Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 8
Ma nè lo Sforza nè il duca d'Orleans volevano permettere che i loro nemici si afforzassero a Rapallo. Il primo aveva preso al suo servigio i sette fratelli Sanseverini, figli del vecchio Roberto, che nella precedente generazione aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della Lombardia. Lo Sforza aveva trovati tra questi fratelli i suoi più accorti consiglieri ed i più valorosi generali. Due di loro, Anton Maria e Fracassa, erano stati incaricati della difesa di Genova, ed il primo di loro partì subito alla volta di Rapallo per la via di terra con due coorti di veterani ed uno squadrone di cavalleria, mentre che il duca d'Orleans vi s'accostava colla sua flotta, composta di diciotto galere e dodici grossi vascelli aventi a bordo le truppe svizzere. Don Federigo, non osando di lasciarsi chiudere nel golfo di Rapallo da una flotta che sapeva meglio muoversi della sua, ed era armata di colombrine di maggiore calibro, prese il largo e permise al duca d'Orleans di sbarcare senza ostacolo. Le truppe venute per la via di terra, e quelle sbarcate dalla flotta, avendo impiegato lo stesso tempo nel fare le venti miglia che contansi tra Genova e Rapallo, erano giunte presso questa borgata molte ore prima di sera. I loro capi non pertanto pensavano di farle accampare in un'angusto piano poco lontano di Rapallo, rimettendo l'attacco all'indomani: ma ciò non potè farsi per la rivalità che si manifestò tra i soldati veterani dello Sforza, e le guardie ducali di Genova. I primi, per occupare il posto d'onore per la battaglia del susseguente giorno, e per insultare ad un tempo i nemici chiusi in Rapallo, presero a piantare i loro alloggiamenti alla più breve distanza possibile dalla terra. La guardia ducale, avvezza a vivere in una ricca città, ed a fare di sè vaga mostra colla forbitezza delle armature e la ricchezza degli abiti e ad ostentare bravura, non seppe tollerare che un altro corpo d'armata la precedesse; ella si fece innanzi per accamparsi nel brevissimo spazio, che restava tra i veterani dello Sforza e Rapallo. Credendo i Napolitani che si avanzassero per attaccarli, uscirono incontro agli assalitori[100].
[100] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p, 27._
Così cominciò la scaramuccia senza che fosse ordinata dai capi delle opposte parti, e si sostenne lungo tempo con molto accanimento; finalmente l'emulazione tra le diverse nazioni che servivano nell'armata del duca d'Orleans e la sua flotta, che, trovandosi presso alla riva, faceva fuoco contro i Napolitani assicurarono la vittoria ai Genovesi. Fu questa la prima zuffa di così terribile guerra, in cui siansi veduti alle mani cogl'Italiani gli stranieri, i quali si distinsero assai più colla loro ferocia che col valore; imperciocchè non solo gli Svizzeri non fecero grazia ai soldati che loro s'arresero, ma uccisero la maggior parte di quelli che si erano dati prigionieri ai loro alleati. Nè gli abitanti di Rapallo furono meglio trattati: tutti senza misericordia e senza distinzione di partito vennero spogliati d'ogni avere e maltrattati con estrema ferocia; furono perfino barbaramente uccisi cinquanta ammalati che stavano in quello spedale. I Genovesi non soffrirono pazientemente di vedere posti in vendita gli effetti di quegli sgraziati abitanti: il popolo si ammutinò, uccise una ventina di quegli Svizzeri, ed a stento Giovanni Adorno riuscì a calmarlo[101].
[101] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 542. — Mémoir. de Phil. de Comines, l. VII, c. VI, p. 168._
Erano stati dall'armata vittoriosa condotti a Genova alcuni distinti prigionieri, tra i quali Fregosino, figliuolo naturale del cardinale, Giulio Orsini ed Orlando Fregoso. Ibletto dei Fieschi, principale capo del partito vinto, fuggì con suo figlio Rolandino a traverso alle montagne, e tre volte venne consecutivamente spogliato dai masnadieri. Le prime due volte i contadini del vicinato gli diedero degli abiti; ma la terza volta disse a suo figlio colla sua consueta imperturbabile tranquillità: «Andiamo, mio caro, ed accontentiamoci delle vesti del nostro primo padre, altrimenti vedo che la cosa non avrebbe più fine[102].» Don Federigo, tenuto da un vento di terra lontano dalle coste tutto il tempo della battaglia, non potè raccogliere che un piccolo numero di fuggiaschi, coi quali tornò tristamente a Livorno[103].
