Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 27
Così strana proposizione fu subito riferita al Savonarola: essa non gli andava a sangue, non perchè diffidasse del suo potere di operare miracoli, ma perchè temeva che entro vi si nascondesse qualche laccio de' suoi nemici; ma il suo più fidato discepolo, fra Domenico Bonvicini da Pescia, più ardente e più entusiasta del maestro, dichiarò subito di essere apparecchiato ad assoggettarsi alla prova del fuoco in conferma delle verità enunciate ne' sermoni del suo maestro; egli punto non dubitava che per la di lui intercessione non lo dovesse salvare un miracolo di Dio. Nello stesso istante tutto il basso popolo accolse con insolito ardore così terribile sfida, voglioso di provare in un pubblico esperimento i ministri della nuova riforma. I divoti si rallegrarono di ottenere un luminoso trionfo contro di Roma pel miracolo che di già credevano di tenersi in pugno; i loro nemici non erano meno contenti di vedere un eresiarca condannarsi da sè medesimo alle fiamme, di cui lo credevano meritevole; tutta la gente desiderava uno spettacolo così straordinario, ed i magistrati abbracciavano con piacere un'occasione di liberarsi dalla critica situazione in cui si trovavano tra la Chiesa ed il riformatore. Dal canto suo il papa scrisse l'undici d'aprile ai Francescani di Firenze, ringraziandoli dello zelo con cui si apparecchiavano a sagrificare la loro vita per difendere l'autorità della santa sede; e dichiarando che la memoria di così gloriosa impresa non perirebbe in eterno[509].
[509] _Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 27, p. 288._
Ma frate Francesco della Puglia protestò che non entrerebbe nelle fiamme che insieme a frate Savonarola medesimo, non volendosi esporre ad indubitata morte, che per avere compagno del suo eccidio il grande eresiarca. Frattanto si offrirono subito due altri monaci francescani per fare la prova con frate Domenico da Pescia; uno di costoro, frate Niccolò di Pilli, sentì subito venir meno il suo coraggio e si disdisse; ma l'altro, frate Andrea Rondinelli, converso dello stesso convento, stette fermo nella domanda della prova. Dall'altro canto i partigiani del Savonarola si offrirono con sorprendente gara ad entrare per lui nel fuoco. Frate Roberto Salviati fu quegli che fece pratiche per quest'onore colle più vive istanze; ma bentosto tutti i Domenicani della Toscana, molti preti e secolari, e perfino donne e fanciulli imploravano dalla signoria di essere preferiti, o almeno di permettere loro di entrare nello stesso tempo tra le fiamme, onde partecipare al favore di Dio, di cui tenevansi sicuri. Pure la signoria limitò lo sperimento a frate Domenico Bonvicini di Pescia, ed a frate Andrea Rondinelli. Nominò dieci cittadini, cinque per cadaun partito, per regolare tutto quanto abbisognava, e determinò che la prova si eseguirebbe il giorno 7 di aprile dei 1498 nella piazza del palazzo[510].
[510] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 74._
Era stato innalzato in mezzo alla piazza un palco, alto cinque piedi, largo dieci e lungo ottanta, coperto di terra e di mattoni crudi per preservarlo dalla violenza del fuoco. Furono poste su questo palco due cataste di grossi legni, tramischiati di fascine e di stoppie facili ad infiammarsi. Un viale, largo due piedi aprivasi longitudinalmente tra le due cataste di combustibili, che avevano ambidue quattro piedi di larghezza; quest'apparato era spaventoso. Vi si entrava per la loggia dei Lanzi, ch'era stata divisa in due parti con una tramezza per darne la metà al Francescani e l'altra ai Domenicani. I due monaci dovevano entrare insieme da questo portico ed attraversare in tutta la sua lunghezza il rogo infiammato; o piuttosto uno dei due dichiarava che in ogni caso era ben sicuro di perirvi, poichè quand'anche si dovesse operare un miracolo, non poteva essere che a suo danno. I Francescani arrivarono senza strepito nella parte della loggia loro assegnata, mentre che Girolamo Savonarola recossi alla sua colle vesti sacerdotali, colle quali aveva in allora celebrata la messa, e portando entro un tabernacolo di cristallo il sacramento. Frate Domenico da Pescia portava un crocifisso e tutti i loro monaci li seguivano salmodiando e portando in mano alcune croci rosse; indi venivano molti cittadini con fiaccole accese. Restavano ancora sei ore di giorno, e la piazza, le finestre, i tetti delle case erano pieni di spettatori. Non solo tutta la città, ma tutti gli abitanti del territorio fino ad una ragguardevole distanza, erano accorsi per essere testimonj di così strano spettacolo. La maggior parte delle aperture della piazza erano state chiuse, e gl'ingressi delle due strade lasciate aperte venivano custoditi da due numerose guardie. La parte della loggia occupata dai Domenicani era come un cappella, e per lo spazio di quattro ore mai non cessarono di cantare antifone.
