Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)

Part 6

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Il conte di Cajazzo, capo del ramo bastardo della casa di Sanseverino, che erasi in Lombardia acquistata tanta gloria co' suoi rari talenti militari e politici, aveva trovati alla corte di Francia i capi del ramo primogenito e legittimo della sua casa, cioè Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Bernardino, principe di Bisignano, i quali, dopo essersi sottratti alle persecuzioni della casa d'Arragona, cercavano di concerto con tutti gli emigrati del partito d'Angiò di tirare le armi francesi nel regno di Napoli. Ingannati dalle illusioni che si fecero gli emigrati d'ogni tempo, misuravano le disposizioni de' loro compatriotti sul proprio risentimento, e vedevano con piacere una guerra straniera offrir loro speranze, che più non ravvisavano nel proprio partito. Assecondarono perciò a tutto potere il conte di Cajazzo[50].

[50] _Ivi, c. II, p. 138, 142, c. III, p. 150. — Petri Bembi Hist. Ven., l. II, p. 23._

Dal canto suo il conte di Belgiojoso assicurava la buona riuscita de' suoi consiglj con tutti i segreti intrighi di un esperto cortigiano. Aveva cercato tutti coloro che godevano del favore del re, corrompendo gli uni coi doni, gli altri colle promesse; aveva fatti loro sperare feudi ed impieghi luminosi nel regno di Napoli, titoli alla corte di Roma, beneficenze ecclesiastiche in tutta la Cristianità. Aveva in particolare sedotti Stefano di Vesc, di Linguadoca, ch'era stato lungo tempo semplice cameriere del re, in appresso era diventato siniscalco di Beaucaire, e Guglielmo Briçonnet, che di mercante era diventato appaltatore della generalità di Linguadoca, col titolo di generale, ed all'ultimo vescovo di san Malò, conservando nello stesso tempo la sovraintendenza della finanza[51]. Questi due personaggi con tutti i loro subalterni applaudivano ad una spedizione che loro apriva nuove vie verso l'opulenza, senza troppo esporli alla gelosia de' magnati. Coloro per lo contrario che pel loro rango e pel loro credito ereditario erano più attaccati alla Francia che alla fortuna del re, disapprovavano un'intrapresa che loro non sembrava presentare probabili speranze di durevole successo, e che preventivamente richiedeva che la Francia, per assicurarsi da ogni straniera invasione, comperasse la pace dai suoi vicini, sagrificando sicuri vantaggi a lontane speranze.

[51] _Godefroi, observat. sur l'hist. du roi Charles VIII, p. 658 Edit. Paris. fol. 1684. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 18. — Pauli Jovii, l. I, p. 15. — Phil. de Comines, l. VII, c. III, p. 149._

Finalmente dopo molti contrasti, tra il re e gli ambasciatori di Lodovico il Moro si fece una convenzione per opera di Briçonnet e del siniscalco di Beaucaire. Fu convenuto che, quando Carlo VIII passerebbe in Italia, o vi farebbe scendere la sua armata, il duca di Milano sarebbe obbligato ad accordargli il passaggio per i suoi stati, a farlo accompagnare a sue spese da cinquecento uomini d'armi, a permettergli d'armare a Genova quanti vascelli egli volesse, ed a prestargli duecento mila ducati all'atto della sua partenza dalla Francia. In corrispettivo il re si obbligava a difendere contro chicchefosse il ducato di Milano e la personale autorità di Lodovico il Moro, a lasciare in Asti, città appartenente al duca d'Orleans, duecento lance francesi, sempre apparecchiate a difendere la casa Sforza; per ultimo a regalare a Lodovico il principato di Taranto, fatta che avesse la conquista del regno. Queste condizioni si tennero per molti mesi segrete; e quando cominciò a spargersi in Italia la voce della prossima invasione de' Francesi, Lodovico il Moro, anzi che convenire d'essere loro alleato, cercò di persuadere agl'Italiani ch'egli non meno di loro era atterrito da questa invasione di barbari[52].

