Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 24
Ma la guerra che Carlo VIII aveva suscitata nel suo passaggio per la Toscana, rendendo la libertà a Pisa, non era ancora spenta, ed era una scintilla capace di cagionare in Italia un nuovo incendio. La quale guerra si trattava secondo la vecchia tattica delle guerre italiane, e la lentezza delle sue operazioni stranamente contrastava coll'impeto che poc'anzi avevano spiegato i Francesi. Assedj di piccoli castelli, sorprese, scaramucce d'avamposti, esaurivano tutta l'arte de' capitani, sebbene si vedessero alla testa delle due armate uomini riputatissimi nell'arte della guerra; perciocchè comandavano le truppe fiorentine Francesco Secco e Rannuccio di Marciano, e le pisane Lucio Malvezzi di Bologna, casualmente secondato dai più esperti condottieri del duca di Milano e de' Veneziani. Vero è che la guerra trattavasi tra di loro in una più sanguinosa maniera di quel che si facesse nella precedente età, perchè molti soldati forastieri, che servivano nell'una e nell'altra armata, nè accordavano, nè chiedevano quartiere. Se i Fiorentini avessero una sola volta levata un'armata abbastanza numerosa per farsi strada fino a Pisa, piantare le loro artiglierie sotto le sue mura ed aprirvi una breccia, avrebbero risparmiato ad un tempo molto sangue e molto danaro. Ma essi speravano tuttavia d'avere Pisa col mezzo delle negoziazioni che avevano intavolate con tutte le potenze: essi non erano in guerra dichiarata con veruna, e furono consecutivamente chiamati a combattere i Francesi, l'imperatore, i Milanesi, i Genovesi, i Lucchesi, i Sienesi, i quali si presentarono uno dopo l'altro come ausiliarj de' Pisani; essendo in allora ammesso come principio di diritto pubblico, che uno potesse fare la guerra pel suo alleato, senza dichiararla egli medesimo.
Nella stessa maniera per una bizzarra complicazione di maneggi politici, i Fiorentini per ricuperare Pisa dovettero combattere contro i Francesi, loro veri alleati, e contro tutti i nemici de' Francesi: i Pisani dal canto loro raccomandarono nello stesso tempo la loro repubblica a Carlo VIII ed a tutti i nemici di Carlo VIII. In un sol giorno furono mandati dalla signoria di Pisa, Mariano Peccioli a Lodovico Sforza, Agostino Donizzo a papa Alessandro VI, Bernardino Agnelli alla repubblica di Venezia, e Pietro Griffo alla corte di Francia[450]. Erano questi ambasciatori partiti prima che d'Entragues cedesse ai Pisani le loro fortezze. Coloro che si recarono presso i nemici della Francia ebbero il più felice esito; lo Sforza mandò ai Pisani Lodovico della Mirandola con uno squadrone di cavalleria e trecento fanti tedeschi; ed i Veneziani loro spedirono Paolo Manfroni con dugento cavalli ed una somma di danaro per far leva di fanteria[451].
[450] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 108._
[451] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 102. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 146. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 227._
Lodovico Sforza, che si teneva sempre sicuro di potere colla finezza della sua politica tutto dirigere e dominare a voglia sua, lasciava frequentemente, per avarizia, di spendere quanto richiedevasi per l'esecuzione de' suoi progetti; ed in allora sperava con un tratto della sua accortezza di ridurre i suoi nemici a sostenere le spese ch'egli avrebbe dovuto fare. Con questa mira aveva caldamente consigliati i Veneziani a difendere Pisa, facendo loro sentire che, tendendo questa guerra ad indebolire i Fiorentini, i soli alleati conservatisi fedeli ai Francesi, tornava egualmente utile il farla agl'interessi di Venezia e di Milano, e che perciò le spese dovevano farsi in comune. In allora non poteva sospettare che i Veneziani pensassero giammai ad insignorirsi di Pisa, città separata da tanti stati dal loro territorio; mentre che facilmente poteva essere unita alla Liguria, di cui egli era sovrano[452].
