Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 9
Era Sarzana in qualche modo la chiave della Lunigiana[134]: così chiamasi una spiaggia, chiusa tra il mare e le montagne, che stendesi dai confini del Genovesato fino a Pisa d'una larghezza non mai eccedente le sei miglia. Sarzana era una città assai ben fortificata e la sua fortezza di Sarzanello credevasi inespugnabile. Se l'esercito francese si fosse lasciata questa terra alle spalle, sarebbesi poco dopo trovata chiusa la strada di Pisa da quella di Pietra Santa, posseduta pure dai Fiorentini, e posta nel più angusto punto del littorale. Tutto il paese potev'essere, difeso di tratto in tratto. Non è ferace che di olio, e così sprovveduto di frumento, che importa la metà de' suoi viveri dalla Lombardia a schiena di muli: e l'aere è così insalubre in autunno, che la febbre avrebbe in poche settimane ruinato l'esercito nemico. I capitani francesi mal sapevano perciò risolversi ad innoltrarsi in cotal paese, ma la pusillanimità di Pietro de' Medici dissipò bentosto i loro giusti timori.
[134] Suppongo che debba dirsi Versilia, antica denominazione di questo littorale, sebbene nei posteriori secoli i marchesi di Lunigiana avessero esteso il loro dominio fino ai confini di Pietra Santa centro della Versilia. _N. d. T._
L'ingresso de' Francesi in Toscana, spargendo in Firenze un estremo terrore, fece scoppiare un malcontento contro Pietro de' Medici tenuto lungo tempo compresso. I Fiorentini erano da secoli affezionati alla real casa di Francia, da loro risguardata quale protettrice del partito guelfo e della libertà; altamente si lagnavano che il capo dello stato gli avesse strascinati in una guerra contraria ai loro veri interessi, ed esposti prima degli altri a tutti i pericoli d'una lite che punto non li risguardava. Gli ambasciatori fiorentini erano stati dalla corte di Francia rimandati; tutti i socj, tutti i commessi delle case di commercio dei Medici eransi espulsi dal regno; ma tanto rigore non aveva colpiti gli altri Fiorentini, quasi che si fosse voluto far loro sentire che la Francia non li confondeva coll'usurpatore della loro libertà[135]. Sapevasi che Lorenzo e Giovanni de' Medici, que' cugini di Pietro, ch'egli aveva da pochi mesi maltrattati, poi rilegati nelle loro ville, erano passati nel campo di Carlo VIII, supplicandolo di atterrare un governo esoso alla generalità dei cittadini[136]. Il potere di questo vanaglorioso capo, che non aveva voluto conoscere confini, trovossi tutt'ad un tratto non ad altro appoggiato che ad una vacillante opinione.
[135] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 198. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 32._
[136] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 196. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 32. — P. Jovii Hist., l. l, p. 32. — Jac. Nardi Istor. Fior., l. I, p. 16._
Pietro de' Medici, spaventato dall'interno fermento, di cui vedeva ovunque le traccie, atterrito dalla guerra straniera ch'egli non era in istato di sostenere, pensò di cedere al turbine, di fare la pace coi Francesi, imitando la condotta tenuta da suo padre con Ferdinando, condotta che aveva così spesso udito lodare. Egli non sapeva che per imitare un grand'uomo conviene avere i suoi talenti, onde discernere le circostanze, e la sua fermezza per disprezzare i pericoli. Pietro de' Medici fece dalla repubblica eleggere una numerosa ambasciata, di cui egli faceva parte, con commissione di recarsi presso il re di Francia e cercare di placarlo. Ma, avvisato in viaggio che un corpo di trecento uomini, che la repubblica mandava a Sarzana, era stato sorpreso e fatto a pezzi, non osò, senza salvacondotto, innoltrarsi al di là di Pietra Santa. Alcuni signori della corte, tra i quali Briçonnet e di Piennes vennero a trovarlo, e lo condussero innanzi al re lo stesso giorno in cui veniva attaccato Sarzanello[137].