[102] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 542._
[103] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 28. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 44. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 17. — Belcarius Comm. Rer. Gall., l. V, p. 130._
Intanto don Ferdinando si avanzava a traverso alla Romagna, intenzionato di entrare nel l'autorità del loro legittimo sovrano, Giovanni Galeazzo, ed a scuotere il giogo di un tiranno, che voleva esporli a tutte le furie degli oltremontani. Ma Ferdinando non aveva sotto gl'immediati suoi ordini che mille quattrocento uomini d'armi, e circa due mila cavalleggeri: ed ancora dopo avere ingrossata la sua armata con quella di Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, colle truppe de' Fiorentini, e con quelle somministrate dai piccoli principi della Romagna, questa armata, secondo i più alti calcoli, non contava più di due mila cinquecento corazze e di cinque mila pedoni[104]. Dal canto suo Carlo VIII, prima di fissare la sua irrisolutezza, aveva fatto scendere in Italia il signore d'Aubignì, della casa Stuardo e della linea di Lenox, con circa duecento maestri, ossia cavalieri francesi, e diversi battaglioni di fanteria svizzera, che, valicati il san Bernardo ed il Sempione, eransi uniti a Vercelli[105]. Lodovico il Moro fece che queste truppe si recassero subito nelle province minacciate dal nemico, loro associando Francesco Sanseverino, conte di Cajazzo, con circa seicento uomini d'armi e tre mila fanti veterani. Il conte di Cajazzo occupò una forte posizione a Fossa Giliola, ai confini del Ferrarese, di là osservando le mosse di Ferdinando[106].
[104] _P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 27. — Scip. Ammirato l. XXVI, p. 199. — Fr. Guicciardini l. I. p. 35._
[105] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, ch. VI. p. 167 e nota p. 482._
[106] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 29. — Fran. Guicciardini, l. I, p. 38. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 200. — Franc. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. V, p. 131. — Bern. Oricellarii de bello Italico, p. 26._
In sul finir di luglio questo giovane principe aveva avuta una conferenza con Pietro de' Medici a Città di Castello. Aveva in appresso attraversata Val di Lamone, ed assoldata molta gente in quella armigera provincia. Tutti i rinforzi che poteva sperare lo avevano raggiunto, onde pareva maturo l'istante di attaccare l'armata del conte di Cajazzo e del signor d'Aubignì, prima che ricevesse gli Svizzeri ed i Francesi che scendevano ogni giorno le Alpi. Ma Alfonso II, dando a suo figlio un'armata affatto sproporzionata all'affidatagli intrapresa, lo aveva reso del tutto dipendente dai consiglieri che gli aveva posti al fianco. Il principale di loro, il conte di Pitigliano, riconosceva la sua riputazione militare assai più dal prudente temporeggiare, che da quell'audacia che signoreggia gli avvenimenti. Questi nel consiglio di guerra si ostinò perchè l'armata di Ferdinando si limitasse a stare in su le difese, non potendo, siccome egli diceva, la sua fanteria tener testa agli Svizzeri, nè la sua artiglieria sostenere, nella rapidità delle cariche, il confronto della francese; per ultimo, diceva, che gli uomini d'arme napolitani non sosterrebbero l'impeto degli oltremontani[107].
[107] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 29._
Per lo contrario Gian Jacopo Trivulzio, il di cui carattere era altrettanto bollente quanto era circospetto quello del Pitigliano, attestava d'avere battuti gli Svizzeri a Domo d'Ossola, gli uomini d'armi e l'artiglieria francese in Francia nelle guerra del _ben pubblico_, e che niente trovavasi in quest'armata, che potesse sorprendere gl'Italiani; ch'egli prometteva la vittoria, ove si attaccasse all'istante, e che non sapeva quale resistenza farebbe l'armata francese, se gli si dava tempo di ricevere nuovi rinforzi[108].
