Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 4
In quasi tutta l'Italia, l'agricoltura, le strade, la forma data al terreno dalla mano degli uomini, l'architettura delle città e quelle dei villaggi, conservano monumenti dell'antica opulenza, d'una prosperità comune a tutte le classi, d'una attività di spirito, d'uno zelo intraprendente ch'erano l'effetto, e di nuovo diventavano la causa della nazionale felicità. Quest'opulenza, malgrado tutte le rivoluzioni di cui abbiamo parlato, mantenevasi ancora in sul declinare del quindicesimo secolo. Solo ci resta a vedere per quale concatenamento di calamità venne distrutta, da quali impedimenti fu oppresso lo spirito della nazione; sicchè ancora dopo la cessazione delle guerre e di tutti i flagelli, che si succedettero pel corso d'un mezzo secolo, dopo il ritorno della tranquillità, dopo il godimento d'una lunga pace invidiata dalle altre nazioni europee, più l'Italia ricuperare non potesse un'ombra soltanto dell'antica sua felicità.
CAPITOLO XCII.
_Elezione di Alessandro VI. — Progetto di riforma di Girolamo Savonarola; vanità di Piero de' Medici, nuovo capo della repubblica fiorentina. — Lodovico Sforza eccita Carlo VIII a far valere i suoi diritti sul regno di Napoli; fermento di tutta l'Italia. — Ferdinando I muore prima d'essere attaccato._
1492 = 1494.
Le opinioni religiose e la politica concorrevano in Italia a collocare il papa alla testa degli stati indipendenti, ne' quali era divisa questa penisola. Fu principalmente nel corso del quindicesimo secolo che i papi innalzarono la loro monarchia temporale, riducendo la città di Roma a non avere che un governo municipale, e sostituendo la propria autorità a quella del senato e della repubblica, talchè dopo la congiura di Stefano Porcari avevano aboliti gli ultimi avanzi della romana libertà. Nelle vicine province i papi avevano lavorato con ardore a rendersi ubbidiente la nobiltà feudataria; e la violenza con cui furono perseguitate le due più potenti case, quella dei Colonna da Sisto IV, e quella degli Orsini da Innocenzo VIII, in principio del suo pontificato, le aveva molto indebolite. Quasi tutti i piccoli principi e quasi tutte le città libere, poste tra Roma, gli stati di Firenze e quelli di Venezia, erano state costrette a riconoscere la suprema autorità della santa sede. Gli è vero che i principi di Romagna conservavano la loro sovranità sotto l'autorità della Chiesa, ma essi ubbidivano con zelo al papa, che temevano, e gli somministravano in tutte le sue guerre eccellenti capitani e buoni soldati. Perciò gli ultimi pontefici ebbero più virtù guerriere che ecclesiastiche, e fecero fortemente sentire l'importanza militare dello stato della Chiesa.
Altronde il papa, che aveva l'alta signoria del regno di Napoli, ch'era direttore del partito guelfo in Lombardia ed in Toscana, e supremo capo della Chiesa, non misurava la propria potenza sopra la sola estensione degli stati sottoposti alla sua immediata giurisdizione. Ben al di là ed a molta distanza dai proprj confini poteva senza danaro guadagnarsi partigiani, fare la guerra senza soldati, minacciare ed atterrire senza forze reali. Perciò la storia dei papi era forse la parte più essenziale della storia d'Italia. Le rivoluzioni delle repubbliche e quelle delle monarchie trovavansi costantemente legate a quelle della corte pontificia, e quasi tutte le grandi catastrofi, che dovevano squarciare l'Italia, erano state predisposte dagl'intrighi o dalle passioni de' preti.
Il principio dell'ultimo periodo della libertà italiana, cui siamo arrivati, ed il cominciamento della lunga guerra che gli oltremontani dovevano portare in quasi tutta la penisola, fu pure un istante di crisi pel potere pontificio; imperciocchè appunto in allora venne innalzato sulla cattedra di san Pietro il più odioso, il più impudente, il più malvagio di tutti coloro che fecero abuso d'una sacra autorità per oltraggiare ed opprimere gli uomini. Alessandro VI fu eletto successore d'Innocenzo VIII. Lo scandalo della corte di Roma, sempre crescente da un mezzo secolo, non poteva essere spinto ad un più ributtante eccesso; ed infatti dopo tale epoca andò gradatamente diminuendo. Veruno scrittore ecclesiastico ebbe l'ardire di difendere la memoria di questo papa, indegno del nome di cristiano; e l'obbrobrio, che in tempo del suo regno coprì la Chiesa romana, distrusse quel religioso rispetto, che proteggeva tutta l'Italia, e l'abbandonò agli stranieri come più facile preda.
