Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Part 12
Questa perdita risvegliò l'interesse de' Sienesi e de' Lucchesi a favore de' loro vicini. Scordarono gli uni e gli altri la lega toscana, sebbene Pandolfo Petrucci andasse debitore ai Fiorentini del fresco suo ristabilimento in patria, e spedirono ajuti ai Pisani, i quali dal canto loro fecero fare l'offerta al duca Valentino di darsi a lui. Veruna città era da questo principe più ardentemente desiderata, risguardandola egli come quella che gli darebbe modo di conquistare tutta la Toscana. Ma finchè il re di Francia trovavasi in Italia onnipotente, il Valentino per non esporsi alla sua collera non aveva osato di accettare una così seducente offerta. Ma da qualche tempo pareva che la fortuna abbandonasse le armi francesi, ed il Valentino, che mai non era l'ultimo ad allontanarsi da coloro cui la fortuna volgeva le spalle, cominciava a prendere coi generali di Lodovico XII un più audace contegno; trattava segretamente con Gonsalvo di Cordova e colla Spagna, temporeggiava coi Pisani, si armava, metteva la sua alleanza a più alto prezzo, e non pertanto aspettava per prendere una definitiva decisione un ultimo esperimento delle forze dei due re, che pareva dover essere imminente[199].
[199] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 311._
Ferdinando il cattolico aveva lasciato, in tutto il primo anno della guerra, il suo generale, Gonsalvo di Cordova, senza soccorsi. I rinforzi che aveva per lui apparecchiati non lo raggiunsero che quando era già cominciata la campagna del 1503. Anche prima che questi giugnessero, il generale Spagnuolo ricevette a Barletta un sollievo dovuto soltanto all'imprudente avarizia de' generali francesi. Ivone d'Allegre aveva presa la città di Foggia, dove aveva trovati grandissimi magazzini di grani, formati coi raccolti di quella ubertosa provincia. Invece di acconsentire che si vendessero a credenza ai Napolitani, che ne avevano urgente bisogno, o di tenerli custoditi per l'armata, la mancanza di danaro lo consigliò a venderlo ad alcuni mercanti veneziani che lo trasportarono a Barletta[200]. Subito dopo l'ammiraglio spagnuolo, Liscano, ottenne presso alla punta della terra di Otranto, ossia l'antico promontorio Japiga, una vittoria sopra il signore di Prejan, che aveva il comando della flotta francese, la quale sarebbe stata interamente distrutta, se non avesse trovato un rifugio nel porto d'Otranto che apparteneva ai Veneziani, ed era egualmente rispettato dalle due nazioni belligeranti. Dopo questa vittoria il mare rimase libero ai vascelli spagnuoli e siciliani, che poterono trasportare senza pericolo soldati, vittovaglie e danaro a Barletta. Le quali cose si facevano senza che i Francesi potessero impedirle, anzi senza che niente sapessero di ciò che accadeva in mare[201].
[200] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 214. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 23, v._
[201] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 214. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 24._
Non pertanto l'armata francese continuava ad acquistar terre nell'interno del regno. Da una parte il Nemours aveva ridotte alla sua ubbidienza tutte le città della Puglia, che formavano un circolo intorno a Barletta; cioè Canosa, Altamura, Cerignole, Quadrata, Robio, Foggia e Siponto: dall'altra erasi avanzato fino all'estremità della terra d'Otranto, ed aveva costretto Lecce, san Piero, Nardo, Rodea, Oria e Matula ad arrendersi. Vero è che non aveva potuto occupare Gallipoli, nè Taranto, ma bensì costretto aveva il conte di Conversano a passare al suo partito, ed aveva lasciata guarnigione in Castellaneta, onde reprimere le incursioni delle truppe spagnuole che Pietro Navarra comandava a Taranto[202].