[452] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 142._
Ma i Pisani più non avevano per Lodovico Sforza quell'inclinazione che avevano mostrata in principio della guerra. Scoraggiati dalla sua avarizia, aombrati dalle sue negoziazioni coi Fiorentini, avevano apertamente letti i suoi segreti disegni nelle proposizioni che loro faceva di dare la signoria della città alle sue creature i fratelli Sanseverini; onde omai riponevano ne' soli Veneziani ogni loro fiducia. Avevano da tutte le potenze della lega avuto promessa di guarentire la loro libertà. Massimiliano aveva riconosciuti i loro diritti con un privilegio imperiale; il papa aveva loro diretto un breve per incoraggiarli a difendersi, e gli ambasciatori spagnuoli avevano detto che il loro padrone vedrebbe con piacere le porte della Toscana chiuse ai Francesi dallo stabilimento d'una repubblica rivale di quella di Firenze[453].
[453] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 142._
In sul cominciare di marzo del 1496, avevano i Fiorentini ottenuto qualche vantaggio in quella parte del territorio pisano che giace tra il lago di Bientina, le montagne e l'Arno. Avevano preso Buti, san Michele di Verrucola e Calci; ma nello stesso tempo si pubblicarono in tutto il territorio pisano con grandissime dimostrazioni di gioja le lettere che la signoria aveva ricevuto dal doge Agostino Barberigo, colle quali dichiarava che la repubblica di Venezia riceveva sotto la sua protezione quella di Pisa[454].
[454] _Scip. Ammirato, l. XVII, p. 227. — Machiavelli Framm. Ist., t. III, p. 35._
Questa pubblica dichiarazione, che in qualche maniera obbligava l'onore de' Veneziani a difendere Pisa, era stata lungamente discussa e contrariata ne' medesimi consigli di Venezia dai più vecchi senatori, e da quelli che avevano maggiore opinione di sperimentata prudenza. Pareva loro che in quest'occasione la repubblica si esponesse al doppio pericolo di risvegliare la gelosia di tutti gli altri stati colla confessione d'un'insaziabile ambizione, e nello stesso tempo d'intraprendere ciò che non potrebbe mantenere con onore[455].
[455] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 143._
Da quell'istante le cose de' Pisani cominciarono a prosperare. Francesco Secco fu da loro sorpreso in principio di aprile; gli uccisero da cinquanta uomini, gli presero dugento venti cavalli e lo sforzarono a levare l'assedio della Verrucola. Pochi giorni dopo lo stesso Secco, desideroso di vendicarsi, attirò presso Vico in un'imboscata i Pisani, comandati da Paolo Manfroni; li ruppe infatti, ma nell'atto che gl'inseguiva fu mortalmente ferito da una palla da archibugio. La di lui perdita equivaleva pei Fiorentini ad una seconda sconfitta[456]. Il 30 di maggio Lucio Malvezzi, capitano de' Pisani, sorprese e saccheggiò Ponsacco, dove fece prigioniero Lodovico da Marciano, fratello di Rannuccio, che comandava l'armata fiorentina[457]. Finalmente ne' primi giorni di giugno Giustiniani Morosini, gentiluomo veneziano, giunse a Pisa con ottocento Stradioti. Questi barbari soldati, che si erano renduti formidabili a tutta l'Italia, che avevano più volte fatto testa agli uomini d'armi francesi, e che avevano fatto conoscere tutto quanto poteva ripromettersi da una cavalleria leggiera, riempirono in breve tutta la Toscana del terrore delle loro armi. Il 23 di giugno si gettarono in Val di Nievole; passarono sotto Monte Carlo, ed avendo trovata resistenza a Buggiano lo presero, lo saccheggiarono e lo bruciarono unitamente a Steggiano, facendo provare ai Fiorentini, quanto grande sventura fosse quella d'un popolo ridotto al più alto grado di civiltà, che veniva invaso da soldati appena usciti dalla barbarie[458].
