Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Part 13
Il Gonsalvo fece conoscere i suoi singolari talenti col profitto che seppe trarre da questa vittoria. L'oscurità della notte, che era sopraggiunta quando appena cominciava ad essere decisa la sconfitta de' Francesi, aveva salvati i fuggiaschi; ma Lodovico d'Ars ed Ivone d'Allegre non avevano presa la medesima strada; il primo si era posto su quella di Venosa, l'altro su quella che conduce al ducato di Benevento. Il Gonsalvo li fece rapidamente inseguire per impedirne la riunione. Garzia de Paredes inseguì Lodovico d'Ars, e don Fedro de Paz il d'Allegre. Questi nella sua fuga si era riunito a Trajano Caraccioli, conte di Melfi; ma per quanto cercassero di affrettare la loro fuga, erano sempre preceduti dalla notizia del loro disastro; onde tutte le città, tutte le fortezze chiudevano loro le porte in faccia; ed appena a forza di preghiere e di danaro potevan essi ottenere che loro si calassero giù dalle mura colle corde pochi viveri entro le ceste. Ivone d'Allegre, dopo essersi trattenuto un solo giorno ad Atripalda, prese la strada di Napoli; ma nell'avvicinarsi a quella città seppe bentosto che il popolo si era sollevato, e che la guarnigione lasciatavi erasi chiusa ne' castelli coi tesori del re, coi magistrati francesi e coi più dichiarati partigiani della Francia. Piegò a tale notizia verso Capoa e Suessa, e senza trattenersi in quelle città andò fino a Gaeta, dove ragunò gli avanzi dell'armata francese tra quella fortezza e Tragitto[216].
[216] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 224. — Al. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 28, v. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 304._
Gli Spagnuoli vincitori si avanzavano da tutte le bande dietro i fuggiaschi, ed occupavano tutte le province del regno. Fabrizio Colonna si portò verso l'Aquila, e soggiogò gli Abbruzzi; Prospero Colonna si fece aprire le porte di Capoa e di Suessa, ed occupò tutta la _Campagna Felice_, cacciando i Francesi al di là del Garigliano. Tutte le città della Puglia e della Capitanata, informate prima delle altre della vittoria, si erano ancora per le prime sottomesse al vincitore. Le Calabrie aveano preso lo stesso partito, quando aveano avuta notizia della battaglia di Seminara. Il d'Aubignì difendevasi tuttavia nella rocca d'Angitula; ma quando fu pienamente infirmato del rovescio de' suoi commilitoni, capitolò, sagrificandosi solo ad essere prigioniere, mentre che tutti i soldati che servivano sotto di lui ebbero la libertà di tornare in Francia[217].
[217] _Pauli Jovii de Vita M. Consalvi, l. II, p. 224. — Raynald. Ann. Eccl. 1503, § 6, p. 540._
Gonsalvo di Cordova accolse ad Acerra i deputati di Napoli, che gli portavano le chiavi della città, e gli chiedevano la conferma de' privilegj della capitale; egli lo promise a nome de' suoi padroni, e fecevi il suo solenne ingresso il 14 di maggio. Nel susseguente giorno ricevette a nome di Ferdinando il giuramento de' sei seggi, che rappresentavano la nobiltà ed il popolo di Napoli. I due castelli, in cui si erano ritirati i Francesi, e che d'ordinario opponevano alle armate che gli assediavano una lunga resistenza, soggiacquero in pochi giorni agli attacchi di Pietro Navarra, il quale aveva il primo introdotto nella guerra l'arte di far giuocare le mine colla polvere, e che colle sue inaspettate esplosioni aveva inspirato ai soldati nemici tanto terrore, che i loro capi non avevano ancora potuto vincere. Quando il giorno 11 di giugno le mine del Navarra rovesciarono una metà delle mura di Castel Nuovo sopra i difensori, ed aprirono agli Spagnuoli una spaventosa breccia per la quale montarono all'assalto, Gonsalvo di Cordova cedette a' suoi soldati tutto il saccheggio de' ricchi magazzini che vi erano stati adunati, e de' tesori che vi si erano posti colla fede di metterli in luogo sicurissimo. Pure non era appena terminato questo saccheggio che molti soldati vennero al Gonsalvo, lagnandosi di non avere avuta la parte loro. «Per indennizzarvi andate a saccheggiare il mio palazzo, disse loro ridendo il generale;» ed infatti quello in cui era stato alloggiato, ed apparteneva al principe di Salerno, fu dagli Spagnuoli immediatamente svaligiato[218].