[108] _Rosmini Ist. di Gian Giacopo Trivulzio, l. V, p. 214._
Ma omai la notizia degl'infelici successi di don Federico aveva scoraggiati e renduti incerti alcuni degli alleati. Giovanni Bentivoglio temeva la vendetta de' Francesi e del duca di Milano, se prendeva parte in una guerra offensiva; ed il consiglio di guerra decise che non si attaccherebbero i nemici ne' loro trincieramenti. Tutto quanto ottennero le calde istanze d'Alfonso d'Avalos e di Bartolomeo d'Alviano, in allora allievo del Pitigliano, fu la licenza di mandare un trombetta al conte di Cajazzo per isfidarlo ad uscire in aperta campagna. Non avendo questi voluto rinunciare a' suoi vantaggi per accettare il dubbio esperimento di una battaglia, Ferdinando si ritirò sotto le mura di Faenza dietro ad un lungo canale, in cui derivavansi le acque del Lamone, locchè ne rendeva la posizione fortissima; e quando seppe che Carlo VIII aveva passate le Alpi, pensò di starsi colà aspettando le truppe tedesche che suo padre faceva, sebbene troppo tardi, levare nella Svevia e nell'Austria[109].
[109] _P. Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 30. — Fr. Guicciardini Ist. d'Italia, l. I, p. 48._
Carlo VIII erasi recato a Lione con tutta la sua corte per avvicinarsi all'Italia, e vi aveva passata la state in feste e tornei, tra i quali pareva avere dimenticati tutti i suoi progetti di conquiste. Aveva consumato nell'armamento della flotta di Genova quasi tutto il numerario di cui poteva valersi. Madama di Beaujeu, il duca di Borbone e quasi tutti i principali signori biasimavano una lontana impresa, che nulla poteva aggiungere alla forza reale del regno. Briçonnet, che l'aveva lungo tempo consigliata, più non ardiva addossarsene la responsabilità; il siniscalco di Belcario che ardentemente la promoveva, era stato di que' tempi costretto ad allontanarsi dal re, perchè uno de' suoi servitori era morto con sintomi di peste[110]. I cortigiani davano al re opposti consiglj, secondochè aderivano ora agli agenti del re di Napoli, ora a quelli del duca di Milano: Pietro de' Medici aveva inoltre cercato di rendere quest'ultimo sospetto alla corte di Francia, facendo che si tenesse un messo del re di Francia nascosto entro un gabinetto, mentre egli s'intratteneva confidenzialmente con un ambasciatore del Moro[111]. Tra tanti timori e tante contraddizioni, Carlo VIII abbandonò più volte i suoi progetti, a ciò persuaso continuamente dall'allettamento de' piaceri; aveva perfino ordinato a molti signori, di già partiti colle loro truppe, di tornare alla corte, quando il cardinale Giuliano della Rovere, fatto più che tutt'altri bramoso della spedizione d'Italia dall'immenso suo odio verso Alessandro VI, parlò al re con un tale ardire, che verun altro non sarebbesi permesso di farlo. Disse, che il re sarebbesi coperto di vergogna rinunciando a pretese proclamate in tutta l'Europa, non raccogliendo verun frutto de' sagrificj che fatti aveva co' suoi trattati col re de' Romani e coi re della Spagna, ed abbandonando i suoi alleati ed i suoi soldati, che di già per lui valorosamente combattevano nella riviera di Genova e nella Romagna. Carlo VIII, vinto dalle calde ammonizioni del cardinale, di cui rispettava l'eminente dignità, e sedotto dalle adulazioni del siniscalco di Belcario, cui era stato di fresco permesso di liberamente tornare alla corte, partì da Vienna nel Delfinato, il 23 agosto del 1494, prendendo la strada del monte Ginevra, e valicando le Alpi, senza che scontrasse verun ostacolo[112].
