Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)

Part 23

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Sebbene venuto meno il principale oggetto che aveva tratte le due armate nelle campagne della Puglia, le due parti facevano sempre avanzare le rimanenti loro forze verso la stessa provincia; ottocento tedeschi del ducato di Gueldria ed alcuni Guasconi e Svizzeri, di fresco sbarcati a Gaeta, avevano colà raggiunto il Montpensiero; dall'altra parte Ferdinando, dopo il marchese di Mantova, che in giugno lo aveva raggiunto, aveva ricevuto consecutivamente i rinforzi di Giovanni Gonzaga, di Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e di don Cesare d'Arragona. Le due armate si minacciavano da vicino, e pareva che non potessero tardare lungamente a decidere la sorte della guerra con una battaglia[431].

[431] _P. Jovii, l. III, p. 128. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 151._

Prima che le cose giugnessero a tale estremo gli emigrati italiani, che avevano seguito Carlo VIII, non avevano trascurato di eccitarlo, affinchè, a seconda delle sue promesse, mandasse gagliardi ajuti al Montpensiero, ed alle armate che difendevano il partito francese. Gli ambasciatori de' Fiorentini, il cardinale Giuliano della Rovere, Giovan Giacomo Trivulzio, Vitellozzo, Carlo Orsini ed il conte di Montorio, non gli permettevano di dimenticare i commilitoni che aveva lasciati nel pericolo. Quella stessa parte della nobiltà francese ch'erasi opposta alla prima spedizione di Carlo VIII, omai conveniva che l'onore nazionale era chiamato a difendere ciò che si era acquistato col di lei sangue: ogni illustre famiglia aveva qualche suo membro nell'armata che combatteva nel regno di Napoli, ed istantemente chiedeva che non vi fosse abbandonato. Carlo VIII, risvegliato in qualche modo dal suo letargo, annunziò che stava per tornare in Italia con un'armata più potente di quella che lo aveva accompagnato nel precedente anno. Gian Giacomo Trivulzio ebbe ordine di partire alla volta di Asti con ottocento lance, due mila Svizzeri, ed altrettanti Guasconi; il duca d'Orleans ed in appresso il medesimo re dovevano in breve seguirlo. Tutti i cantoni svizzeri avevano promesse truppe, ad eccezione di quello di Berna, che aveva assunti contrarj obblighi col duca di Milano. Trenta vascelli dovevano spiegare le vele dai porti francesi sull'Oceano, ed unirsi in Provenza con altrettante galere, per portare a Gaeta vittovaglie, munizioni di guerra e danaro; e Rigault, maestro della casa del re, fu spedito a Milano per domandare al duca di far in Genova armare le galere promesse nel trattato di Vercelli, assicurandolo in pari tempo, che, qualora sinceramente si attaccasse di nuovo alla Francia, verrebbe posta in dimenticanza la sua passata condotta[432].

[432] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 152. — Fr. Belcarii Comm. rer. Gall., l. VII, p. 195._

Ma quest'ardore guerriero non poteva lungamente sostenersi in un così futile e così instabile carattere qual era quello di Carlo VIII. Il cardinale di san Malo, sovrintendente delle finanze, temeva una guerra che accrescerebbe gl'imbarazzi in cui lo avevano di già posto le inconsiderate spese della corte. Senza opporsi al suo padrone, faceva ogni giorno nascere ostacoli all'esecuzione de' suoi progetti, e Carlo mai non aveva la pazienza di esaminarli, nè la perseveranza di sventarli. Tutto ad un tratto il re, che soggiornava in Lione, dichiarò in sul finire di maggio, che, prima di porsi in cammino, voleva ancora fare un viaggio a Tours ed a Parigi, onde raccomandarsi a san Martino ed a san Dionigi nelle loro principali chiese, e per impegnare in pari tempo le sue buone città a fargli sovvenzioni di danaro. Il vero motivo era quello di rivedere a Tours una delle dame d'onore della regina di cui era in allora innamorato. Invano tutti coloro che prendevano parte alla difesa del regno di Napoli gli rappresentavano, che, allontanandosi dai confini dell'Italia nell'istante in cui i di lui nemici erano atterriti, nell'istante in cui i suoi soldati tutte in lui riponevano le loro speranze, rincorerebbe i primi, e farebbe cadere le armi di mano ai secondi; Carlo VIII fu irremovibile: dopo avere ancora consumato un mese in Lione, partì per le parti settentrionali della Francia; abbandonò il progetto di mandare il duca d'Orleans in Italia; non diede al Trivulzio che pochissimi soldati, ed altro non fece a favore del Montpensiero, che ordinare ai Fiorentini di mandargli quaranta mila ducati[433].

