Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)

Part 5

Chapter 53,725 wordsPublic domain

Pietro, appassionato pei piaceri della gioventù, per le donne, per gli esercizj della persona che potevano farlo brillare ai loro occhi, d'altro omai non intratteneva la repubblica che di feste e di divertimenti, cui consacrava tutto il suo tempo. La sua statura era più che mezzana, aveva petto e spalle assai larghe e straordinarie erano la di lui forza e destrezza. Egli ragunava presso di sè i più insigni giocatori di palla di tutta l'Italia; ma in quest'esercizio superava tutti, come in quelli della lotta e del cavalcare. Aveva facilità somma di dire, pronuncia aggradevole, armoniosa voce, mentre che suo padre per una cattiva conformazione del suo organo parlava col naso. Pietro aveva fatti singolari progressi nelle lettere greche e latine sotto Angelo Poliziano: improvvisava versi con somma facilità; variata e gradevole era la sua conversazione, ma il suo orgoglio mostravasi con insultante maniera qualunque volta vedevasi contraddetto. Questo era di tutti il suo più dominante difetto, difetto in lui accarezzato da sua madre Clarice, e da sua moglie Alfonsina, l'una e l'altra della famiglia Orsini, le quali aveano portata in casa dei Medici l'arroganza della loro famiglia. Egli pretendeva che la repubblica ricevesse ciecamente i suoi ordini, ed intanto risguardava come cosa indegna del suo grado la fatica dello studiare i pubblici affari; perciò gli abbandonava alle persone di sua confidenza, ed in particolare a Pietro Dovizio di Bibbiena, fratello maggiore di quel Bernardo, che Leon X creò poi cardinale ed acquistò illustre nome nelle lettere volgari. Pietro di Bibbiena era stato segretario di Lorenzo, aveva pratica degli affari, ed il Medici, accordandogli la sua confidenza, metteva questo subalterno, nato in una provincia suddita, al di sopra degli antichi magistrati della repubblica[29].

[29] _Jac. Nardi Stor. Fior., l. I, p. 15._

Meno era Pietro de' Medici capace di governare uno stato, e più diffidava di coloro che potevano nella repubblica aspirare ad un rango eguale al suo. Un altro ramo della casa de' Medici cominciava in allora a richiamare l'attenzione dei Fiorentini; erano questi i nipoti di Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo. Il più giovane di costoro aveva quattro anni più di Pietro; avevano ereditate le ricchezze accumulate colla mercatura del loro avo; ma ossia che verun singolare talento si fosse sviluppato in questo ramo della famiglia, o che i suoi membri si riputassero abbastanza onorati dal parentado loro coi capi dello stato, non eransi mai veduti nè Pier Francesco, padre di questi giovani, nè Lorenzo, loro avo, prendere veruna parte nelle politiche contese di Firenze. Piero fu il primo a scoprire de' rivali ne' suoi cugini; li fece arrestare in aprile del 1493, e prese a deliberare se dovesse farli morire; ma i loro amici ottennero a fatica che fosse contento di mandarli fuori di città, assegnando loro per prigione le loro due case di campagna. Ma il popolo aveva risguardato il loro arresto come una violazione de' suoi diritti, e la libertà loro come un trionfo: gli accompagnò colle sue acclamazioni e co' suoi voti mentre uscivano di città, e fece vie meglio sentire a Pietro, ch'egli andava perdendo tutto il favore popolare[30].

[30] _Jac. Nardi Stor. Fior., l. I, p. 16. — Comment. di Filippo de' Nerli, l. III, p. 58._