[456] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 227. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 165. — Machiavelli Framm. Istor., t. III, p. 37. — P. Bembi Istor. Ven., l. III, p. 59._
[457] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 236. — P. Jovii Hist., l. IV, p. 143. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 165._
[458] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 230. — Machiavelli Framm., p. 39._
Gli avvenimenti del precedente anno avevano ingrandita la presunzione di Lodovico Sforza; davasi vanto di avere chiamati i Francesi in Italia e d'averli scacciati; d'avere gastigata la casa di Arragona, e d'averla in appresso rimessa in trono, e d'avere disposto delle fortezze che i Francesi ricevuto avevano dai Fiorentini, come se le avesse egli stesso avute in custodia. Egli aveva adottato il soprannome di Moro, che gli aveva fatto dare la sua bruna carnagione; ma voleva che vi si scorgesse l'emblema della sua accortezza e della sua forza, le due qualità, che, a suo credere, lo rendevano superiore agli altri uomini[459]. Aveva veduto con piacere i Veneziani prendere parte nella guerra di Pisa, e compiacevasi di dire che per lui solo versavanvi i loro tesori ed il loro sangue.
[459] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 147._
Per altro quando cominciò ad accorgersi che i Pisani erano più inclinati per i Veneziani che per lui, credette giunto il momento d'introdurre in Italia un nuovo potentato che ripromettevasi di guidare a posta sua con quella facilità con cui credeva dirigere tutti gli altri. A tale oggetto spedì ambasciatori a Massimiliano, re de' Romani, invitandolo a venire a prendere a Milano la corona di Lombardia, ed a Roma quella dell'impero, onde ripristinare in tutta l'Italia l'autorità imperiale. Aveva Massimiliano sposata una nipote di Lodovico Sforza, e fin da quell'epoca si era mostrato propenso a seguire i suoi consiglj. Altronde quel monarca, sempre senza danaro, e le di cui forze, sproporzionate co' suoi titoli e colla estensione de' suoi stati, mai non bastavano a condurre a fine le intraprese che aveva cominciate, era sempre tormentato da un vago desiderio di gloria senza avere in sè medesimo nè costanza per tenerle dietro, nè veri talenti per ottenerla. Gettavasi appassionatamente in tutte le nuove avventure, perchè gli servivano di pretesto per abbandonare le precedenti. Era sempre ansioso di dirigere gli affari altrui, perchè gli servivano di pretesto per trascurare i proprj; e perchè si vedeva sempre contrariato ne' suoi stati, cercava ogni circostanza di uscirne. Era adunque allo Sforza meno difficile l'attirarlo in Italia che persuadere i Veneziani ad unirsi a lui per chiamarvelo. Per altro siccome Carlo VIII non lasciava di minacciare, e credendosi che le sue armate fossero apparecchiate a valicare le Alpi, perciocchè era noto che aveva di fresco tentato lo Sforza onde rientrasse nella sua alleanza, i Veneziani ebbero timore che il duca di Milano, il quale diffidava di loro, non si gettasse di nuovo nelle braccia del re di Francia, ed acconsentirono di mandare dal canto loro ambasciatori a Massimiliano per promettergli un sussidio[460].
[460] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 154. — P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 142._
Massimiliano si avanzò fino a Manshut ai confini del Tirolo e della Valtellina; e colà recossi a trovarlo Lodovico il Moro cogli ambasciatori di Venezia e del papa. Convenne con lui che gli alleati d'Italia gli pagherebbero per tre mesi quaranta mila ducati al mese, cioè i Veneziani 16,000, egli stesso 16,000, ed il papa 8,000, a condizione che Massimiliano entrerebbe in Italia con un'armata degna d'un imperatore, e che l'adopererebbe in quei tre mesi in servigio della lega. Il giorno susseguente a quello in cui fu sottoscritto il contratto, Massimiliano in abito da caccia passò ancor esso le Alpi, e venne a Bormio a rendere visita a Lodovico il Moro, ed ebbe con lui un'altra conferenza. Tornò poi subito in Germania per levarvi la promessa armata[461].