Intanto il terribile sperimento veniva ritardato da sempre rinascenti difficoltà promosse dai Francescani. Forse, dicevano essi, il padre domenicano è un incantatore, e tiene sopra di sè qualche sortilegio; perciò chiesero che venisse spogliato delle sue vesti, e ne prendesse delle altre scelte da loro. Dopo lunghi contrasti frate Domenico si assoggettò a questa umiliante visita, ed a questo cambiamento di tonaca. Allora il Savonarola gli consegnò il tabernacolo che conteneva il sagramento, da lui risguardato come la sua salvaguardia; ma i Francescani gridarono essere un atto empio l'esporre l'ostia ad essere bruciata, e che questo probabilissimo avvenimento farebbe vacillare la fede de' più deboli fedeli. Ma su questo punto il Savonarola si mostrò inflessibile; rispose che, da questo solo Dio che portava, il suo compagno ed amico poteva sperare salvezza. La disputa si prolungò più ore; frattanto il popolo, che, per meglio vedere questo spettacolo, era venuto allo spuntare del giorno ad occupare i tetti delle case, e che soffriva la fame e la sete, più non sapeva contenere la sua impazienza, e sebbene i Francescani fossero veramente quelli che si opponevano all'esperimento, gli stessi seguaci del Savonarola convenivano, che, sicuro come egli era di un miracolo, avrebbe dovuto più facilmente piegarsi a tutte le inchieste del suo avversario. La maggior parte del popolo ignorava i motivi allegati dall'una e dall'altra parte; vedeva soltanto quello spaventoso rogo, cui avrebbe voluto che subito si appiccasse il fuoco, e ben sentiva che i due campioni ricusavano di entrarvi; il loro terrore, che pur troppo era ben fondato sembravagli ridicolo; la plebe si credeva delusa, e questo intero giorno di aspettazione cambiò in disprezzo o in indignazione tutto il suo entusiasmo. Finalmente avvicinandosi la notte, e le due fraterie non essendo ancora d'accordo, una violenta inaspettata pioggia bagnò la pira e gli spettatori, e consigliò la signoria a licenziare l'assemblea[511].
[511] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 71. — Ist. di Gio. Cambi, l. XXI, p. 115. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 245. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 189. — Raynal. Ann. Eccl. 1498, § 12 e 13, p. 472. — Comm. di Fil. de' Nerli, l. IV, p. 78. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 29-32, p. 290._
Girolamo Savonarola, rientrando nel suo convento di san Marco, salì immediatamente sul pulpito, e raccontò alla folla che lo aveva seguito tuttociò ch'era accaduto. Ma di già il basso popolo lo aveva insultato, quando egli si recava al convento. All'indomani, domenica delle Palme, predicò ancora con molta unzione, prendendo in certo qual modo congedo dai suoi uditori, ed annunciando che si offriva in sagrificio a Dio. Infatti i suoi nemici approfittavano della delusa aspettazione del popolo per ammutinarlo contro di lui. La società dei libertini, conosciuta sotto il nome di _compagnacci_, che l'aveva sempre trattato da ipocrita, invitava il popolo a non lasciarsi più oltre guidare da un falso profeta, che nell'istante del pericolo si era sottratto alla prova della sua missione, offerta da lui medesimo. Ella si attruppò nella cattedrale, ed in tempo del sermone dei vesperi fece risuonare la chiesa: «alle armi! a san Marco!» E di subito una plebe sfrenata la seguì al convento di san Marco e lo attaccò colle armi, colle scuri, colle torchie accese. Trovavasi colà adunata molta gente per assistere al divino servizio, la quale si difese per qualche tempo, sebbene fosse senz'armi; ma quando furono bruciate le porte, e che mancò ogni mezzo di trattenere gl'insorgenti, capitolò, e Girolamo Savonarola, Domenico Bonvicini e Silvestro Maruffi, tutti e tre arrestati nel convento, furono tratti in prigione in mezzo agli insulti della plebaglia[512].
