di lasciarlo partire per la Francia, tostocchè avesse notizia dell'ingresso delle truppe pontificie nelle rocche della Romagna[288].
[288] _Macchiavelli Legaz. alla Corte di Roma lett. del 2 di dicembre, p. 468._
Nelli stesso tempo, e quasi in su le porte di Roma una più importante lite decideva del destini dell'Italia ed in qualche modo di quelli dell'Europa. Le due potenti armate dei Francesi e di Gonsalvo di Cordova trovavansi in faccia l'una all'altra su le rive del Garigliano; si aspettava ad ogni istante una battaglia generale, che le continue piogge facevano di giorno in giorno differire; la fortuna tenevasi in bilico, ed in tale stato di ansiosa incertezza, nè il papa, nè i Fiorentini osavano di fare novità. Su gli altri punti la guerra tra le due monarchie non aveva prodotto verun grande avvenimento. L'armata francese che si avanzava a traverso della Guascogna si era tosto dispersa per mancanza di danaro e per l'imprudenza di colui che ne aveva il comando; la flotta, dopo avere minacciate senz'effetto le coste della Catalogna, erasi chiusa nel porto di Marsiglia; l'armata del Rossiglione erasi trattenuta all'assedio di Salses, posto alle falde de' Pirenei, e dopo di avere consumati quaranta giorni sotto quella piazza, che valorosamente si difese, erasi ritirata all'avvicinarsi dell'armata di Spagna comandata dallo stesso re. Frattanto Federico, titolare re di Napoli, cui Lodovico XII e Ferdinando promettevano egualmente di riporre in trono, aveva tra di loro negoziata una tregua di cinque mesi, nella quale non era compresa l'Italia intera; egli dava fede alle loro parole, e non si accorgeva che ambidue i re cercavano di cancellare la vergogna del precedente tradimento, senza rinunciare ai frutti che ne avevano raccolti[289].
[289] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 326. — Macchiavelli Legaz. a Roma, t. VI, p. 447, lett. del 24 novembre._
Ma l'armata francese, che il cardinale d'Amboise aveva così lungamente tenuta presso di Roma per esercitare maggiore influenza sul sacro collegio, aveva in appresso presa la via di Napoli, sotto gli ordini del marchese di Mantova. Quest'armata, in numero superiore d'assai a quella che poteva opporle il Gonsalvo, era stata abbondantemente provveduta di danaro e di vittovaglie dalla antiveggenza del re; e soltanto la fanteria svizzera, che ne formava una parte essenziale, non era stata scelta con tanta cura come nelle precedenti spedizioni, e perciò era più debole assai di quella che aveva servito nelle precedenti armate. Gli uomini d'armi francesi più non volevano assoggettarsi a verun ordine o disciplina dopo che più non erano comandati da La Tremouille; il loro orgoglio si trovava offeso dell'averla il re assoggettata ad un generale italiano; ed il marchese di Saluzzo, il balivo d'Occan, e Sandricourt, suoi luogotenenti generali, erano poco d'accordo tanto tra di loro quanto col loro capo[290].
[290] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 328. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 157. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. II, p. 231. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 33._
In tempo delle affrettate marcie e nel caldo delle battaglie, l'indisciplina francese era difficilmente osservabile; ma diventava particolarmente pericolosa nelle zuffe degli avamposti, e qualunque volta le operazioni si traevano in lungo. Perciò la lenta marcia dell'armata francese a traverso all'Italia, ed il suo lungo soggiorno presso Roma, avevano avuta la più fatale influenza sulle disposizioni de' combattenti. Pure non fu che quando si videro cominciare le piogge dell'autunno, che in quest'anno furono assai più lunghe e più ostinate che all'ordinario, che si potè conoscere quanto la personale ambizione del cardinale d'Amboise, e le sue pratiche per salire sul trono pontificio fossero riuscite pregiudicevoli alla Francia. La campagna aveva cominciato con abbastanza felici auspicj. Il marchese di Saluzzo, dopo avere valorosamente difesa Gaeta cogli avanzi dell'armata che in primavera era stata sconfitta a Cerignole, aveva riconquistato il ducato di Trajetto, e la Contea di Fondi fino alle rive del Garigliano, ed indi aveva raggiunta l'armata del marchese di Mantova tra Pontecorvo e Cepperano.