Innocenzo VIII era morto il 25 di luglio del 1492; vennero, secondo l'uso, consacrati alcuni giorni alla pompa dei suoi funerali, ed il 6 agosto susseguente i cardinali si chiusero in conclave per eleggere il successore. Si trovarono ridotti al numero di ventitre[8]. Ognuno di loro sentiva ingrandirsi la propria importanza, vedendo scemarsi il numero di coloro che avevano diritto di sedere in questo senato; la divisione delle ricchezze, degli onori, dei principati, disponibili dalla Chiesa, in gran parte spettava a loro; ognuno in ragione del piccolo numero de' suoi competitori, poteva riservare per sè medesimo o per le sue creature una più vantaggiosa porzione in questa grande eredità. Quindi, malgrado l'esperienza dell'inutilità di tutte le condizioni imposte ai futuri pontefici ne' precedenti conclavi, i cardinali, provvedendo prima di tutto ai proprj interessi, promisero con giuramento, che quello di loro che avrebbe la tiara, non farebbe nuove promozioni senza l'assenso del sacro collegio[9].
[8] _Stef. Infessura Diar. Rom., t. III, Scrip. Rer. It., t. II, p. 1243. — Ann. Eccl. Rayn., 1492, § 22, t. XIX, p. 412._
[9] _Rayn. An. Eccl., 1492, § 28, p. 414._
Tutti i voti trovaronsi uniformi per questa prima risoluzione che giovava al comune interesse; ma quando si venne all'elezione di un nuovo capo della Chiesa, ognuno diede nuovamente orecchio ai consigli della propria ambizione e privata cupidigia. Il conclave era quasi interamente composto di creature d'Innocenzo VIII e di Sisto IV, e non potevasi sperare da uomini eletti in tempi di tanta corruzione, nè molto disinteressamento, nè elevati sentimenti. Un solo tra di loro, Roderigo Borgia, era di più antica creazione, il quale, più degli altri invecchiato nelle dignità della Chiesa, aveva potuto accumulare maggiori ricchezze degli altri. Era costui figliuolo di una sorella di Calisto III, e per fare cosa grata allo zio, che lo aveva adottato, aveva lasciato il suo cognome di Lenzuoli per prendere quello di Borgia. Essendo ancora giovinetto era stato colmato dal vecchio Calisto di tutte le grazie che un papa può conferire ad un nipote: a lui aveva il pontefice resignato il proprio arcivescovado di Valenza nella Spagna; e lo aveva il 21 settembre del 1456 creato cardinale diacono, aggiugnendovi in pari tempo la lucrosa carica di vice cancelliere della Chiesa. Sisto IV, che aveva adoperato Roderigo Borgia in molte legazioni, gli aveva dati i vescovadi di Alba e di Porto. Altre più fresche missioni, nelle quali il Borgia aveva dato luminose prove della sua accortezza, gli avevano fruttate nuove ricompense[10], e nel 1492 aveva l'entrate di tre arcivescovadi in Ispagna, e di molti altri beneficj in tutta la Cristianità. Le ricchezze di un cardinale influiscono quasi necessariamente sopra i suffragj de' suoi colleghi, perciocchè, non potendo per sè ritenere i beneficj, fatto papa, è cosa ovvia che li ripartisca sopra tutti coloro che più contribuirono alla sua elezione; e quanto più partecipò egli stesso ai favori della Chiesa, tanto più può darne ai suoi partigiani, senza muovere giuste lagnanze. Il Borgia, nel corso di quasi un mezzo secolo di prosperità, aveva accumulati immensi tesori, e la natura gli aveva accordati tutti i talenti proprj a farne uso per la sua ambizione: aveva una facile eloquenza, sebbene non fosse che mediocremente versato nelle lettere, e la sua mente, straordinariamente pieghevole, era di tutto capace: ma soprattutto era in particolar modo provveduto di singolari talenti per trattare gli affari, e di una inarrivabile destrezza nel saper condurre ai suoi fini lo spirito de' suoi rivali[11].