Forse Pietro avrebbe più facilmente soppressi questi primi sintomi di fermento, se si fosse affrettato di allontanare da Firenze colui che dirigeva lo spirito popolare, comprendendo la libertà nella riforma della Chiesa e dei costumi. Ma Girolamo Savonarola scuoteva ogni giorno una numerosa udienza coll'interpretazione delle profezie, nelle quali credeva di vedere prenunciata la ruina di Firenze. Parlava al popolo in nome del cielo delle calamità che lo minacciavano, e lo supplicava di convertirsi; in appresso dipingeva a' suoi occhi il disordine dei privati costumi, i progressi del lusso e dell'immoralità in tutte le classi de' cittadini, i disordini della Chiesa e la corruzione de' suoi prelati, i disordini dello stato e la tirannide de' suoi capi; invocava la riforma di tutti questi abusi, e la sua immaginazione era altrettanto vivace ed entusiasta, quando parlava degli interessi del cielo, quanto vigorosa era la sua logica ed affascinatrice la sua eloquenza, quando regolava gl'interessi della terra. Di già i cittadini di Firenze attestavano colla modestia dei loro abiti, coi loro discorsi, col loro contegno, ch'essi andavano abbracciando la riforma del Savonarola; di già le donne avevano rinunciato alle loro acconciature; sorprendente in tutta la città era il cambiamento de' costumi, ed era facil cosa il prevedere che l'istruzione politica del predicatore non farebbe minore impressione sugli uditori di quel che lo faceva l'istruzione morale[31].

[31] _Comment. di Ser Filippo de' Nerli, l. III, p. 58. — Storia di F. Girolamo Savonarola, l. I, § 35, p. 49._

Le predicazioni del Savonarola erano appoggiate alla minaccia di nuove spaventose calamità che straniere armate dovevano recare all'Italia; in fatti ogni giorno queste calamità si andavano avvicinando, e cominciavano a rendersi visibili a tutti gli occhi. Le pretese della casa d'Angiò sul regno di Napoli avevano turbata l'Italia un intero secolo, e l'Italia era avvezza a volgere lo sguardo verso la Francia per discoprirvi gl'indizj della burrasca che si addensava per distruggere la sua pace. Erano già vent'anni che i diritti della casa d'Angiò erano passati nel re di Francia, e ben poteva prevedersi, che quando il giovane principe fosse in età da credersi in istato di condurre gli eserciti, potrebb'essere solleticato dalla gloria di conquistatore. Sentivasi perciò da molto tempo che si rendeva necessaria l'unione delle potenze d'Italia per chiudere la porta di questo paese agli oltremontani. Quest'unione esisteva nelle pubbliche convenzioni, ed era stata inoltre raffermata dal trattato di Bagnolo del 7 agosto del 1484, e da quello di Roma dell'11 agosto del 1486, l'uno e l'altro in pieno vigore; ma intanto quest'unione non aveva spente le segrete rivalità dei sovrani, le gelosie e gli odj che dividevano l'Italia in due rivali fazioni, e che aspettavano l'opportunità per iscoppiare.

Lodovico Sforza, detto il Moro, che governava il ducato di Milano in nome di suo nipote Giovanni Galeazzo, pareva sentire più che gli altri, siccome più degli altri vicino agli oltremontani, la necessità dell'unione degli stati d'Italia, e voleva non solo che esistesse realmente, ma ancora che fosse solennemente annunciata a tutta l'Europa. L'assunzione di Alessandro VI al pontificato parvegli una favorevole circostanza per farlo, perchè all'elezione di un nuovo papa tutti gli stati cristiani mandavano a Roma una solenne ambasciata per prestargli ubbidienza. Il duca di Milano era unito con una particolare confederazione, rinnovata per 25 anni nel 1480, col regno di Napoli, il duca di Ferrara, e la repubblica fiorentina. Lodovico il Moro propose ai suoi alleati di far partire nello stesso tempo gli ambasciatori di queste quattro potenze, di ordinare per lo stesso giorno il loro ingresso in Roma, e di farli presentare insieme al papa, incaricando quello del re di Napoli di parlare egli solo a nome di tutti. Voleva così mostrare al papa, ai Veneziani ed alle altre potenze d'Europa, che intima e forte era la loro unione, persuadere le due prime ad unirsi a loro per la difesa dell'Italia, e far conoscere alle altre che questa provincia non aveva di che temere dagli stranieri. La puerile vanità di Pietro de' Medici mandò a monte questo progetto, ed eccitando la diffidenza del Moro, lo gettò in una politica affatto contraria[32].

