Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 15

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Alessandro VI, il di cui solo nome ricorda tanti delitti e tante infamie, dovette in tempo del suo pontificato pronunciare a nome della Chiesa Romana molte decisioni che hanno ancora presentemente forza di leggi. Perciò gli scrittori ecclesiastici cercano di provare, che a fronte degli enormi suoi vizj egli non si slontanò mai un solo istante dalla purità della fede[257]. Alessandro VI fu uno degl'istitutori dell'ordine de' Minimi di san Francesco di Paola, ch'egli ratificò colla sua bolla del 1.º di maggio del 1501, e di quello delle sorelle di Maria Vergine, fondato da Giovanna di Valois, moglie divorziata di Lodovico XII[258]. La Chiesa romana gli deve inoltre un'istituzione, che forse più d'ogni altra contribuì a conservare la sua autorità contro gli assalti della filosofia ed i progressi dello spirito, quella della censura ecclesiastica dei libri. Alessandro VI, con suo breve del nove di giugno del 1501, ordinò agli stampatori sotto pena di scomunica di non istampare verun libro senza l'assenso degli arcivescovi o de' loro vicarj ed ufficiali, ed ordinò a questi di far sequestrare e bruciare ogni libro contenente dottrine eretiche, contrarie alla fede cattolica, empie e malsonanti[259].

[257] _Raynaldi Ann. eccl. 1501, § 22, p. 511._

[258] _Idem, § 24, p. 511._

[259] _Idem, § 36, p. 514._

Il duca Valentino diceva al Machiavelli, che credeva di avere pensato a tuttociò che potrebbe accadere nella circostanza della morte di suo padre, e che a tutto aveva trovato rimedio; ma che mai non aveva pensato che nella circostanza di tale avvenimento potrebbe egli medesimo trovarsi mortalmente infermo[260]. Aveva contato che l'elezione del nuovo pontefice sarebbe in gran parte del voler suo, dovendo, a suo credere, conservarsi da lui dipendenti i cardinali nominati da suo padre, ed in particolare gli otto Spagnuoli ch'egli aveva fatti entrare nel sacro collegio. Aveva ridotta sotto la sua clientela quasi tutta la piccola nobiltà degli stati romani, ed aveva in modo oppressata l'altra nobiltà, che credeva di non aver che temere dalla medesima. Tutte le fortezze tanto in Roma che nel suo territorio erano guardate dai suoi soldati, e l'armata con cui faceva la guerra agli Orsini trovavasi acquartierata ne' contorni di Roma. Ma d'altra parte egli si trovava colpito appunto nell'istante in cui, incerto di decidersi per la corte di Francia o per quella di Spagna, non poteva far capitale del favore dell'una o dell'altra; anzi sentivasi nello stesso tempo stretto dalle due armate nemiche: pure per quanto travagliato fosse dalla malattia, non si lasciò scoraggiare. Mentre che il popolo affollavasi a San Pietro con indicibile gioja per saziare la sua vista sul cadavere di Alessandro VI, ed esprimere tutto l'orrore ond'era verso di lui compreso, Cesare Borgia si tenne nel palazzo del Vaticano; entrò in trattato coi Colonna che suo padre aveva spogliati de' loro feudi; loro restituì Chiazzano, Capo d'Anzo, Frascati, Rocca di Papa e Nettuno, che Alessandro VI aveva notabilmente fortificato, ed a tal prezzo comperò la loro neutralità[261].

[260] _Macchiavelli del Principe c. VII, p. 259._

[261] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 315. — P. Giovio Vita del card. Pompeo Colonna, p. 360. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 197. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall. l. IX, p. 273. — P. Jovii V. M. Consalvi l. II, p. 229._

Il duca Valentino non aveva abbastanza soldati per potere vietare ai suoi nemici l'ingresso in Roma, e contenere nello stesso tempo il popolo che lo detestava. Era tornato in patria Prospero Colonna alla testa di tutto il suo partito. Dal canto suo Fabio Orsini era rientrato in possesso dei palazzi della sua famiglia a Monte Giordano; aveva fatte saccheggiare le case e le botteghe de' cortigiani e de' mercanti spagnuoli, così favoreggiati sotto il regno dell'ultimo papa, ed altamente domandava la testa dello stesso Cesare Borgia in espiazione del sangue di suo padre e de' suoi parenti che questo tiranno avea versato. Le truppe del Valentino erano tutte acquartierate in Borgo e ne' contorni del Vaticano; di modo che i cardinali, per non cadere nelle loro mani, si adunarono nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva; ma non si affrettarono di cominciare l'esequie del papa, che dovevano durare nove giorni, e terminarsi prima del conclave[262].

