Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 11

Chapter 113,693 wordsPublic domain

[178] _Machiavelli Legaz. I, lett. II, p. 8. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 141._

[179] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 287._

Le proteste di Cesare Borgia venivano accolte con tanta maggiore confidenza da Paolo Orsini, in quanto ch'egli era persuaso non potersi un papa mantenere, quando aveva nello stesso tempo contro di sè la sua famiglia e quella dei Colonna. E tale fu la sua cocciutagine, che, non credendosi per parte del duca esposto a verun pericolo, poichè questi non dava segno di veruno risentimento, sottoscrisse con lui il 28 di ottobre una convenzione in forza della quale tutte le ricevute vicendevoli ingiurie dovevano essere dimenticate. Il soldo che i condottieri confederati avevano inaddietro avuto dal duca doveva essere loro conservato; essi obbligavansi ad ajutarlo a ricuperare con tutte le loro forze gli stati d'Urbino e di Camerino, senza per altro essere obbligati a venire in persona nelle sue armate, od a porsi in poter suo. Finalmente le vertenze del papa con Giovanni Bentivoglio, rispetto alla sovranità di Bologna, dovevano decidersi dal cardinale Orsini, dal duca Valentino e da Pandolfo Petrucci[180].

[180] Il Machiavelli in una sua lettera del 10 novembre manda alla signoria l'intera convenzione. _Legaz. I, l. VIII, p. 30. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 141._

Ma questa convenzione, che fu comunicata al Machiavelli da un segretario del duca con un sorriso ironico[181], perchè avesse effetto era necessario che venisse ratificata dal papa e dai singoli confederati. Non fu difficile il portare in lungo tale formalità, e di accrescere in tal maniera la diffidenza del Bentivoglio, che con estremo rincrescimento vedeva tenersi in sospeso i suoi interessi, mentre che regolati erano quelli di tutti gli altri. Il Valentino seppe approfittarne per conchiudere con lui, per mezzo di suo figlio il protonotajo, un parziale trattato di pace che fu sottoscritto in Imola il giorno 2 di dicembre. Il Bentivoglio si obbligò a staccarsi assolutamente dai Vitelli e dagli Orsini; promise di servire il duca a proprie spese nelle sue guerre con cento uomini d'armi e con cento alabardieri a cavallo; ed a tale prezzo fu dalla Chiesa riconosciuta la sua sovranità sopra Bologna: inoltre doveva pagare a Cesare Borgia sotto il titolo di condotta, per cento lance, dodici mila ducati all'anno. Suo figliuolo Annibale doveva sposare la sorella del vescovo d'Enna, nipote del duca Valentino. Finalmente il re di Francia, che non vedeva volentieri l'incorporazione di Bologna allo stato della Chiesa, il duca di Ferrara ed i Fiorentini, dovevano essere garanti di questo trattato[182].

[181] _Machiavelli Legaz. I, l. IV, p. 20._

[182] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 288. — Machiavelli Legaz. I, lett. XIV, p. 48._

Intanto essendo giunta la ratifica del trattato degli Orsini, ed essendo sottoscritto il trattato del Bentivoglio, il duca d'Urbino sentiva che, per quanto fosse grande l'affetto che gli mostravano i suoi sudditi, non potrebbe in verun modo difendere il suo principato. Si affrettò dunque a demolire tutte le sue fortezze, onde non avere bisogno di assediarle in più felici tempi, e ritirossi a Città di Castello. Il Valentino fece pubblicare un perdono universale pei popoli sollevati del ducato d'Urbino, i quali rientrarono sotto la sua ubbidienza l'otto di dicembre[183].

[183] _Machiavelli Legaz. I, lett, XVI, p. 51. — Jac. Nardi, l. IV, p. 142. — P. Bembi Hist. Ven., l. VI, p. 131. — Jo. Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2143._

Lo stato di Camerino seguì l'esempio di quello d'Urbino, ed il signore fuggì di nuovo nel regno di Napoli. Vitellozzo ritirò le sue truppe da Fano, e la guerra pareva terminata. E questo fu l'istante scelto dal Valentino per muoversi colla sua armata. Partì da Imola il dieci di dicembre[184].