Gonsalvo di Cordova aveva stabilito il suo quartier generale a san Germano con intenzione di difenderne il passaggio, protetto dalle due fortezze di Rocca-Secca e di Monte Casino. Un capitano spagnuolo, chiamato Vitalba, erasi chiuso in Rocca-Secca, ed avendo valorosamente respinti due assalti dati dall'armata francese, tenne a cagione della sua resistenza sette giorni i Francesi nelle vicinanze di Pontecorvo. Il paese era ruinato, nè bastava a provvederli di vittovaglie, e le continue piogge inondavano i loro quartieri. All'ultimo, dopo avere sofferta la fame e l'umidità, abbandonarono l'assedio di Rocca-Secca, ed il progetto di forzare il passo di san Germano, e ripiegando sulla loro destra a scirocco delle montagne di Fondi, tentarono d'entrare nel regno per la strada che costeggia il mare; e s'inoltrarono così fino alla torre posta al passo del Garigliano, dove credesi che anticamente fosse fabbricata la città di Minturno. La sponda del fiume, più alta dal canto loro che dall'opposta parte, riusciva vantaggiosa per gettare un ponte; e mentre stavano costruendolo si trovavano in un paese amico. Essi possedevano le città di Gaeta, Itri, Fondi e Trajetto, e la loro flotta, padrona del mare, poteva tenerli provveduti di vittovaglie fino alla foce del fiume. Gonsalvo di Cordova, a dir vero, senza lasciarsi scoraggiare da queste sfavorevoli circostanze, venne immediatamente ad occupare l'opposta sponda del Garigliano, ed a contrastare il terreno ai lavoratori francesi; ma questi, coperti dalle loro batterie, il 5 di novembre terminarono il ponte a fronte dell'opposizione del Gonsalvo[291].
[291] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 327. — Macchiavelli Legaz. a Roma, lett. del 10 di novembre, p. 394. — Sabellicus Ennead. XI, apud Rayn. Ann. 1505, § 15, t. XX, p. 4. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. II, p. 233. — Alf. de Ulloa l. II, f. 34._
Quando ebbero stabilito il loro ponte, i Francesi attraversarono il Garigliano senza incontrare gagliardi ostacoli, e s'impadronirono di alcuni pezzi d'artiglieria abbandonati dagli Spagnuoli sull'opposta riva. Ma il Cordova non si era ritirato che un miglio a dietro, e, tagliando il basso piano alla sinistra del fiume con una profonda fossa, che ben tosto si trovò piena di acqua, aveva innalzato in riva alla medesima assai migliori fortificazioni che non erano quelle che aveva dovute abbandonare al Garigliano. Non potendo i Francesi passare oltre, lasciarono soltanto una guardia avanzata sulla sinistra del Garigliano e tornarono al consueto loro quartiere. Don Pietro de Paz, il più fortunato cavaliere dell'armata spagnuola, sebbene la sua piccola e contraffatta presenza non annunciasse verun vigore nè di animo nè di corpo, tentò di sorprendere il barone di Sandricourt, che aveva il comando della guardia avanzata: egli è senza dubbio a questo attacco che devesi riferire l'impresa alquanto romanzesca che il _leale servitore_ racconta del suo padrone Bajardo, allorchè dice, che questi tutto solo fece testa a dugento cavalli spagnuoli, e difese contro di loro il ponte del Garigliano[292]. Comunque andasse la bisogna, in questa sanguinosissima scaramuccia, Fabio figlio di Paolo Orsini, giovane capitano che degnamente si avanzava sulle orme di suo padre, fu ucciso; i Francesi rimasero padroni del ponte, ma conobbero la necessità di afforzarvisi, onde porsi al coperto dagli attacchi del nemico[293].
[292] _Mém. du chev. Bayard t. XV, ch. XXV, p. 45._
[293] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 327._
Il paese che stendesi al sud-est del Garigliano è pantanoso e quasi deserto; i soldati del Cordova erano perciò ridotti a starvi quasi allo scoperto in mezzo al fango mentre che le continue piogge inondavano il paese. L'opposta riva era più coperta assai di abitazioni e per conseguenza il quartiere de' Francesi assai migliore; ma in cambio i loro corpi sembravano meno proprj a soffrire le intemperie del clima e i loro animi meno tolleranti. Mentre il Gonsalvo riteneva tutte le sue truppe con inalterabile costanza entro un miglio di raggio intorno alla testa del ponte de' Francesi, questi, che avevano le loro truppe sparse fino a Fondi ed Itri ad otto miglia di distanza, sostenevano con pena la pioggia, le privazioni, e le cattive stazioni[294].