[512] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 76. — Ist. di Gio. Cambi, l. XXI, p. 119. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 246. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 34-40, p. 298._
Erano di già le sette ore della sera, quando cominciò l'assedio del convento di san Marco, e doveva supporsi che la notte calmerebbe i faziosi. Ma una fazione da gran tempo nemica, ed ora fieramente esasperata dal supplicio dei suoi capi, non voleva perdere quest'occasione di vendicarsi. Nella susseguente mattina la folla recossi alla casa di Francesco Valori: egli fu preso, e mentre si conduceva in prigione, Vincenzo Ridolfi, parente di quegli che pochi mesi prima era stato mandato sul patibolo, gli si gettò addosso e lo uccise: anche sua moglie venne uccisa nell'atto che affacciavasi alla finestra per implorare grazia, e la loro casa fu saccheggiata e bruciata, e la stessa sorte toccò alla casa del suo amico Andrea Cambini. Tutti coloro che si erano mostrati affezionati al Savonarola furono lasciati in balìa agl'insulti del popolaccio, il quale, chiamandoli ipocriti e penitenti, loro non permetteva di mostrarsi in pubblico. La signoria, ch'era entrata in carica in principio di marzo, avrebbe forse potuto frenare gl'insorgenti, ma era segretamente del loro partito; conciossiachè di nove membri ond'era formata, ve n'erano sei nemici del Savonarola. Nel supremo consiglio tutti coloro che gli erano affezionati non osarono recarsi al loro posto, di modo che il contrario partito si tenne sicuro di una grande maggiorità. Egli ne approfittò subito per nominare altri decemviri della guerra, altri giudici criminali, ossia gli otto di balìa, deponendo coloro che in allora occupavano quelle cariche, e ch'erano favorevoli al Savonarola. Per tal modo l'autorità della repubblica passò in altre mani; tutti coloro che l'avevano esercitata fin allora furono deposti o proscritti; ed i nuovi capi del governo, volendo far conoscere l'odio loro per l'austerità del riformatore, e per l'ipocrisia ond'era accusato, si fecero premura d'incoraggiare i giuochi, i passatempi ed anche i vizj, ch'egli aveva così severamente rampognati[513].