[32] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 188. — Franc. Belcarii Comment. Rer. Gallic., l. V, p. 114. Lugduni 1625 in fol._

Era Pietro de' Medici uno degli ambasciatori nominati dalla sua repubblica per recarsi a Roma; voleva figurare in questa solenne circostanza, spiegando agli occhi de' Romani e de' forastieri i tesori di gemme ammassati da suo padre, il lusso de' suoi equipaggi e l'eleganza degli abiti de' suoi servitori. La sua casa era stata due mesi ingombra di sartori, di ricamatori ec.; tutti i suoi giojelli erano stati seminati sulle assise de' suoi paggi, ed un solo collare, che doveva portare uno di costoro, stimavasi del valore di dugento mila fiorini. Tanto lusso sarebbe stato meno osservato se quattro solenni ambasciate avessero dovuto fare nello stesso tempo il loro ingresso. Collega di Pietro era Gentile, vescovo d'Arezzo, uno dei precettori di Lorenzo de' Medici; Gentile era incaricato di parlare, e non aveva questi minor voglia di recitare il discorso che aveva composto, che Pietro di far vedere le sue assise. Ma, secondo il progetto di Lodovico il Moro, avrebbe parlato il solo ambasciatore del re di Napoli[33]. Il Medici non sapeva rinunciare a tutte queste soddisfazioni dell'amor proprio, e persuase Ferdinando, re di Napoli, a ritirare la parola già data al Moro. Questi sentì la sua vanità ferita in vedere con tanta leggerezza abbandonato un progetto da lui proposto e sostenuto da plausibili motivi; perciò si fece ad indagare le cagioni che potevano dare a Pietro tanto ascendente sull'animo di Ferdinando, e scoprì l'esistenza di una segreta lega tra questi ed il capo della repubblica fiorentina. Un'alleanza, indipendente da quella di cui egli stesso faceva parte, pareva minacciarlo; la casa de' Medici, costantemente alleata degli Sforza, era disposta ad abbandonarlo per la casa rivale di Arragona, e poteva derivarne un intero cambiamento in tutto il sistema politico dell'Italia[34].

[33] _Franc. Guicciardini, l. I, p. 6. — Ricordanze di Tribaldo de' Rossi, Deliz. degli Erud., t. XXIII, p. 280._

[34] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 189._

Bentosto nuove prove di questa intelligenza accrebbero i timori del Moro. Ferdinando e Pietro de' Medici consigliarono Virginio Orsino, parente d'ambidue loro, ad acquistare i feudi d'Anguillara e di Cervetri, che Innocenzo VIII aveva dati in sovranità a suo figlio Franceschetto Cibo. Il loro prezzo venne portato a quarantaquattro mila ducati, ed il Medici ne sovvenne quaranta mila[35]. I feudi degli Orsini, posti in gran parte tra Roma, Viterbo e Civitavecchia, assicuravano la comunicazione del re di Napoli colla repubblica fiorentina, ed in qualche modo inceppavano il papa, i di cui feudatarj venivano per tal modo, fino alle porte della sua capitale, protetti dai due più potenti vicini. Lodovico il Moro fece sentire questo pericolo ad Alessandro VI, confortandolo, poichè verun feudo della Chiesa non poteva alienarsi da un feudatario senza il consentimento del papa, a non approvare la vendita d'Anguillara[36].

[35] _Allegr. Allegretti Diarj Sanesi, t. XXIII, p. 826._

[36] _Franc. Guicciardini, l. I, p. 8. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 189._

Lodovico il Moro approfittò de' sospetti che questo negoziato e le minacce di Ferdinando e di Pietro de' Medici davano ad Alessandro VI per intavolare con lui e colla repubblica di Venezia un'alleanza, che potesse servire di contrappeso all'ascendente che pareva prendere la casa d'Arragona. Tale alleanza fu sottoscritta il 22 aprile del 1493, malgrado l'opposizione del doge di Venezia, il quale, conoscendo il carattere d'Alessandro VI, non sapeva ridursi a riporre in lui veruna confidenza. Poco dopo entrò in questa lega ancora Ercole III, duca di Ferrara, ma la repubblica di Siena non volle prendervi parte[37].

