Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 14

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In principio del 1500 i Veneziani, scoraggiati dalla cattiva riuscita dell'ultima campagna, e desiderando di poter volgere tutta la loro attenzione agli affari dell'Italia, le di cui rivoluzioni facevansi ogni di sempre più importanti, spedirono a Costantinopoli per lagnarsi col gran signore di essere stati attaccati senza precedente provocazione, e per ripetere i loro mercanti fatti prigionieri in tutta l'estensione dell'impero turco, e la restituzione di Lepanto; ma Bajazette rispose loro che non accorderebbe la pace alla repubblica che a condizione che questa gli cedesse Modone, Corone e Napoli di Malvasia, e si obbligasse a pagargli l'annuo tributo di dieci mila ducati[230].

[230] _P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 100. — Chron. Ven. t. XXIV, p. 148. — Vett. Sandi Stor. civ. Veneta l. IX, c. VII, t. IV, p. 207._

Durante l'inverno la flotta turca si era divisa ne' due golfi d'Ambracia e di Lepanto. Melchiorre Trevisani, che aveva preso il comando della flotta veneziana, voleva impedire ai Turchi di riunirsi, ed a tal fine occupava le acque di Corfù e di Cefalonia; ma i nemici ingannarono la sua vigilanza e si riunirono presso al promontorio di Leucade; dopo di che trovandosi più forti fecero dar a dietro i Veneziani. Daüth pascià entrava nel Peloponneso con una formidabile armata, mentre che la flotta turca attaccava dalla banda del mare le città di cui Bajazette aveva chiesta la cessione. I Turchi furono respinti sotto Napoli di Malvasia e sotto Zonchio, l'antico Pilos di Nestore; ma occuparono il sobborgo di Modone, ed all'istante cominciarono l'assedio di quella città di tanta importanza[231].

[231] _P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 102. — Chron. Ven. t. XXIV, Rer. Ital. p. 122._

Girolamo Contarini fu sostituito nel comando della flotta veneziana a Melchiorre Trevisani morto di malattia naturale sotto Cefalonia. Il nuovo ammiraglio volle soccorrere Modone, ma avendo incontrata la flotta turca presso Pilos l'attaccò con isvantaggio, perdette alcune galere, e fu forzato a rifugiarsi a Zanto[232]. Pure perchè non sapeva risolversi ad abbandonare gli assediati, si presentò per la seconda volta il nove di agosto sotto Modone, non con intenzione di venir a battaglia, ma per distrarre l'attenzione de' nemici, mentre che cinque galere, le più leggieri al corso, entrerebbero in porto coi rinforzi e colle munizioni destinate agli assediati. Parve che il suo disegno riuscisse, perciocchè quattro delle cinque galere, attraversando la flotta turca, arrivarono fino allo steccato che chiudeva il porto. Tutti gli abitanti di Modone si affollavano verso le galere per iscaricarle più presto, e la stessa guardia scese dalle mura in riva al mare. Del che avvedutisi i Turchi, dierono in quell'istante l'assalto e superarono le mura. Invano gli abitanti vollero fare resistenza; ma troppo tardi, essendo i musulmani già scesi nelle strade. Pure nè i Greci nè i Veneziani, sebbene perduta avessero ogni speranza, tentarono di fuggire, e, continuando a combattere, furono quasi tutti uccisi sulla piazza, mentre che il fuoco, appiccato dagli assalitori alle prime case, andava rapidamente dilatandosi per tutta la città; ed in breve tempo l'incendio si fece universale come la carnificina. Modone cadde in potere degli Ottomani; ma omai più non vi erano nè edificj, nè abitanti[233].

[232] _P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 103._

[233] _P. Bembi hist. Ven. l. V, p. 103. — Rayn. Ann. eccl. 1500, § 11 e 12, p. 490, ex Sabellino Ennead X, l. IX. — Andrea Cambini origine dei Turchi f. 176, e Theod. Spandugino f. 209, in Sansovino l. II. — Alfonso de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 7. v._

Il terrore, che questa catastrofe sparse in tutta la Morea, consigliò gli abitanti di Pilos e di Corone ad arrendersi senza fare resistenza. Il generale turco attaccò in appresso Napoli di Malvasia: fece condurre sotto le mura di quella città Paolo Contarini da lui fatto prigioniere a Modone, e lo minacciò di condannarlo al più crudele supplicio se non eccitava gli assediati ad arrendersi. Il Contarini cercò di parlare a quegli abitanti, ma mentre gli arringava, vedendo che le sue guardie distratte non lo tenevano d'occhio, spronò il suo cavallo, e sottraendosi a loro, varcò con un salto la prima fossa delle fortificazioni e giunse in città senz'essere colpito dai dardi o dalle palle che i Turchi facevano piovere sopra di lui; e contribuì potentemente alla difesa di Napoli dove si era rifugiato[234].