[433] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 155. — Fr. Belcarii Rer. Gall., l. VII, p. 196. — Chron. Ven., p. 34._

Ma il Montpensiero più non era in istato di aspettare l'esito di così lunghe deliberazioni. Egli stringeva d'assedio Circello, lontano dieci miglia da Benevento, e Camillo Vitelli uno de' suoi migliori ufficiali vi aveva perduta la vita nell'istante in cui si era posto a piedi alla testa dei Guasconi per incoraggiarli a combattere. Ferdinando, volendo fare una diversione, andò ad attaccare Frangetto di Monforte, quattro miglia lontano dal campo francese. Il re aveva sotto i suoi ordini mille dugento uomini d'armi, mille cento cavalleggeri e quattro mila fanti, e credevasi in istato di avventurare una battaglia. I Francesi abbandonarono Circello per soccorrere Frangetto, ma, giunti sulla sommità di una collina in faccia a quella borgata, videro ch'era di già presa. Ciò nondimeno il Montpensiero e Virginio Orsini volevano avanzarsi ancora, con intenzione di attaccare i soldati di Ferdinando, mentre che, occupati nel saccheggio non potrebbero opporre gagliarda resistenza. Ferdinando, prevedendo questo pericolo, aveva schierata la sua armata in battaglia avanti al castello di Frangetto, ed aveva posto il fuoco alla borgata per iscacciarne i saccomanni; pure tanta era la loro avidità di ammassare il bottino, o il loro terrore di venire a fronte dell'armata francese, che la metà de' soldati errava ancora in mezzo alle fiamme, e non poteva ridursi a entrare nelle linee. Ma nel consiglio di guerra dell'armata francese, Precì, Bartolommeo d'Alviano, e Paolo Orsini, s'accordarono a rappresentare, che per attaccare i Napolitani dovevasi entrare in un'angusta valle e pericolosa assai, signoreggiata dal castello di Frangetto; onde non potevasi sperare salvezza che dalla follia di coloro contro cui si doveva combattere. Mentre si stava ancora deliberando, gli Svizzeri ed i Tedeschi dell'armata, i quali da che servivano nel regno non avevano avuto che il soldo di due mesi, chiedevano di essere pagati prima di entrare in battaglia. La loro indisciplina, e l'insolenza loro andavano crescendo coll'incertezza de' loro capi, ed il Montpensiero, costretto a cedere, perdette così l'ultima occasione in cui poteva sperare di rimettere gli affari de' Francesi nel regno di Napoli[434].

[434] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 157. — P. Jovii, l. IV, p. 130. — Ejusdem Vita M. Consalvi, l. I, p. 181. — Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 197._

Dopo quel giorno gli Svizzeri ed i Tedeschi mai non cessarono di minacciare i loro generali per ottenere un pagamento che questi non potevano in verun modo eseguire. I principi di Salerno, di Bisignano e di Conza, abbandonarono l'armata, e tornarono ne' loro feudi per difendersi contro Consalvo di Cordova; i Napolitani al soldo de' Francesi non perdevano veruna occasione di disertare: non solo non erano meglio pagati degli altri, ma si trovavano inoltre esposti all'insolenza de' loro commilitoni Francesi e Tedeschi, che sempre pretendevano di avere e viveri ed alloggio prima dei regnicoli. Finalmente Precì e Montpensiero mai non erano d'accordo, e le loro contese dividevano tutto il consiglio di guerra[435].