[137] _Fr. Guicciardini Hist., l. I, p. 52. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 203. — Phil. de Comines Mémoir., l. VII, c. IX, p. 185._
Pietro, per giustificare il suo rifiuto di permettere al re d'attraversare la Toscana, ricordò il suo trattato con Ferdinando, conchiuso con approvazione dello stesso Lodovico XI; soggiunse che fino all'istante in cui le armate francesi erano scese in Italia non avrebbe potuto violare questo trattato senza esporsi a tutta la vendetta degli Arragonesi; ma poichè al presente più non vedevasi esposto a tale pericolo era apparecchiato a dar prove della sua divozione verso la casa di Francia[138]. Il re, per tutta risposta a questo discorso, chiese che gli si aprissero le porte di Sarzanello; e Pietro vi acconsentì subito: e senza nè pure interpellare i suoi colleghi, ordinò che Sarzanello fosse dato in mano al re, il quale, sorpreso da tanta facilità, domandò che gli fossero inoltre consegnati Pietra Santa, Librafratta, Pisa e Livorno. Non credevano già i Francesi, che, facendo così alte domande venissero loro accordate quelle piazze, almeno senza grandi guarenzie per la loro restituzione dopo il passaggio dell'esercito; ma Pietro nulla chiese, e si accontentò della verbale obbligazione del re di restituire le fortezze della Toscana, quand'avrebbe ultimata la conquista del regno di Napoli; fu convenuto che i Fiorentini presterebbero al re Carlo dugento mila fiorini; che a tale condizione verrebbero ricevuti sotto la protezione del re, e che il trattato di pace fra di loro sarebbe fatto in Firenze. Dietro questa semplice verbale convenzione fece aprire ai Francesi tutte le fortezze dello stato di Pisa, non senza eccitare lo sdegno de' suoi colleghi d'ambasciata, i quali, essendo arrivati alquanto più tardi, credevano di accordar molto al re coll'accordargli il libero passaggio a traverso al loro stato[139].
[138] _Bern. Oricellarii de Bello Ital. Comment., p. 39._
[139] _Fr. Guicciardini Ist., l. I, p. 53. — P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 31. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 203. — Jac. Nardi Istor. Fior., l. I, p. 18. — Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, c. IX, p. 185. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 6._
I Fiorentini, ricevendo la notizia della convenzione di Sarzana, s'irritarono ancora più dei loro ambasciatori. Da lungo tempo avevano cominciato ad accusare Pietro de' Medici di comportarsi come signore e non come primo cittadino della sua patria; di tenere un contegno da padrone che mai non avevano affettato nè Lorenzo, suo padre, nè Cosimo, suo bisavo; di trascurare affatto d'intervenire ai consiglj e di sedere co' suoi colleghi quand'era rivestito di qualche magistratura[140]. Ma non aveva ancora osato prima d'allora di calpestare con tanta impudenza le leggi della repubblica, nè di arrogarsi un'autorità che non gli era mai stata conferita. Egli era quegli, si diceva, che aveva precipitata la patria in una guerra contraria ai suoi interessi, ed era egualmente quegli che, per salvarla, sagrificava le conquiste di molte generazioni. Il partito della libertà, che si era successivamente ingrossato coll'adesione di tutti coloro ch'erano stati oltraggiati dalla sua insolenza, e di fresco riscaldati dalle prediche del Savonarola, approfittava di questi avvenimenti per mostrare quanto pericolosa cosa fosse il dare un capo ad una città libera; perciocchè sotto il suo dominio uno stato perde bentosto il vigore delle sue armate, la prudenza de' suoi consiglj, ed all'ultimo le sue migliori province o la sua indipendenza. Approfittiamo almanco, dicevano essi, delle nostre sciagure, e, poichè l'armata francese deve attraversare le nostre mura, ci ajuti a rovesciare la tirannide[141].
[140] _P. Jovii Hist., l. I, p. 31. — Jac. Nardi l, I, p. 15. — Phil. de Comines, l. VII, c. VI, p. 171._
[141] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 54._
Mentre che l'armata francese dirigevasi verso Lucca e verso Pisa, Pietro de' Medici, prevenuto del tumulto di Firenze, si affrettava di tornarvi, sperando pure di potersela conservare ubbidiente. Vi arrivò l'8 di novembre, e dopo essersi la stessa sera consigliato co' suoi amici, che trovò tutti scoraggiati, o da lui alienati, risolse di recarsi all'indomani a palazzo presso la signoria. Trovò il palazzo chiuso, con guardie alla porta, come sempre costumavasi in occasione di tumulto. La signoria aveva stabilito di non ricevere la visita di Pietro de' Medici, e gli mandò Jacopo di Nerli, gonfaloniere di compagnia, a parteciparglielo, mentre che Luca Orsini, uno de' priori, si trattenne alla porta per vietargliene l'ingresso, ove si dovesse venire a quest'estremo[142].