[234] _P. Bembi hist. Ven. l. V, p. 104. — Theod. Spandugino in Sansovino l. II, f. 309, v. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 8._

Il consiglio dei Dieci aveva incaricato Benedetto Pesaro del comando della flotta veneziana. Questo nuovo capitano la trovò scoraggiata, indebolita e dispersa da una burrasca che aveva sofferta. La riunì a Corfù ed a Zante, vi ristabilì la disciplina, severamente gastigando gli ufficiali che avevano mal fatto il loro dovere, ed in appresso la condusse in traccia di quella dei Turchi; ma era in tempo che questi, soddisfatti degli ottenuti vantaggi, si ritiravano a Costantinopoli. Il Pesaro, rimasto padrone del mare, occupò Egina, saccheggiò Mitilene e Tenedo, prese molte navi da trasporto della flotta turca, e condannò a morte tutti i loro equipaggi, lasciandoli appesi alle forche piantate sulle due rive dell'Europa e dell'Asia, affinchè tutte le navi che attraversavano i Dardanelli vedessero gli effetti della sua crudeltà, ch'egli credeva di giustificare col nome di rappresaglie. Prima di lasciare quelle acque ridusse l'isola di Samotracia sotto il dominio della repubblica[235].

[235] _P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 105. — Sabellicus Cunead X, l. IX, apud Rayn. 1500, § 17, p. 492 — Theod. Spandugino f. 209._

La flotta che Ferdinando ed Isabella avevano armata a Malaga sotto gli ordini di Gonsalvo di Cordova, e che destinavano a fare la conquista del regno di Napoli, sebbene volessero ancora per qualche tempo nascondere i loro disegni, era arrivata a Messina, indi passata a Zante, ove dietro l'invito di Gonsalvo doveva trovarsi Benedetto Pesaro. Colà i due generali furono di parere di attaccare l'isola di Cefalonia, ed approfittando di un vento favorevole entrarono a forza ne' due porti di quell'isola, sbarcarono le loro truppe e strinsero d'assedio la capitale. Era questa difesa dall'epirota Gisdar, che sostenne il loro attacco con valorosa costanza. Gli Spagnuoli soffrirono e fame e malattie crudeli; ma diedero in quest'assedio una prima prova di quella costanza e di quella confidenza nel loro capo che due anni più tardi doveva a Barletta farli trionfare de' loro nemici. Finalmente Pietro Navarra fece una larga breccia nelle mura di Cefalonia con una mina caricata; la città fu presa d'assalto il 1.º di novembre del 1500, e la guarnigione fu passata a fil di spada. Zonchio o Pilos si ricuperò parimenti per sorpresa; ed il Pesaro avrebbe voluto attaccare anche Modone, quando si seppe che i Turchi vi avevano mandati gagliardi rinforzi; onde il Cordova dichiarò di essere costretto a ricondurre la sua flotta ne' porti della Sicilia. Non pertanto, volendo la repubblica mostrarsi grata ai di lui servigj, lo fece inscrivere nel libro d'oro tra i nobili veneziani[236].

[236] _P. Jovii Vita M Consalvi l. I, p. 191, 192. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 8._

Il Pesaro continuò tutto l'inverno la guerra contro i Turchi. Prese o distrusse molti loro vascelli che si stavano fabbricando alla Prevezza, nel golfo d'Ambracia[237]; tentò di bruciare una parte della loro flotta nel fiume di Loüs, ma venne respinto con molta perdita di gente[238]; finalmente accettò la sommissione d'Alessio che si arrese alla repubblica. Dall'altra banda la città di Zonchio e di Durazzo furono di nuovo prese dai Turchi: e tutti questi prosperi avvenimenti o perdite venivano accompagnati da atroci crudeltà tanto per parte de' Cristiani che dei Turchi. Si rendevano responsabili della sorte della guerra gli sventurati abitanti, ai quali, benchè mal difesi dalle guarnigioni, facevasi rendere conto, riprendendoli, dell'infortunio, cui davasi il nome di ribellione; e rispetto ai soldati prigionieri perivano quasi tutti in mezzo ai supplicj[239].