[218] _Pauli Jovii vita M. Gonsalvi, l. II p. 225. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 29. — Jac. Nardi, l. IV, p. 150. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 507. — Fr. Belcarii, l. IX, p. 269._
Il Castello dell'Ovo, posto sopra uno scoglio isolato, ai piedi del promontorio di Sant'Elmo, ed in mezzo alle acque, fu preso ventun giorni dopo Castel Nuovo, e cogli stessi mezzi. L'esplosione rovesciò parte della rupe sulla Cappella, dove in quell'istante il comandante della fortezza aveva adunato un consiglio di guerra: quasi tutti coloro che vi assistevano furono schiacciati sotto i rottami della montagna. Ed in tal modo tutto il regno si trovò in potere degli Spagnuoli, ad eccezione di Gaeta, dove tutti si erano uniti gli avanzi dell'armata francese; di Santa Severina, in cui il principe di Rossano era assediato, e di Venosa, dove Lodovico d'Ars con una lunga e valorosa resistenza si coprì di gloria[219].
[219] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 228. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 30. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 308. — Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. 14, p. 553._
CAPITOLO CII.
_Guerra dei Veneziani coi Turchi. Morte di Alessandro VI. Elezione di Pio III e di Giulio II. Disastri del Valentino; sconfitta dei Francesi al Garigliano. Tregua tra la Francia e la Spagna._
1499 = 1504.
Le due più importanti rivoluzioni che potesse provare l'Italia, l'espulsione della dinastia degli Sforza e quella della linea bastarda di Arragona, la conquista del Milanese fatta dai Francesi e quella del regno di Napoli fatta dagli Spagnuoli, si erano condotte a fine senza che il più saggio e più potente stato d'Italia, senza che la repubblica di Venezia potesse aver parte nell'una o nell'altra. Vero è che Venezia trovavasi impegnata in un'alleanza nominale con Lodovico XII contro la casa Sforza, ma senza per altro associarsi attivamente nella guerra. Non era intervenuta al trattato di divisione del regno di Napoli a Granata; non aveva difesa la casa d'Arragona, nè contribuito a balzarla dal trono; e non aveva preso parte nella guerra, che quasi subito dopo era scoppiata fra gli spogliatori. Fin dalla prima ritirata dei Francesi, dopo la spedizione di Carlo VIII, la repubblica possedeva molte fortezze nella Puglia, sulle coste dell'Adriatico; ma dalle mura di Trani, di Monopoli, di Brindisi e di Otranto, i comandanti veneziani guardavano le battaglie de' Francesi cogli Spagnuoli senza prendervi parte, osservando una rigorosa neutralità. Certo non avevano veduto senza una viva inquietudine gli oltramontani acquistare le due più ricche e più popolate regioni dell'Italia; ma le pretese di Massimiliano sopra quelle province, e le continue sue minacce, gli avevano costretti ad acconsentire alla ruina di Lodovico Sforza, ed anche a concorrervi, sperando che i Francesi, loro nuovi vicini, li difenderebbero, in caso di bisogno, contro i Tedeschi. La pericolosa guerra, che di quest'epoca dovettero sostenere coll'impero ottomano, fu cagione che non prendessero parte negli affari di Napoli, e che lasciassero in quel regno balzar dal trono un monarca italiano per sostituirvi un vicerè spagnuolo: tanto è vero che l'Italia non soggiacque agli attacchi degli oltramontani che per essersi questi tutti riuniti contro di lei sola; e che i Turchi, sebbene nemici degli Spagnuoli, e che i Tedeschi, sebbene nemici dei Francesi, contribuirono alle conquiste de' loro avversarj, perchè con incessanti attacchi esaurirono quella nazione italiana, che sola avrebbe dovuto far testa a tutti.