[294] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 327. — Macchiavelli Legaz. alla Corte di Roma, lett. del 10 di novembre e seguenti giorni, p. 400 ec. — Fr. Belcarii Com. l. X, p. 278. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. II, p. 234. — Alf. de Ulloa l. I f. 34, v._
Forse un più rischioso e più ubbidito generale, che non era il marchese di Mantova, avrebbe attaccati gli Spagnuoli per uscire da così difficile situazione; forse avrebbe cercato di cambiare il teatro della guerra, e di uscire da que' pantani renduti dalle piogge impraticabili. Ma la sua superiorità stava tutta negli uomini d'armi francesi e nell'artiglieria, mentre che la sua fanteria era di lunga mano inferiore a quella degli Spagnuoli; la sua cavalleria non avrebbe potuto liberamente muoversi nelle inondate pianure al di là del Garigliano, ed i suoi cavalli d'attiraglio non avrebbero potuto trarre dal fango l'artiglieria; altronde se il tempo tornava sereno, questo stesso piano gli offriva il più vantaggioso campo di battaglia per agire contro gli Spagnuoli; ed aveva pochi giorni prima sperimentati gl'inconvenienti della guerra tra le montagne. Quanto più le piogge avevano continuato, tanto più lusingavasi il marchese di Mantova di vederle bentosto terminare. I suoi quartieri erano migliori, le sue truppe meglio alimentate, ricco il suo tesoro, mentre che al Gonsalvo mancava ogni cosa; credeva perciò di poter aspettare più pazientemente che gli Spagnuoli; e pareva dimostrato, che colui che più lungamente sosterrebbe gl'inconvenienti di questa situazione sarebbe vittorioso[295].
[295] _Macchiavelli Legaz. alla Corte di Roma, lett. XIII a XXVIII, p. 398 a 470. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. II, p. 235._
Ma i Francesi, tormentati dall'umidità da cui non si potevano salvare, dal deperimento de' loro cavalli, dalle malattie e più di tutto dalla noja, attribuivano ai loro generali tutte le intemperie del clima. Sandricourt accusava il marchese di Mantova di timidità e di lentezza; ed in una numerosa adunanza aveva detto, ch'era ben cosa strana che in tutta la nobiltà francese il re non avesse trovato un solo uomo che sapesse guidarla, invece di assoggettarla ad uno di quegli Italiani, ch'egli additò coll'ingiurioso epiteto dato abitualmente dai soldati a tutta la nazione. Questo motto così offensivo pel Gonzaga venne applaudito da tutti i Francesi. Il marchese di Mantova più non otteneva ubbidienza nè regolarità di servizio; i commissarj dei viveri, credendosi tutto permesso sotto un capo così poco rispettato, rubavano al soldato con impudenza e lo lasciavano esposto a tutti i bisogni. Il marchese di Mantova, più nulla sperando da un'armata da cui non poteva farsi temere, sentendo offeso l'onor suo, e non volendo addossarsi la responsabilità de' funesti avvenimenti che prevedeva, colse il pretesto di una leggiera febbre quartana, che lo travagliava, per abbandonare il 1.º di dicembre il comando dell'armata e ritirarsi ne' suoi stati[296].
[296] _P. Jovii Vita M. Consalvi l. II, p. 235. — Macchiavelli Legaz. alla Corte di Roma, lett. del 2 di dicembre, p. 470. — Belcarius Comm. Rer. Gal. l. X, p. 278. — Arn. Ferroni l. III, p. 55._
Le piogge, le nevi, i perversi tempi continuavano sempre con una costanza che non pareva doversi supporre nel clima della Campania felice. L'armata francese si andava indebolendo per le malattie e per le diserzioni; molti cavalieri, molti soldati, che tollerare non sapevano tanti patimenti e tanto ozio, si allontanavano dal campo con congedo, o senza; ed i ladronecci dei commissarj de' viveri andavano raddoppiando le privazioni di coloro che restavano al campo. Gonsalvo di Cordova, sebbene la sua situazione sembrasse ancora peggiore, aveva saputo farla dimenticare ai suoi soldati colla confidenza che loro aveva inspirata; altronde egli aveva ricevuti i rinforzi condottigli da Bartolommeo d'Alviano con tutti gli Orsini, mentre che Giampaolo Baglioni, che nella stessa epoca si era posto al soldo de' Francesi, mai non aveva loro condotta la sua compagnia. Il Gonsalvo contava nel suo esercito novecento uomini d'armi, mille cavaleggeri e novemila fanti spagnuoli. Con queste forze si dispose finalmente ad offrire la battaglia invece di aspettare che i Francesi lo attaccassero; e dopo essere rimasto cinquanta giorni nello stesso luogo in faccia al nemico, incaricò Bartolommeo d'Alviano di gettare durante la notte un ponte di barche a Sugio quattro miglia al di sopra del campo francese.