[37] _Alleg. Allegretti Diari Sanesi, t. XXIII, p. 827. — And. Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1201._

Obbligavansi i confederati a tenere in armi pel mantenimento della pubblica pace un esercito di venti mila cavalli e di dieci mila fanti, cui il papa contribuirebbe per un quinto, e, cadauno per due quinti, il duca di Milano ed il governo veneto. Quest'alleanza non aveva verun fine ostile, e tutti gli stati d'Italia potevano, quando loro piacesse, entrarvi[38].

[38] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1250._ Termina con tale avvenimento questa voluminosa cronaca. Negli ultimi anni fu scritta assai diffusamente giorno per giorno, ma spesse volte con poca precisione, secondo che le cose venivano raccontate in Venezia. Il suo autore, figliuolo di Leonardo Sanuto, era senatore veneziano, e viveva tuttavia nel 1522. Il Muratori, che per la prima volta pubblicò queste vite nel _vol. XXII Script. Rer. Ital., p. 400, p. 1252_, ritiene che la cronaca veneta, pubblicata nel vol. XXIV, della _p. 1_ alla _p. 154_, sia una continuazione scritta dallo stesso autore.

Lodovico il Moro temeva meno Ferdinando che suo figliuolo Alfonso, perchè vedeva nell'ultimo il protettore naturale del suo proprio nipote, Giovanni Galeazzo, di cui aveva usurpata tutta l'autorità. Quando nel 1479 erasi il Moro impadronito mano armata della reggenza di Milano, soppiantando la duchessa Bona ed il vecchio Simonetta, aveva avuto un plausibile motivo per arrogarsi tutti i poteri di suo nipote Giovanni Galeazzo, il quale era evidentemente troppo giovane per governare; e, sebbene dichiarato maggiore di quattordici anni, sapevasi a Milano, come in tutte le monarchie, che questa formalità non aveva altro effetto che quello di levare l'autorità ai tutori indicati dalla legge per trasmetterla ai favoriti del giovanetto principe, o a coloro che avevano a suo nome occupato il supremo potere.

Ma erano omai quattordici anni che il Moro teneva le redini del governo, e suo nipote era giunto a tale età che la sua ragione non aveva più nulla a sperare dal tempo. Erasi ammogliato con Isabella, figlia d'Alfonso e nipote del re Ferdinando; «la quale fanciulla, dice il Comines, era coraggiosa assai, ed avrebbe volentieri, se l'avesse potuto, dato il potere a suo marito; ma egli non aveva troppa prudenza, e palesava ciò che la consorte gli diceva»[39]. Effettivamente la fortuna o l'educazione data al principe favorivano i disegni del Moro. Venne questi accusato d'averlo avvertitamente allontanato dallo studio delle lettere, da ogni esercizio militare, e da qualunque istruzione potesse renderlo capace di governare, affidando la di lui educazione ad inetti adulatori onde avvezzarlo al lusso ed alla mollezza[40]; ma sarebbe ingiustizia l'attribuire al Moro così reo disegno, mentre tale era l'ordinaria educazione che di que' tempi soleva darsi ai principi. Giovanni Galeazzo, avanzando in età, mai non era uscito dall'infanzia; la di lui debolezza, pusillanimità ed incapacità, erano aperte a tutti coloro che lo avvicinavano, onde a Lodovico il Moro bastava il lasciarlo conoscere, per giustificarsi dal tenerlo affatto lontano da ogni pubblica amministrazione.

[39] _Mémoires de Philippe de Comines, l. VII, c. II, p. 143._

[40] _Petri Bembi Rer. Ven. Hist., l. II, p. 22._

La stessa Isabella d'Arragona conosceva l'incapacità di suo marito, ma parevale di aver essa il diritto di governare in sua vece. Educata presso al trono, e sempre alimentata dalla speranza di regnare, credeva il proprio orgoglio fermezza d'animo, e la sua risolutezza abilità, onde avrebbe voluto governare lo stato come governava il marito. D'altra parte la sposa di Lodovico, Beatrice d'Este, non trascurava occasione di umiliarla, volendola in tutto soverchiare. Magnifica era la corte di Beatrice per affluenza di cortigiani e di servili adulatori, e per la pompa degli abiti e degli equipaggi; ed intanto Isabella viveva solitaria nel palazzo di Pavia, ove in qualche modo contrastava colla povertà; ed i suoi parti, che dovevano dare un erede allo stato, erano appena resi noti al pubblico. Isabella aveva fatte contro il Moro amare lagnanze a suo padre, il quale, per mezzo de' suoi ambasciatori, aveva formalmente domandato che al giovane duca venisse affidata l'autorità che per diritto gli apparteneva[41].