La guerra dei Turchi con Venezia aveva cominciato nello stesso tempo che quella di Lodovico XII colla casa Sforza. Ella occupò dunque la repubblica in tutto quello spazio di tempo la di cui storia è compresa nei tre ultimi capitoli, e per tutto questo tempo impedì al più potente degli stati italiani di potere opporsi all'ambizione de' Francesi, a quella degli Spagnuoli, ed a quella di papa Alessandro VI e di suo figliuolo. Bajazette secondo, il nono sultano ottomano, non era nè tanto inquieto, nè tanto crudele quanto suo padre Maometto II, o quanto suo figlio Selim. Il suo gusto per gli studj, per la filosofia e pel riposo lo fece perfino tenere, in confronto degl'illustri guerrieri della sua stirpe, per un principe neghittoso. Pure Bajazette II aveva sostenuto una gloriosa guerra contro Cait-Bey, soldano dei Mamelucchi d'Egitto, e contro i Croati ed i Valacchi. Egli aveva, siccome il suo predecessore, allontanati i confini dell'impero ottomano, ed il terrore che aveva inspirato questa costante successione di conquiste, non si era per anco dissipato sotto il suo regno. La repubblica di Venezia, che confinava colla Turchia per una lunga estensione di paesi, e che sola custodiva contro di lei l'Italia e tutto l'Occidente, non entrava senza spavento in una guerra col gran signore; e quando aveva un così potente nemico da combattere, metteva da canto ogni altra rivalità; implorava i soccorsi, e cercava di conciliarsi l'affetto di tutti i principi cristiani. Invece di pensare ancora a tenere la bilancia in bilico tra di loro, il suo primo oggetto era per lo contrario quello di tutti riunirli per la comune difesa.
Varj motivi vengono da varj storici assegnati alla guerra che scoppiò in sul finire del quindicesimo secolo tra Bajazette II e la repubblica di Venezia. Forse tutti contribuirono ad accenderla o come cagione o come pretesto. Bajazette, in seno alla pace, cercava d'indebolire i suoi vicini, incoraggiando l'assassinio ai confini. La Dalmazia veneziana era sempre infestata da bande armate di ladri che uscivano dall'Albania: nè solo assalivano i mercanti ed i viaggiatori, ma saccheggiavano le borgate, bruciavano i villaggi, conducevano gli abitanti in ischiavitù, e gli sforzavano a riscattarsi con ricche taglie; e da tutti i porti dell'impero turco uscivano nello stesso tempo pirati, che saccheggiavano le coste ed interrompevano il commercio. Quando i mercanti veneziani portavano le loro lagnanze a Bajazette, il sultano, invece di prendere le difese di que' malfattori, dichiarava che li vedrebbe volentieri castigati, e ch'egli confortava i suoi vicini a trattarli con estrema severità. Frattanto le province, contro le quali era intenzionato di portare in appresso le armi, venivano da prima così ruinate; la popolazione fuggiva, ed all'ultimo riusciva impossibile il difenderle[220].
[220] _Teodoro Spandugino Cantacuzeno dell'origine dai Turchi. Presso Fran. Sansovino, l. II, f. 210, v. Ven. in 4.º 1568. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 9, v._
Nello stesso tempo il sultano era sempre apparecchiato a porgere orecchio ai traditori che offrivano di dargli in mano qualche fortezza de' suoi vicini posta presso le frontiere. Una trama di tale natura fu formata a Corfù, e Bajazette allestì un potente armamento per occupare quell'isola così importante; ma fortunatamente il capitano della flotta veneziana, che tornava di Candia, sia che segretamente avesse avuto contezza dei traditori, o che il solo accidente lo abbia favorito, fece imbarcare, passando a Corfù, tutti coloro che avevano trattato cogli Ottomani, e rifece la guarnigione dell'isola. Bajazette non volle lasciar sospettare che fosse stato prevenuto; condusse nella Bulgheria e nella Valacchia l'armata che aveva adunata; nello stesso tempo spedì i suoi luogotenenti a saccheggiare i monti della Chimera, i di cui abitanti si mantenevano indipendenti, e conquistò il piccolo stato di Giorgio Czernowitsch, in vicinanza di Cattaro. Ma sospettando che i suoi disegni sopra Corfù fossero stati scoperti dal balivo di Venezia, dichiarò di non voler più soffrire spie presso di sè, e scacciò il balivo da Costantinopoli con tutti gli altri ambasciatori o residenti de' principi cristiani[221].