[435] _P. Jovii, l. IV, p. 130._

L'armata, che ogni giorno s'indeboliva, dovette all'ultimo ritirarsi; tentò di rientrare nella Puglia, e dalle bande di Ariano e di Benevento portarsi alla volta di Venosa. Perchè Ferdinando non si accorgesse della sua ritirata, partì in sul cominciare della notte, e fece venticinque miglia senza riposarsi. Sperava inoltre che Ferdinando, inseguendola, avrebbe dovuto trattenersi alquanto sotto il castello di Gesualdo, che in altri tempi aveva sostenuto un assedio di quattordici mesi: e, fidati a questa considerazione, avendo i Francesi incontrata resistenza ad Atella, presero quella città e la svaligiarono, consumando più tempo che non avrebbero dovuto. Ferdinando occupò Gesualdo senza difficoltà, e raggiunse i Francesi, prima che fossero usciti da Atella; allora il Montpensiero si trovò costretto di appigliarsi al partito, che più gli conveniva, di difendersi in Atella, onde dar tempo al suo re di soccorrerlo[436].

[436] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 158. — Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 198._

Atella, dove stava chiusa l'armata francese, non è quella città che diede il suo nome alle favole Atellane, e ch'era posta presso a poco nel luogo oggi occupato dalla città di Aversa. Atella della Basilicata giace in una fertile pianura, ma un miglio al di là delle sue mura cominciano le montagne, che s'innalzano da tre bande formando un ricco anfiteatro largo tre quarti di miglio. Il loro pendio non è scosceso, e ne' pensili che forma si fa uso dell'aratro per lavorare i campi, e dove il terreno è più inclinato si coltivano viti ed alberi fruttiferi d'ogni maniera. Quest'anfiteatro si apre dalla banda di mezzogiorno, e lascia vedere a sinistra la città di Melfi, a destra la strada di Conza coperta da folti boschi. Un ruscello irriga la pianura, attraversandola al ponente estivo dopo avere circondato con largo giro la borgata di Atella. Colà le acque, trovandosi chiuse tra più alte rive, volgono alcuni mulini, poi si gettano nell'Ofanto. Dalla banda di Levante la borgata di Ripa Candida, posta sulla strada di Venosa, era occupata da una guarnigione francese; e da quella banda l'armata francese sperava di ricevere vittovaglie e soccorsi, tanto più che tutto il paese si era dichiarato pel partito Angiovino; ma la cavalleria leggiera degli Stradioti non tardò ad impratichirsi di tutti i sentieri, e chiuse tutte le comunicazioni ai partigiani de' Francesi[437].

[437] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 132._

Ferdinando non voleva venire a battaglia con un'armata disperata, ed invece pensò a chiuderle tutte le strade, a rendere difficile ogni mezzo di vittovagliarla ed a distruggere i mulini di cui si serviva. I Tedeschi, che si trovavano nell'armata Francese, e che da gran tempo avevano minacciato di disertare se non erano pagati, arrivarono dopo pochi giorni al campo di Ferdinando, il quale in appresso ebbe avviso che Consalvo di Cordova aveva sorpresa presso al castello di Lario, posto sul fiume Saprio, che divide la Calabria dal Principato, una piccola armata colà raccolta dai partigiani della Francia; che aveva fatti prigionieri undici baroni angiovini, e quasi tutta la fanteria. Dopo questa vittoria, la prima che Consalvo di Cordova riportasse nel regno di Napoli, venne con sei mila uomini ad unirsi sotto Atella al re Ferdinando; e la sua venuta fece agli assediati perdere ogni speranza[438].

[438] _P. Jovii, l. IV, p. 133. — Ejusd. vita M. Consalvi, l. I, p. 182. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 159._

Il Montpensiero, che cominciava ad avere penuria di vittovaglie, il 5 di luglio fece partire alla volta di Venosa la terza parte della sua cavalleria, onde scortare un convoglio; ma sebbene questa uscisse a mezzodì, quando doveva supporsi che i nemici, per timore degli eccessivi calori della Basilicata, si riposassero, fu scoperta dagli Stradioti, sorpresa e sconfitta. In questo fatto i Francesi perdettero più di tre cento cavalieri, e più che la perdita gli affliggeva la considerazione che i loro uomini d'armi erano stati battuti da una cavalleria leggiera da loro sprezzata. Dopo questa battaglia Ferdinando conquistò Ripa Candida, e si accampò sulla strada di Venosa, sicchè veniva a chiudere agli assediati qualunque uscita[439].

