Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)

Part 3

Chapter 33,626 wordsPublic domain

Quanto più un'istoria è circostanziata, tanto meglio mette in chiaro, quando è veridica, gli errori ed i patimenti degli uomini. Forse quella dell'Italia nel quindicesimo secolo avrà lasciato nello spirito del lettore molto maggior numero di sventure e di delitti, che non suole offrirne il più delle volle un paese della stessa estensione nello stesso spazio di tempo. C'inganneremmo non pertanto, credendo che di que' tempi gl'Italiani fossero più sventurati o più viziosi che i loro contemporanei nel rimanente dell'Europa, o che lo fossero quanto i loro successori nel proprio loro paese. La privata vita degl'Italiani in così piccoli stati, quali erano quelli che componevano allora l'Italia, era tutta visibile, e tutte le disgrazie venivano registrate nella storia. Ogni individuo trovavasi, per così dire, in contatto colla sovranità, e le sue passioni, i suoi intrighi, le sue vendette, si associavano alle rivoluzioni dello stato, agli avvenimenti pubblici. Nelle grandi monarchie, in cui i provinciali vivono avviluppati in una profonda oscurità, e nei piccoli principati moderni, ove lo stato medesimo non ha storia, e dove un immenso spazio divide ii sovrano dal suddito, ognuno soffre in silenzio la parte sua delle pubbliche calamità, e questa parte gli viene inflitta piuttosto per effetto delle cattive leggi, che per le violenze degli uomini. Le malversazioni dei ministri subalterni non richiamano la pubblica attenzione; la denegata giustizia, gli arresti arbitrarj, ordinati da oscuri magistrati, non sono avvenimenti storici; i delitti de' privati sono di competenza soltanto de' tribunali, e la ruina delle famiglie, dell'agricoltura, del commercio, dell'industria, viene tutt'al più indicata dagli storici complessivamente, senza che mai diano risalto alle infortune individuali. Per confrontare nel quindicesimo secolo i patimenti del popolo francese e dell'italiano, sarebbe d'uopo che la storia dei primi ci descrivesse colle grandi rivoluzioni della monarchia tutte le ingiustizie sofferte nello stesso tempo dai borghesi di Blois e d'Angers, di Tours e di Bourges, e di tutte le altre città del regno; che ci narrasse l'innalzamento e la ruina delle private famiglie, le segrete gelosie, le colpevoli pratiche colle quali i più oscuri cittadini si soppiantano gli uni gli altri, ed i delitti puniti dai tribunali. Ma quando non trovansi nelle province nè libertà, nè indipendenza, queste particolarità sono senz'interesse, come senza dignità; sebbene le passioni private esercitino tutta la loro forza nell'abitazione del più piccolo barone, e nella sfera dei poteri dell'ultimo scabino, il loro risultamento non ferisce che gl'individui, e non si associa in verun modo ai destini della nazione: veruna generosa passione nobilita agli occhi delle vittime la calamità ch'esse soffrono in comune, e la storia non degnasi nemmeno di nominare due o tre volte per secolo varie grandi città, che, se fossero state libere, avrebbero tutte somministrati tanti argomenti agli studj de' moralisti.

Per conoscere se una nazione è felice o sventurata, se la massa degli individui, che la compongono, è partecipe della sua prosperità, se la gloria che raccolgono i suoi capi è per essa sterile o fruttifera, conviene esaminare lo stato de' suoi lavori, la sua agricoltura, le manifatture, il commercio; conviene formarsi un'idea della privata vita di queste diverse classi di cittadini; è d'uopo osservare un capo di famiglia ne' varj stati della società, e vedendolo incamminare in qualche esercizio ognuno de' suoi figli, chiedere quali speranze di buon successo egli veda sul cammino per cui gli addirizza. Giudicando l'Italia con queste regole, troveremo che nel quindicesimo secolo era giunta ad un alto grado di prosperità, da cui è assai discesa a' nostri giorni; e rimarremo convinti che veruna contrada d'Europa non poteva in allora sostenere il confronto dell'Italia.