[202] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 215. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 24._
Il Nemours era di già tornato sotto Barletta, quando seppe che gli abitanti di Castellaneta, più soffrire non potendo l'insolenza de' soldati francesi alloggiati nella loro città, aveano aperte le loro porte agli Spagnuoli di Taranto, e dati prigionieri i loro ospiti. Accecato dalla sua collera, il Nemours non volle dare orecchio alle rimostranze dell'Acquaviva, che gli dava avviso che il Gonsalvo uscirebbe presto in campagna. Partì coll'armata alla volta di Castellaneta, e, non ascoltando che il caldo suo desiderio di vendetta, non volle ricevere gli abitanti alle condizioni da loro offerte. Ma Gonsalvo di Cordova, approfittando della sua lontananza, uscì di notte da Barletta con tutte le sue genti, e lasciò pure quella città così sguarnita, che per essere sicuro della sua fedeltà trovò necessario di condurre con sè i magistrati in ostaggio, e passò a sorprendere Rubio, dove comandava La Palice. Colle prime scariche la sua artiglieria aprì varie brecce nelle mura; i suoi soldati volarono intrepidamente all'assalto, e sebbene i Francesi si difendessero per sette ore con non minor valore, fu fatto prigioniere La Palice ferito, e la città di Rubio presa e saccheggiata. Il Gonsalvo non cercò pure di conservarla; trasportò frettolosamente tutto il bottino a Barletta, dov'era rientrato avanti che il Nemours, che per opporsi al Gonsalvo aveva abbandonato l'assedio di Castellaneta, fosse tornato a Rubio colla sua armata[203].
[203] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 216. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 24, v. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 296. — Arn. Ferroni, l. III, p. 48._
Intanto Ugone di Cardone aveva ragunati in Sicilia tre mila fanti e tre mila cavalli che trasportò a Reggio. Incontrò prima Giacomo di Sanseverino, conte di Mileto, che sconfisse, poi liberò Diego Ramirez assediato nella fortezza di Terranuova, saccheggiò e bruciò quella città, fugò il principe di Rossano e fece prigioniere il signor d'Humbercourt. In quest'ultima zuffa Antonio di Leyva, che era di fresco giunto dalla Spagna, e che serviva ancora in qualità di semplice soldato, fece le sue prime prove in Italia; egli doveva in appresso passare per tutti i gradi della milizia prima di comandare in capo le armate, e di essere annoverato tra i primi generali di Carlo V[204].
[204] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 294. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gall., l. IX, p. 263. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 24._
Mentre il Cardone sbarcava le sue genti, il d'Aubignì trovavasi occupato in un'altra parte della Calabria; ma si affrettò di accorrere per attraversare i di lui disegni; ed i principi di Salerno e di Bisignano, della casa Sanseverino, si unirono a lui a Cosenza con molti baroni angioini. Don Ugone di Cardone, avvisato della loro marcia, ebbe prima pensiero di ritirarsi verso le montagne, ma fu ritenuto dall'arrivo di don Emmanuele di Benavides, che gli conduceva quattrocento cavalli e quattro battaglioni d'infanteria siciliana; altronde le sue spie gli avevano dato motivo di credere che al d'Aubignì abbisognavano ancora due giorni per raggiugnerlo, allorchè lo vide sboccare nel piano dalla banda di mezzodì di Terranuova. I cavalieri siciliani e spagnuoli non sostennero l'impeto degli uomini d'armi del d'Aubignì, ed in particolare degli Scozzesi; la fanteria venne egualmente maltrattata dagli Svizzeri e dai Guasconi; l'armata di Ugone di Cardone fu sgominata e dispersa, ed egli medesimo si salvò a piedi tra le montagne, dopo avere tagliata la corda magna al suo cavallo. Il signore di Grignan, luogotenente del d'Aubignì, che aveva più d'ogni altro contribuito a questa vittoria, fu ucciso mentre inseguiva il nemico[205].