[10] _Onof. Panvino vite de' Pontefici. In Aless. VI, p. 472._
[11] _Jacob. Volaterranus Diar. Rom., t. XXIII, Rer. It. p. 130. — Ann. Eccl. Rayn., 1492, § 25, t. XIX, p. 413._
Collocato dalle immense sue ricchezze e dalla sua anzianità nel collegio de' cardinali tra i principali candidati per la santa sede, il Borgia sembrava, anche agli occhi de' più savj, giustificare in parte le sue pretese co' distinti talenti impiegati la servigio della Chiesa; se non che i suoi costumi potevano dar luogo a potenti eccezioni. Fin sotto il pontificato di Pio II, le sue dissolutezze, in allora più condonabili in grazia della gioventù, l'avevano esposto alla pubblica censura[12]; aveva poi preso seco un'amica, detta Vanozia, colla quale viveva come se stata fosse sua moglie, e nello stesso tempo l'aveva fatta sposare ad un cittadino romano; aveva da lei avuti quattro figliuoli ed una figlia, che tra poco vedremo prendere una molto importante parte negli affari. Egli nelle parole e ne' fatti non aveva la riservatezza conveniente a uomo di Chiesa: ma il libertinaggio era di già salito sul trono con Sisto IV e con Innocenzo VIII, ed il sacro collegio non era più composto di uomini abbastanza irreprensibili perchè i vizj di Roderigo Borgia fossero un sufficiente motivo d'esclusione.
[12] _Ann. Eccl., 1492, § 24, p. 413._
Pareva che due rivali potessero disputare la tiara al Borgia, cioè Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere. Ascanio, figliuolo del grande Francesco Sforza, duca di Milano, era zio di Giovanni Galeazzo, allora regnante, e fratello di Lodovico il Moro, che governava in suo nome la Lombardia; era stato creato da Sisto IV cardinale diacono del titolo dei Santi Vito e Modesto, era dopo il Borgia uno de' cardinali più ricchi di beneficj ecclesiastici, ed era inoltre spalleggiato da suo fratello e dagli alleati del duca di Milano. Ma dopo avere fatte alcune infruttuose prove delle forze del proprio partito, preferì di vendere la propria adesione al suo rivale, piuttosto che vedersi da lui vinto; trattò col Borgia e si fece promettere la carica di vice cancelliere, e gli guarentì in iscambio tutti i suffragi da lui disponibili[13].
[13] _Josephi Ripamontii Hist. Urbis Mediol., l. V, p. 653._
Giuliano della Rovere, figliuolo di un fratello di Sisto IV, prete cardinale del titolo in san Pietro _in vincula_, era il terzo candidato. I suoi distinti talenti, e l'avere luminosamente figurato nel pontificato dello zio, gli avevano procurati molti suffragj; ma Roderigo Borgia, spargendo danaro a piene mani, seppe guadagnarsi coloro che ancora pendevano incerti. Sotto colore di porli in luogo sicuro finchè durava il conclave, egli aveva mandato quattro muli carichi di danaro alla casa del cardinale Ascanio Sforza, e questo danaro fu impiegato nell'acquisto delle coscienze incerte. La voce del cardinale patriarca di Venezia fu pagata cinque mila ducati, tutte le altre furono mercanteggiate nella stessa maniera[14], ed il sabato mattina, undici di agosto, Roderigo Borgia fu proclamato papa, colla maggiorità di due terzi de' suffragj, sotto il nome di Alessandro VI[15].
[14] _Stef. Infessura Diario Rom., p. 1244._
[15] _An. Eccl., 1492, p. 413._ Per altro alcuni scrittori indicano un diverso giorno. Il giornale di Siena fa seguire l'elezione il 10 di agosto: _Allegr. Allegretti, t. XXIII, p. 826; Onofrio Panvinio_ nel primo.