[262] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 316. — Rayn. Ann. eccl. 1503, § 12, p. 541. — P. Bembi Ist. Venez. l. IV, p. 133. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 31, v. — Jac. Nardi l. IV, p. 156._

Fuori delle porte di Roma, e negli stati fin allora occupati dal Valentino, le convulsioni politiche erano ancora più rapide. Gian Paolo Baglioni si era associato a Bartolommeo d'Alviano, capitano della casa Orsini, al servigio de' Veneziani. Col di lui ajuto era rientrato in Perugia, aveva cacciata da Viterbo la fazione dei Gatti; da Todi quella di Chiaravalle; ed aveva uccisi o svaligiati tutti que' cittadini addetti ai due partiti, che gli erano venuti in mano. Fabio Orsini, perseguitando in compagnia de' Savelli nel patrimonio di San Pietro tutti i partigiani del Valentino, ed avendo ucciso un individuo della famiglia Borgia, si lavò le mani e la bocca col di lui sangue[263]. Tutti i baroni romani avevano ricuperate le rocche loro tolte dal papa; i Vitelli erano tornati in Città di Castello, Giacomo d'Appiano in Piombino, il duca d'Urbino, ed i signori di Pesaro, di Camerino e di Sinigaglia negli stati che avevano perduti[264]. Soltanto la Romagna non si mosse, e si mantenne ubbidiente al duca Valentino. Le altre sue conquiste erano più fresche; in quella di Romagna aveva avuto tempo di far gustare i vantaggi del suo governo. Quest'uomo, tanto crudele e di così perversi principj politici, ottimamente conosceva ciò che poteva formare la felicità de' suoi sudditi; egli faceva fare tra di loro rigorosa giustizia, e manteneva inviolabile la pubblica sicurezza. Tutte le fazioni erano compresse; tutti i furti de' magistrati e de' principi erano cessati; tutti gli uomini più distinti avevano nel Borgia un illuminato protettore; i militari trovavano avanzamento nelle armate, o nel comando delle rocche del duca; i letterati venivano riccamente provveduti di benefici ecclesiastici: finalmente lo stato prosperava, e verun Romagnuolo poteva senza timore figurarsi il ritorno de' piccoli antichi signori[265].

[263] _Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 32._

[264] _Jac. Nardi l. IV, p. 156._

[265] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 316. — Macchiavelli il Principe, c. VII, p. 259._