[461] _Andr. Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1207. — P. Bembi Ist. Ven., l. III, p. 61. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 163. — P. Jovii Hist., l. IV, p. 143._
Per altro prima di porsi in viaggio alla volta dell'Italia spedì due ambasciatori a Firenze, i quali si presentarono alla signoria il giorno 19 d'aprile. Le dichiararono che, volendo l'imperatore volgere le armi della Cristianità contro gl'infedeli, aveva proposto di consolidare da prima il riposo d'Italia, distruggendo tutti i semi di discordia sparsi dai Francesi, e riunendola tutt'intera in una sola lega. I Fiorentini, soggiunsero, sono i soli che mantengonsi fuori dell'alleanza comune; quindi vengono da Massimiliano invitati a deporre le armi, che prese hanno contro i Pisani, e ad assoggettare le loro pretese verso quella città alle leggi dell'impero ed al suo arbitramento[462]. Risposero i Fiorentini, che avevano di già nominati due de' loro più riputati cittadini per recarsi presso l'imperatore, e portargli l'omaggio del loro rispetto e della loro ubbidienza. Che i suoi ambasciatori gli esporrebbero i diritti della loro repubblica sopra di Pisa, e che invocherebbero a favore della medesima le leggi dell'impero, in forza delle quali veruno stato era obbligato ad assoggettare ad un arbitramento le sue pretese, se preventivamente non era rimesso in possesso di tutto quanto gli era stato tolto colla violenza[463].
[462] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 232. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 167. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 48._
[463] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 233. — Machiavelli Framm., p. 46._
Bentosto i Pisani furono avvisati dai loro alleati che l'imperatore eletto in breve giugnerebbe tra le loro mura; ma di già senza la di lui assistenza trovavansi in aperta campagna superiori ai Fiorentini. Ogni giorno ricevevano nuovi soccorsi dai Veneziani; due provveditori di san Marco, Morosini e Domenico Delfino, erano venuti a soggiornare nella loro città; il conte Braccio di Montone loro aveva condotto un corpo d'uomini d'armi, ultimo avanzo dell'antica scuola del suo avo. Poco dopo Annibale Bentivoglio, figliuolo di Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, era pure giunto tra di loro. Vero è che i Veneziani avevano spedito il Bentivoglio meno per soccorrere Pisa che per acquistare in quella città una decisa preponderanza sopra il duca di Milano. Avevano sospetto che Lucio Malvezzi, generale de' Pisani, fosse totalmente ligio alla casa Sforza, e volevano ridurlo a rinunciare egli stesso al servigio di quella repubblica. Ora il Malvezzi apparteneva a quella famiglia che nel 1488 aveva in Bologna congiurato contro i Bentivoglio; tutti i suoi parenti erano stati da loro uccisi, era stato dai medesimi posta una taglia alla sua testa; non era probabile che si tenesse sicuro in una città, dove il suo più accanito nemico riceveva un comando. Effettivamente, quando Giulio Malvezzi vide entrare in Pisa il Bentivoglio, chiese ed ottenne il suo congedo[464].