[439] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 133. — Vita M. Consalvi, l. I, p. 183._

Lo stesso giorno in cui arrivò presso Atella, Gonzalvo di Cordova aveva attaccati i mulini degli assediati, e gli aveva totalmente distrutti, onde cominciavano a non avere più farine. Bentosto provarono un'altra più crudele privazione, più non potendo attignere acqua dal ruscello che bagnava le mura di Atella senza azzuffarsi coi nemici, e dovendo così pagare col loro sangue ogni botte di acqua. Avevano formato nel fiume un abbeveratojo, coperto di alcuni trinceramenti, che avevano dati in guardia ai loro Svizzeri; ma questi essendo stati vigorosamente attaccati, perdettero coi trinceramenti trecento uomini. Fu trovato tra i morti un alfiere cui era stata troncata la mano destra e gravemente ferita la sinistra, e che morto com'era strigneva tuttavia coi denti lo stendardo che gli era stato confidato[440].

[440] _P. Jovii, l. IV, p. 135._

Erano già passati trentadue giorni da che i Francesi trovavansi chiusi in Atella; vedevano ogni giorno andar crescendo il numero de' loro nemici, e scemare quello de' proprj soldati; loro mancavano i foraggi, i viveri e l'acqua, quando risolsero finalmente di venire a patti. Precì, Bartolommeo d'Alviano ed un capitano svizzero furono spediti a Ferdinando. Chiesero che Gilberto di Montpensiero potesse spedire un corriere al suo re per avere soccorsi, e se non li riceveva entro trenta giorni, doveva, spirato questo termine, consegnare a Ferdinando tutte le piazze che da lui dipendevano, colla loro artiglieria. Fino a tal tempo Montpensiero non doveva tentare d'uscire da Atella, ove il re gli somministrerebbe i viveri giorno per giorno. Quando poi i Francesi rassegnerebbero la piazza, dovevano essi avere la libertà di passare in Francia, gl'Italiani fuori del regno, ed i Napolitani quindici giorni di tempo per assoggettarsi al re, che loro prometteva intero perdono, e la restituzione di ogni loro avere. Questa convenzione venne sottoscritta il giorno 20 di luglio del 1496, e le tre città di Venosa, Gaeta e Taranto, i di cui governatori erano stati immediatamente nominati dal re, furono espressamente eccettuate[441].

[441] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 160. — P. Jovii, l. IV, p. 136. — P. Bembi hist. Ven., l. III, p. 56. — Allegr. Allegretti, p. 857. — Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 199._

Sembra che il Montpensiero non aspettasse i trenta giorni accordati nella convenzione per cedere Atella; ma che, stretto da bisogno di danaro, e dalla impazienza de' suoi soldati, consegnasse dopo tre dì quella piazza a Ferdinando per dieci mila fiorini, che distribuì alle sue truppe a conto del loro soldo[442].

[442] _P. Bembi Ist. Ven., l. III, p. 56._

Uscì da Atella con circa cinque mila uomini, che furono condotti a Baja ed a Pozzuolo per aspettarvi un imbarco. Nello stesso tempo diede al re tutte le fortezze del suo governo, ma Ferdinando chiedeva tutte quelle del regno, molte delle quali ricusavano di riconoscere l'autorità del luogotenente del re. Mentre si disaminava questa parte della capitolazione, l'armata francese fu ritenuta nel cuore dell'estate sulla spiaggia pestilenziale di Baja, e fu bentosto sorpresa da terribile epidemia. Uno de' primi a morire fu Gilberto di Montpensiero; poi la mortalità si estese ai cavalieri ed ai pedoni e non gli abbandonò nel loro viaggio, quando fu loro permesso di partire; onde di cinque mila uomini usciti da Atella appena ne arrivarono in Francia cinquecento[443].