[221] _And. Cambini Fiorentino, Dell'origine dei Turchi, presso il Sansovino, l. II, f. 175. — Teod. Spandugino, ivi, f. 208._
Verso lo stesso tempo Niccolò Pesaro, ammiraglio della flotta veneziana, incontrò una galera turca che ricusò d'ammainare le vele secondo la cerimonia di pratica. Il Pesaro la colò a fondo. Il senato, inquieto per questo atto di severità e pel rinvio del suo balivo, mandò a Costantinopoli Andrea Zancani per regolare tutte queste differenze colla Porta, e per ottenere dal sultano un nuovo trattato. Pareva che le negoziazioni non incontrassero difficoltà. Bajazette non mostrossi adirato e sottoscrisse il trattato che gli fu presentato dall'ambasciatore. Ma questo trattato era scritto in latino, ed il sultano riservavasi di protestare contro tutto ciò che potev'essere espresso nella lingua degl'infedeli, ch'egli non intendeva. Lodovico Sforza, che ancora aveva la signoria di Milano, e che sperava di salvarsi con una potente diversione, gli aveva di quei tempi spediti accorti negoziatori che lo esortavano ad attaccare la repubblica di Venezia[222]. Bajazette II promise di farlo, e tenne la cosa segretissima. E cominciò a fare grandiosi apparecchj, senza che si sapesse contro quale provincia dell'Asia o dell'Europa erano destinati. Credevano molti che volesse attaccare l'isola di Rodi, posseduta dai cavalieri di san Giovanni di Gerusalemme. Quando i suoi apparecchj furono terminati, l'irruzione di due mila cavalli turchi nel territorio di Zara fu il principio delle ostilità; e nello stesso tempo tutti i mercanti veneziani, stabiliti in Costantinopoli, furono posti in catene e confiscate le loro proprietà. Trovavasi tra costoro Andrea Gritti, che doveva uscire di prigione per terminare questa guerra e per salire dopo alcun tempo sul trono ducale[223].
[222] _P. Bembi Hist. Ven., l. IV, p. 82. — Vettor Sandi Stor. civ. Veneta, l. IX, c. VII, t. IV, p. 203. — Ann. Eccl. Rayn. 1499, § 5, p. 480._
[223] _P. Bembi Ist. Ven., l. V, p. 91. — Vettor Sandi Stor. civile, l. IX, c. VII, t. IV, p. 204. — Teod. Spandugino presso Sansovino, l. II, f. 208, v._
La flotta ottomana, di cui Bajazette aveva dato il comando al sangiacco di Gallipoli, e che gli storici veneziani pretendono che fosse composta di dugento settanta vele, si avanzò in traccia de' Cristiani verso le coste della Morea, nelle acque della Sapienza e di Modone. Dal canto suo il senato di Venezia diede il comando di una flotta di cento quaranta vele, con cui sperava di difendere i suoi possedimenti del Levante, ad Antonio Grimani, gentiluomo che, fino all'età di sessantaquattro anni cui era allora pervenuto, aveva goduta una costante felicità. La sua famiglia, sebbene nobile, era assai povera; ma egli aveva in poco tempo ammassate immense ricchezze. Sapevasi che possedeva più di cento mila ducati in capitali o in numerario, oltre i poderi ch'erano considerabili. Aveva costui esercitato il commercio con tanta prosperità, che tutti gli altri mercadanti prendevano il di lui esempio per norma delle loro speculazioni, comperando quando lo vedevano comperare e vendendo quando lo vedevano vendere. Era stato ammesso in senato, e dopo tale epoca aveva occupate le più luminose cariche della repubblica, ed erasene mostrato degno colla sua eloquenza, colla sua prudenza, col suo coraggio. Aveva maritate le sue figlie nelle principali case di Venezia; aveva ottenuto da Alessandro VI, pel prezzo di trenta mila ducati il cappello cardinalizio pel suo figliuolo primogenito, ed in appresso dal senato il patriarcato d'Aquilea. Gli altri suoi figli avevano ottenuto dalla repubblica onoratissimi impieghi, ed egli stesso era rivestito della dignità di procuratore di S. Marco; la prima dello stato dopo quella del doge. Aveva comandate non senza gloria le flotte della repubblica nella guerra di Carlo VIII, e conquistato Monopoli; e il suo ritorno da quella spedizione era stato un trionfo. Pure aveva ricusato con non so quale spavento il comando che gli veniva affidato contro i Turchi, quasi prevedesse che la lunga sua prosperità stava per abbandonarlo; ma quando era stato forzato ad addossarsi tanta responsabilità aveva mandato al tesoro pubblico, come un dono patriottico, venti mila ducati per concorrere alle spese dell'armamento della flotta ch'egli doveva comandare[224].