[464] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 234. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 167. — Machiavelli Framm. Istor., t. III, p. 52. — P. Bembi Histor. Ven., l. III, p. 63._
I Pisani, sotto gli ordini di Gian Paolo Manfroni, attaccarono successivamente tutte le terre murate che i Fiorentini possedevano nel loro territorio, cercando particolarmente di togliere loro ogni comunicazione con Livorno. Se ciò ottenere potevano, se in tal modo riuscivano ad allontanare i Fiorentini dal mare, avrebbero loro tolta la speranza di ricevere ajuti dalla Francia, avrebbero nello stesso tempo interrotto tutto il loro commercio marittimo, ed avrebbero loro cagionato una così grave perdita da consigliarli a chiedere la pace. In principio di settembre il Manfroni prese i castelli di Sojana, Moranna, Chianna, Terricciuola e Cigoli. Fu meno fortunato in una zuffa presso il lago di Bientina, che si terminò colla ritirata delle due armate, dopo avere ambedue perduta molta gente; ma bentosto, ricominciando i suoi attacchi contro i castelli delle colline, prima del 20 di settembre occupò san Regolo, san Luzio, Usigliano, Casa nuova ed alcune altre terre murate. Pietro Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata, quello stesso che aveva stracciate le proposizioni di Carlo VIII, ed uno de' più eloquenti e più coraggiosi cittadini di Firenze, volle metter fine a tali conquiste e riprendere Sojana; ma mentre faceva condurre l'armata fiorentina contro quel castello, ed egli si avanzava per un luogo scoperto per piantare una batteria, fu colpito nel capo da una palla di falconetto, che lo fece cader morto. Firenze pianse in questo cittadino l'uomo coraggioso che l'aveva salvata colla sua fermezza, ed il degno rappresentante d'una famiglia, che, anche ne' tempi in cui maggiormente imperversavano le fazioni, si era sempre distinta per le sue virtù pubbliche, senza abbandonarsi a verun partito[465].
[465] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 233. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 166. — P. Jovii, l. IV, p. 144. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 97._ Il solo Machiavelli sembra fare poco conto del Capponi, che accusa d'instabilità. _Framm. Istor., l. III, p. 44._
Intanto Massimiliano era sceso in Italia, ma invece dell'armata imperiale promessa ai confederati aveva appena con sè trecento cavalli e mille cinquecento pedoni. Perciò, sentendo egli stesso di corrispondere troppo male all'aspettazione de' popoli, sottraevasi alla folla che adunavasi per vederlo. Prese una strada rimota per non attraversare Como, dove gli era stata apparecchiata una magnifica festa, e si trattenne a Vigevano per non lasciarsi vedere a Milano[466]. Gli chiedevano gli alleati di costringere il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato a staccarsi, nella loro qualità di membri dell'impero, dall'alleanza francese; ma le sue forze non erano tali da far rispettare i suoi decreti. Volle ancora far rinunciare il duca di Ferrara alla sua neutralità, e gl'intimò come a suo feudatario pei ducati di Modena e di Reggio di presentarsi alla sua corte; ma Ercole d'Este ricusò d'ubbidire, dichiarando che ciò sarebbe un dipartirsi dalla mediazione che egli aveva accettata nel trattato colla Francia, e mancare all'obbligo contratto quando aveva accettato in deposito il Castelletto di Genova. Non potendo Massimiliano fare verun altro uso della sua imperiale potenza, prese la strada di Genova per recarsi a Pisa[467].
[466] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 145. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 163._
[467] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 163. — Bart. Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 561._
Sebbene l'armata dell'imperatore fosse poco considerabile, la sua venuta riusciva ai Fiorentini assai molesta: essi avevano contro di loro tutta la lega che aveva scacciati i Francesi dall'Italia. I sovrani della Spagna ed il papa, se non agivano vigorosamente contro di loro, manifestavano se non altro la loro nimicizia, e sovvenivano danaro ai loro nemici. Il duca di Milano ed i Veneziani gli opprimevano colle grandi forze mandate in ajuto de' Pisani, e tutti i piccoli popoli della Toscana, tutti i vicini di Firenze, che non avrebbero ardito di prendere una parte attiva nella guerra contro un più grande potentato, adoperavano tutte le forze loro contro una repubblica di cui erano gelosi. Firenze, smunta da tre anni di guerra, e dai prodigiosi sussidj pagati alla Francia, mentre aveva perdute le dogane di Pisa e del mare, che formavano una ragguardevole parte delle sue entrate, non sembrava in istato di portare questo nuovo peso. Aveva troppe riprove dell'instabilità e della mala fede di Carlo VIII, e non era sperabile che questo monarca soccorresse i suoi alleati, dopo che aveva abbandonati nell'estrema miseria le proprie armate del regno di Napoli. Se la repubblica non si fosse consigliata che colla politica mondana, avrebbe senza verun dubbio già da gran tempo accettata l'offerta fattale da Lodovico Sforza di farla ricevere nella lega italiana: ma il partito de' _piagnoni_, che in allora dominava in Firenze, era composto d'uomini che ogni giorno andavano ad imparare alle prediche di Girolamo Savonarola in qual modo dovevano governare la repubblica; che in tutte le perdite che provava lo stato vedevano il gastigo de' vizj de' privati e non quello degli errori del governo; che non isperavano che nella forza delle preghiere e nella prudenza delle ispirazioni. Ora il Savonarola loro prediceva continuamente che i tempi delle prove erano vicini a terminare, che la Chiesa di Dio sarebbe bentosto riformata dalla potenza de' Francesi, e che, qualora i Fiorentini si mantenessero fedeli al partito che avevano abbracciato, si troverebbero, dopo tutte le loro tribolazioni, padroni non solo dell'antico territorio, ma di tutta la Toscana. Queste predizioni inspirarono ai consiglj della repubblica una costanza tale, che mai non fu posta a più dura prova[468].