[184] _Machiavelli Legaz. I, lett. XVII, p. 54. — Jac. Nardi, l. IV, p. 142._

La marcia del Borgia con una così potente armata, che pareva essergli diventata inutile sparse l'inquietudine e lo spavento ne' vicini stati. I Veneziani facevano così attenta guardia alle loro terre di Romagna, come se il nemico fosse accampato sotto le loro mura; i Fiorentini temevano che la riconciliazione di tanti capitani, da loro egualmente temuti, non si fosse fatta a danno loro; ma più d'ogni altro i condottieri rientrati di fresco in grazia col duca cominciavano a credere che potrebbero essere vittime della sua doppiezza[185]. Ma, tutto ad un tratto, il 22 dicembre, le quattrocento cinquanta lance francesi, che accompagnavano il duca, lo abbandonarono a Cesena e ripigliarono la strada di Bologna, senza che si potesse sapere se ciò fosse l'effetto di qualche subito disgusto colla Francia, o se fossero chiamate a Milano da qualche impreveduto bisogno[186]. Comunque la cosa fosse, il Borgia, perduta la metà delle sue forze, e disgustato, almeno in apparenza, dall'alleato che aveva inspirato tanto terrore, continuò ad avanzare colla sua armata con meno minaccioso apparato. Oliverotto di Fermo fu il primo de' confederati della Magione che ardisse raggiugnerlo. Consultarono assieme se attaccherebbero la Toscana o Sinigaglia, ed il Borgia si decise per Sinigaglia. Questo piccolo principato veniva governato da una figlia del precedente duca d'Urbino, Federica, che chiamavasi prefettessa. Papa Sisto IV l'aveva fatta sposare a suo nipote Giovanni della Rovere, ch'egli aveva nominato prefetto di Roma. Rimasta vedova, ella aveva mandato in Francia suo figlio, Francesco Maria della Rovere, per sottrarlo alle trame del Valentino; quegli era il presuntivo erede del ducato d'Urbino, poichè il duca regnante, Guidubaldo, suo zio, non aveva figliuoli. La prefettessa era rimasta in Sinigaglia sotto la protezione dei confederati della Magione, e conoscendo che non poteva difendersi senza di loro si ritirò per mare a Venezia; ma coloro cui aveva affidato il comando della rocca, dichiararono di non volerla cedere che allo stesso duca Valentino, onde Oliverotto e gli Orsini lo invitarono ad avvicinarsi per prenderne possesso[187].

[185] _Machiavelli Legaz. I, lett. XVII e XVIII, p. 54 e 55._

[186] _Machiavelli Legaz. I, lett. XIX, p. 60._

[187] _Machiavelli, del Modo tenuto dal duca Valentino ec., t. III, p. 148. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 289. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 142. — Jo. Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2147._

Il Borgia, che aveva di già rinviate le truppe francesi per dissipare i sospetti dei capitani confederati, conobbe quanto poteva ripromettersi dalla loro confidenza quando si vide chiamato da loro medesimi. Li fece avvisare di distribuire i loro soldati ne' villaggi del territorio di Sinigaglia, per lasciare ai suoi il quartiere nella stessa città, ed il 31 di dicembre partì da Fano per giungere lo stesso giorno in quella città, avendo con lui almeno due mila cavalli e due mila fanti. Vitellozzo Vitelli, Paolo Orsini e Francesco Orsini, duca di Gravina, si avanzarono disarmati per incontrare il duca Valentino e fargli onore. Prima di giugnere a lui dovettero attraversare tutta la sua cavalleria ch'era distribuita in due file ai due lati della strada. Il duca li salutò amorevolmente, e li consegnò a due gentiluomini destinati a corteggiarli, ed a non abbandonarli finchè non fossero giunti al palazzo. Mancava tuttavia Oliverotto, il quale comandava la parata della sua compagnia, che sola era rimasta in Sinigaglia per onorare la venuta del Valentino. Uno de' confidenti del duca andò ad avvisarlo, che se non faceva prendere ai suoi soldati i loro quartieri, non potrebbesi impedire alle truppe che giugnevano di occuparli. Oliverotto in allora licenziò i suoi uomini d'armi, e si portò presso al duca, che lo accolse non meno gentilmente degli altri tre; ma che sotto lo stesso pretesto di fargli onore, lo fece come gli altri guardare a vista. Scesero tutti assieme da cavallo all'alloggio destinato al duca; ma non appena i quattro capitani vi furono entrati che trovaronsi arrestati. Allora il Valentino rimontò subito a cavallo, e conducendo i suoi uomini d'armi ad attaccare i quartieri di Oliverotto, fece svaligiare i di lui soldati. Nello stesso tempo ordinò di attaccare quelli degli Orsini e del Vitelli che trovavansi a cinque in sei miglia di distanza; ma questi, essendo stati a tempo avvisati di ciò che accadeva, si ritirarono in buon ordine. La stessa sera il Borgia fece strozzare Vitellozzo ed Oliverotto, e protrasse fino al giorno 18 la morte di Paolo Orsini e del duca di Gravina, perchè voleva prima sapere se suo padre aveva eseguito quanto aveva seco concertato contro gli altri membri della casa Orsini[188].