[110] _Phil. de Comines, l. VII, ch. V, p. 164._
[111] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 40. — P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 22. — Bern. Oricellarii de bello Ital., p. 2._
[112] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 42. — P. Jovii, l. I, p. 23. — Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, ch. VI, p. 166._
L'armata francese contava tre mila seicento uomini d'armi, sei mila arcieri a piedi, assoldati in Bretagna, sei mila balestrieri delle interne province della Francia, otto mila fanti della Guascogna, armati di fucili e di spade a doppio taglio, ed otto mila tra Svizzeri e Tedeschi, armati di piche e di alabarde[113]. Moltissimi servitori seguivano l'armata, ingrossata, poichè fu scesa in sul piano d'Italia, dal contingente di Lodovico il Moro; di modo che quando attraversò la Toscana non aveva meno di sessanta mila uomini[114]. Tra i suoi più illustri generali contavansi il duca d'Orleans, poi Lodovico XII, che allora aveva il comando della flotta a Genova, il duca di Vandome, il conte di Montpensier, Lodovico di Lignì, signore di Lussemburgo, Lodovico de la Trimouille e molti altri principali signori della Francia. Ma il siniscalco di Belcario ed il sovrintendente Briçonnet, vescovo di san Malo, confidenti del monarca, che pure lo accompagnavano, avevano presso di lui maggior credito che tutti i signori della sua corte[115].
[113] _Mém. de Louis de la Trémouille, ch. VIII, p. 145, l. XIV des Mém._
[114] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 28._
[115] _Mém. de la Trémouille, ch. VIII, p. 146. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 46. — Belcarius Comment. Rer. Gall., l. V, p. 132._
Una così grossa armata avrebbe potuto difficilmente attraversare le Alpi, se avesse trovato qualche nemico; ma la disgrazia d'Italia aveva fatto sì che il Piemonte ed il Monferrato, egualmente governati da principi indipendenti, fossero ambidue a quello stato di debolezza e d'incapacità ridotti, cui sono condannate le monarchie in tempo di minorità. Carlo Giovanni Amedeo, nato il 24 giugno del 1488, era in allora duca di Savoja, e non contava che nove mesi, quando il 13 marzo del 1489 successe al duca Carlo suo padre. Sua madre, Bianca di Monferrato, sebbene affatto giovane, aveva ottenuta la tutela pel favore del popolo di Torino in pregiudizio de' suoi cognati, i conti di Ginevra e di Bresse. Bianca aveva bensì il 20 giugno del 1493 soscritto un trattato d'alleanza con Ferdinando, re di Napoli, ma in appresso non aveva osato provocare il turbine sui proprj stati; fece aprire a Carlo VIII tutte le sue città e castella, e l'accolse ella stessa in Torino con estrema magnificenza[116]. Maria, marchesana di Monferrato, tutrice di Guglielmo di Monferrato, nato il 20 agosto del 1486, non si dipartì dalla politica di Bianca[117].
[116] _Guichenon Hist. génér. de la maison de Savoie, t. II, p. 160-162._
[117] _Benvenuti de sancto Georgio Hist. Montis Ferrati, t. XXIII, p. 756._
Queste due reggenti, una a Torino, l'altra a Casale, parvero dinanzi a Carlo VIII ornate di molte gemme, onde il giovane re, che di già cominciava a mancare di danaro, se le fece prestare per depositarle in mano di alcuni usurai che gli diedero ventiquattro mila ducati[118]. Il 19 di settembre entrò in Asti, città posseduta in piena sovranità dal duca d'Orleans, siccome dote di sua madre, Valentina Visconti. Colà venne ad incontrarlo Lodovico Sforza con sua moglie e suo suocero, Ercole d'Este, duca di Ferrara[119]. Questi principi conoscevano le inclinazioni di Carlo VIII, e, volendo guadagnarselo colle voluttà, avevano seco condotte le signore milanesi che godevano opinione di seducente bellezza e di poca austera virtù[120]. Si consumarono più giorni in feste ed in piaceri, che vennero all'ultimo interrotti da grave malattia onde fu il re sorpreso, la quale fu giudicata vajuolo a motivo delle pustule che gli coprirono il volto. Pure questa prima campagna de' Francesi in Italia ottenne infame celebrità da una malattia ancora più crudele, cui più che a tutt'altra pareva essersi Carlo esposto. Egli però non tardò a rimettersi in salute, e passò a Pavia ove fu splendidamente accolto[121].