[468] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 164. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 235._
Il vescovo Pazzi e Francesco Pepi, legista, che la repubblica aveva mandati come ambasciatori presso Massimiliano, arrivarono a Tortona il giorno dopo la sua partenza alla volta di Genova. Lo seguirono in quella città, ma dopo la loro udienza di presentazione, l'imperatore li mandò per la risposta al cardinale di santa Croce, legato del papa, mentre che il giorno 8 di ottobre egli andava a bordo per passare a Pisa. Il cardinale li rimandò al duca di Milano, che in allora trovavasi a Tortona. Avanti di presentarsi al duca scrissero alla repubblica per informarla del modo con cui venivano rimandati dall'uno all'altro. Per altro seguirono lo Sforza a Tortona ed a Milano, e colà ebbero ordine dalla signoria di prendere da lui congedo senza esporgli la commissione. Il borioso signore, sempre premuroso di far pompa agli occhi d'un numeroso pubblico del suo potere e della sua eloquenza, aveva invitati tutti gli ambasciatori della lega e tutti i senatori di Milano alla pubblica udienza che aveva destinato di dare ai Fiorentini. Aveva apparecchiato uno studiato discorso, nel quale veniva rammentando i consiglj che loro aveva dati, e gli errori contro i quali gli aveva avvisati di cautelarsi. Voleva loro dimostrare essere appunto quelli in cui erano caduti, e di cui ne provavano le tristi conseguenze. Ma gli ambasciatori introdotti innanzi a lui si ristrinsero a dirgli, che, tornando a Firenze, non avevano temuto di allungare la via per avere l'opportunità d'attestargli il loro rispetto, e la ferma intenzione della loro patria di restare con lui in sul piede dell'antica loro amicizia. Lo Sforza, sconcertato da questo complimento, chiese loro quale risposta avevano avuta dall'imperatore. — Per le leggi della nostra repubblica, gli risposero, non possiamo esporre le sue commissioni che al principe presso al quale siamo stati mandati, e perciò non rendiamo conto che alla nostra signoria delle sue risposte. — Ma io so, soggiunse il duca, che l'imperatore vi ha rimandati a noi per avere la risposta; non volete voi dunque averla? — Niuna legge ci proibisce d'ascoltare, essi ripigliarono, e non abbiamo alcun diritto d'impedire a vostra altezza di parlare. — Ma noi, replicò il duca, non possiamo dare una risposta senza che ci esponiate la domanda che gli avete fatta. — E noi, dissero gli ambasciatori, non possiamo eccedere la commissione che ci fu data. Ma se l'imperatore ha incaricata l'altezza vostra di rispondere, le avrà naturalmente comunicata la nostra proposizione. Il Moro, non potendo avere da loro una più espressa domanda, li licenziò all'ultimo con tutta l'assemblea, innanzi alla quale aveva creduto di brillare coll'umiliarli, ed alla quale non seppe pure nascondere il suo dispetto[469].
[469] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 168. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 234. — Machiavelii Framm. Istor., t. III, p. 50._