Sotto il rapporto dell'agricoltura l'Italia era in allora come adesso coltivata da gastaldi, che facevano tutti i lavori e tutte le anticipazioni, ritenendo in compenso la metà de' raccolti. Così mentre nel rimanente dell'Europa i contadini erano tuttavia attaccati alla gleba, o per lo meno sottomessi alle usanze del _gius villico_ ed all'oppressione dei loro padroni, quelli dell'Italia erano liberi, erano uguali ai cittadini rispetto ai diritti civili, non dipendevano dai capricci di un padrone, non ricevevano da lui salario, e, sebbene non fossero proprietarj, essi non ricevevano il loro sostentamento che dalle terre e dal loro lavoro. La fertile Lombardia era, come al presente, industriosamente livellata, la coltivazione del grano di Turchia, e quella de' fieni vi avevano introdotte vantaggiose successive raccolte; le acque erano state industriosamente, per mezzo di canali fatti con grandissime spese, ripartite sopra la campagna, e questo sistema d'irrigazione, che la copre tutta intiera a foggia di rete, era stato condotto a perfezione da Lodovico il Moro, che diede il proprio nome ad alcune delle opere idrauliche fatte a sue spese. Le colline della Toscana erano, come nell'età nostra, coperte d'uliveti e di viti; e perchè le acque non si strascinassero dietro la terra vegetale, questa veniva sostenuta con diversi piani di muri senza cemento nelle vicinanze di Firenze, e nei contorni di Lucca con terrapieni di zolle.

Gli storici contemporanei non si presero cura di dipingere l'aspetto del paese, ed è il più delle volte dietro le descrizioni delle battaglie, e per gli accidenti d'un accampamento d'armata, che ci è dato di conoscere quale fosse lo stato dell'agricoltura, o la sorte de' contadini ne' tempi da noi lontani. Ma se queste circostanze staccate non ci lasciano punto dubitare che l'Italia non presentasse lo stesso aspetto dell'età presente nelle province che conservarono la loro prosperità, ci fanno altresì vedere che la campagna era coperta di villaggi e di agricoltori ancora nelle province, che adesso sono scambiate in deserti. La desolazione si è stesa sopra una ragguardevole ed altre volte fertilissima estensione dell'Italia, dalle rive del Serchio fino a quelle del Volturno. Vero è che le ricche campagne di Pisa furono ruinate dalle inondazioni e rendute, dal quindicesimo secolo in poi, insalubri dalle acque stagnanti, e in appresso dalla negligenza o dalla gelosia de' Fiorentini; ma potenti borgate animavano ancora tutto il littorale, oggi affatto deserto, da Livorno fino all'Ombrone. Possiamo formarci un'idea della numerosa popolazione dello stato di Siena e della sua Maremma dalla quantità dei villaggi che il marchese di Marignano vi fece spianare nel susseguente secolo, facendo passare a fil di spada tutti gli abitanti. Le guerre dei baroni, feudatarj della Chiesa, mostrano che la campagna di Roma aveva pure una numerosa popolazione, possedendovi i soli Colonna, nel quindicesimo secolo, maggior numero di popolosi villaggi, che tutta questa provincia non conta adesso case d'affittajuoli. Non può negarsi che tutta la provincia marittima, ossia la Maremma, come chiamasi ancora presentemente, non fosse riputata malsana, ma non quanto al presente. Flavio Biondo, facendone la descrizione sotto il pontificato di Niccolò V, si accontenta di dire, che nell'età sua più non era così fiorente come ai tempi dei Romani, e quando parla di Ostia, dice che questa città mai non godette di un clima troppo salubre, perchè esposta in riva al mare[1]; ma se avesse dovuto parlare del presente suo stato, avrebbe a stento trovate espressioni per dipingere la spaventosa desolazione del paese e gli effetti dell'aere pestilenziale che vi si respira.

[1] _Italia illustrata di Flavio Biondo, trad. di Lucio Fauno. Venez., 1542 in 8.º Regione III, f. 94._ Ostia, che ne' tempi Romani contava per lo meno cinquanta mila abitanti, non contiene adesso che trenta uomini nella buona stagione, e dieci nella malsana con due o tre donne. In un raggio di dieci miglia da ogni lato, la campagna non ha un solo abitante, fuorchè a Porto, città ancora più desolata di Ostia.