[52] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 19._

Da che Carlo VIII ebbe determinato di far l'impresa del regno di Napoli, ad altro più non pensò che ad avere le mani libere, facendo trattati di pace con tutti i suoi vicini, anche con sagrificio de' vantaggi che madama Beaujeu aveva colla sua prudenza ottenuti nel glorioso corso della sua amministrazione. Carlo VIII, quando prese le redini del governo, trovossi in guerra con due de' più potenti vicini della Francia, Enrico VII, re d'Inghilterra, e Massimiliano, re de' Romani; era nello stesso tempo poco sicuro per parte di Ferdinando e d'Isabella, re d'Arragona e di Castiglia. Ma tutti questi sovrani erano ad un tempo nemici della Francia, e non d'accordo tra di loro. Il re Carlo fece a ciascheduno separatamente tali lusinghiere offerte, che non gli riuscì difficile di ottenere la pace. Trattò da prima con Enrico VII, che era sbarcato a Calé con una formidabile armata, ed il 3 di novembre del 1492 convenne ad Etaples di sborsare al re inglese quarantacinque mila scudi d'oro a titolo di rimborso delle spese della guerra della Bretagna, con che questi abbandonasse l'alleanza del re dei Romani[53].

[53] Il trattato d'Etaples viene letteralmente riportato da Dionigi Godefroi. _Observ. sur l'hist. de Charles VIII, p. 629-637. — Vely, Hist. de France, t. X, p. 378_, edit. in 4.º.

La guerra di Francia sembrava che dovesse essere più accanita a cagione del doppio affronto fatto da Carlo VIII a Massimiliano, rimandandogli Margarita di Borgogna sua figlia, cui era promesso sposo, per ammogliarsi con Anna di Bretagna, che doveva sposare lo stesso Massimiliano. Pure la corte di Francia ottenne col trattato di Senlis, del 28 maggio 1493, di pacificare il sovrano austriaco, restituendogli le contee di Borgogna, di Artois, di Charolois, e la signoria di Noyers, che Carlo VIII occupava di già come dote di Margarita. Si obbligò pure di restituire a Filippo d'Austria, giunto che fosse in età maggiore, le città di Hesdin, Aire e Bethune, sulle quali Filippo vantava parziali diritti[54].

[54] Il trattato di Senlis viene riferito da Godefroi, p. 640. — _Phil. de Comines, l. VII, ch. IV, p. 153. — Vely, t. X, p. 381._

Il terzo trattato fu ancora più svantaggioso. Lodovico XI aveva ricevuto, in pegno per 300,000 ducati, dal re Giovanni d'Arragona Perpignano, il contado di Rossiglione e della Cerdaigne. Queste piazze erano come le chiavi della Francia dalla banda de' Pirenei, e Lodovico XI le credeva di tanta importanza, che in appresso non aveva volute restituirle all'Arragonese contro il pagamento del danaro prestato. Per lo contrario Carlo VIII le restituì gratuitamente a Ferdinando il Cattolico, a condizione che questi non soccorrerebbe suo cugino Ferdinando di Napoli, e non si opporrebbe ai progetti del re di Francia sull'Italia. Fu questo il risultato del trattato di Barcellona del 19 di gennajo del 1493[55].

[55] Testo del trattato in Dionigi Godefroi, p. 662. — _Guicciardini Ist., l. I, p. 16. — Vely, t. X, p. 382._

Mentre che Carlo VIII con questi trattati assicurava la pace alla Francia, altri ne andava intavolando per apparecchiare la guerra in Italia. Aveva colà spediti quattro ambasciatori con ordine di visitare tutti gli stati della provincia e di chiedere a tutti la loro cooperazione per far ricuperare i suoi diritti alla corona di Francia. Perron de' Baschi, la di cui famiglia, originaria d'Orvieto, diede in seguito alla Francia i marchesi d'Aubais, era capo di quest'ambasceria. Aveva precedentemente accompagnato in Italia Giovanni d'Angiò, e perfettamente conosceva gl'interessi di tutti i principi. Il Baschi s'accostò prima ai Veneziani, ed aveva ordine di chiedere _ajuto e consiglio pel re suo padrone_. Risposero i Veneziani che sarebbe presunzione la loro di dare consiglj ad un principe circondato da uomini tanto prudenti, e che imprudente cosa sarebbe il promettergli soccorso, mentre dovevano star sempre apparecchiati a respingere le armi turche; ma che Carlo VIII non doveva dubitare dell'attaccamento e della devozione della repubblica verso la corona di Francia. Con queste equivoche frasi credeva il senato di porsi al coperto da ogni rimprovero dal canto de' sovrani d'Italia. Per altro celatamente desiderava l'abbassamento della casa d'Arragona, e si sarebbe alleato colla Francia se non avesse temuto di essere poi abbandonato da questa potenza, e ridotto a sostenere solo tutto il peso della guerra[56].