Si conobbe subito a quali vergognosi mercati andava il pontefice debitore della sua elezione, perciocchè fu veduto nei primi giorni dopo l'elezione pagare i convenuti premj. Risegnò al cardinale Ascanio Sforza la lucrosa sua dignità di vice cancelliere; cedette al cardinale Orsini il suo palazzo di Roma coi due castelli di Monticello e di Soriano; diede al cardinale Colonna l'abbazia di Subbiaco con tutti i suoi castelli; al cardinale di sant'Angelo, il vescovado di Porto con tutti i suoi mobili sommamente magnifici, oltre la sua cantina ricca de' più squisiti vini; al cardinale di Parma la città di Nepi; a quello di Genova la chiesa di santa Maria _in via lata_; al cardinale Savelli la chiesa di santa Maria maggiore, e la città di Città Castellana: gli altri furono premiati a danaro sonante. Cinque soli, alla testa de' quali furono posti Giuliano della Rovere e suo cugino Raffaello Riario, non acconsentirono a vendere i loro suffragj[16].
[16] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1244. — Franc. Guicciardini, l. I, p. 4. — Ist. di Gio. Cambi, Deliz. Erud., t. XXI, p. 71._
I Romani celebrarono l'elezione di Alessandro VI con tali feste, che sarebbero state più convenienti alla coronazione di un giovane conquistatore che a quella di un vecchio pontefice. Sarebbesi detto che il popolo re chiedeva al suo nuovo sovrano di richiamare sotto il suo impero le nazioni altre volte soggiogate dalle armi romane. La maggior parte delle iscrizioni che ornavano le case romane alludevano al nome di Alessandro assunto dal Borgia, e se in qualche modo ricordavano la religione di cui era capo, lo facevano, promettendo al nuovo Alessandro tanto più luminose vittorie in quanto che egli era un Dio, e non un semplice eroe[17]. Quest'eccesso d'adulazione non venne immediatamente smentito dal fatto. Una spaventosa anarchia era nata sotto il venale ed effeminato regno d'Innocenzo VIII; erasi aggrandita nella letargia di questo pontefice in modo che dugento venti cittadini romani erano stati assassinati dall'ultima crisi della sua malattia fino alla morte[18]. Alessandro VI, che voleva regnare, e che sapeva farsi temere, pose subito rimedio a tanto disordine e ridonò la sicurezza alle strade di Roma. Il solo cardinale della Rovere non lasciossi sedurre da questa apparente calma: l'apostata spagnuolo, il _marrano_, com'egli lo chiama[19], non poteva ispirargli troppa confidenza. Si chiuse nel castello d'Ostia fino all'istante in cui credette più prudente partito il recarsi in più lontani paesi, e non assistette alle scandalose feste colle quali il papa celebrò nel proprio palazzo il matrimonio di sua figlia Lucrezia con Giovanni, figlio di Costanzo Sforza, signore di Pesaro[20].
[17] _Cæsare magna fuit, nunc Roma est nascima sextus: = Regnat Alexander. Ille vir iste Deus. = Epistola Petri Delphini, l. III, Ep. 38. — Rayn. Ann. Eccl. § 27, p. 414._
[18] _Stef. Infessura, p. 1244._
[19] Gli Spagnuoli chiamano _marranos_ i mori convertiti; pochi spagnuoli sottraevansi di quei tempi al rimprovero di Apostasia.
[20] Le nozze di Lucrezia si celebrarono il 9 e 10 giugno del 1493. _Infessura Diar. Rom., p. 1246. — Alleg. Allegretti, p. 827._
L'istante in cui la Chiesa romana, disonorata dai vizj di alcuni capi del clero, alzava sul trono un pontefice di cui doveva vergognarsi, non poteva sottrarsi ai tentativi di riforma di coloro che, più sinceri nella loro fede, cercavano nella religione un appoggio alla morale, e prevedevano le funeste conseguenze dell'esempio dato a tutta la Cristianità da un papa adultero e fors'anche incestuoso. In sul declinare del quindicesimo secolo, e ne' primi anni del susseguente, era ancora troppo fervente, e troppo sincero era il sentimento della religione perchè i grandi scandali non fossero cagione di grandi rivoluzioni. Coloro che per una virtuosa indignazione s'allontanavano da un Sisto IV, da un Innocenzo VIII, da un Alessandro VI, non lasciavano perciò d'essere Cristiani, o affezionati alla Chiesa disonorata da alcuni suoi capi; essi attribuivano tutti i vizj agli uomini e non al sistema; e quanto più vedevano accrescersi i disordini e gli scandali, facevansi un più stretto dovere di scacciare l'abbominazione dal santuario, e mostravansi più disposti a compromettere anche la vita per una riforma, che risguardavano come l'opera del Signore.