[205] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 218. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 25. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 295. — Arnoldi Ferroni, l. III, p. 49._
La battaglia di Terranuova non bastava a consolidare il dominio de' Francesi nella Calabria, tanto più che in quel tempo la nuova flotta che Ferdinando aveva armata a Cartagena era giunta in Sicilia e poco dopo a Reggio. Eranvi su questa seicento cavalli, comandati da Alfonso Carvajale, e cinque mila fanti di Galizia, di Biscaglia e delle Asturie, sotto gli ordini di Ferdinando d'Andrades. Il re di Spagna aveva dato il generale comando di questa spedizione a Porto Carrero, della casa Boccanegra di Genova, scelto dal re, perchè egli ed il Gonsalvo avevano sposate due sorelle, e che perciò doveva sperarsi che agirebbero di perfetto accordo. Ma passò lungo tempo avanti che quest'armata fosse in istato di combattere; prima perchè la flotta fu contrariata dai venti nel suo tragitto, poi perchè Porto Carrero, appena giunto in Reggio, fu preso da grave malattia in conseguenza della quale morì, dopo d'avere nominato d'Andrades suo successore[206].
[206] _P. Jovii Vita M. Gonsalvi, l. II, p. 219. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, p. 26. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 295._
Inquietanti notizie intorno agli affari di Napoli circolavano di già in tutte le altre province d'Italia, quando i tre piccoli cantoni svizzeri che si erano fatti padroni di Bellinzona, non potendo soffrire che la Francia loro contrastasse il possedimento di quella città, attaccarono impetuosamente Locarno sul lago maggiore, e la Murata. Dopo parecchj assalti s'impadronirono dell'ultima, che altro non era che una lunga muraglia fatta per frenare le loro incursioni; ma non poterono conquistare Locarno, e bentosto trovaronsi bloccati dai Francesi ed esposti a crudeli privazioni. Frattanto Lodovico XII, che sentiva quanto gl'importasse di evitare una guerra nel Milanese, mentre che aveva così gravi affari nel regno di Napoli, e che aveva più di tutto bisogno di mettere a numero le sue armate colla fanteria svizzera per opporla a quella dei Tedeschi e degli Spagnuoli, ordinò ai suoi commissarj di contentare gli Svizzeri a qualunque condizione. Dietro ciò l'undici aprile del 1503 fu sottoscritto un nuovo trattato di pace fra la Francia e la lega elvetica nel campo sotto Locarno, e Lodovico XII accordò ai tre piccoli cantoni la contea di Bellinzona in piena sovranità[207].
[207] _Leonard., t. IV. — Hist. de la Diplomat. Française, t. I, p. 457. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 299. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gal., l. IX, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 149._
Mentre la guerra tra la Francia e la Spagna si faceva nel regno di Napoli con maggior vigore, l'arciduca Filippo d'Austria, figlio di Massimiliano e genero di Ferdinando e d'Isabella, attraversava la Francia per tornare nella sua sovranità de' Paesi Bassi. Pochi mesi prima aveva accompagnata sua moglie per la prima volta alla corte di Spagna, e l'aveva colà abbandonata bruscamente il 22 dicembre del 1502, lasciando Ferdinando di lui geloso, Isabella scontenta de' pochi riguardi che aveva per sua figlia, e Giovanna, la di cui seconda gravidanza era avanzata, in uno stato di disperazione che turbò la sua mente. Filippo venne in Francia ricevuto con quel rispetto ond'era stato onorato in occasione del suo primo passaggio. Egli desiderava la pace pel vantaggio de' suoi stati de' Paesi Bassi, la desiderava ancora per accrescere il suo credito alla corte di Castiglia, e se ne fece con premura il mediatore. L'accompagnavano due ambasciatori del re d'Arragona e di Castiglia, i quali intervennero alle conferenze che Filippo tenne con Lodovico XII, ed il 5 d'aprile sottoscrissero con loro a Lione un trattato di pace fra le due monarchie. Tutti i diritti della Francia sul regno di Napoli dovevano darsi per dote a madama Claudia di Francia, figlia di Lodovico XII, che Carlo, figlio di Filippo, poi Carlo V, doveva sposare. I due sposi fanciulli dovevano essere dichiarati re e regina di Napoli; ma fino alla consumazione di questo matrimonio, il trattato di divisione di Granata doveva avere piena esecuzione[208].