[56] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, ch. V, p. 158. — And. Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1201. — P. Bembi Stor. Ven., l. II, p. 21._

Perrone de' Baschi passò in seguito a Firenze. Erano suoi colleghi d'ambasciata il d'Aubignì, il sovraintendente Briçonnet ed il presidente del parlamento di Provenza. Vennero questi signori introdotti nel consiglio de' settanta, cui erano intervenuti col nome d'aggiunti tutti coloro che negli ultimi trentaquattr'anni avevano seduto come gonfalonieri nella signoria. E per tal modo quest'assemblea veniva ad essere composta di persone ligie alla casa Medici. Chiesero gli ambasciatori che la repubblica promettesse all'armata francese il passaggio pel suo territorio e vittovaglie contro pagamento. Ma il consiglio, subordinato a Pietro de' Medici, fu di unanime sentimento di mantenersi fedele alla casa d'Arragona. Come però i Fiorentini avevano in Francia molti de' loro più ricchi banchi di commercio, si limitarono a dare al re una risposta evasiva; e gli spedirono inoltre Pietro Capponi e Guid'Antonio Vespucci per cercar di conservare la sua amicizia[57].

[57] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 192-197. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 26, 29._

L'ambasceria francese arrivò a Siena il 9 maggio del 1494. Questa repubblica manifestò il suo vivissimo desiderio di mantenersi scrupolosamente neutrale, facendo sentire, che nell'estrema sua debolezza non poteva, senza estremo pericolo, dichiararsi anticipatamente contra così formidabili rivali[58]. Alessandro VI, che fu l'ultimo ad essere visitato dagli ambasciatori, loro dichiarò, che, avendo i suoi predecessori accordata l'investitura del regno di Napoli ai principi della casa d'Arragona, non poteva ritorgliela senza un precedente giudizio, che evidentemente provasse che i diritti della casa d'Angiò vincevano quelli della casa di Arragona. Incaricò gli ambasciatori di rappresentare al loro sovrano che il regno di Napoli era un feudo della santa sede, che al solo papa spettava di pieno diritto la decisione tra i competitori per via forense, e che, occupando il regno colla forza, sarebbe lo stesso che attaccare la Chiesa[59].

[58] _Orlando Malavolti Storia di Siena, p. III, l. VI, f. 97. — Allegr. Allegretti Diari Sanesi p. 529._

[59] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 30. — Rayn. Ann. Eccl. 1494, § 18, p. 432._

Ferdinando dal canto suo non trascurava le vie delle negoziazioni. Spedì alla corte dello stesso Carlo Camillo Pandone, in cui moltissimo confidava, per chiedere al re il rinnovamento de' trattati precedentemente conchiusi con Lodovico XI, offrendosi di assoggettare all'arbitrio del pontefice ogni loro controversia; lasciandogli inoltre travedere la possibilità di riconoscere, senza venire all'esperimento delle armi, la corona di Napoli per tributaria della Francia[60]. Ma tutte queste proposizioni furono rigettate dal presuntuoso Carlo VIII, che ordinò all'ambasciata napolitana di uscire all'istante da' suoi stati[61].