Lodovico de La Tremouille, che doveva avere il comando dell'armata francese, era trattenuto in Parma da una malattia che più non gli acconsentì di aver parte nell'impresa di Napoli. Gli era succeduto nel comando il Marchese di Mantova come luogotenente del re; ma in fatto quasi tutta l'autorità era nelle mani del balivo d'Occan e di Sandricourt, perchè i Francesi sdegnavano di ubbidire ad un principe straniero. Era quest'armata entrata in Toscana per la via di Pontremoli, avanzando lentamente a motivo degli Svizzeri, che di mal animo prendevano parte nelle disastrose spedizioni del regno di Napoli. Finalmente attraversò lo stato di Siena, ed arrivò tra Nepi e l'Isola nell'istante in cui i cardinali stavano per entrare in conclave. Il primo ministro della Francia ed il favorito del re, il cardinale d'Amboise, giugneva nello stesso tempo frettolosamente col cardinale d'Arragona e col cardinale Ascanio Sforza, ai quali aveva renduta la libertà, nella ferma fiducia che i loro suffragj sarebbero regolati dal suo. Appoggiato da tutta la protezione del suo padrone, dalla libertà di valersi a voglia sua de' tesori del re, e di una potente armata, giunta presso le mura di Roma, credeva d'avere in pugno la tiara pontificia, e subordinò alle sue personali viste le negoziazioni del gabinetto, ed i movimenti dell'esercito francese. In particolar modo cercò il duca Valentino, che dicevasi arbitro di tutti i voti de' cardinali spagnuoli; e per guadagnarlo al suo partito non temette di scontentare gli Orsini fin allora affezionati alla Francia. Il Borgia dal canto suo sentì che l'armata francese era a lui più vicina che non quella di Spagna, e che poteva fargli più bene e più male; onde troncò le negoziazioni intavolate con Gonsalvo di Cordova per mezzo dei Colonna, ed il primo di settembre sottoscrisse cogli ambasciatori francesi un nuovo trattato, in forza del quale si obbligava a servire Lodovico XII con tutte le sue forze nella guerra di Napoli; a condizione che quel monarca si rendesse garante degli stati che ancora possedeva, e gli promettesse il suo ajuto per riconquistare i perduti[266]. Gonsalvo di Cordova, quand'ebbe avviso di questo trattato, ordinò a tutti i capitani spagnuoli che militavano nell'armata del Borgia, di abbandonarlo per servire sotto le insegne della Spagna, se non volevano farsi colpevoli di alto tradimento. Quest'ordine privò il duca di Ugo di Moncade, di Girolamo Olorico, di Pietro de Castro, di Diego Chignones, e di altri riputatissimi ufficiali[267].

[266] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 317. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 157._

[267] _P. Jovii V. M. Consalvi l. II, p. 230. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 32._

La cessione dei suffragj de' cardinali dipendenti dalla casa Borgia, non formava un'esplicita condizione del trattato del Valentino, sebbene fosse questo il principale motivo che aveva consigliato il cardinale d'Amboise a sottoscriverlo. Ma questi cardinali, di cui si credevano disponibili i voti, miravano assai più ai futuri loro vantaggi che a mostrarsi riconoscenti de' passati beneficj. Desideravano in particolar modo la propria libertà e quella della loro elezione; perciò non acconsentirono di chiudersi in conclave finchè il cardinale d'Amboise non ebbe promesso che l'armata francese non si avanzerebbe oltre Nepi, e finchè Cesare Borgia non fu partito da Roma con dugento uomini d'armi e trecento cavaleggieri per raggiugnere l'armata[268].

[268] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 318._

I cardinali non avevano ancora presi fra di loro gli opportuni concerti per procedere ad una definitiva elezione. Giorgio d'Amboise non aveva presso il conclave tutta l'influenza che si era ripromessa, ma sperava di guadagnare col tempo nuovi partigiani; invece i suoi avversarj non dubitavano che non perdesse qualche suffragio tosto che l'armata francese sarebbesi allontanata da Roma: d'altra parte tutti i partiti conoscevano egualmente quanto sarebbe pericolosa cosa per la libertà loro e per l'indipendenza della Chiesa il protrarre il conclave in mezzo a tanti militari movimenti. Tutti adunque convennero di scegliere per papa un cardinale, di cui l'estenuate forze, e la conosciuta infermità facevano prevedere vicina la morte. Fu questi Francesco Piccolomini, nipote di papa Pio II, dal quale era stato fatto arcivescovo di Siena ed in appresso cardinale. Questo decano del sacro collegio, che veniva da tutti risguardato come uomo assai virtuoso, riunì i suffragj di trentasette de' suoi fratelli, su trent'otto che si trovavano in conclave. Fu proclamato il 22 di settembre, e coronato l'8 di ottobre sotto il nome di Pio III[269].

[269] _Onof. Panvino Vita di Pio III, 219, Pontefice p. 481. — Fr. Guicciardini l. VI, p. 318. — Rayn. Ann. eccl. 1503, § 13, p. 541. — P. Bembi Ist. Ven. l. VI, p. 134. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 158. — Fr. Belcarii l. IX, p. 274. — Arn. Ferroni l. III, p. 54._