[188] _Machiavelli Legaz. I, lett. XXI del primo gennajo 1503, p. 67. — Idem, Del modo tenuto ec., l. III, p. 153. — Jac. Nardi, l. IV, p. 143. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 290. — Burchardi Dia. Cur. Rom., p. 2148. — Ist. di Gio. Cambi, p. 184. — Fr. Belcarii, l. IX, p. 260._

Il signor Roscoe ammette come cosa probabilissima che il Machiavelli fosse a parte del complotto di Sinigaglia (_Vita e Pont. di Leon X, t. l, c. VI, p. 336 della trad. francese nota I_). Questo sospetto, così leggermente promosso contro un uomo che finora non venne accusato di verun delitto, non avrebbe nemmeno potuto venire in mente all'autore, se avesse lette le lettere del segretario fiorentino alla signoria scritte in tempo di questa prima legazione. I naturali progressi de' suoi dubbj, de' suoi timori, delle sue conghietture di mano in mano che gli avvenimenti avanzano, le difficoltà che incontra per parlare al Valentino, perchè egli era un uomo troppo poco importante, le sue replicate inchieste perchè si mandi un ambasciatore in sua vece, per ultimo ogni linea delle 29 sue lettere distrugge vittoriosamente così ingiuriosi sospetti. Il più grande argomento del signor Roscoe è che il Machiavelli, nella separata sua relazione di questo avvenimento, non arricchisce la sua narrazione di veruna considerazione: parmi che non fossero altrimenti necessarie, e che i fatti parlino da sè. Vero è che il Machiavelli non aveva nè stima, nè compassione per questi nemici del suo paese, ed erano in fatti poco degni di stima. Rispetto al Valentino, egli ne ammirava l'accortezza; e vedeva in lui un gran principe. Ma di quell'epoca i vocaboli di _principe_, di _usurpatore_, di _tiranno_ erano tutti sinonimi. Il Machiavelli mai non fa distinzione alcuna fra di loro, e non credeva possibile di potervi associare veruna virtù morale, fuorchè grandezza di coraggio, carattere fermo ed accortezza.