Lo scandalo della corte di Roma non era ancora che imperfettamente conosciuto al di là delle Alpi. Prima delle guerre degli oltremontani in Italia, un profondo rispetto copriva d'impenetrabil velo il palazzo di san Pietro a Roma; ed ai riformatori, che più tardi spiegarono lo stendardo della ribellione contro la Chiesa romana, sarebbe stato impossibile il dare compimento all'opera loro in Germania ed in Francia avanti questa mescolanza delle nazioni. La stessa intrapresa doveva piuttosto tentarsi in Italia, ove più che altrove conoscevansi gli abusi: questa doveva ricevere un diverso carattere dal popolo che cominciava la riforma; doveva scoppiare tra gl'Italiani con maggiore entusiasmo, doveva parlare d'avvantaggio all'immaginazione ed al cuore, doveva farsi meno spalleggiare dalla filosofia, e forse essere meno indipendente dalle opinioni religiose, ma invece legarsi più strettamente alla politica. In Italia l'ordine civile e l'ordine religioso erano egualmente corrotti, mentre i principj costitutivi dell'uno e dell'altro erano stati profondamente penetrati con un lungo studio: onde i riformatori dovevano tentare di dar mano contemporaneamente a tutti e due. Tali infatti furono i divisamenti di Girolamo Savonarola; e questo precursore di Lutero non fu da lui diverso, se non quanto un Italiano deve esserlo da un Tedesco.
Girolamo Francesco Savonarola apparteneva ad un'illustre famiglia originaria di Padova, ma chiamata a Ferrara dal marchese Niccolò d'Este. Nacque in quest'ultima città il 21 settembre del 1452 da Niccolò Savonarola e da Annalena Bonaccorsi di Mantova[21]. Distintosi di buon'ora ne' suoi studj, in particolare, nella teologia, s'involò alla sua famiglia in età di 23 anni, e, rifugiatosi nel chiostro de' Domenicani di Bologna, professò il 23 aprile del 1475 con un fervore religioso, un'umiltà ed un desiderio di penitenza, che non si smentirono giammai[22]. I suoi superiori, conoscendo bentosto i singolari talenti del giovane domenicano, lo destinarono a leggere pubblicamente filosofia. Il Savonarola, chiamato a parlare in pubblico, doveva lottare contro i difetti del suo organo ad un tempo debole e duro, contro la sua mal aggraziata declamazione, e contro lo spossamento delle sue forze fisiche, prodotto da una severa astinenza.
[21] _Della storia e delle gesta del padre Girolamo Savonarola, l. IX, dedicati a P. Leopoldo, 1782, 4.º, l. I, § 2, p. 2._
[22] _Vita di Savonarola, l. I, § 3, p. 5._
Fu ammirata l'erudizione del nuovo professore, ma egli non piacque come predicatore quando salì sul pulpito, ed allora non fu al certo preveduto quel potere che in breve acquistar doveva la sua eloquenza sopra più numerosi uditori[23]. La forza dell'ingegno e quella della volontà vinsero tutti gli ostacoli. Il Savonarola acquistò nel ritiro quei vantaggi che supponevansi essergli stati dalla natura negati. Coloro che nel 1482 erano stati offesi dalla sua declamazione, appena potevano riconoscerlo quando nel 1489 l'udirono modulare a suo piacimento una voce armoniosa e robusta, e sostenerla con una nobile, imponente e graziosa declamazione[24]. Egli stesso, temendo d'insuperbirsi per gli sforzi che aveva felicemente fatti onde perfezionarsi, riferiva al cielo i suoi progressi con cristiana umiltà, e risguardava le proprie metamorfosi come un primo miracolo, che provava la sua divina missione.