[142] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Jac. Nardi, l. I, p. 21. — P. Jovii Hist., l. I, p. 32. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 55. — Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. X, p. 191. — Belcarii Comm. Rer. Gall., l. V, p. 138._
Pietro de' Medici non volle fare esperimento della loro costanza; stordito da una resistenza che mai non aveva conosciuta, non si appigliò nè alle preghiere, nè alle minacce; ritirossi in casa per chiamare in suo soccorso Paolo Orsini, suo cognato, cogli uomini d'armi sotto i suoi ordini; ma, essendo stato fermato il messo che gli mandava, i cittadini presero le armi e si adunarono nella piazza del palazzo per essere pronti ad eseguire gli ordini della signoria. Frattanto il cardinale Giovanni de' Medici aveva corse alcune strade coll'accompagnamento de' servitori della sua casa, cui faceva ripetere il grido d'armi di sua famiglia: _Palle! Palle!_ ma questo grido altre volte così caro al popolo non aveva mosso veruno de' suoi partigiani. Il cardinale non aveva potuto oltrepassare la metà della strada de' Calzajuoli; e si udivano da ogni banda minacciose grida contro i Medici. Pietro e suo fratello, di già circondati dai soldati loro condotti da Paolo Orsini, ritiraronsi verso porta san Gallo, e tentarono di nuovo, gettando danaro tra il popolo, di muovere gli artigiani di quel quartiere a prendere le armi per loro; ma non avendo che minacciose risposte, ed udendo suonare la campana a stormo, uscirono di città, di cui gli si chiusero dietro le porte. Il cardinale Giovanni de' Medici, essendosi travestito da frate francescano, si sottrasse ancor egli al tumulto, e raggiunse i suoi due fratelli negli Appennini[143].
[143] _Ist. di Gio. Cambi Deliz. degli Erud., t. XXI, p. 78. — Diari Sanesi d'Allegr. Allegretti, t. XXIII, p. 833. — Bernardi Oricellarii de bello Ital., p. 41._
Pietro de' Medici aveva inconsideratamente presa la strada di Bologna, invece di volgersi al re di Francia, presso al quale avrebbe probabilmente trovato protezione. I soldati dell'Orsini, che lo seguivano, attaccati dai contadini, si sbandarono quasi tutti, e lo stesso Paolo Orsini conobbe che per la sicurezza di suo cognato era d'uopo separarsi da lui. Pure i Medici arrivarono però a Bologna senza incontrare verun nuovo accidente. Ma quando Pietro presentossi a Giovanni Bentivoglio, suo alleato e suo amico, questi, maravigliato di vedere un uomo che occupava lo stesso suo grado, rovesciato con tanta facilità, gli disse: «Se giammai voi udirete che Giovanni Bentivoglio è stato scacciato da Bologna, come lo siete oggi voi da Firenze, non vogliate crederlo; ma credete piuttosto che si è fatto tagliare a pezzi dai suoi nemici facendo loro resistenza»[144]. Non sapeva Giovanni Bentivoglio, che spesso non è in arbitrio del principe, nè del generale d'armata il trovare la morte che desidera; che, dopo averla lungo tempo affrontata, se sopravvive suo malgrado alla sua disfatta, il desiderio della propria conservazione si risveglia nel cuore più valoroso, e vi si aggiugne una segreta speranza, che, poichè la fortuna si è presa ella sola la cura della sua salvezza, lo riservi tuttavia a tempi migliori. La sua sperienza non tardò ad insegnarglielo; l'istante del rovescio giunse pure per il Bentivoglio, e malgrado la sua risoluzione, non morì, ma condusse i suoi giorni in esilio.