La perfidia colla quale Cesare Borgia trattò i capi delle bande adunate a Sinigaglia non indisponeva i popoli contro di lui. Questi capitani erano quasi tutti amati dai loro soldati e detestati dai loro sudditi; il solo timore poteva tenere i popoli ubbidienti verso un governo puramente militare, e che non conosceva nè giustizia, nè moderazione; e Cesare Borgia era troppo accorto per non rendere il proprio giogo meno pesante ai nuovi suoi sudditi. Volle subito approfittare dello spavento de' suoi nemici, persuaso che i popoli si dichiarerebbero a suo favore; ed il primo di gennajo del 1503 partì alla volta di Conrinaldo, Sassoferrato e Gualdo per avvicinarsi ad Agobbio e di là minacciare nello stesso tempo Perugia e Città di Castello[189]. Il 4 dello stesso mese ricevette gli ambasciatori di Città di Castello, che gli annunciavano che il vescovo di quella città e tutti i Vitelli erano fuggiti, e che gli abitanti si affrettavano di manifestargli la loro ubbidienza. Giulio Vitelli, rimasto il capo della sua famiglia dopo che i suoi quattro fratelli maggiori, tutti rinomati guerrieri, erano successivamente periti di morte violenta, era partito alla volta di Venezia col duca d'Urbino, dopo di avere mandati i suoi nipoti a Pitigliano[190]. Gian Paolo Baglioni era fuggito da Perugia, tostocchè gli era giunta la notizia della carnificina di Sinigaglia; e gli abitanti di quella città avevano fatto chiedere alla repubblica di Firenze di ajutarli a mantenere la loro libertà; ma i Fiorentini risposero, che in ogni altra occasione avevano potuto fare sì poco conto dell'amicizia e dei buoni ufficj di Perugia che non volevano per salvare così fatti vicini correre rischio di romperla con un papa tanto potente. I Perugini spedirono in allora ambasciatori al duca Valentino, i quali gli si presentarono il 5 di gennajo per dichiarargli che le truppe degli Orsini, dei Vitelli e dei Baglioni avendo evacuata la loro città per ritirarsi a Siena, essi lo avevano proclamato loro sovrano. Pure il Borgia, o perchè così gli avesse ordinato suo padre, o perchè gli convenisse di tenere celati i suoi ulteriori disegni, non ricevette l'omaggio di Perugia e di Castello che come gonfaloniere della Chiesa, e non in proprio nome. Dichiarò di avere determinato di scacciare tutti i tiranni dai paesi ereditarj de' romani pontefici, e di spegnervi le fazioni; ma che non voleva dilatare la propria signoria al di là del suo ducato di Romagna, e che perciò lusingavasi che qualunque si fosse il papa che occuperebbe dopo Alessandro VI la cattedra di san Pietro, desso papa gli saprebbe buon grado dell'avere distrutti i nemici dell'autorità pontificia. Egli non volle pure entrare nelle due sottomesse città, ne ricondurre gli esiliati a Perugia, ma si apparecchiò subito a scacciare da Siena Pandolfo Petrucci. Egli risguardava quest'uomo, distintissimo per la sua accortezza, siccome l'anima del partito. Lo vedeva chiuso in una fortissima città, provveduto di danaro, e circondato da numerosa armata a lui affezionatissima; perciò chiese al Machiavelli di persuadere la sua repubblica ad unirsi a lui per iscacciare quest'ultimo nemico, che i Fiorentini non dovevano temere meno di quello ch'egli lo temeva. Desiderava che questi mandassero gente ai confini, mentre ch'egli si avanzerebbe colle sue truppe; e nello stesso tempo Alessandro VI intavolava negoziazioni con Pandolfo Petrucci per ingannarlo, se possibile fosse, e trovar modo di averlo nelle sue mani[191].

[189] _Machiavelli Legaz. I, lett. XXI, XXII, p. 72. — Jac. Nardi, l. IV, p. 145._

[190] _Machiavelli Legaz. I, lett. XXV, p. 76. — Jac. Nardi, l. IV, p. 145._

[191] _Machiavell. Legaz. I, lett. XXVII del 10 gennajo, p. 82. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 291. — Orl. Malavolti, Stor. di Siena, p. II, l. VII, p. 109, f. v._

I Sienesi non erano disposti ad esporsi ai pericoli di un assedio al solo oggetto di salvare il Petrucci; ma nello stesso tempo diffidavano del papa e del suo figliuolo, ed erano determinati a difendersi fino all'ultimo sangue, se sotto pretesto di scacciare un tiranno Cesare Borgia voleva entrare nella loro città, o faceva qualche tentativo per rendersene padrone. Pandolfo Petrucci approfittò di questa disposizione per negoziare e non cedere alla burrasca che a seconda del bisogno. Acconsentì di uscire da Siena, purchè il duca Valentino, che si era avanzato fino a Pienza, uscisse in pari tempo dal territorio della repubblica. Questa convenzione si eseguì il 28 di gennajo: Pandolfo Petrucci si ritirò a Lucca con Gian Paolo Baglioni, e gli avanzi delle truppe dei Vitelli; ma i suoi partigiani continuarono ad esercitare in Siena la suprema autorità, mentre che il Valentino ricondusse la sua armata alla volta di Roma, per approfittare della carnificina di Sinigaglia, e terminare l'abbassamento degli Orsini[192].