[118] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, ch. VI, p. 166. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 41._
[119] _Diar. Ferr., t. XXIII, Rer. Ital., p. 288. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 45. — Bern. Oricellarii de bello Ital., p. 34._
[120] _Josephi Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VI, p. 654. — Pauli Jovii Hist., l. I, p. 30._
[121] _P. Jovii, l. I, p. 30. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 45. — Scipione Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Roscoe Vita di Leon X, c. 3, p. 186. — Arnoldus Ferrarien. Burdigal. de reb. Gall., l. I, p. 4._
Lo sventurato Giovanni Galeazzo dimorava colla consorte e co' figliuoli nel castello di questa città. Già da alcun tempo vedevasi la di lui salute andar declinando a gran passi; la presumeva taluno distrutta da immoderato abuso de' piaceri sensuali, ed altri, sospettando l'esistenza di un delitto, ove vedevano un motivo di commetterlo, accusavano Lodovico il Moro di avergli fatto dare un lento veleno. A veruno de' cortigiani francesi fu permesso di vedere il duca, ed il solo re fu ammesso ne' suoi appartamenti: questi due sovrani erano cugini germani, figliuoli di due sorelle della casa di Savoja. Ma Carlo VIII, che temeva di spiacere a Lodovico il Moro, si trattenne con Giovanni Galeazzo soltanto intorno a cose indifferenti, e sempre alla presenza dello zio[122]; ma in tempo di questo intrattenimento, la duchessa Isabella sopraggiunse, gettandosi alle ginocchia del re, e supplicando di risparmiare suo padre Alfonso e suo fratello Ferdinando. Rispose Carlo, alquanto imbarazzato, che oramai era troppo avanzato per poter dare a dietro, ed affrettossi a lasciare una città dove aveva sotto gli occhi una così dolorosa scena, ch'egli stesso rendeva ancora più penosa. Ebbe da Lodovico il Moro i convenuti sussidj, e la sua armata, poichè si fu provveduta d'armi e di equipaggi avuti dall'arsenale di Milano, proseguì il cammino alla volta di Piacenza[123].
[122] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, ch. VII, p. 177. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 48. — Bernardi Oricellarii de bello Ital., p. 35._
[123] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 50. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 6._
Lodovico il Moro accompagnava Carlo VIII, ma avendo a Piacenza o a Parma avuta notizia che suo nipote era agli estremi, tornò subitamente a Milano per raccogliere l'eredità. Giovanni Galeazzo Sforza morì il 20 di ottobre[124], ed il senato di Milano tutto ligio al Moro si affrettò di fargli presente, che, nelle critiche circostanze in cui trovavasi l'Italia, un fanciullo di cinque anni, quale era quello di Giovanni Galeazzo, non poteva avere il carico del governo; che lo stato non doveva ricadere di una in altra minorità, che abbisognava di un sovrano che regnasse effettivamente; all'ultimo che Lodovico il Moro era necessario alla patria, e che questa gli chiedeva il sagrificio di salire sul trono. Lodovico parve opporsi; pure all'indomani prese il titolo e le insegne di duca di Milano, e protestò, anche segretamente, che le riceveva come cosa che gli apparteneva a giusto diritto dietro l'investitura datagli da Massimiliano[125]. Si affrettò poi di raggiugnere l'armata francese, dalla quale, senza esporsi a qualche pericolo, non poteva sempre tenersi lontano[126].
[124] _Lodov. Cavitellii Crem. Ann., t. III, Thesaur. Ant. Ital., p. 1469._
[125] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 49. — P. Jovii Hist. sui temporis, l. II, p. 37. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VI, p. 655. — P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 27. — Navagero Stor. Ven., p. 1201._ Ma questi attribuisce i sofismi a Lodovico e la resistenza al senato.
[126] _Barth. Senaregae de reb. Gen., p. 543._ — Egli raggiunse il re a Villa, poco distante da Sarzana.