[208] _P. Martiris Anglerii Epist. 255. — Saint Gelais Hist. de Louis XII, p. 170. — Raynald. Ann. Eccl. 1503, § 3, p. 539. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 299. — Jac. Nardi, l. IV, p. 150. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 111, v. — Ist. di Gio. Cambi, p. 192. — Fr. Belcarii, l. IX, p. 265._
Pareva che questa convenzione terminasse la guerra a condizioni d'equità, sebbene tutto il vantaggio fosse per la Spagna, poichè l'oggetto in disputa era ceduto interamente all'erede di quella monarchia. Perciò Filippo aveva mostrata molta premura di conchiuderla; e perchè erano illimitate le facoltà da lui prodotte, Lodovico XII non dubitò punto che il trattato di Lione non venisse ratificato; onde più non si prese cura di spedire soccorsi ai suoi luogotenenti in Italia, ai quali solamente raccomandò di schivare ogni fatto d'armi, finchè il cambio delle ratifiche facesse interamente cessare le ostilità. Ma Gonsalvo di Cordova, dopo essere stato lungamente confinato in un angolo del regno di Napoli, cominciava a travedere la possibilità di conquistarlo interamente. Egli non volle andare debitore ad un trattato di ciò che poteva ottenere a forza aperta; ed i suoi padroni, quando meglio conobbero lo stato degli affari, ebbero la stessa ambizione, e ricusarono di ratificare il trattato di Lione.
Ferdinando d'Andrades prese il comando dell'armata di Calabria; egli avea riunito alle sue truppe, condotte da Porto Carrero, gli avanzi di quelle di Ugone di Cardone, e, dopo aver loro pagati i soldi arretrati, le condusse attraverso alla Calabria fino presso a Seminara. In questo stesso luogo sette anni prima Ferdinando II e Gonsalvo erano stati battuti dal d'Aubignì, e Terranuova, dove lo stesso d'Aubignì aveva ottenuta una più fresca vittoria sugli Spagnuoli, trovatasi pure a breve distanza; perciò questo generale francese avanzavasi pieno di confidenza, punto non dubitando di liberare la Calabria dai nemici con una terza vittoria. Sebbene le sue forze fossero alquanto inferiori a quelle d'Andrades, egli lo sfidò a battaglia. Le due armate s'incontrarono il 21 d'aprile al passo di Fiume Secco tra Gioja e Seminara. Emmanuele Benavides, che aveva il comando della vanguardia spagnuola, si trattenne sopra una delle rive del fiume per parlamentare col d'Aubignì, che trovavasi sulla riva opposta. Mentre che l'ultimo era distratto da tale conferenza, il Carvajale, che comandava la retroguardia spagnuola, passò il fiume un miglio al di sopra, e venne a piombare alle spalle dell'armata francese nello stesso tempo che veniva attaccata di fronte. Un istante di confusione e di disordine bastò a perderla; gli uomini d'armi sgominati dovettero fuggire, ed il d'Aubignì con loro: Onorato ed Alfonso di Sanseverino, che comandavano il secondo ed il terzo corpo d'armata, composti di Calabresi, non opposero lunga resistenza; ambidue furono fatti prigionieri; ed in mezz'ora di tempo quasi tutta la fanteria francese fu passata a fil di spada. Il d'Aubignì era fuggito a Gioja, dove trovò il capitano della sua fanteria Mallerbe; essi continuarono a ritirarsi assieme, ma, giunti al forte d'Angitula, furono costretti a chiudervisi, perchè gli Spagnuoli stavano loro alla coda; e questi, non volendo lasciarsi fuggire di mano il più temuto di tutti i generali francesi, lo assediarono appena entrato in Angitula[209].