Nel quindicesimo secolo i contadini italiani distinguevansi da quelli de' nostri in ciò, che, invece di abitare in mezzo ai loro campi, ove tenevano per altro una casa rustica, alloggiavano quasi tutti in terre murate; di là recavansi ogni mattina ai loro lavori, e, quando la loro sicurezza era minacciata da nemica invasione, conducevano entro la borgata i loro bestiami e gli attrezzi inservienti all'agricoltura, ed i loro raccolti. Gli storici, parlando di molte imprevedute invasioni, aggiungono spesso che i contadini non avevano avuto tempo di condurre nei luoghi murati le loro bestie e le loro famiglie; lo che mostra, che, in tempi tranquilli, solevano tenerli alla campagna.

La riunione de' contadini nelle borgate riusciva, non v'ha dubbio, perniciosa all'agricoltura, e scemava i prodotti che la loro famiglia poteva cavare da un terreno fertile. Ma quando si esaminano queste borgate, che sono presentemente quasi tutte spopolate, si trovano nelle loro case, abbandonate da più secoli, indizj dell'opulenza di coloro che le abitavano. In generale queste case sono vaste e comode, aggiungono l'eleganza alla solidità, e danno a conoscere che i contadini italiani, nel quindicesimo secolo, erano assai meglio alloggiati che non lo sono al presente i borghesi di una mediocre fortuna ne' più prosperi paesi dell'Europa.

Inoltre questa riunione di contadini in villaggi fortificati, che chiamavano castelli, attribuiva loro un'importanza e diritti politici, di cui non avrebbero potuto godere rimanendo isolati. Erano essi incaricati della difesa della patria, ed il governo perciò aveva loro affidate armi, un tesoro pubblico ed un'amministrazione diretta da magistrati scelti coi loro suffragi. Gli aveva in tal modo posti in istato di difendersi contro un nemico straniero, ma nello stesso tempo aveva loro dati mezzi di respingere ogni oppressiva operazione d'ogni altro corpo dello stato.

Tale era la sorte di questa metà della nazione italiana, che col suo lavoro faceva nascere tutti i frutti della terra. Se si paragona a quella de' contadini della Francia, dell'Inghilterra, della Spagna, della Germania alla stessa epoca, si troverà senza dubbio infinitamente più felice. I padri di famiglia erano esenti da qualunque schiavitù e da ogni vassallaggio domestico. Non erano inquieti rispetto alle condizioni del loro affitto che mantenevasi sempre eguale di generazione in generazione, nè intorno al pagamento delle contribuzioni, che spettava soltanto al proprietario del feudo, nè intorno al pagamento dell'affitto delle terre, che si eseguiva in natura. Potevano senza timore allevare i loro figliuoli, sapendo che il lavoro somministrerebbe loro un abbondante sostentamento; e se la loro famiglia diventava più numerosa che non richiedeva il perfezionamento del loro podere, trovavano sempre per quest'eccesso di popolazione un impiego nell'armata, nel clero, nelle professioni meccaniche della città.

Tutti coloro che lavoravano i campi vivevano colla metà dei frutti della terra; onde si può supporre che formassero per lo meno la metà della nazione[2]. La parte del raccolto, che i gastaldi davano in natura ai loro padroni, veniva consumata nelle città, e vi manteneva un'altra metà della nazione. Ma la condizione di questa seconda parte del popolo era ben diversa da quella che lo è presentemente; invece di languire nell'ozio per mancanza di lavoro, o per non avere conservata l'abitudine e l'abilità di lavorare, questa classe produceva valori commerciali con non minore attività di quella che avesse la prima nel produrre valori agricoli. L'Italia era tuttavia il più ricco paese dell'Europa in manifatture; le sete, ch'ella somministrava in tanta abbondanza, le lane, il lino, la canape, le pelli, i metalli, l'allume, lo zolfo, il bitume, tutti i prodotti bruti della terra, che dovevano essere modificati dall'industria, lavoravansi in Italia e da mani italiane, prima di essere rilasciati all'interno o all'esterno consumo. Ma le materie prime somministrate dall'Italia non bastavano alle sue manifatture; era una delle più importanti operazioni del suo commercio l'importarne altre dagli scali del mar Nero, dell'Affrica, della Spagna e dei paesi del Nord, e in quelle medesime terre tornarle a distribuire in appresso, dopo che il lavoro italiano ne aveva accresciuto il prezzo. Questo lavoro era costantemente ricercato; quando il povero recava le sue braccia sul mercato, era sicuro di trovarvi imprenditori disposti a farlo lavorare, ed a ricompensarlo in proporzione della sua abilità.