[23] _Vita di Savonarola an. 1478, § 9, p. 13. — Anno 1482, § 11, p. 15._
[24] _Ivi, § 19, p. 22._
Fu nel 1483 che il Savonarola credette sentire in sè medesimo un segreto profetico impulso che lo destinava riformatore della Chiesa, chiamandolo a predicare ai Cristiani la penitenza, e ad annunciare ai medesimi anticipatamente le calamità onde lo stato e la Chiesa erano egualmente minacciati. A Brescia cominciò la sua predicazione intorno all'apocalisse nel 1484, e predisse ai suoi uditori che le loro mura sarebbero un giorno bagnate da torrenti di sangue. Questa minaccia pare che avesse compimento due anni dopo la morte del Savonarola, quando nel 1500 i Francesi, sotto gli ordini del duca di Nemours, presero Brescia d'assalto, e lasciarono gli abitanti in preda ad un'orrenda uccisione[25]. Nel 1489 Savonarola recossi a piedi a Firenze, e fissò la sua residenza nel convento del suo ordine, sotto il titolo di san Marco, dove pel corso di otto anni doveva continuare a predicare la riforma, fino al momento in cui fa mandato al supplicio, come, a seconda di quanto attestano i suoi discepoli, aveva egli stesso prenunciato.
[25] _Vita di Savonarola, l. I, § 15, p. 19._
La riforma, che il Savonarola raccomandava, siccome un'opera di penitenza, per allontanare le calamità ch'egli diceva vicine a piombare sull'Italia, doveva cambiare i costumi del mondo cristiano e non la sua fede. Il Savonarola credeva corrotta la disciplina della Chiesa, credeva infedeli i pastori delle anime, ma non erasi mai fatto lecito di muovere un solo dubbio intorno ai dommi che professava questa Chiesa, o di assoggettarli a veruna disamina. La stessa natura del suo entusiasmo non glielo doveva permettere; non era già in nome della ragione ch'egli attaccava l'ordine stabilito, ma in nome d'una inspirazione ch'egli credeva soprannaturale, non per mezzo di esame, ma colle profezie e coi miracoli.
L'ardire del suo spirito, che si era trattenuto in faccia all'autorità della Chiesa, aveva per altro misurate con minore rispetto le autorità temporali. In tutto ciò ch'era opera dell'uomo voleva che potesse riconoscersi per iscopo l'utilità degli uomini e per regola il rispetto dei loro diritti. La libertà non sembravagli meno sacra della religione; risguardava come un bene mal acquistato, e che non si poteva conservare senza rinunciare all'eterna salute, il potere che un principe aveva usurpato, innalzandosi nel seno d'una repubblica. Ai suoi occhi Lorenzo de' Medici era un illegittimo detentore della proprietà dei Fiorentini: malgrado i replicati inviti, fattigli da questo capo dello stato, mai non volle visitarlo, o attestargli veruna deferenza, onde non si supponesse ch'egli ne avesse riconosciuta l'autorità[26]; e quando Lorenzo, sul letto della morte, chiamò presso di sè questo confessore per ricevere dalle sue mani l'assoluzione, il Savonarola gli chiese preventivamente se aveva intera fede nella misericordia di Dio, ed il moribondo dichiarò di sentirla nel fondo del suo cuore; se era apparecchiato a restituire tutto il bene che aveva illegittimamente acquistato, e Lorenzo dopo qualche incertezza si dichiarò disposto a farlo; finalmente se ristabilirebbe la libertà fiorentina ed il governo popolare della repubblica; ma Lorenzo ricusò di assoggettarsi a questa terza condizione, e rimandò il Savonarola senza avere ricevuta l'assoluzione[27].
[26] _Stor. del P. Girol. Savonarola, l. I, § 22, p. 25._
[27] _Ivi, § 26, p. 33._
Se il Savonarola avea creduto di dover predicare a Lorenzo de' Medici la restituzione della sovrana autorità a Firenze, siccome d'un bene mal acquistato, egli aveva ancora più gagliarda ragione per persuadere Pietro de' Medici a dimettersi da un'autorità ch'egli non aveva nè la forza, nè l'abilità di conservare. Pietro, il maggiore de' tre figli di Lorenzo, non aveva che ventun anni quando suo padre morì, e la sua prudenza era al di sotto dell'età. A Firenze, le leggi determinavano l'età richiesta per l'esercizio d'ogni magistratura, ed avevano generalmente protratta assai quest'epoca: i consiglj dispensarono Pietro dalle condizioni dell'età, e lo dichiararono proprio a ricevere tutte le onorificenze, e ad esercitare tutte le magistrature di suo padre[28]. Questa violazione della costituzione era una conseguenza della schiavitù della signoria; ma questa ferì i Fiorentini facendo loro vedere il giogo sotto cui erano caduti.
[28] _Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XXVI, p. 187._