[192] _Machiavelli ultima lettera della prima Legazione, N.º XXIX, p. 93. — Jac. Nardi, l. IV, p. 146. — Orl. Malavolti Stor. di Siena p. III, l. VI, f. 110._

Il papa si era dato tutto l'impegno di assecondare i delitti di suo figlio; dietro i suoi avvisi dell'accaduto in Sinigaglia fece invitare il cardinale Orsini a portarsi al Vaticano per un abboccamento. Il cardinale aveva avuta l'imprudenza di tornare a Roma; viveva senza sospetti, e niente sapeva dell'arresto de' suoi due parenti; onde recossi a palazzo, ove fu subito imprigionato. Nello stesso tempo Alessandro VI fece prendere nelle loro case Rinaldo Orsini, arcivescovo di Firenze, il protonotajo Orsini, l'abbate d'Alviano, fratello di Bartolommeo e Giacomo di Santa Croce. Questi prigionieri, spaventati dalle minacce del papa, acconsentirono di dargli tutte le loro fortezze, ed a tale prezzo riebbero la libertà, ad eccezione del cardinale; perchè Alessandro voleva obbligare questi a consegnargli tutti i suoi beni. Il papa aveva di già fatta occupare la di lui casa a Monte Giordano, e trasportarne gli effetti ed i mobili tutti al palazzo pontificio. Esaminando i libri delle ragioni del cardinale, trovò che questi aveva un credito di due mila ducati verso qualcuno il di cui nome non era stato scritto; vide inoltre che aveva acquistata pel prezzo di due mila ducati una perla che non si trovava. Perciò il primo di febbrajo fece vietare l'ingresso della prigione del cardinale a coloro che gli portavano da mangiare per parte di sua madre, dichiarando che questo sciagurato prelato più non mangerebbe finchè non si rinvenissero que' due effetti. La madre del cardinale pagò subito col proprio danaro i due mila ducati, e l'amica di lui, vestita da uomo, andò in persona a consegnare al pontefice la perla che aveva ricevuta dal prelato. Alessandro acconsentì allora che si portassero al cardinale i cibi che gli venivano mandati, ma prima gli fece dare una bevanda avvelenata che lo trasse a morte il 22 di febbrajo[193].

[193] _Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2149. — Raphael Volater. apud Raynald. Ann. 1503, $ 8, p. 540. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 291. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 146._

Ma non tutti gli Orsini erano caduti nelle mani del pontefice o di suo figliuolo; la loro famiglia era assai numerosa, perchè tutti i figli cadetti, appigliandosi al mestiere delle armi, trovavano sempre una carriera aperta: Giulio Orsini con molti suoi parenti si afforzava a Pitigliano; Fabio, figliuolo di Paolo Orsini, strozzato a Sinigaglia, ed Organtino Orsini adunavano la loro cavalleria a Cervetri. Muzio Colonna era tornato dal regno di Napoli, ed era entrato in Palombara che aveva tolta al papa. I Savelli si erano rappattumati cogli Orsini, di modo che tutta l'alta nobiltà di Roma faceva causa comune contro i Borgia. Gian Girolamo Orsini era in allora ai servigj del re di Francia, nel regno di Napoli; Niccolò, conte di Pitigliano, al servigio dei Veneziani; e questi due capitani interessavano alla loro difesa i potenti padroni per cui guerreggiavano. Il Borgia volle tentare di opprimerli prima che potessero ottenere assistenza, persuaso che gli riuscirebbe più facile la giustificazione, quando non vi fosse più rimedio per coloro che voleva distruggere. Ma sebbene riuscisse ad impadronirsi di Palombara e di Ceri, le altre fortezze degli Orsini gli opposero una resistenza abbastanza lunga da dare tempo ai Veneziani ed al re di Francia di dichiarare altamente, che prendevano Gian Giacomo Orsini ed il conte di Pitigliano sotto la loro protezione[194].