[41] _Josephi Ripamontii Hist. Mediol., l. VI, p. 652. — Franc. Guicciardini, l. I, p. 9. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 187. — Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 8; edit. Basil. 1578. — Carlo de' Rosmini Ist. di Gian Jacopo Trivulzio, l. V, p. 198. 2 Vol. in 4.º Milano 1815._

Invece di rinunciare all'amministrazione del ducato di Milano, Lodovico il Moro cominciò dopo tale epoca a mendicare pretesti per sedere egli stesso sul trono: l'imperatore Federico III era morto in età di ottant'anni, nella notte del 19 al 20 agosto del 1493, e suo figliuolo Massimiliano, che gli era succeduto col titolo di re de' Romani, provava ne' principj del suo regno quella mancanza di numerario, in cui per i suoi disordini e per le sue prodigalità restò fino agli ultimi suoi giorni. Lodovico gli offrì in matrimonio Bianca Maria, sua nipote, colla dote di quattrocento mila ducati[42], chiedendogli in contraccambio l'investitura per sè del ducato di Milano. I cancellieri imperiali trovarono facilmente pretesti per velare quest'ingiustizia. Francesco Sforza e dopo di lui suo figlio Galeazzo mai non avevano ottenuta l'investitura imperiale; il diploma accordato a Lodovico dichiara che gl'imperatori romani eransi fatta una legge di negare il legittimo possedimento di un feudo a chiunque lo avesse violentemente usurpato, e che per questo motivo Massimiliano aveva rigettate tutte le istanze fatte da Lodovico Sforza a favore di suo nipote, ed aveva preferito di scegliere invece lo stesso Lodovico[43]. Pure questi non si diede premura di dare pubblicità a questo diploma, e continuando ad intitolarsi duca di Bari, e lasciando al nipote i titoli, tutta per sè conservava la potenza e la pompa della sovranità.

[42] _Barthol. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 534._

[43] _Guicciardini Ist., l. I, p. 24, 25, ediz. 1645 in 4.º — Jos. Ripamontii Hist. Mediol., l. VI, p. 654._

La personale ambizione di Lodovico appagavasi dell'esercizio della reggenza: bensì desiderava di procurare ai suoi figliuoli, piuttosto che a quelli del nipote, l'eredità del ducato di Milano; ma non s'arrischiava senza timore in così spinosa intrapresa, nella quale avrebbe avuto contrario il re di Napoli. Abbastanza conosceva il nuovo re de' Romani per non isperarne verun soccorso; cominciava a travedere la versatilità del papa, che a principio erasi lusingato di poter dirigere coi consiglj del cardinale Ascanio, suo fratello; poca fiducia riponeva ne' Veneziani, in ogni tempo nemici della sua famiglia; i Fiorentini gli erano contrarj, ed i medesimi suoi sudditi di Lombardia potevano improvvisamente manifestare un'aperta opposizione ai suoi progetti, che tendevano a balzare dal trono la legittima linea de' loro principi. In tale imbarazzo credette il Moro conveniente di cercare oltremonti un alleato, di cui non aveva ancora potuto calcolare la potenza, e si volse a Carlo VIII, re di Francia.