[443] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 161. — P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 137. — Eius. Vita M. Consalvi, l. I, p. 183. — Fr. Belcarii, l. VIII, p. 200. — Arn. Ferroni, l. II, p. 24._

Alessandro VI, che destinava le spoglie degli Orsini ai suoi figliuoli, e che voleva da prima sterminare quella famiglia, non solo sciolse Ferdinando II dal giuramento dato per l'esecuzione della capitolazione di Atella, ma minacciò di punirlo colle pene ecclesiastiche se vi dava esecuzione. Per ubbidire al papa il re Ferdinando fece imprigionare Virginio e Paolo Orsini in castel dell'Uovo. Le loro truppe italiane che si ritiravano, attraversando l'Abruzzo sotto gli ordini di Giovan Giordano Orsini e dell'Alviano, furono attaccate dal duca d'Urbino e svaligiate. In pari tempo Graziano Guerra, più non potendo sostenersi nell'Abruzzo, ritirossi a Gaeta con ottocento cavalli; il d'Aubignì, dopo di avere difesa per qualche tempo la Calabria, fu forzato di capitolare a Groppoli, ottenendo la libertà di ritirarsi in Francia.

I principi di Salerno e di Bisignano approfittarono dell'amnistia, e rientrarono nella grazia di Ferdinando dopo avergli consegnate le loro fortezze. Finalmente, ad eccezione di Taranto, ove comandava Giorgio di Sillì, di Gaeta in cui si era chiuso il siniscalco di Belcario e di monte sant'Angelo, ove valorosamente si difendeva Giuliano di Lorena, i Francesi furono scacciati da tutte le loro conquiste, e tutto il regno di Napoli ridotto all'ubbidienza di Ferdinando[444].

[444] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 161. — P. Jovii, Hist. sui temp., l. IV, p. 137. — Mém. de Guill. de Villeneuve, t. XIV, Mém. p. 82._

Ma nello stesso istante in cui questo giovane principe rientrava in Napoli, di ritorno da una guerra che gli aveva fruttato un regno, e nella quale aveva date luminose prove di coraggio, di costanza, di perizia nell'arte della guerra, e di accortezza nel cattivarsi gli animi, sorprese la Cristianità con un matrimonio, che mai non dovrebb'essere autorizzato da veruna dispensa politica. Sposò la propria sua zia, Giovanna, sorella di suo padre, che aveva press'a poco l'età sua. Nè questa scelta gli era stata suggerita dalla politica, ma dall'amore, e quest'amore gli riuscì funesto. Ferdinando tornava da faticosissima campagna, in un paese malsano, dove tutti i capi delle due armate erano caduti infermi. Egli non abbadò all'effetto che tante fatiche avevano dovuto fare sulla sua fisica costituzione, suppose di avere tutto il vigore della sua sanità, e si comportò come se effettivamente lo avesse; ma appena fu egli andato colla sua sposa a soggiornare in Somma, villa posta alle falde del Vesuvio, che morì d'esanimamento il 7 di settembre del 1496, in età di ventisette anni un mese ed undici giorni. Perchè non aveva figli, Federico, suo zio, salì sul trono di Napoli, che nello spazio di tre anni era stato occupato da cinque re: infatti Ferdinando I, Alfonso II, Carlo VIII, Ferdinando II e Federico II, si erano succeduti con una sgraziata rapidità, che aveva accresciute le miserie di un regno di già desolato da crudele guerra[445].

[445] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 161. — P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 138. — P. Bembi, l. III, p. 57. — Summonte Storia di Napoli, l. VI, c. II, p. 523. — Giannone Ist. civ. del regno di Napoli, l. XXIX, c. II, p. 676. — Burchardi Diar., l. II apud Raynaldum An. Eccl. 1496, § 13, p. 452. — Chron. Venet., t. XXIV, p. 39. — Fr. Belcarii Comm. ver. Gall., l. VII, p. 201._

CAPITOLO XCVIII.

_Guerra di Pisa; i Pisani soccorsi dal duca di Milano, dai Veneziani e dall'imperatore Massimiliano. — Tregua in Italia. — Il Savonarola va perdendo in Firenze l'opinione. — Prova del fuoco che gli viene proposta da un monaco; sua condanna e sua morte._

1496 = 1498.