Dopo quest'elezione, l'armata francese, che non aveva più motivo di trattenersi, passò il Tevere e proseguì il suo cammino verso il regno di Napoli: ed il duca Valentino, che sempre era ammalato, e che si era fatto portare in lettica a Nepi, si fece nello stesso modo riportare a Roma, dove si afforzò nel Borgo con dugento cinquanta uomini d'armi, altrettanti cavaleggeri, ed ottocento fanti. Gli Orsini, che sospiravano l'istante di potersi vendicare di lui erano essi pure tornati in città colle loro truppe, e si afforzavano in un altro quartiere. Avevano essi chiamati Gian Paolo Baglioni e Bartolommeo d'Alviano, ed ogni giorno venivano alle mani colla gente del Valentino. Nel momento in cui la guerra andava a ricominciare, trattavano come condottieri per mettersi al soldo dell'una o dell'altra potenza. La loro inclinazione li piegava verso la Francia, e quest'inclinazione veniva accresciuta dalla loro rivalità coi Colonna, che servivano nell'esercito spagnuolo. Ma il cardinale d'Amboise gli aveva vivamente offesi col favore accordato al Valentino: aveva in appresso mercanteggiati i loro servigj, come se non facesse gran conto della loro assistenza, o credesse che per difendersi dai Colonna gli Orsini sarebbero sempre obbligati a porsi anche senza soldo sotto le insegne francesi. Bartolommeo d'Alviano, che aveva lasciato il servigio della repubblica di Venezia per venire a Roma a riunirsi alla sua famiglia, si sentì offeso da questa mancanza di riguardi, e trattò con Gonsalvo di Cordova a nome di tutti gli Orsini, promettendo di condurre ai servigj della Spagna cinquecento uomini d'armi per sessanta mila ducati all'anno. Ma volle in contraccambio che il Gonsalvo promettesse di rimettere i Medici in Firenze dopo finita la guerra[270].

[270] _F. Guicciardini l. VI, p. 319. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 84. — P. Jovii V. M. Consalvi, l. II, p. 230._

L'ambasciatore di Venezia in Roma si adoperava per questa riconciliazione degli Orsini cogli Spagnuoli, ed aveva prestato agli ultimi il danaro necessario per fare il primo pagamento: in appresso gli ajutò ancora a rappattumarsi coi Colonna, che militavano nella medesima armata. Il Valentino, spaventato da questa coalizione, che suppose diretta contro di lui, volle in allora uscire da Roma. Gian Giordano Orsini non aveva fatto causa comune co' suoi parenti, ed aveva promesso al cardinale di Roano che condurrebbe il Borgia sicuro fino all'armata francese; onde il Borgia si mosse per andare a trovarlo a Bracciano; ma nello stesso tempo Fabio Orsini e Gian Paolo Baglioni avevano attaccata la porta del Torrione e l'avevano bruciata, indi erano entrati nel quartiere del Valentino ed aveano caricati i di lui soldati con forze molto superiori. Quando Cesare Borgia vide che la sua cavalleria cominciava a fuggire, si riparò col principe di Squillace suo fratello ed alcuni cardinali spagnuoli nel palazzo del Vaticano, di dove coll'assenso del papa passò in castel Sant'Angelo. Il comandante del castello era una creatura d'Alessandro VI, e non solo promise di difendere il Borgia contro i suoi nemici, ma ancora di lasciare che si ritirasse qualunque volta lo vorrebbe. Intanto l'armata del duca, inseguita dagli Orsini e dal Baglioni, si dissipò interamente, ed i brillanti sogni dell'ambizioso Borgia si dissiparono coll'armata[271].

[271] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 320. — Rayn. Ann. eccl. 1503, § 15, p. 542._

Pio III non ingannò l'aspettazione de' cardinali, che avevano calcolato sopra un brevissimo papato; dopo ventisei soli giorni di regno, morì il 18 di ottobre in età di sessantaquattro anni e cinque mesi. Fin da quando era stato eletto aveva in una gamba una piaga che poteva farsi pericolosa; non pertanto si sospettò che fosse stata avvelenata per commissione di Pandolfo Petrucci, tiranno di Siena, che temeva di trovare in lui i risentimenti di un gentiluomo sienese, e quindi nemico dell'ordine dei Nove, col di cui appoggio regnava Pandolfo[272].