[2] Questo calcolo non è una misura determinata, ma un _minimum_. Tutto il frumento che viene portato al mercato non è necessariamente consumato nelle città; i contadini, che non coltivano che vigne ed uliveti, ne assorbono una gran parte. Questa sproporzione si è accresciuta dopo che le vaste campagne delle Maremme e della Puglia sono state abbandonate e deserte. La sola parte della campagna italiana che sia tanto popolata quanto lo era nel quindicesimo secolo, è quella che riacquista il grano portato al mercato; la minorazione della coltura dei grani nei paesi oggi deserti fu già proporzionata alla popolazione delle città; e perciò alcuni economisti pretendono che oggi i quattro quinti della nazione italiana appartengano alla classe de' coltivatori.

Non devesi per altro confondere l'ingegno degli artefici col lavoro meccanico degli operaj; ma tutte le arti erano pure una lucrativa carriera, ed ancora riguardandole dal lato dell'economia politica, non dobbiamo scordare che quello stesso paese che aveva maggior numero di cartolaj e le più attive tipografie, possedeva ancora la maggior parte di que' dotti, i di cui libri diventavano un oggetto di commercio per tutta l'Europa; che a poca distanza dalle cave del marmo statuario[3] di Carrara, e dalle fonderie delle Maremme, trovavansi gli studj degli statuarj Donatelli e Ghiberti, e la maravigliosa cupola di santa Maria Reparata a Firenze, innalzata dal Brunelleschi: e che a canto agli operaj che fabbricavano le tele, i pennelli ed i colori, vedevansi sorgere il Masaccio, il Ghirlandajo e tutti i fondatori delle scuole di pittura[4]. Così prosperavano simultaneamente tutti i lavori, da quello del tessitore, condannato ad un'operazione sempre uniforme, fino a quello dell'artefice destinato a formare la gloria del suo paese. In tale stato di cose quel padre di famiglia che altra eredità non lasciava a' suoi figliuoli che sanità, attività e coraggio di tutto intraprendere, lo abbandonava in sul cammino della vita senza timore.

[3] Ho sostituito _marmo statuario_, per singolarizzare quella qualità di marmo, che in allora come al presente era la sola che serviva pei principali lavori di scultura. _N. d. T._

[4] Ne' tempi di cui parla l'autore le tele servivano pochissimo ai pittori; e non tutte le scuole di pittura ebbero fondatori toscani. _N. d. T._

Il commercio italiano aspettava, ed anticipatamente pagava tutti questi prodotti dell'industria nazionale, per distribuirli in seguito tra le diverse popolazioni del mondo. Ancora non era venuto quel tempo, in cui principi, gelosi dell'indipendenza di tali uomini, che potevano facilmente sottrarre le loro sostanze alla tirannide, armarono il disprezzo contro l'attività e l'industria mercantile. Gli oltremontani non avevano peranco insegnato agli Italiani, che il commercio faceva torto alla nobiltà; e le più illustri famiglie di Firenze, di Venezia, di Genova, di Lucca e di Bologna, davano contemporaneamente capi alle case mercantili, cardinali alla Chiesa e gran priori all'ordine di Malta. Mentre che i più riputati uomini della nazione arrecavano col loro esempio maggior lustro al lavoro, che insegnavano a risguardare l'ozio come un vizio, come un disonore, come un delitto contro la società, essi medesimi, applicandosi ad un commercio che abbracciava la metà del mondo allora conosciuto, acquistavano l'accortezza di esperti mercanti, le cognizioni positive dei legislatori, ed avevano opportunità di studiare i principj della prosperità pubblica, che dovevano prendere di mira nella loro amministrazione. Altronde i commercianti, che formavano un così distinto ordine della società, accostumavansi a trafficare con maggiore lealtà, con modi più liberali, con più svariate cognizioni. La mente, applicata a vicenda ora ai pubblici, ora ai privati affari, andava acquistando maggiore pieghevolezza, e meglio soddisfaceva all'una ed all'altra incumbenza.