[60] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 21. — Paoli Jovii, l. I, p. 19._

[61] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 27._

In pari tempo Ferdinando negoziava ancora col papa e con migliore successo che in Francia. Alessandro VI ardentemente desiderava di appoggiare la fortuna della sua famiglia ad illustri parentadi. Aveva richiesto che la sua riconciliazione colla casa d'Arragona fosse suggellata con un matrimonio; e, sebbene si accontentasse d'una figlia naturale d'Alfonso, figlio di Ferdinando, per uno de' proprj figli, aveva da Ferdinando avuto un rifiuto; ma il timore de' Francesi aveva reso più mansueto l'orgoglioso Alfonso, e don Giuffrè Borgia, il più giovane de' figliuoli di Alessandra VI, sposò donna Sancia, figlia d'Alfonso. I due sposi non erano ancora nubili; pure don Giuffrè passò subito al servizio della casa d'Arragona con una compagnia di cento uomini d'armi, ed andò a soggiornare in Napoli per godere della rendita di dieci mila ducati e del ducato di Squillace, cedutogli a titolo di dote. Nello stesso tempo il papa approvò la vendita delle due contee d'Anguillara e di Cervetri, che era stata la prima cagione del suo mal umore con Ferdinando. Obbligò per altro l'Orsini a fare un secondo pagamento in sua mano, e Ferdinando gli somministrò il danaro[62].

[62] _Fran. Guicciardini, l. I. p. 22. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 192. — Machiavelli Framm. Stor., t. III, p. 1._

Non ommise Ferdinando d'intavolare trattati ancora con Lodovico Sforza; gli fece rappresentare che le loro famiglie erano unite da tanti legami di parentela, che, come suol farsi tra congiunti, all'amichevole dovevano trattarsi le loro differenze. Che se la figlia di suo figlio aveva sposato Giovanni Galeazzo, la figlia di sua figlia, la duchessa di Ferrara, aveva sposato Lodovico il Moro; di modo che, qualunque di loro due conservasse il ducato di Milano, sarebbe sempre erede del trono un suo nipote[63]. Il matrimonio di Bianca Maria Sforza col re de' Romani pareva annunciare che Lodovico il Moro abbandonasse l'alleanza della Francia, perciocchè sapevasi che a dispetto del trattato di Senlis, Massimiliano conservava un profondo odio contro Carlo VIII[64]. Ma il Moro trovavasi omai ridotto a doversi abbandonare tra le braccia della sorte ch'egli stesso aveva provocata, ed a correre tutte le vicissitudini della pericolosa alleanza ch'egli aveva contratta. Poi ch'ebbe risvegliata l'ambizione e la vanità del giovine re più non era in suo arbitrio il calmarle. Nè avrebbe prudentemente operato, staccandosi da Carlo, e privandosi della sua assistenza, dopo avere così gravemente provocati i suoi nemici; onde studiavasi soltanto di guadagnar tempo per non essere attaccato prima della discesa de' Francesi in Italia; ed invece d'entrare di buona fede nelle proposizioni di accomodamento che gli faceva il re di Napoli, sforzavasi di persuadergli, ch'egli non aveva veruna convenzione coi Francesi, e che più d'ogni altro sentiva i pericoli cui sarebbe esposto, se le armate francesi penetravano una volta in Italia[65].

[63] Questa duchessa, figlia di Ferdinando e suocera di Lodovico il Moro, morì l'undici ottobre del 1493. _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 286._

[64] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 193._

[65] _Machiavelli Fram. Ist., t. III, p. 5. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 25._