[272] _Onof. Panvino Vite de' Pont. p. 482. — Or. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 112, v. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 32, v._ — Il Rainaldo non parla di questo sospetto di veleno. _Ann. eccl. 1503, § 16-19, p. 542._

Durante il breve regno di Pio III i cardinali avevano prese migliori misure; le diverse fazioni avevano conosciute le proprie forze; e quelle che non isperavano di trionfare, avevano se non altro ottenuto di vendere a più alto prezzo la loro adesione. Giorgio d'Amboise pel primo era stato forzato di conoscere ch'egli non otterrebbe mai più la tiara, ed in conseguenza impiegò i suffragj di cui poteva disporre a favore di quel cardinale che al tempo della spedizione di Carlo VIII si era totalmente dedicato agl'interessi della Francia. Era costui il cardinale di San Pietro _ad vincula_, Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV, il quale, per vendicarsi di Alessandro VI, suo personale nemico, aveva chiamate le armi de' Francesi in Italia, ed, esigliato da Roma, era quasi sempre vissuto alla corte di Francia. Possedeva questo cardinale immense ricchezze e molti beneficj ecclesiastici de' quali poteva disporre a favore de' suoi partigiani.

Alessandro VI, che lo detestava, aveva contribuito a procacciargli riputazione di sincerità, replicatamente dichiarando di conoscere in lui questa sola virtù in mezzo a vizj senza numero; e Giuliano approfittò dell'universale confidenza che ispirava la sua sincerità per meglio ingannare. Ognuno credeva così implicitamente alla sua parola ed alle sue promesse, che moltissimi amici gli affidarono ogni loro sostanza e tutti i loro beneficj ecclesiastici, ond'egli se ne valesse per comperare partigiani. Il cardinale Ascanio Sforza, conoscendo assai meglio che Giorgio d'Amboise lo spirito ambizioso ed inquieto del La Rovere, vide che questo preteso partigiano della Francia era di tutto il sacro collegio l'uomo più disposto a strappare il ducato di Milano dalle mani de' Francesi per restituirlo alla sua famiglia. Finalmente il Valentino, ridotto in così pericolosa situazione da non poter più seguire le regole della consueta sua politica, prestò facile orecchio alle promesse che aveva costume di sprezzare: suppose o volle supporre che freschi beneficj potrebbero far dimenticare le vecchie ingiurie, e il 29 di ottobre sottoscrisse col La Rovere un compromesso confermato con giuramento, in forza del quale assicurò al cardinale i suffragj di tutti i cardinali spagnuoli, mediante la promessa del gonfalone della Chiesa, della conservazione di tutti i suoi stati, e del matrimonio di sua figlia con Francesco Maria della Rovere, nipote del futuro papa. Con questi varj trattati e con tutte queste pratiche l'elezione di San Pietro _ad vincula_ era così bene concertata, che lo stesso giorno 31 di ottobre in cui i cardinali entrarono in conclave, senza che si avesse avuto il tempo di rinchiuderveli, proclamarono Giuliano della Rovere, che prese il nome di Giulio II[273].

[273] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 321. — Jo. Burchardi Diar. Cur. Rom. 2159. — Barth. Senaregæ de reb. Gen. t. XXIV, p. 578. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 158. — Scip. Am. l. XXVIII, p. 272. — Fr. Belcarii Com. l. IX, p. 275._

Ben furono necessarie grandi sventure per determinare il Valentino a dare le voci di cui disponeva al suo più antico nemico. Ma in fatti dopo la sconfitta della sua piccola armata intorno al Vaticano, la sua potenza era quasi venuta al nulla. Le città della Romagna, che si erano lusingate del suo ritorno, vedendo caduta la sua fortuna, avevano voluto acquistarsi merito presso gli antichi loro padroni, dandosi spontaneamente nelle loro mani. Cesena era tornata sotto l'immediato dominio della Chiesa: a Imola era stato ucciso il comandante della rocca, e la città era divisa tra i partigiani dei Riarj e quelli della Chiesa. Forlì aveva aperte le porte ad Antonio Ordelaffi, erede della famiglia che aveva regnato in quel piccolo stato prima che se ne impadronisse Girolamo Riario. Giovanni Sforza era rientrato in Pesaro, Pandolfo Malatesta in Rimini, di dove fu ben tosto scacciato da Dionigi Naldo, soldato di Cesare Borgia. Faenza aspettò più lungamente il Valentino che niun'altra città di Romagna; ma all'ultimo, perdendo la speranza di vederlo ricuperare l'antica potenza, si diede a Francesco, figliuolo naturale di Galeotto di Manfredi, il solo erede di una famiglia, della quale tutti i legittimi discendenti erano stati uccisi dal Borgia. Le rocche di tutte queste città non presero parte a queste rivoluzioni e furono fedelmente custodite dai loro capitani a nome del duca Valentino[274].