[144] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 22. — Fr. Guicciardini Ist., l. I, p. 55._
Il popolaccio di Firenze svaligiò le case del cancelliere e del provveditore del monte di pietà, che da molto tempo venivano accusati di avere inventate nuove gabelle, e le varie estorsioni con cui eransi accresciute le imposte. Saccheggiò inoltre i giardini di san Marco, e la casa del cardinale Giovanni a sant'Antonio. Le guardie poste al gran palazzo dei Medici in via larga, destinato al re di Francia, lo salvarono in quel primo istante dal saccheggio. Ma i Francesi, che vi furono alloggiati, presero con impudenza tutto quanto solleticava la loro cupidigia, e dopo la loro partenza tutto ciò che vi restava fu venduto con autorità della giustizia. E per tal modo furono disperse quelle magnifiche collezioni di quadri, di statue, di pietre incise, di libri, con tanta cura raccolti da Cosimo e da Lorenzo in tutti i luoghi cui si estendeva il loro commercio[145].
[145] _Phil. de Comines, l. VII, ch. XI, p. 106. — B. Oricellarii, p. 42-52._
La signoria, dopo la fuga dei Medici, fece un decreto per dichiararli ribelli, per confiscare i loro beni e per promettere il premio di cinque mila ducati a coloro che gli arresterebbero, e di due mila a chiunque porterebbe la loro testa. Tutte le famiglie esiliate o private dei pubblici onori pel corso di sessant'anni, in cui si era mantenuta l'autorità de' Medici vennero ristabilite ne' loro diritti, i quadri che ricordavano o le condanne del 1434, o quelle del 1478 per la congiura dei Pazzi, furono cancellati, ed i due Medici, figliuoli di Pier Francesco, rientrati in patria nell'istante in cui ne uscivano loro cugini, nulla volendo avere di comune con una famiglia che aveva aspirato alla tirannide, fecero cancellare i sei globi dai loro stemmi per sostituirvi una croce d'argento in campo rosso dei Guelfi, e scambiarono il nome di Medici in quello di _Popolani_[146].
[146] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 25. — P. Jovii Hist., l. I, p. 33. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Ist. di Gio. Cambi, p. 79._
Intanto il nuovo governo si affrettò di spedire ambasciatori al re di Francia, per incolpare il suo predecessore d'una inimicizia tanto contraria agl'interessi della repubblica, e per dare più autentica forma al trattato conchiuso con tanta balordaggine dal Medici. Nominò ambasciatori Piero Capponi, che di già nella sua ambasciata a Lione aveva fatto conoscere l'ardente desiderio de' Fiorentini di scuotere il giogo che portavano[147], Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai, Giovanni Cavalcanti ed il padre Girolamo Savonarola. Costui, risguardato dai Fiorentini, come dotato del dono dei miracoli e delle profezie, sembrava loro un celeste avvocato, mandato dalla Provvidenza per difenderli.
[147] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VIII, ch. VI, p. 172._
Gli ambasciatori fiorentini passarono a Lucca dov'era il re, ma non ottennero udienza, e furono costretti di seguirlo a Pisa. Colà il padre Savonarola apostrofò il vittorioso monarca con quel tuono autorevole, ch'era accostumato a prendere in faccia al suo uditorio. Non era il deputato d'una repubblica che parlava ad un re, ma l'inviato di Dio, quegli che aveva predetta la discesa dei Francesi in Italia, che ne aveva lungo tempo minacciati i popoli, come fosse un castigo del cielo, e che adesso parlava a colui che il dito di Dio aveva guidato, per indicargli come doveva terminare l'opera di cui lo aveva incaricato la Provvidenza.