[209] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 220. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 26. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 301. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 150. — Zurita Annales de Aragon., t. V, l. V, c. 15. — Ann. Eccl. Raynald. 1503, § 5, p. 539. — Fr. Belcarii, l. IX, p. 266. — Arn. Ferroni, l. III, p. 51._
Press'a poco nel tempo in cui d'Andrades sbaragliava l'armata di d'Aubignì a Seminara, Gonsalvo di Cordova vide giugnere a Barletta un corpo di due mila Tedeschi che gli conduceva Ottaviano Colonna, e che dopo essere uscito dalle montagne della Carniola si era imbarcato a Trieste. Erano sette mesi che il Gonsalvo si trovava chiuso in Barletta, ed aveva ottenuto colla forza del suo carattere e colla sua accortezza nel guidare a voglia sua gli animi di sostenervi la costanza de' soldati in mezzo a tutte le privazioni. Tutte le città di quel vicinato erano in potere de' Francesi, ad eccezione di quella di Andria, ma non ebbe appena ricevute le truppe tedesche che aveva così lungamente aspettate; che risolse di porsi in campagna, e fece passare a Pietro Navarra ed a don Lodovico di Errera l'ordine di condurgli da Taranto tutti que' soldati che potrebbero. Dal canto suo il Nemours, avvisato dei movimenti che si facevano in Barletta, volle pure adunare in un solo corpo i suoi migliori ufficiali. Scrisse ad Andrea Matteo d'Acquaviva che stava a Conversano di recarsi ad Altamura, per incontrarvi Lodovico d'Ars, e ritornare con lui. Questi due ufficiali ebbero qualche corrispondenza insieme per concertare il loro cammino; ma una delle lettere dell'Ars essendo caduta in mano di Pietro Navarra, questi venne a conoscere la strada dell'Acquaviva, e gli tese una imboscata. L'Acquaviva, attaccato all'impensata, fu gravemente ferito e fatto prigioniere, ucciso suo fratello Giovanni, e tutta la sua cavalleria presa o dispersa[210].
[210] _P. Jovii V. Magni Consalvi, l. II, p. 221. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 26, v. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 301. — Fr. Belcarii, Comm. Rer. Gall., l. IX, p. 266._
L'arrivo a Barletta di Navarra e di Errera, che conducevano prigioniere il più savio e più rispettato barone angiovino e varj capitani dell'armata nemica, parve a Gonsalvo ed a' suoi soldati di buon augurio. Onde non vollero frapporre ulteriore ritardo a rompere il blocco nel quale erano stati così lungamente chiusi. Il 28 di aprile l'armata spagnuola uscì di Barletta, passò l'Ofanto, e dirigendosi verso ponente giunse nello stesso giorno sotto Cerignole. Il calore era di già estremo nelle pianure della Puglia; il soldato non trovava acqua in quelle arse campagne, e soffriva crudelmente la sete, sebbene Gonsalvo, nel passaggio dell'Ofanto, avesse fatte riempire d'acqua molte otri che faceva portare dietro l'armata. Per sollevare i pedoni oppressi dal caldo ordinò ancora ad ogni cavaliere di prenderne uno in groppa, ed egli stesso ne diede agli altri l'esempio facendo dietro di sè montare sul suo cavallo un porta insegne tedesco. Cerignole, lontana soltanto dieci miglia da Barletta, è un castello posto sulla sommità di un colle, i di cui fianchi sono tutti coperti di viti. Il fondo di queste vigne è separato dalla pianura da una fossa. Prospero e Fabricio Colonna, che vi erano giunti prima degli altri, disegnarono di accampare l'armata dietro questa fossa; la allargarono, e colla terra che avevano levata innalzarono sulla sponda interna un piccolo parapetto. Il Gonsalvo diresse in persona questi lavori, e vi fece immediatamente collocare i cannoni in batteria[211].