[274] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 322. — Scip. Ammirato l. XXVIII, p. 272. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 157._

Ma ormai sembrava che la sorte della Romagna dovesse assai meno dipendere dai voti del popolo, dai mezzi del duca Valentino, o dai maneggi dello stesso papa, che dalle armi della potente repubblica, la quale aveva sempre risguardata questa provincia come più particolarmente sommessa alla sua influenza; la quale già da gran tempo dava pensioni ai suoi piccoli principi, ed aveva pure conquistata qualche città. In primavera di questo stesso anno Venezia aveva sottoscritto il suo trattato di pace coi Turchi; Andrea Gritti, che lo aveva negoziato non era peranco tornato da Costantinopoli, e di già la repubblica faceva sentire a' suoi vicini, che le di lei forze più non erano compresse dal terrore degli Ottomani; che i suoi consiglj più non erano esclusivamente occupati intorno ai costanti progressi degl'infedeli, e che trovavasi nuovamente in istato di farsi rispettare e temere. Giacomo Venieri, che comandava a Ravenna, vi adunava ragguardevoli forze; si procurava intelligenze in Cesena, ed all'ultimo tentò di sorprenderla; ma ne fu respinto. Poco dopo Dionigi Naldo, più non isperando di vedere il duca Valentino, e non si volendo assoggettare ai Manfredi, contro i quali si era precedentemente ribellato, consegnò ai Veneziani le fortezze di Val di Lamone, e persuase il comandante della rocca di Faenza a venderla ai medesimi a prezzo d'oro. Queste due vendite non si trassero però dietro la sommissione della capitale, perchè i suoi abitanti, irritati di vedere che il comandante della rocca ed i contadini di Val di Lamone pretendevano di disporre della sorte loro, si difesero ostinatamente, e fecero in pari tempo domandare ajuto a Giulio II ed ai Fiorentini[275].

[275] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 322. — P. Bembi Ist. Ven. l. II, p. 134._

Tutti gli altri piccoli principati di Romagna erano simultaneamente attaccati dai Veneziani, ai quali aprirono le porte Forlimpopoli ed altre diverse fortezze. Fano, che volevano sorprendere, si difese; Rimini venne loro volontariamente abbandonato da Pandolfo Malatesta, che loro chiese soltanto in cambio la signoria di Cittadella nello stato di Padova, ed il grado di gentiluomo veneziano[276].

[276] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 323. — P. Bembi Ist. Ven. l. VI, p. 135. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 32, v._

Giulio II, di fresco salito sulla cattedra di san Pietro, non ancora abbastanza conosceva quali erano le sue forze, e non voleva affrettarsi a dispiegarle. Pure non poteva vedere senza sdegno occuparsi dai Veneziani le città dipendenti dalla Chiesa. I vicarj, che le possedevano in addietro, ed il duca Valentino stesso, erano dalla loro debolezza e dai giornalieri loro bisogni ricondotti alla dipendenza della santa sede; ma la repubblica di Venezia, sempre potente e sempre ugualmente formidabile, più non restituiva ciò che una volta aveva preso. Giulio II che ancora non ardiva romperla con lei tentò le vie della persuasione. Spedì il vescovo di Tivoli a Venezia, per lagnarsi degli affronti che il senato gli faceva sul bel principio del suo pontificato, attaccando una città della Chiesa, quando egli aveva sperato di potere far capitale dell'amicizia della repubblica, che d'altronde credeva essersi meritata col suo attaccamento ai di lei interessi quand'era ancora cardinale[277].

[277] _Machiavelli Legaz. II (a Roma) t. VI, p. 400. — Leg. Lett. XIII, p. 133. — P. Bembi Ist. Ven. l. VI, p. 136._