[513] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 121. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 77-82. — Comm. di Filippo de' Nerli, l. IV, p. 79. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 42, p. 310._
Lo stesso giorno dell'insurrezione, era stato spedito un corriere al papa per partecipargli la prigionia del Savonarola. Pareva che Alessandro VI sentisse che altro più non abbisognava al partito della riforma che un capo coraggioso per rovesciare un edificio scosso da tanto tempo: la sua sicurezza richiedeva la morte del Savonarola; egli domandò caldamente che gli si consegnasse quest'eretico, e nello stesso tempo, accordando varie indulgenze ai Fiorentini, ordinò che fossero riconciliati alla chiesa tutti coloro che per avere assistito ai sermoni del monaco avevano incorsa la scomunica[514]. Ma la signoria volle che il processo del Savonarola si facesse in Firenze, e soltanto domandò al papa di mandare dei giudici ecclesiastici per assistervi. Alessandro VI nominò infatti frate Gioachino Turriano di Venezia, generale dell'ordine dei Domenicani, e Francesco Romolini, dottore di legge Spagnuolo; e nell'atto che li faceva partire, pronunciò anticipatamente la condanna di frate Girolamo Savonarola, e lo dichiarò eretico, scismatico, persecutore della santa sede e seduttore dei popoli[515]. Il processo, formato nello stesso tempo avanti al nuovo tribunale degli otto nel quale non eranvi che nemici del Savonarola e davanti ai deputati del papa, cominciò colla tortura, che si diede in varie riprese al monaco. Quest'uomo, di debole costituzione e di fibra irritabilissima, non potè sostenere i dolori che gli si facevano soffrire. Confessò, perchè cessassero di tormentarlo, che le sue profezie non erano che semplici conghietture. Ma quando si vollero avere le sue deposizioni senza tormenti, sostenne nuovamente la verità delle sue rivelazioni e di tutta la sua predicazione. Quando gli si opposero le confessioni strappategli di bocca colla tortura, rispose che riconosceva o la sua poca costanza o la debolezza de' suoi organi per sostenere i tormenti; che qualunque volta verrebbe posto alla corda, sentiva che smentirebbe sè stesso; ma che la verità non si trovava che nelle parole ch'egli proferiva, quando il dolore o il terrore non turbavano il suo spirito. Gli si fecero realmente soffrire nuovi tormenti, che lo forzarono a nuove confessioni, sempre in appresso smentite; ed i giudici, non volendo esporsi al rischio di fargliele smentire un'altra volta, non gli fecero leggere la sua confessione, secondo la pratica, perchè, la riconoscesse pubblicamente[516].
[514] _Jac. Nardi Ist., l. II, p. 79. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 43, p. 311._
[515] _Jac. Nardi, l. II, p. 80. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 126._
[516] _Jac. Nardi, l. II, p. 81. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 44, p. 312._
In tempo della sua prigionia, che durò un mese, il Savonarola compose un commentario del _miserere_, ossia del salmo 51, che aveva ommesso quando scriveva l'esposizione degli altri salmi, avendo in allora dichiarato che riservava questo lavoro pel tempo delle sue proprie calamità. Questa esposizione è stampata colle altre sue opere. Intanto il 23 di maggio una nuova pira venne innalzata su quella medesima piazza in cui il suo amico avrebbe dovuto volontariamente entrare nel fuoco. I tre religiosi, Girolamo Savonarola, Domenico Bonvicini e Silvestro Maruffi, dopo essere stati degradati dai giudici ecclesiastici, furono in mezzo alla catasta legati ad un palo. Quando il vescovo Paganotti loro dichiarò che li separava dalla Chiesa, il Savonarola rispose soltanto, _dalla militante_, volendo far sentire che stava per entrare nella Chiesa trionfante. Altro non disse; e fu appiccato il fuoco alla catasta da uno de' suoi nemici, che prevenne l'ufficio del carnefice. Così morì fra i due suoi discepoli il padre Girolamo Savonarola in età di quarantacinque anni ed otto mesi. Erano stati dati dalla signoria severissimi ordini per raccogliere le ceneri dei tre religiosi e gettarle nell'Arno. Pure ne vennero sottratte alcune reliquie da que' medesimi soldati che custodivano la piazza, e queste conservaronsi fino al presente esposte in Firenze all'adorazione dei devoti[517].
[517] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 82. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 127. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 247. — F. Guicciardini, l. III, p. 190. — P. Delphini, l. V, Epist. 73, ap. Raynald. 1498, § 18, p. 473. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 49. p. 326. — Comm. del Nerli, l. IV, p. 81. — Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. XXVI, p. 433._
FINE DEL TOMO XII.
TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XII.