[224] _Chron. Ven. t. XXIV, Rer. Ital. p. 125-130 e seg._
La flotta veneziana incontrò in agosto presso Modone la flotta turca. La prima aveva poco più che la metà meno delle vele dell'altra; anzi tra le sue cento quaranta navi non vi erano che quarantasei galere; e tutti gli altri bastimenti erano poco proprj ai movimenti militari. Dalla banda dei Turchi non vedevasi che un prodigioso numero di navi male armate, male governate, ed i di cui equipaggi, ignoranti e tolti di fresco all'aratro, non sentivano veruna disciplina; e perciò i musulmani temevano la battaglia non meno di quello che i cristiani la desiderassero, nella ferma fiducia di uscirne vittoriosi.
Le due flotte manovrarono parecchi giorni l'una in faccia all'altra, ma qualunque volta pareva che il Grimani si disponesse all'attacco, i Turchi si ritiravano in Porto Longo. Nella loro flotta trovavasi un vascello di enorme grandezza, della portata di quattro mila tonnellate, il quale pareva sollevarsi in mezzo agli altri come una rocca. Era comandato da Barach Raiz. Il 22 di agosto del 1599 questo vascello si trovava in faccia a Chiarenta, alquanto lontano dagli altri, e fu subito investito dalle due galere d'Andrea Loredano, e dell'Albanese d'Armier, che attaccatesi a lui coi ramponi, vennero all'abordaggio. La zuffa fu accanita, e senza che gli altri equipaggi vi prendessero parte, o perchè tenuti distanti da una subita perfetta calma, come dicono alcuni, o perchè il Grimani, invidiando la gloria del Loredano, come fu creduto dai più, fosse contento di vederlo perire. Più di mille soldati difendevano il vascello turco, e la battaglia pendeva ancora indecisa, quando il fuoco s'appiccò ad uno de' tre bastimenti, e rapidamente comunicossi agli altri due senza che potessero separarsi; così perirono tutti e tre in mezzo alle acque. Quando il Loredano vide affatto perduto il suo, taluno gli propose di salvarsi a nuoto; egli prese per tutta risposta lo stendardo di San Marco che volteggiava sul ponte; _È sotto quest'insegna, egli disse, che io sono nato, che ho vissuto e che voglio morire_; e dicendo queste parole entrò tra le fiamme. Varie lance turche circondavano i combattenti e raccoglievano le loro genti che si gittavano in mare; ma i Veneziani, abbandonati dai loro compatriotti, perirono quasi tutti[225].
[225] _Chron. Ven. t. XXIV, Rer. Ital. p. 104. — Sabellius Gunead. X, l. IX, apud Rayn. 1499, § 9, p. 480. — Theod. Spandugino, f. 208, presso Sansovino l. II, Imperio de' Turchi._
Finchè durò questa zuffa le due flotte si erano cannonate senza troppo accostarsi; ma l'incendio delle navi del Loredano e del Darmier scoraggiò tutti i Veneziani, i quali invece di desiderare la battaglia come avevano fatto fin allora, cominciarono a temerla, ed il Grimani, cedendo alle circostanze, si ritirò sulla Costa del Peloponneso. Colà ebbe avviso che una flotta francese di ventidue galere, che Lodovico XII aveva fatta armare a Genova per soccorrere i cavalieri di Rodi, e che in appresso aveva offerta al senato quando seppe che Rodi non era minacciata, stava ancorata a Zante. Il Grimani andò subito a raggiugnerla e tornò colla medesima in cerca de' Musulmani. Pure allorchè fu a vista della loro flotta, la stessa irrisoluzione, o la stessa pusillanimità, ond'era stato incolpato precedentemente, lo dissuase dall'attaccarli. Le due flotte si limitarono a ricambiarsi alcune cannonate, ed i Francesi, soffrire non potendo questa timida maniera di combattere, si congedarono dall'ammiraglio veneziano, e si ritirarono[226].