[211] _P. Jovii V. M. Consalvi, l. II, p. 221. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 27._
Il Nemours, partito da Canosa, era giunto presso Cerignole, quasi nello stesso tempo che il Gonsalvo. Nel consiglio di guerra da lui tenuto il Chatillon e Lodovico d'Ars insistevano perchè si differisse la battaglia fino al susseguente giorno, onde meglio conoscere la posizione del nemico, e dar tempo ai soldati di riposarsi. Per lo contrario il Chandieu, che aveva il comando degli Svizzeri, ed Ivone d'Allegre volevano che si approfittasse dell'ardore francese per attaccare in quell'istante. La disputa tra i capitani si protrasse oltre il dovere e fece perdere un tempo prezioso. Per inconsiderata vivacità d'Allegre disse che la lentezza del generale gli rendeva sospetto o il suo coraggio o la sua abilità. Il Nemours, ferito nell'onore, ebbe la debolezza di risolversi contro la propria opinione a venire a battaglia per purgarsi da questo rimprovero: ma prese questa risoluzione così tardi, che nell'istante in cui cominciò la battaglia non restava che mezza ora di giorno. Nell'armata francese eranvi cinquecento lance, mille cinquecento cavaleggeri e quattro mila pedoni[212]. L'armata spagnuola contava mille ottocento uomini di cavalleria pesante, cinquecento cavaleggeri, due mila fanti spagnuoli ed altrettanti Tedeschi[213]. Il Nemours condusse le sue truppe contro il nemico nell'ordine obbliquo, nascondendo la sua sinistra. Egli era con Lodovico d'Ars alla testa dell'ala destra che doveva cominciare la pugna; il Chandieu cogli Svizzeri stava nel centro alquanto a dietro, ed il d'Allegre col resto della cavalleria era alla sinistra ed ancora più a dietro[214].
[212] _Sabellicus Aeneadum XI, l. II ap. Rayn. Ann. Eccl. 1503, § 6, p. 540._
[213] _Bart. Senaregae de Reb. Gen., t. XXIV, Rer. Ital., p. 578._
[214] _P. Jovii V. M. Consalvi, l. III, p. 222. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 27, v._
Il Gonsalvo, che aveva divisa la sua armata in sei battaglioni, aveva mandata avanti tutta la sua cavalleria leggiera sotto gli ordini di Fabrizio Colonna e di don Diego di Mendoza per ritardare il nemico. Nelle arse campagne della Puglia i piedi de' cavalli sollevavano un così denso polverìo, che ai Francesi impedì totalmente di vedere le posizioni degli Spagnuoli. I finocchj, che in que' campi sono d'una smisurata grandezza, occultavano affatto la fossa ed il parapetto che chiudevano il campo; e l'artiglieria col suo fumo accrebbe maggiormente l'oscurità. Una delle prime scariche appiccò il fuoco al magazzino della polvere degli Spagnuoli. Il Gonsalvo, lungi dal mostrarsene spaventato, gridò: «Gli è questo un felice presagio; noi non abbiamo bisogno di polvere perchè nostra è la vittoria.» Frattanto il Nemours, che si avanzava contro i Tedeschi e contro la cavalleria della loro sinistra, fu improvvisamente trattenuto dalla fossa, di cui non sospettava l'esistenza, e mentre cercava un passaggio rivolgendosi di fianco, fu colpito da una palla e cadde morto alla testa delle sue truppe. In quell'istante il Chandieu giugneva in riva al fosso cogli Svizzeri. Ma i Tedeschi, che tenevano l'opposta riva li rispingevano colle loro alabarde, mentre che gli archibugeri spagnuoli li prendevano di fianco, ond'essi si disordinarono e perdettero molta gente. Il Chandieu, che si faceva conoscere in mezzo a loro a motivo delle penne bianche che ornavano il suo caschetto, e che si batteva a piedi alla loro testa, fu ucciso mentre era sceso nella fossa per attraversarla. Vedendo il d'Ars ed il d'Allegre rotti i loro compagni, si posero in fuga; ed il Chatillon, che fuggiva dietro di loro, fu preso e ricondotto prigioniero dalla cavalleria spagnuola. Nello spazio di mezz'ora l'armata francese era stata dispersa, ed aveva perduti tre in quattro mila uomini. Tutti i suoi equipaggi e tutti i viveri vennero in potere del nemico[215].
[215] _P. Jovii de Vita M. Consalvi, l. II, p. 223. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 28. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 303. — Saint Gelais Hist. de Louis XII, p. 171. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 15. — Mém. de Louis de la Tremouille, t. XIV, c. XI, p. 166. — Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 552. — P. Giovio Vita del Card. Pompeo Colonna, p. 355. — Fr. Belcarii Comm., l. IX, p. 267. — Arn. Ferroni, l. III, p. 52._