[237] _P. Bembi hist. Ven, l. V, p. 108._

[238] _Idem, l. V, p. 110._

[239] _P. Bembi l. V, p. 114. — Vettor Sandi l. IX, c. VII, t. IV, p. 213. — Rayn. An. eccl. 1501, § 77, p. 528. — Theod. Spandugino f. 210._

I Veneziani, minacciati di perdere quasi tutti i loro possedimenti d'oltremare, avevano chiesti soccorsi a tutti i principi della Cristianità; tutti risguardavano tuttavia come un dovere la guerra contro gl'infedeli; tutti convenivano intorno alla necessità di soccorrere Venezia nella lotta disuguale in cui si era posta; pure sembravano più disposti a salvare l'onor loro con un momentaneo servigio, che a somministrare ai loro alleati una reale assistenza. Alessandro VI fece armare venti vascelli, de' quali diede il comando a Giacomo Pesaro, vescovo di Pafo, che li condusse in rinforzo della flotta veneziana; ma il più efficace soccorso proveniente dal papa fu la cessione del prodotto delle indulgenze vendute nello stato veneto, che ammontò ad 80,000 ducati[240]. Il Ravenstein, governatore di Genova a nome della Francia, condusse a Zante una flotta francese destinata a secondare quella della repubblica; ma non era stata pagata che per tre mesi, due e mezzo de' quali erano di già scorsi prima che giugnesse ne' mari di Grecia, onde si ritirò senza rendere ai Veneziani verun servigio. Anche una flotta portoghese comparve nello stesso luogo, ma il suo comandante non volle prendere parte negli assedj, dichiarando di avere soltanto ordine di porsi nella linea di battaglia de' Veneziani, e si ritirò ancor essa quando vide che nel presente anno i musulmani non sembravano intenzionati di venire a battaglia[241].

[240] _P. Bembi l. V, p. III. — Rayn. Ann. eccl. 1500, § 22, p. 494._

[241] _P. Bembi hist. Ven. l. VI, p. 121. — Theod. Spandugino f. 210._

Prima che terminasse l'anno, Filippo di Ravenstein ricondusse la flotta francese in ajuto de' Veneziani; attaccò di concerto con loro l'isola di Mitilene, ma l'indisciplina de' suoi soldati lo costrinse ad abbandonare l'intrapresa quando era quasi sicura la vittoria[242]. Tutti questi efimeri ausiliarj avevano probabilmente impedito alla Porta di far uscire in quest'anno dai Dardanelli la sua flotta, ma non avevano procurato veruno stabile vantaggio ai Veneziani. Lo stesso non deve dirsi dell'attacco di Uladislao, re d'Ungheria e di Boemia, ai confini de' Turchi; perciocchè le scorrerie degli Ungheri costrinsero Bajazette II a mandare le sue armate verso il Danubio. Dal canto loro i Polacchi cominciavano a porsi in movimento, ed il loro re aveva promesso alla repubblica di Venezia di fare una diversione in di lei favore. La morte di questo re impedì, a dir vero, la guerra della Polonia, ma la sola voce de' suoi apparecchi era stata utile ai Veneziani[243].

[242] _P. Bembi hist. Ven. l. VI, p. 122. — Rayn. Ann. eccl. 1501, § 81, p. 530. — F. Jovii Epitome Hist. l. VIII, p. 156._