CAPITOLO XCI. _Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del quindicesimo secolo._ _pag._ 3
Revista dello stato prospero dell'Italia quando cominciò la lotta per la sua indipendenza 3 Importanza dell'epoca in cui ci siamo trattenuti 4 Fino al 1492 l'Italia occupa il primo posto tra le nazioni europee 4 Calamità che cominciarono in quest'epoca e ridussero l'Italia in servitù 5 Rapida occhiata sull'intera storia d'Italia 6 Avvi fondamento di accusare gl'Italiani d'avere meritato di perdere la loro indipendenza? 7 La più saggia nazione non può signoreggiare tutti gli avvenimenti che formano il suo destino 8 La nazione inglese fu in preda più volte alle medesime vicende che perdettero l'Italia 9 Gl'Italiani non avrebbero conservata la propria indipendenza, riunendosi in una sola monarchia. Esempio degli Spagnuoli 10 L'Italia non poteva far testa a tutte le nazioni che l'attaccarono contemporaneamente 13 Una guerra civile poteva egualmente aprire l'Italia agli stranieri, quand'anche non avesse formata che una sola monarchia 14 Diritti eventuali di successione che una monarchia lascia sempre agli stranieri 15 L'Italia piuttosto avrebbe potuto salvarsi coll'unione delle repubbliche 16 Gli stati d'Italia erano potenti nel XV secolo quanto quelli della Francia e della Germania 18 L'Italia non poteva prevedere il pericolo che la minacciava 19 L'indebolimento dello spirito di libertà diminuì in Italia la sua forza di resistenza 20 Considerabile diminuzione nel numero de' cittadini sovrani 21 La potenza d'una repubblica sopra di sè medesima accresciuta dalla partecipazione di tutti alla sovranità 21 Il giogo imposto alle città suddite delle repubbliche aggravato nel XV secolo 23 Diminuzione della libertà politica nelle stesse capitali delle repubbliche 25 Diminuzione del sentimento d'indipendenza ne' principati italiani durante il XV secolo 26 Molte antiche dinastìe innalzate dal popolo perdono nel XV secolo la sovranità 28 Gli stati monarchici cessarono di appoggiarsi ad un principio di legittimità 29 Malgrado questi semi di futuri disordini, il XV secolo fu un'epoca di grande prosperità 31 Uomini illustri che brillarono nel XV secolo 31 Le guerre del XV secolo si fecero con umanità 32 Di quest'epoca la milizia italiana si fece onore in faccia agli stranieri 33 Entusiasmo di tutta la nazione per le lettere 34 Considerazione politica dei letterati in tutti gli stati d'Italia 35 Emulazione eccitata a motivo dei molti piccoli stati 35 Grandissima differenza tra le province e le capitali rispetto ai progressi dell'incivilimento 37 Utilità pratica. Risultamento dei progressi delle scienze 39 La storia di un paese libero fa conoscere tutti i patimenti degli individui, quella de' paesi non liberi li dissimulano 40 Indagini intorno alla felicità reale d'una nazione in tutte le classi della società 42 Stato di felicità de' paesani italiani paragonato a quello delle altre nazioni 42 Prosperità dell'agricoltura nel XV secolo 43 Province oggi incolte erano allora ben coltivate 44 Allora i contadini italiani erano riuniti in terre murate 46 Importanza politica loro data da tale unione 47 Condizione dei popoli delle città più felice che la presente 49 Attività di tutte le manifatture 50 Gli artisti contribuivano alla pubblica prosperità 51 Attività del commercio italiano esercitato dalla principale classe della nazione 52 Prodigioso accrescimento del capitale italiano 53 Speranza sempre offerta a tutti i padri di famiglia 55 Prosperità delle arti e delle lettere, altra prova di quella della nazione 56 Carattere di opulenza in tutti gli edificj del XV secolo a differenza della presente miseria 56 La magnificenza dell'Italia era in allora affatto spontanea, e non deve confondersi col fasto dei governi 58 Trovansi ovunque monumenti dell'universale prosperità del XV secolo; dopo tale epoca non si videro che avvenimenti che dovevano distruggerla 59
CAPITOLO XCII. _Elezione di Alessandro VI; progetti di riforma di Girolamo Savonarola; vanità di Pietro de' Medici, nuovo capo della repubblica fiorentina. Lodovico Sforza invita Carlo VIII a far valere i suoi diritti sul regno di Napoli; fermento di tutta l'Italia, Ferdinando I muore prima d'essere attaccato._ 1492-1494 61