[194] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 293._

Le minacce del re determinarono Cesare Borgia a levare l'assedio di Bracciano, ma non senza lagnarsi amaramente della Francia; mentre che Alessandro VI faceva condannare dai tribunali ecclesiastici tutti gli Orsini come ribelli. Lodovico XII, vedendo che i Borgia cominciavano a mancare di rispetto alla sua autorità, e perchè nello stesso tempo era di già inquieto rispetto agli affari di Napoli, risolse di mettere fine al rapido ingrandimento della potenza del duca Valentino; prevedendo che, quando sentirebbe la propria indipendenza, si farebbe pagare a troppo caro prezzo la sua amicizia. Parvegli più di tutto importante di porre in salvo la Toscana da nuovi attentati; a tale oggetto trovò opportuno di formare un'alleanza tra Firenze, Siena, Lucca e Bologna, ed incaricò di negoziarla Francesco Cardulo di Narni, protonotajo apostolico. Questi presentossi il giorno 14 di marzo alla balìa di Siena, ed offrì ai partigiani di Pandolfo Petrucci di ricondurre nella città loro questo capo di parte coll'assenso de' Fiorentini, ai quali si prometteva la restituzione di Montepulciano. L'alleanza venne sottoscritta, e Pandolfo tornò a Siena il 29 di marzo del 1503, senza che la rivoluzione che l'aveva scacciato, o quella che lo richiamava, fossero accompagnate da verun disordine[195].

[195] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 149. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 294. — Fr. Belcarii t. IX, p, 262. — Orl. Malavolti, p. III, l. VI, f. 111._

Ma non sì tosto trovossi Pandolfo in Siena, che chiese dilazione alla restituzione di Montepulciano. Pretese che i Sienesi fossero in modo attaccati a questo possedimento da non voler comperare a sì alto prezzo l'amicizia de' Fiorentini; questi dal canto loro, malgrado le istanze del ministro francese, non volevano entrare nella lega che a tale condizione; onde non potevasi avere la ratifica del trattato, senza del quale sembrava che la Toscana rimanesse in balìa del duca Valentino[196].

[196] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 309._

Altronde gli affari di Pisa, che da quasi dieci anni avevano sempre riaccese guerre vicine a spegnersi, eccitavano nuovamente la diffidenza e l'animosità dei popoli toscani. I Fiorentini avevano fatto capitano delle loro armate il balivo d'Occan, capitano francese, il quale coll'assenso del re aveva condotte cinquanta lance; eransi lusingati che le bandiere francesi sarebbero per loro una salvaguardia contro le intraprese del papa e di suo figlio, dalle quali non li guarentiva la santità dei trattati. Avevano mandata la loro armata nello stato di Pisa per guastare le messi, sperando che quella città si ridurrebbe colla fame, se perdeva per più anni consecutivi i suoi raccolti: e di già nel precedente anno avevano distrutto prima che maturasse tutto il frumento dei Pisani. Questa volta ruinarono soltanto le campagne del Val d'Arno, non avendo potuto penetrare nella vallata del Serchio meglio difesa[197].

[197] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 309. — Jac Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 151, 152. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 175 e 187. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 271._

Intanto il balivo d'Occan, poi che ebbe guastato il paese, condusse la sua armata sotto Vico Pisano, difeso da cento fanti svizzeri al soldo dei Pisani. Il balivo li minacciò di farli appiccare se portavano le armi contro un re alleato della loro nazione; nello stesso tempo i Fiorentini loro offrirono del danaro, onde gli Svizzeri, atterriti o corrotti, il 16 di giugno aprirono le porte della fortezza che dovevano difendere. Il loro tradimento spianò ai Fiorentini la strada della fortezza assai più importante della Verrucola, che, attaccata dal lato fin allora inaccessibile di Vico Pisano, si arrese il 18 di giugno. Questa signoreggiava il piano di Pisa, e così bene lo scopriva tutto intero, che nulla entrar poteva o sortire dalle porte della città senz'essere veduto dalla Verrucola. E quanto questa posizione era stata utile ai Pisani per prevenire gli attacchi dei loro nemici, altrettanto poteva riuscirle fatale dopo ch'era venuta in mano de' Fiorentini[198].

[198] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 310. — Jac. Nardi, l. IV, p. 152, 153. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 271. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 193._