Ferdinando non trascurava intanto di apparecchiarsi a respingere i nemici colle armi. Non sapendo per quale strada tenterebbero di penetrare ne' suoi stati, aveva posta sotto gli ordini del suo secondogenito, don Federico, una flotta di cinquanta galere e di dodici grossi vascelli per chiuder loro la via del mare; mentre che Alfonso, duca di Calabria, cui la presa d'Otranto aveva acquistata somma riputazione militare, adunava ai confini dei regno un'armata che con ogni mezzo cercava d'ingrossare[66]. Ma la difesa di Napoli pareva principalmente appoggiata all'alleanza della Chiesa, sebbene Alessandro VI cercasse fino all'ultimo istante di approfittare delle inquietudini e delle angustie del suo alleato per giungere a' suoi privati fini. Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro _ad vincula_, non aveva voluto ad alcun patto riconciliarsi con Alessandro VI; erasi ritirato nel suo vescovado d'Ostia, ed erasi fortificato nel castello ch'egli aveva fabbricato in questa città, e le di cui torri hanno ancora al presente i suoi stemmi. Il papa s'infinse di credere che Giuliano colà si tenesse di concerto con Ferdinando, cui dichiarò di tornare all'alleanza della Francia se non gli faceva consegnare Ostia. Invano protestava Ferdinando, che il cardinale della Rovere non dipendeva altrimenti da lui, ed eccitava il papa a pensare piuttosto ai guasti de' Turchi in Croazia, che alla guarnigione d'Ostia; un nuovo lievito di discordia andava fra di loro fermentando, ed il re di Napoli chiaramente conosceva che non doveva fare fondamento sopra un alleato comperato a così caro prezzo[67].

[66] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 194._

[67] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 194. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 26._

La situazione del vecchio Ferdinando rendevasi ogni dì peggiore; i suoi alleati ad altro non pensavano che a vendergli più care le loro promesse di soccorsi, senza allestire i mezzi di assisterlo. Vero è che ancora i suoi nemici non avevano dispiegata attività che negl'intrighi; ma avevano intanto sciolta quella confederazione dell'Italia che poteva inspirar timore agli oltremontani. Da parecchi anni l'Italia godeva piuttosto pace che felicità; più prospero era il di lei stato, ma i suoi desiderj non erano soddisfatti; confidava nelle proprie forze ancora intere, e segretamente desiderava di fare nuovi sperimenti del suo valore. Avanti che i popoli sentano il peso delle calamità della guerra, futili passioni, l'inquietudine, la curiosità, il bisogno di vive emozioni, l'amore del più grande de' giuochi d'azzardo, li consigliano spesse volte a provocare le rivoluzioni. Il solo Lodovico il Moro aveva negoziato colla Francia, ma dall'una all'altra estremità della penisola la metà degli uomini aspettava con impazienza un'invasione di cui essi medesimi avevano paura. Lo stesso duca Giovanni Galeazzo Sforza andavasi lusingando che la venuta ne' suoi stati di un re, suo parente, potrebbe mutare la sua sorte. Il duca Ercole III di Ferrara, che si era associato alle negoziazioni di suo genero, Lodovico il Moro, operava nelle future turbolenze di riavere il Polesine di Rovigo rapitogli dall'ultima pace. I Veneziani desideravano di vedere umiliata la casa d'Arragona; i Fiorentini di scuotere il giogo della casa de' Medici; il papa di farsi arbitro tra i due potentati; i numerosi nemici della casa d'Arragona nel regno di Napoli di vendicarsi della lunga oppressione. Assicurasi che Ferdinando, testimonio di questo universale fermento, pensò a malgrado della sua avanzata età di recarsi a Genova per abboccarsi col Moro, onde fargli sentire a quali pericoli esponeva l'Italia e sè medesimo, aprendo imprudentemente le sue porte ad un nemico di tutti loro più forte. Supponeva di potere tuttavia esercitare l'impero della ragione e della sana politica sopra un principe di cui conosceva il pieghevole ingegno e la singolare accortezza[68]. Mentre occupavasi di questi progetti, tornando un giorno dalla caccia, fu in un modo affatto impensato preso da un'affezione catarrale che lo trasse in due giorni al sepolcro. Morì il 25 gennajo del 1494, in età di settant'anni dopo un regno di trentasei, lasciando due figliuoli, Alfonso e Federico, di già riputati nella carriera militare, e il primo de' quali fu all'istante riconosciuto per suo successore[69].