In fatti quest'armata era stata colpita da un sentimento di spavento per la morte di Giovanni Galeazzo: tutti s'andavano interpellando ansiosamente in qual modo il re poteva penetrare nel fondo dell'Italia senza lasciarsi alle spalle verun altro alleato che quello stesso duca, che si era aperta col veleno la via del trono. Ogni movimento dei Milanesi rendevasi sospetto ai Francesi, cui mille cose erano state raccontate intorno alle trufferie degli Italiani, ed i Francesi spesso agivano di mala fede per guarentirsi da quella di cui si credevano minacciati. Il duca d'Orleans, che aspirava all'intera eredità dello Sforza, cercava di far sentire a suo cugino che più facile riuscirebbe la spedizione di Napoli incominciandola dalla conquista del Milanese[127]. Il principe d'Orange, il signore di Miolans, Filippo delle Corde e gli altri tutti che risguardavano la marcia dell'armata fino a Napoli come troppo pericolosa, approfittarono di tale fermento per istringere il re a rinunciarvi; ma Carlo non dava orecchio che alla sua ostinazione, ch'egli credeva amore di gloria; e, a seconda de' concerti avuti col nuovo duca di Milano, prese la strada che da Parma conduce nella Lunigiana, onde entrare in Toscana[128]. Questa strada toccava Fornovo e san Terenzio e sboccava a Pontremoli, città che in allora era posseduta dallo Sforza; onde non percorreva che paesi amici, ed era sempre a portata della divisione che occupava Genova, e della flotta francese. Pei quali motivi era così aperto che doveva preferirsi dai Francesi a quella della Romagna, che mal si può spiegare l'incauto consiglio de' Napolitani che l'avevano trascurata, portando tutte le loro forze nella Romagna[129].
[127] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 21._
[128] Ciò accadde prima di abboccarsi col principe d'Orleans a Villa presso Sarzana. _N. d. T._
[129] _Bern. Oricellarii de bello Ital., p. 37_, ediz. Fior. in 4.º 1733 colla data di Londra.
Papa Alessandro VI e Pietro de' Medici eransi obbligati a chiudere ai Francesi l'ingresso della Toscana; ma se pure il papa era intenzionato di spedirvi truppe, ne fu impedito dalla ribellione dei Colonna, che, quando ebbero avviso dell'avvicinamento de' Francesi, rifiutarono le vantaggiose offerte che loro aveva fatte Alfonso II, dichiararonsi scopertamente al soldo di Carlo ed occuparono Ostia, ove, senza dubbio, aspettavano la flotta francese. Il papa, lungi dal potere mandar truppe in Toscana, si vide costretto a richiamare quelle che teneva in Romagna sotto gli ordini di Virginio Orsini, per far testa ai Colonna[130].
[130] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 47. — P. Jovii, l. I, p. 23._
La repubblica fiorentina aveva mandati ambasciatori a quella di Lucca ed al duca di Ferrara, per persuaderli a non permettere di passare per i loro stati a chiunque volesse invadere la Toscana; aveva in pari tempo nominati commissarj straordinarj per provvedere alla sicurezza dello stato; ma Pietro de' Medici non aveva voluto che loro si affidassero truppe[131]. Pure così grande e così mal disciplinato esercito, qual era quello de' Francesi, poteva bentosto trovarsi senza vittovaglie in una provincia montuosa, che non ne produce quanto basta per alimentare i suoi abitanti. L'esercito, scendendo da Pontremoli lungo la Magra, attraversava i feudi del marchese Malaspina, in mezzo ai quali è posto il borgo di Fivizzano appartenente ai Fiorentini. Era questo il primo paese nemico. Il marchese di Fosdinovo, vinto da gelosia di vicinanza, mostrò ai Francesi i lati deboli delle fortificazioni di quella terra, ed i mezzi di occuparla. In fatti fu attaccata e presa d'assalto. Vennero uccisi tutti i soldati e molti abitanti, e saccheggiate tutte le case; e questa prima esecuzione militare, che sparse grandissimo terrore, fece conoscere la diversità della nuova guerra e delle guerre senza spargimento di sangue che si erano fin allora sostenute[132]. Nello stesso tempo Gilberto di Montpensier, che comandava l'avanguardia francese, sorprese in riva al mare un corpo di truppe che Paolo Orsini mandava per ingrossare la guarnigione di Sarzana, e non diede quartiere a verun soldato[133].
[131] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 202._
[132] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 51. — Jac. Nardi Stor. Fior., l. I, p. 17._
[133] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 31. — Barth. Senaregae de reb. Gen., p. 544. — Belcarii Rer. Gallic., l. V, p. 137._