[226] _P. Bembi Ist. Ven, l. V, p. 93. — Chron. Ven. t. XXIV, p. 103, 110. — And. Cambini, presso Sansovino l. II, f. 176._
Nello stesso tempo i Turchi avevano assediato Lepanto; ed il Grimani non osò soccorrere quella città che si arrese quando vide allontanarsi la flotta veneziana[227]. Il Grimani per ristabilire il suo nome fece dal canto suo un tentativo sopra Cefalonia, ma senza successo. Allora ricondusse la sua flotta a Corfù, e vi trovò Melchiorre Trevisani, che il consiglio dei Dieci gli aveva mandato per successore, e che aveva ordine di spedirlo a Venezia carico di catene per dare conto della sua condotta. La bella flotta da lui comandata pareva ai Veneziani bastante per distruggere quella dei Turchi, e fare in appresso la conquista del Peloponneso e dell'Eubea; ed in ragione delle alte speranze che avevano concepite, erano più inclinati a dare colpa della cattiva riuscita a viltà, o a tradimento. Forse peraltro non calcolavano abbastanza i progressi fatti dai Turchi nell'arte della guerra marittima, ed il Grimani accostandosi ad una flotta di lunga mano superiore alla sua di navi e di equipaggi, aveva conosciuto che più non trattavasi di una moltitudine disordinata come supponevasi a Venezia. I pochi vantaggi ottenuti dagli ammiragli che succedettero al Grimani, ed il trionfo ch'era a lui riservato, quando nell'estrema sua vecchiezza di ottantasette anni fu eletto doge di quella medesima repubblica che lo aveva condannato, sono indizj della sua innocenza. Ma quando arrivò a Venezia, troppo gagliarda era la prevenzione contro di lui perchè potesse resistervi. Invano suo figliuolo, il cardinale Grimani, accorse da Roma per riceverlo, e vestito pontificalmente portò le catene di suo padre, e quando questi attraversò il ponte, e quando fu tradotto innanzi al gran consiglio; la severità di quell'assemblea non si lasciò addolcire. Ella aveva a sè richiamato questo giudizio, temendo che il prevenuto non adoperasse un'illecita influenza sul consiglio dei Dieci, sia colle sue ricchezze che colle aderenze della sua famiglia. Il Grimani venne condannato alla relegazione nelle isole di Cherso e di Ozero nel golfo del Quarnero: dopo alcun tempo fuggì da questo luogo di esilio, e rifugiossi a Roma presso suo figlio cardinale[228].
[227] _Rayn. An. eccl. 1499, § 9 e 10, p. 480. — Theod. Spandugino, presso il Sansovino l. II, f. 209._
[228] _P. Bembi Ist. Ven, l. V, p. 98. — Vettor Sandi l. IX, c. VII, t. IV, p. 207. — Chron. Ven. t. XXIV, Rer. Ital. p. 124. — Rayn. Ann. eccl. 1499, § 10, e 11, p. 481. — P. Giovio Vita di Antonio Grimani. Ritratti l. V, p. 290._
Le truppe di terra non si comportarono meglio di quelle di mare. Il Zancagno aveva avuto ordine di adunare le milizie dei confini della Carniola, di porre in istato di difesa le rive dell'Isonzo, e di stabilire il suo campo a Gradisca. Ma Scander bassà, sangiacco di Bosnia, avendo condotti sull'Isonzo sette mila cavalli, il 29 di settembre ne mandò due mila al di là del fiume. Il Zancagno non oppose loro veruna resistenza, e tenne i suoi soldati chiusi in Gradisca. I contadini, che vivevano in piena sicurezza dietro l'armata della repubblica, furono presi da estremo terrore quando videro vicine quelle barbare truppe; le rive della Piave e del Tagliamento furono abbandonate, sebbene capaci di difesa. Numerose bande di fuggiaschi lasciarono il Friuli; Treviso e la stessa Padova si salvarono in Venezia, e la campagna fu ruinata fin presso alle Lagune. I Turchi, dopo aver fatto un grosso numero di prigionieri, parte de' quali furono uccisi prima di ripassare il Tagliamento, rientrarono ne' loro paesi, senza aver trovato occasione di combattere[229].
[229] _P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 97. — Chron. Ven. t. XXIV, p. 116. — Vettor Sandi l. IX, c. VII, t. IV, p. 205, 206. — Ann. eccl. Rayn. 1499, § 7 e 8, p. 480. — Theod. Spandugino l. II, f. 208._