La quantità del lavoro che può fare una nazione, la sussistenza che si può procacciare, e la popolazione che può nutrire si misurano sempre sulla quantità dei capitali di cui può disporre. Ora il capitale produttivo che apparteneva agli Italiani nel quindicesimo secolo pareggiava forse quello di tutte le altre nazioni d'Europa assieme unite, e questo capitale, affidato a mani economiche ed industriose, non giaceva mai ozioso. Oggi l'entrata annuale dell'Italia consiste quasi unicamente nella metà dei prodotti del suolo, che i gastaldi danno in natura ai proprietarj, e che questi, da sè medesimi, o col mezzo de' loro diversi salariati, consumano nell'ozio[5]. Nel quindicesimo secolo eranvi tra i proprietarj delle terre molti commercianti che aggiugnevano ogni anno ai loro capitali produttivi la parte, molte volte considerabilissima, de' prodotti de' loro poderi, che non consumavano oziosamente. In tal maniera andavano di continuo impinguendo i capitali, il di cui prodotto superava forse d'assai quello delle terre. Una più numerosa popolazione poteva adunque vivere sullo stesso suolo e più agiatamente. Mentre oggi una non piccola parte delle sete, degli olj d'Italia, ed ancora dei grani, si cambiano con oggetti di lusso, allora quasi i soli oggetti di lusso, che esportavansi dall'Italia, cambiavansi in grani che s'importavano dall'estero. Verun argine vincolava le speculazioni del mercante, che vedeva sempre crescere il fondo destinato alle sue intraprese; il povero trovava la ricchezza nel suo lavoro, il ricco era sicuro di accrescere le sue sostanze con un'incessante attività; e l'uno e l'altro potevano vedere l'accrescimento della loro famiglia senza temere la miseria.

[5] Da oltre un mezzo secolo, in diverse parti d'Italia si è cominciato anche dai grandi proprietarj a dare maggior valore ai prodotti del suolo, coll'industria e col commercio, e non pochi de' grandi proprietarj del Milanese, del Veneziano ec. professano la mercatura. _N. d. T._

Nell'istante in cui l'Italia usciva dalla barbarie abbiamo fatto osservare la gloriosa maniera con cui presentavasi in sul sentiero delle lettere e delle arti. Ma nel quindicesimo secolo la storia delle lettere e delle arti non è meno importante che la storia della politica; conviene adunque abbandonarla a coloro che la trattarono di proposito. In altra opera presentai un breve prospetto della letteratura italiana, mentre che una compiuta storia di questa stessa letteratura si andava pubblicando da uno de' più illustri scrittori della Francia[6]. Molti altri hanno descritti i maravigliosi progressi dell'architettura, della scultura, della pittura, delle quali non potrebbesi qui parlare degnamente con poche parole, nè trattare a fondo senza uscire dall'unità d'un soggetto storico. Non sarà adunque che come un nuovo argomento di quella prosperità, di quel sentimento di riposo e di felicità sparso in tutta la nazione nel quindicesimo secolo, ch'io ricorderò i rapidi progressi delle arti. Senza dubbio quando si videro giunte all'apice della perfezione, quando uomini come Michelangelo, Raffaello, Tiziano, ebbero pubblicati i loro capi d'opera, le arti si sostennero in tutto il sedicesimo secolo, e di maravigliosa luce folgoreggiarono in mezzo alle più terribili calamità. Le disgrazie non offendono sempre il genio; ma sibbene è necessario uno stato di sicurezza e di godimento della vita, per accendere la prima volta la di lui fiaccola. D'uopo è che una nazione osservi il presente con confidenza, e l'avvenire senza timore, per aggiungere ai fuggiaschi piaceri dell'opulenza l'immortale pompa delle belle arti.