[68] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 28. — Machiavelli, Fram. Stor., t. III, p. 4._

[69] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 27. — Pauli Jovii Hist., l. I, p. 20. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 195. — Petri Bembi Hist. Venet., l. II, p. 24. — Summonte Ist. di Napoli, l. V, t. III, p. 539. — Giannone, l. XXXIII, c. 2, p. 621._

La fortuna, che aveva in tutto il tempo del viver suo prodigati a Ferdinando quei doni di cui egli non sembrava meritevole, gli fu ancora favorevole in ciò, che lo rapì al mondo nell'unico istante in cui la sua morte poteva riuscire spiacevole. Non solo i suoi natali erano illegittimi, ma tanto vergognosi, che suo padre mai non aveva voluto palesarne il segreto, lo che diede luogo ad opposte conghietture; ma questa macchia non gl'impedì di occupare un trono che dovevano invidiare i più potenti monarchi. Non mostrò nè singolare valore, nè sommi talenti militari, sia nelle spedizioni di cui l'incaricò suo padre, sia nelle violenti lotte ch'ebbe a sostenere contro i suoi sudditi ribelli; e non pertanto trionfò di tutti i suoi nemici. Non aveva da suo padre Alfonso ereditato nè la sincerità, nè la galanteria, nè la generosità, nè verun'altra delle sue amabili qualità, sebbene avesse avuta la fortuna di cattivarsi tutta l'affezione di così grand'uomo. Ebbe per competitori due principi, che gli erano di lunga mano superiori per virtù militari, politiche e morali. Uno di loro, il conte di Viane, suo nipote, aveva a suo favore tutte le fazioni arragonesi; l'altro, il duca di Calabria, quella degli Angiovini. Quei baroni napolitani, che non avevano apertamente abbracciato verun partito, sembravano inclinati a porsi con quello che poteva liberarli da Ferdinando; ma l'uno e l'altro furono perdenti, e Ferdinando regnò trentasei anni. Egli fece perire in prigione coloro che avevano più volte tentato di scuotere il suo giogo, e consolidò colla crudeltà e colla perfidia un'autorità sempre più detestata. I primi prosperi avvenimenti sono il più delle volte l'opera di una cieca fortuna, ma la loro costanza vuolsi ascrivere ad un'accortezza, che, per esserci troppo odiosa, ricusiamo di riconoscere: tale fu quella di Ferdinando. Non possedette veruna delle qualità che caratterizzano i grandi uomini, non generosità, non nobiltà; ma possedeva una consumata prudenza, e la sua politica fu poche volte fallace. Conseguì quanto volle, in quel modo che gli scellerati giungono ai loro fini, in onta delle regole della giustizia e della morale. Regnò lungamente, e morì sul trono. Se questo era il suo scopo, l'ottenne; ma regnò detestato, e morì lasciando la sua famiglia in gravissimo pericolo, e quando quella prudenza, ch'era in lui conosciuta ed abborrita, poteva sola salvare suo figlio da imminente ruina.

Ferdinando era di mediocre grandezza, aveva volto grande e bello, circondato da lunghi capelli di color castagno; aveva aggradevole fisonomia, fronte aperta, corpo piuttosto pingue e proporzionata grandezza. Straordinaria era la di lui forza: essendosi un giorno scontrato in un toro fuggito, che attraversava la piazza del mercato di Napoli, lo prese per le corna e lo fermò. Aveva coltivati gli studj, e possedeva varie scienze, ed in particolare la giurisprudenza, che risguardava come necessaria ai re. Aveva grazioso parlare; dando udienza ai suoi sudditi, sapeva dissimulare tutti i sentimenti che potevano renderlo odioso, ed in generale aveva l'arte di congedarli soddisfatti. Non debbono tutte attribuirsi a politica le innumerabili sue crudeltà; gliene suggerì molte la sua passione per la caccia, avendo provveduto alla conservazione della selvagina riservata ai suoi piaceri con atroci ordinanze, che faceva senza pietà eseguire contro gli sventurati contadini del suo regno[70].

[70] _Summonte Ist. di Napoli, t. III, l. V, p. 540, ediz. in 4.º di Napoli, 1675._

CAPITOLO XCIII.

_Apparecchi di difesa di Alfonso II. — Primi attacchi de' Francesi nello stato di Genova ed in Romagna. — Discesa di Carlo VIII in Italia. — Pietro dei Medici gli dà in mano tutte le fortezze della Toscana. — Ribellione di Pisa; rivoluzione di Firenze; esilio dei Medici._

1494.