[243] _Ann. eccl. Rayn. 1501, § 84, p. 530._

Nel susseguente anno 1502 un nuovo, e più dei precedenti inaspettato, ausiliario recò pure qualche sollievo alla repubblica. Fu questi Ismaele Sofì, che armò la Persia contro Bajazette II, invase la parte dell'Armenia soggetta ai Turchi, e richiamò in Asia le armi del Sultano[244]. Il Pesaro, che aveva ricevuti alcuni soccorsi dai cavalieri di Rodi, dal re di Francia e da Alessandro VI, volle approfittarne per attaccare l'isola di Leucade o di Santa Maura, che fu da lui conquistata[245]. Questa fu press'a poco la sua sola intrapresa in quest'anno. I Turchi, distratti da due potenti diversioni in Europa ed in Asia, più non diressero i principali loro sforzi contro la repubblica. Ma questa, ancora atterrita dai passati pericoli, e temendo di vedere ogni anno invaso il Friuli, e consumata la conquista del Peloponneso, evitava di provocare maggiormente la collera del Sultano. In sul finire di quest'anno la repubblica ricevette da Achmet, uno de' Pascià di Bajazette II, alcune aperture di pace, che partecipò al re d'Ungheria; e siccome questi non volle acconsentirvi, non ricusò di trattare sola. Andrea Gritti, uno de' mercanti che i Turchi avevano arrestati in principio della guerra, e che in allora trovavasi nelle prigioni di Costantinopoli, trattò a nome della sua patria; avendo la fortuna destinato questo uomo, che non era meno distinto per nobiltà, per la bellezza della persona, e per la forza del suo corpo, che per i militari e politici talenti, a conchiudere in tempo della sua prigionia due de' più importanti trattati che facesse la repubblica. Il Gritti, che alquanto più tardi acquistò tanta gloria nella guerra della lega di Cambray, e che dopo riconciliò la sua patria colla Francia; che all'ultimo, salito sul trono ducale, l'occupò quindici anni, e sottoscrisse il trattato di pace che in principio del 1503 riconciliò la repubblica di Venezia coll'impero turco, e che non fu rotto prima del 1537. I Veneziani restituirono Santa Maura o Leucade ai Turchi, rinunciarono ai loro diritti sopra Lepanto, Modone e Corone, che avevano perdute nel corso della guerra, ed ottennero invece soltanto la restituzione delle private proprietà che dal sultano erano state confiscate in principio della guerra[246].

[244] _An. eccl. Rayn. 1502, § 17, p. 536. — Bart. Senaregæ de reb. Genuen. t. XXIV, p. 577._

[245] _P. Bembi hist. ven. l. VI, p. 129. — Rayn. An. eccl. 1502, § 21, p. 537._

[246] _P. Bembi hist. ven. l. VI, p. 132. — Vett. Sandi Stor. civ. di Ven, l. IX, c. VII, t. IV, p. 214. — An. eccl. Rayn. 1503, § 2, p. 539. — Fr. Guicciardini l. VI, p. 333. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall. l. X, p. 281. — Theod. Spandugini Cantacuzeni: presso Sansovino l. II, Imp. Turco, f. 211. — P. Giovio ritratti d'uomini illustri l. VI, p. 368._

Questo trattato, che Andrea Gritti non portò a Venezia che in novembre del 1503, fu ricevuto con esultanza dalla repubblica, sebbene sanzionasse la perdita di alcune delle sue migliori fortezze possedute in Levante. Ma finchè era durata la guerra, i Veneziani eransi trovati in faccia ai principi cristiani loro vicini in uno stato di costante umiliazione e d'inquietudine. Ora erano stati forzati ad assecondare gli ambiziosi progetti di Lodovico XII, spesso a soffrire l'insolenza de' suoi luogotenenti, talvolta a chiudere gli occhi sulle pratiche del duca Valentino. Essi nè avevano potuto dar peso alle loro raccomandazioni, nè far rispettare i proprj interessi; e lo stato di crisi in cui erasi trovata l'Italia ne' precedenti anni, non pareva vicino a terminare. La guerra di Napoli aveva accesa l'ambizione di tutti gli oltremontani, ed i sovrani della Francia, della Spagna, della Germania, manifestavano più apertamente che mai le loro pretese sulle province della penisola.