Carlo VIII era succeduto, il 30 agosto del 1583, a suo padre Lodovico XI alleato del padre di Lodovico il Moro; ma non avendo allora che tredici anni e pochi mesi, Lodovico XI aveva, morendo, affidato il governo del regno a madama di Beaujeu, sua figlia primogenita, moglie di Pietro di Borbone. In dieci anni d'una gloriosa amministrazione questa principessa aveva represse le pretese de' principi del sangue, terminate le pericolose guerre civili, ed assoggettati o riuniti alla corona vasti feudi fino allora indipendenti[44]. Carlo VIII non aveva propriamente cominciato a governare da sè medesimo che dopo il 1492. Lo splendore d'una brillante spedizione, e l'acquisto d'un regno, ottennero a questo monarca una gloria non conveniente alla sua fisica costituzione o alla sua educazione. Mentre la maggior parte degli storici francesi lo rappresentarono, secondo Luigi de la Trémouille, come «piccolo di corpo e grande di cuore»[45]; i due migliori osservatori del secolo, Filippo di Comines e Francesco Guicciardini, ne fanno il più svantaggioso ritratto. Il primo lo dice, «molto giovane, e appena uscito dal nido; mal provveduto d'intelletto e di danaro, di debole persona, ostinato nei proprj consiglj e non accompagnato da uomini prudenti»[46]. «Dice l'altro che questo giovane in età di ventidue anni e per natura poco intelligente delle azioni umane, era trasportato da ardente cupidità di dominare e da appetito di gloria, fondato piuttosto in leggiere volontà, e quasi impeto, che in maturità di consiglio; e prestando, o per propria inclinazione, o per l'esempio e ammonizioni paterne, poca fede a' signori ed a' nobili del regno, dacchè era uscito della tutela di Anna duchessa di Borbone sua sorella, non udiva più i consiglj dell'ammiraglio e degli altri, i quali erano stati grandi in quel governo, ma si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola condizione, allevati al servigio della persona sua, che facilmente erano stati corrotti»[47].

[44] _Mémoir. de L. de la Trémouille ch. VI e VII, t. XIV, p. 137._

[45] _Ivi, ch. VIII, p. 145, tom. XIV des mém. pour servir à l'hist. de la France._

[46] _Mémoir. de Phil. de Comines, l. VII, Proposit., p. 128, et chap. V, p. 163, t. XII des Mémoires pour servir à l'hist. de la France._

[47] _Franc. Guicciardini Storia, l. I, p. 18._

La figura di Carlo VIII corrispondeva a tanta debolezza di spirito e di carattere; era piccolo, aveva grossa la testa, e corto il collo, petto e spalle larghe e sollevate, coscie e gambe lunghe e gracili. «Carlo fino da puerizia fu di complessione molto debole, e di corpo non sano, di statura piccolo e d'aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità degli occhi) bruttissimo; l'altre membra erano sproporzionate in modo che pareva quasi più simile a mostro che a uomo: non solo non ebbe alcuna notizia delle buone arti, ma appena gli furono cognite le figure dell'abbicì: aveva animo cupido di imperare, ma abile più ad ogni altra cosa, perchè aggirato sempre da' suoi, non riteneva con loro nè maestà, nè autorità: alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudicio: se pure alcuna cosa in lui pareva degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio; era inclinato alla gloria, ma più con impeto, che con consiglio; era liberale ma inconsideratamente, e senza misura o distinzione; era immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma ciò era spesso ostinazione mal fondata anzi che costanza: e quello che molti chiamavano bontà, meritava più convenientemente il nome di freddezza e di remissione d'animo»[48]. Tale era l'uomo, di cui le circostanze formarono un conquistatore, e che la fortuna caricò di maggiore gloria che non poteva sostenerne.

[48] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 43. — Bern. Oricellarii de bello Italico Commentarius, p. 91._

Lodovico Sforza mandò in Francia Carlo di Barbiano, conte di Belgiojoso, ed il conte di Cajazzo, figliuolo primogenito di Roberto di Sanseverino, morto da pochi anni, per invitare il re Carlo VIII a venir a conquistare la corona di Napoli, che gli s'aspettava, ad approfittare delle favorevoli disposizioni dei signori del regno stanchi di soffrire il giogo della casa d'Arragona, ed a giovarsi del risentimento del papa contro di Ferdinando. Nello stesso tempo gli offriva un'intima alleanza che gli aprirebbe l'Italia a traverso della Lombardia, e gli assicurerebbe il dominio del mare coi porti dello stato di Genova. Lusingava inoltre la sua vanità ed ambizione colla speranza di conquiste ancora più luminose, facendogli travedere in lontananza la sommissione della Turchia e la liberazione di Costantinopoli e di Gerusalemme, siccome impresa riservata al valor francese[49].

[49] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 14. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 11. — Phil. de Comines Mém., l. VII, ch. III, p. 148._