La scossa data a tutta la politica dell'Italia dalla spedizione di Carlo VIII pareva sospesa: questo monarca, tornato nell'ordinaria sua residenza, d'altro omai non prendevasi cura che di tornei, di feste e di una vana pompa cavalleresca, che gli faceva dimenticare quella stessa guerra di cui era l'immagine. Sempre avviluppato in donneschi raggiri a cagione de' suoi moltiplici incostanti amori, più non dava alle cose d'Italia che qualche fuggitiva occhiata. Di quando in quando annunciava ancora di voler liberare i suoi commilitoni, da lui esposti a tanti pericoli, o che già languivano per cagion sua nelle prigioni e nella miseria; parlava di vendicare gl'insulti fatti al suo nome, e di ricuperare la gloria che aveva acquistata a così poco prezzo e così rapidamente perduta; ma bentosto ricadeva nella mollezza e nella dimenticanza d'ogni cosa; ed omai nè le sue minacce atterrivano, nè le sue promesse fomentavano la speranza.

La morte di Ferdinando II e l'innalzamento di Federico I sul trono di Napoli parevano contribuire coll'indolenza di Carlo VIII a dare maggiore consistenza a quella monarchia. Federico era da gran tempo caro ai Napolitani; egli era quello stesso principe che i baroni malcontenti avevano voluto nel 1485 sostituire a suo padre, il vecchio Ferdinando, ed a suo fratel maggiore, Alfonso; era quello che aveva preferito di restare in prigione tra le mani de' faziosi, piuttosto che farsi strada al trono con un delitto. Tutti i partiti conoscevano la sua moderazione e la sua imparzialità, tutti avevano in lui la medesima confidenza. Il suo predecessore, Ferdinando II, non aveva lo stesso vantaggio; erasi veduto spiegare somma costanza e valore nell'ultima guerra, ma gli Angiovini temevano sempre di veder ricomparire nel suo carattere il vecchio lievito arragonese, la perfidia e la crudeltà, che sembravano ereditarie in quella famiglia. Raccontavano pure, che, di già preso dalla malattia che lo condusse al sepolcro, aveva ordinato di far perire il vescovo di Teano, che teneva in prigione, e che, temendo che la sua gente, credendo vicina la sua morte, non gli dicessero d'avere eseguiti i suoi ordini senz'averli eseguiti, erasi fatta recare la di lui testa sul suo letto di morte[446].

[446] _P. Bembi Hist. Ven., l. III, p. 57._

Federico, salendo sul trono in mezzo ad un popolo diviso in tante fazioni, e ruinato da guerre civili e straniere, sentiva che doveva presentarsi ai Napolitani piuttosto come conciliatore, che come vincitore. Accolse tutti i partiti con eguale indulgenza, mostrando a tutti un eguale rispetto pel valore e per la sventura; rimandò in Francia gli avanzi dell'armata, che aveva capitolato ad Atella, ed eransi sottratti al cattivo aere di Baja; si riconciliò del tutto col principe di Bisignano e con quello di Conza, che durante il loro lungo esilio in Francia avevano apparecchiata la guerra che riuscì tanto funesta al regno, e promise la stessa indulgenza al principe di Salerno, che invitò alla festa della sua incoronazione. Ma questo principe, invecchiato nelle fazioni e più volte vittima de' reali tradimenti, non potè prestar fede alle leali promesse del nuovo re; gli attribuì un attentato d'assassinio contro suo fratello, che poi non era che una privata vendetta[447]. Ricominciò adunque la guerra, ed inseguito di castello in castello nella Lucania, fu finalmente costretto ad uscire dal regno, ed a ritirarsi a Sinigaglia nel piccolo principato di Giovanni della Rovere, prefetto di Roma, presso il quale morì esule dopo non molto tempo[448].

[447] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 175._

[448] _P. Jovii Hist. sui temp., l, IV, p. 138._

Daubignì, che aveva gloriosamente comandato ai Francesi in Calabria, non credette di dovere più a lungo protrarre una guerra che per la Francia era senza speranza, e che riduceva i suoi antichi partigiani all'estrema miseria e pericolo. E non solo ottenne per sè medesimo e pe' suoi compagni d'armi onorevoli condizioni, ma inoltre persuase Oberto di Rosset, che si era difeso in Gaeta con maravigliosa costanza e coraggio, a conservare i suoi soldati per meno infelici tempi, ed a rilasciare quella città a Federico. Verso lo stesso tempo Graziano Guerra abbandonò gli Abruzzi; e vennero a patti le guarnigioni di Venosa e di Taranto; di modo che i Francesi non conservarono nel regno di Napoli verun pegno della rapida loro conquista[449].

[449] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 139. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 172._