Il re di Francia non poteva darsi pace della perdita del regno, che così rapidamente gli era stato rapito dalla mala fede del re cattolico. Egli si doleva all'arciduca Filippo, che gli avesse legate le mani con una ingannevole negoziazione di pace. Questi, che aveva lealmente trattato, e che trovavasi investito de' più estesi poteri di suo suocero, lagnavasi che il suo onore fosse stato crudelmente compromesso. Ferdinando ed Isabella avevano da prima cercati pretesti per ritardare la ratifica del trattato conchiuso dal loro genero; ma quando ebbero sicuri avvisi de' vantaggi ottenuti da Gonsalvo di Cordova, ricusarono assolutamente di sottoscrivere il trattato, accusando Filippo di avere ecceduti i suoi poteri. Pure proponevano ancora altre negoziazioni per ingannare di nuovo Lodovico XII[247]. Ma questo monarca, conoscendo finalmente che con principi senza fede la sola forza può dare qualche valore ai trattati, risolse di attaccare nello stesso tempo la Spagna dalla banda di Bajona e di Fontarabia, e dalla banda del contado di Rossiglione; di far guastare le coste della Catalogna e di Valenza da una flotta francese, finalmente di mandare nel regno di Napoli un'armata tale da restituirgli la perduta superiorità[248].

[247] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 306._

[248] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 312. — Jac. Nardi l. IV, p. 153. — Fr. Belcarii Comm. l. IX, p. 271._

Il comando di quest'armata fu dato a Lodovico della Tremouille; e sotto di lui doveva servire Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, quello stesso che si era opposto ai Francesi a Fornovo, e che aveva comandata l'armata veneziana spedita contro di loro nella Puglia. Il Balivo di Bissì aveva avuta la commissione di levare e condurre gli Svizzeri. I Fiorentini, i Sienesi, i principi di Ferrara, di Mantova e di Bologna avevano promessi i loro contingenti; l'armata di La Tremouille doveva contare mille ottocento lance, e circa diciotto mila fanti; doveva secondarla una potente flotta, e non si erano mai veduti in Francia più formidabili apparecchi[249]. Pure La Tremouille, prima d'ingolfarsi nel regno di Napoli, voleva essere sicuro della condotta del papa e di suo figliuolo. Ai timori renduti tanto legittimi dal loro carattere aggiugnevasi da qualche tempo la diffidenza che ispirar dovevano le loro contraddittorie negoziazioni; le insolenti pretese del papa, che voleva perseguitare e spogliare de' suoi feudi Gian Giordano Orsini, sebbene fosse sotto l'immediata protezione del re[250]; la licenza data agli Spagnuoli di reclutare in Roma, e le non ignote pratiche del Valentino con Gonsalvo di Cordova. Il Valentino, che aveva sotto i suoi ordini cinquecento uomini d'armi, offriva di unirli all'armata francese, purchè Lodovico XII gli sagrificasse non solo Gian Giordano Orsini, ma ancora lo stato di Siena; ed i Francesi erano in procinto di sottoscrivere così vergognoso trattato allorchè il Borgia ne propose uno meno ignominioso, ma più pericoloso. Egli offriva il passo per lo stato della Chiesa, conservando egli stesso una neutralità armata. Facilmente si comprendeva, che sua intenzione era quella di dichiararsi a seconda delle circostanze per opprimere i vinti; o pure che, malgrado le sue promesse, mentre i Francesi sarebbero nel regno di Napoli, attaccherebbe la Toscana da loro lasciata senza truppe[251]. Ma in mezzo a tali progetti ed a tali speranze, il 18 di agosto, papa Alessandro VI fu colpito da quasi improvvisa morte: il duca Cesare Borgia, suo figlio, ed il cardinale di Corneto furono nello stesso tempo portati a Roma quasi moribondi da una vigna in cui dovevano cenare con lui, ed il corpo di Alessandro VI, copertosi di subito da negra spaventosa gangrena, diede motivo a tutto il pubblico di sospettare, che il papa, il figliuolo ed il commensale fossero vittime di un veleno apparecchiato dallo stesso papa per un altro[252].

[249] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 313. — Jac. Nardi l. IV, p. 153. — Mém. de la Tremouille t. XIV, ch. XI, p. 167. — P. Giovii V. M. Consalvi l. II, p. 229._

[250] _Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 151, 154._

[251] _Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 155._

[252] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 314. — Raphael Volaterranus l. XXII, apud Rayn. An. eccl. 1503, § 10, p. 540._