[6] Il signor Ginguenè, di fresco rapito alle lettere, la di cui Istoria della Letteratura Italiana può considerarsi come complemento della Storia Italiana de' secoli di mezzo. _N. d. T._

I monumenti, onde si coprì l'Italia nel quindicesimo secolo, non dinotano solamente che un delicato sentimento del bello diresse lo scalpello, il pennello e la squadra de' più illustri scultori, pittori, ed architetti; ma il tutt'insieme di questi monumenti ci fa vedere una nazione piena di fiducia nelle proprie forze, di speranze pel suo avvenire, di soddisfaccimento per gli ottenuti successi. I suoi templi superano infinitamente in magnificenza ed in solidità tutti i più celebri della Grecia; i palazzi de' suoi cittadini, per estensione e per colossale spessezza di muraglie, vincono quelli degli imperatori romani; ed anche alle semplici case non manca un carattere di forza, di agiatezza, di comodità[7]. Quando oggi si attraversano molte città dell'Italia quasi deserte, e tanto decadute dall'antica loro opulenza, quando entrasi nei templi che nemmeno la folla delle grandi solennità può riempire, quando si osservano que' palazzi, i di cui proprietarj occupano appena la decima parte, quando si riflette alle spezzate sculture di quelle finestre fatte con tanta eleganza, all'erba che germoglia presso le mura, al silenzio che regna in quelle vaste abitazioni, alla povertà degli abitanti, al lento camminare, all'aria disoccupata di tutti coloro che attraversano le strade, ai mendicanti che ti pajono formar soli la metà della popolazione; ben si sente che tali città furono fabbricate per un popolo diverso da quello onde sono presentemente abitate, che furono il prodotto dell'attività, e sono ora l'eredità della scioperatezza; che appartennero all'opulenza, cui tenne dietro la miseria; che sono l'opera d'un gran popolo, e che questo gran popolo più non esiste.

[7] Forse l'amore dell'Italia rese il nostro autore alquanto parziale ai moderni nel confronto che fece degli Edificj greci e romani con quelli del XVI secolo. _N. d. T._

Il lusso dei re può talvolta creare una magnifica capitale, ancora quando la loro nazione è tuttavia miserabile e mezzo barbara, e che punto non desidera di privarsi di porzione del suo necessario per circondarsi d'una pompa di cui ella non gode. Lodovico XIV e non la Francia, Federico e non la Prussia, Pietro e Catarina e non la Russia, si vedono ne' palazzi di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo; perciò le lontane province all'epoca che s'innalzavano quegli edificj erano tanto più miserabili, quanto più sontuose diventavano le capitali. Ma spontanee sono la ricchezza e l'eleganza dell'architettura italiana; in villa come in città conservano lo stesso carattere, in ogni luogo sono superiori alla condizione de' presenti proprietarj; ovunque si vedono abitazioni più vaste, più agiate che quelle che la medesima classe della società occupa ne' paesi oggi riputati i più prosperi. Le non conosciute borgate di Uzzano, di Buggiano, di Montecatino, poste in sul pendìo delle colline di Val di Nievole, se fossero trasportate tutte intiere in mezzo alle più antiche città della Francia, di Troyes, di Sens, di Bourges, ne formerebbero i più bei quartieri; i loro templi sarebbero fatti per recare ornamento alle più grandi città. Quando c'interniamo nelle valli degli Appennini, lontane dalle men frequentate strade, da ogni commercio, e sto per dire da ogni viaggiatore, vi si trovano ancora dei villaggi, ove dal quindicesimo secolo in poi non si fabbricò veruna casa, ove verun'antica casa venne ristaurata; tali sono Pontito, la Schiappa o Vellano; oppure sono unicamente formati di case di pietra a cemento, a più piani, e d'una non inelegante architettura.