«Vieni, gli disse, vieni adunque pieno di fiducia, vientene lieto e trionfante, perciocchè colui che ti manda è quello stesso che per la nostra salute trionfò sul legno della croce. Pure, ascolta le mie parole, o cristianissimo re! e fanne tesoro nella tua mente. Il servo del Signore, cui queste cose vennero per parte di Dio rivelate.... ti avvisa che sei stato mandato da sua divina Maestà, perchè, seguendo il di lui esempio, tu debba usare misericordia in ogni luogo, ma in particolare nella sua città di Firenze, nella quale, benchè sianvi molti peccati, conservansi altresì molti fedeli servitori tanto nel secolo che nella religione. In grazia loro tu devi risparmiare la città, acciocchè essi preghino per te, e ti secondino nelle tue spedizioni. L'inutile servo, che ti parla, ti avverte di più in nome di Dio, e ti esorta a difendere con tutta la tua possanza l'innocenza, le vedove, i pupilli, gli sventurati, e sopra tutto il pudore delle spose di Cristo che sono ne' monasteri, onde tu non sia cagione di moltiplicare i peccati, perchè per cagione di questi si fiaccherebbe la somma potenza datati da Dio. All'ultimo per la terza volta il servo di Dio ti scongiura in nome suo a perdonare le offese. Se tu ti credi ingiuriato dal popolo fiorentino, o da qualche altro popolo, loro perdona, poichè peccarono per ignoranza, non sapendo che tu sei l'inviato dell'Altissimo. Ricordati del tuo Salvatore, che appeso in croce perdonò a' suoi carnefici. Se tu fai, o re, tutte queste cose, Dio dilaterà il tuo regno temporale e ti farà dovunque vittorioso; e finalmente ti riceverà nell'eterno suo regno de' cieli»[148].
[148] _Vita del Savonarola, l. II, § VI, p. 68, dal compendio stampato delle sue rivelazioni._
Il re aveva appena udito alcun cenno della fama del Savonarola, ed altro in lui non ravvisò che un buon religioso; il suo ragionamento parvegli una predica cristiana, e senza voler entrare nell'argomento, promise che, subito giunto in Firenze, aggiusterebbe ogni cosa con soddisfacimento del popolo[149]. Pure egli aveva di già violato il trattato conchiuso con Pietro de' Medici, e con l'inconsiderato suo procedere erasi posto in tale imbarazzo, da cui più non potè uscire con onore.
[149] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 23._
Erano di già ottantasette anni che Pisa trovavasi sotto il dominio de' Fiorentini[150]. I Pisani avrebbero potuto aspettarsi che ne' primi anni della loro servitù il popolo vincitore facesse loro sentire il peso di un risentimento che non era ancora spento, ed una diffidenza, tenuta viva da fresche ingiurie. Ma d'altra parte dovevano sperare dal tempo la fusione de' due stati in un solo, poichè la prosperità del paese conquistato era necessaria a quella del vincitore. Pure accadde tutt'all'opposto; ne' primi anni che tennero dietro alla conquista, l'amministrazione de' Fiorentini fu assai più moderata che quella degli anni successivi. Il primo commissario fiorentino mandato a Pisa, Gino Capponi, era un uomo giusto e moderato, ed aveva cercato di cattivarsi gli animi. Quando due anni dopo i Fiorentini offrirono Pisa alla Chiesa per adunarvi il concilio che doveva terminare lo scisma, cercarono di procurare a questa città pecuniarj vantaggi e di richiamarvi con tal mezzo i cittadini che emigravano. Pistoja colla dolcezza era stata guadagnata per sempre alla sorte della repubblica fiorentina, e gli Albizzi avevano bastante accorgimento per approfittare di questo domestico esempio. Ma la rivoluzione del 1434, diminuendo la libertà fiorentina, scemò pure la liberalità della sua condotta rispetto ai popoli sudditi. I diritti politici del popolo vincitore erano a tanta ristrettezza ridotti, che, paragonandosi ai vinti, egli non sarebbesi trovato in nullo modo avvantaggiato, se questi stessi non fossero stati privati di que' diritti civili che mai non dovrebbero essere violati. La politica fiorentina rispetto alle città suddite si ristrinse ad un proverbio, che giustificava i falli de' magistrati, trasformandoli in massime di stato. _Pisa, dicevano, si deve tenere colle fortezze, Pistoja col tener vivi i partiti_[151]. In fatti i Fiorentini fabbricarono in Pisa due fortezze che signoreggiavano la città; e contando sopra questa mal sicura catena, crudelmente abusarono del loro potere. A gravose imposte si aggiunsero private esazioni, ed i rubamenti di tutti gli agenti del governo; furono esclusi i Pisani dagl'impieghi, da ogni pubblica funzione, ancora da quelle che le leggi riserbavano agli stranieri, e furono offesi continuamente col disprezzo, coll'odio o colla derisione. Per altro maravigliati di trovare negli spiriti una resistenza proporzionata a questa violenza, e volendo pure domare ciò che chiamavano l'orgoglio de' Pisani, risolsero, per farli poveri, di attaccare nello stesso tempo la loro agricoltura ed il loro commercio.