L'intera vita d'Alessandro Borgia era stata contraddistinta da tanti delitti, ed egli si era per tanti titoli meritato l'odio di Roma, dell'Italia e di tutta la Cristianità, che non è maraviglia che la di lui morte si attribuisse a quegli stessi delitti cui aveva accostumata la sua corte, e che si cercasse di trovare nel rapidissimo rovesciamento della sua famiglia, e nel giusto gastigo della sua malvagità, una conseguenza degli scellerati mezzi da lui praticati per accrescere la sua fortuna. In tutto il corso del suo pontificato erasi veduto Alessandro VI ricavare molto danaro dalle promozioni al sacro collegio, che in forza delle costituzioni ecclesiastiche aveva il diritto di fare. In undici promozioni aveva creati quarantatrè cardinali[253], e quasi niuna di tali promozioni era stata gratuita. Da ognuna aveva ricavato almeno dieci mila fiorini; quella di Francesco Soderini, fratello del gonfaloniere di Firenze, era stata pagata ventimila: trentamila quella di Domenico Grimani, figliuolo del procuratore di san Marco; ed altre probabilmente un prezzo ancora maggiore. Ma pel papa non era gran cosa la vendita di questa principalissima dignità ecclesiastica. I cardinali da lui adoperati nell'amministrazione si arricchivano rapidamente; ed il papa fu accusato di averne fatti perire moltissimi per usurpare le loro eredità, e disporre nuovamente de' loro beneficj, che ricadevano alla santa Sede. Questi erano, si diceva, i criminosi mezzi con cui il papa suppliva alle enormi spese che richiedevano il mantenimento delle armate del duca Valentino, il lusso della corte pontificia, le prodigalità di Lugrezia Borgia, e il collocamento degli altri figli e nipoti di Alessandro. Fu raccontato e creduto in tutta l'Italia, che il papa aveva invitato il cardinale Adriano di Corneto ad un convito nella sua vigna di Belvedere presso al Vaticano con intenzione di avvelenarlo, come aveva altra volta avvelenati i cardinali di sant'Angelo, di Capoa e di Modena, prima suoi zelantissimi ministri, poi vittime della sua cupidigia; che il duca Valentino aveva mandato una bottiglia di vino avvelenato al coppiere del papa, senza palesargli il mistero, facendogli soltanto dire di non mandarla in tavola senza suo espresso ordine; che nella momentanea assenza di questo coppiere, il suo sostituto avea dato per errore di questo vino al papa, a Cesare Borgia ed al cardinale di Corneto. Quest'ultimo disse egli medesimo molto tempo dopo a Paolo Giovio, che, appena inghiottita tale bevanda, avea sentito nelle sue viscere un ardente fuoco, che subito avea perduta la vista, ed in appresso l'uso di tutti i sensi, e che dopo una lunga malattia, la sua guarigione era stata preceduta dalla totale escoriazione della sua pelle[254].

[253] _Onofrio Panvino Vita di Alessandro VI, p. 479._

[254] _P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 82. — Vita del card. Pompeo Colonna, p. 358. — Ejusdem Vita M. Consalvi, l. II, p. 229. — Fr. Guicciardini l. VI, p. 314. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 31._

Gli scrittori contemporanei meglio informati e che più minutamente parlarono di tale avvenimento, convengono rispetto alle circostanze. Pure un giornale della corte di Roma e le lettere dell'ambasciatore della casa d'Este sembrano provare che la malattia del papa durasse otto giorni, che fosse giudicata febbre perniciosa e come tale medicata[255]. Inoltre non sappiamo con precisione l'epoca del banchetto nella vigna di Belvedere: è probabile che avesse luogo il 10 di agosto; che la malattia, prodotta dal veleno diviso in tre invece di essere preso da un solo, abbia durato otto giorni, e che in tale tempo non gli si desse il suo vero nome, per non accusare il papa e suo figlio ancora vivi ed onnipotenti[256].

[255] _Muratori An. d'Ital. t. X, p. 15. — Rayn. An. eccl. 1503, § 11, p. 541._

[256] _P. Bembi Ist. Ven. l. VI, p. 133. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 157. — Scip. Ammirato l. XXVIII, p. 272. — Ist. di Gio. Cambi, p. 194. — Orlando Malavolti Stor. di Siena p. III, l. VI, f. 112. — Fr. Belcarii l. IX, p. 272. — Onof. Panvino Vita di Alessandro VI, p. 478. — Barth. Senaregæ de reb. Gen. t. XXIV, Rer. Ital. p. 578._