[150] Dopo il 19 ottobre del 1406.
[151] _Machiavelli Discorsi sopra Tito Livio, l. II, c. 24 e 25, t. V, p. 374._
Tutto il Delta dell'Arno, esposto alle inondazioni, e non avendo verso il mare un facile scolo, era non pertanto stato preservato dalle acque stagnanti, e guadagnato al lavoro ed alla salubrità dalla industria e dalla costante attenzione della repubblica pisana nel conservare liberi tutti i canali che attraversano il piano. Questi canali vennero dai Fiorentini abbandonati[152]. Bentosto le acque stagnanti infettarono le campagne colle loro esalazioni; le malattie distrussero la popolazione e restituirono al deserto que' campi che l'industria gli aveva rubati. Anche la città fu spopolata dalle febbri maremmane; ed all'ultimo gli edificj ed i sontuosi palazzi che l'avevano renduta la più superba tra le città d'Italia, provarono ancor essi l'influenza dell'aria senz'elaterio, dell'umidità e della putrefazione.
[152] Le lagnanze de' Pisani per quest'oggetto sembrano smentite dall'Istituzione dell'_Uffizio dei Fossi_, magistratura sanitaria incaricata della cura de' canali fino dal 1477. Forse in allora il male cagionato ai Pisani da una bassa gelosia cominciava a rendersi sensibile a tutto lo stato.
D'altra parte i Pisani, che si erano sollevati col commercio, che avevano coperto il Mediterraneo di flotte, ed introdotte i primi nell'Occidente le arti degli Orientali per mezzo delle giornaliere loro corrispondenze con Costantinopoli, colla Siria e coll'Affrica, trovavansi assoggettati alla gelosa amministrazione di un governo di mercanti, che credevano di arricchirsi con tutti i rami del commercio che loro toglievano. Alcune leggi privarono i Pisani delle manifatture delle sete e delle lane; il commercio all'ingrosso venne, quale esclusivo privilegio, riservato ai soli Fiorentini, ed in tal modo Pisa fu ridotta ad un tale stato di miseria e di spopolazione, che formavano la vergogna dei suoi padroni[153].
[153] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. XII, p. 667. — Franc. Guicciardini Hist., l. II, p. 74_.
Conviene risguardare come una conseguenza della desolazione cui fu ridotta Pisa il silenzio degli storici non solo durante la sua lunga servitù, ma ancora in tempo della contesa sostenuta con tanta generosità e costanza contro i Fiorentini, dopo avere scosso il loro giogo. Nella collezione del Muratori non trovasi veruno storico pisano dopo la metà del quattordicesimo secolo. Paolo Tronci, e quello che venne allegato sotto il nome di Marangoni, sono separatamente stampati e terminano ambidue la loro narrazione nel 1406, sebbene i loro autori vivessero nel diciassettesimo secolo. La casa Roncioni, a Pisa, conserva ne' suoi doviziosi archivj, tra molti curiosi diplomi, la cronica di Pisa, scritta da un canonico Raffaello Roncioni, e dedicata al gran duca Ferdinando II. Ma l'ammutinamento del 1494 non occupa che poche linee dell'ultima pagina di questa cronica. Nella cancelleria del comune conservasene un'altra, pure manoscritta, depostavi dall'autore Jacopo Arrosti il 26 aprile del 1655. L'ultima guerra di Pisa vi si trova trattata alquanto circostanziatamente, ma soltanto attenendosi al Guicciardini, a Giovio, a Nardi, ed agli storici fiorentini: non vi s'incontra nè un fatto nuovo, nè l'indicazione di verun monumento di origine pisana. Finalmente nello stesso archivio conservansi i registri dei signori anziani di Pisa; quelli d'ogni anno formano un volume. Vi si troverebbe, senza dubbio, in mezzo a molte inutilità, e ad affari privati, alcune curiose annotazioni per la storia particolare di Pisa; ma perchè quasi ogni seduta trovasi scritta con diverso carattere, e con infinite abbreviature, converrebbe assoggettarsi a troppo lungo e nojoso lavoro per imparare a leggere, indi ad un secondo assai più lungo lavoro per raccogliere le non molte cose degne di figurare nella storia.