Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)

Part 22

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Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, e Rannuccio di Marciano avevano preso servigio nella repubblica fiorentina, ed ottenuti molti vantaggi sui Pisani nell'ultima parte della campagna. Non pertanto la signoria, più che dalla forza, sperava dalle negoziazioni il riacquisto di Pisa. I suoi ambasciatori avevano seguito il re in Asti, ed approfittando della sua dimenticanza delle cose dei Pisani quando si trovò da loro lontano, avevano ottenute con nuovi sagrificj di danaro quante promesse sapevano desiderare. Pagarono i trenta mila ducati che tuttavia gli dovevano in forza del primo trattato, dopo avere ricevute in pegno alcuni giojelli della corona, che non dovevano restituire che quando venissero loro consegnate le fortezze. Promisero inoltre di prestare settanta mila ducati ai generali francesi nel regno di Napoli, e di ricevere in pagamento una obbligazione di quattro ricevitori generali della Francia[411].

[411] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 120._

Niccolò Alamanni, che aveva sottoscritto questo trattato per la sua repubblica, tornò a Firenze il 7 di settembre, portando a tutti i comandanti delle fortezze l'ordine di consegnarle immediatamente ai Fiorentini, ed a tutti i soldati del re l'ordine di abbandonare il servigio de' Pisani. Il comandante di Livorno si prestò a questi ordini il 15 di settembre, e lo stesso fecero i fratelli Vitelli, che passarono da Pisa al campo fiorentino con tutta la loro cavalleria[412]. Ma d'Entragues, governatore della cittadella di Pisa, protestò d'avere ricevuti segreti ordini dal suo padrone non ancora rivocati. Il Lignì, che gli aveva procurata quella carica, erasi renduto risponsabile della sua disubbidienza. I governatori di Pietra Santa, di Montrone, di Sarzana e di Sarzanello non volevano ricevere ordini che da d'Entragues, il quale, innamorato essendo della figlia di Luca del Lante, gentiluomo pisano, abbracciò gl'interessi della città in cui comandava con uno zelo non inferiore a quello de' suoi antichi cittadini[413].

[412] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 218. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 134._

[413] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 219. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 134. — P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 101. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gallic., l. VII, p. 190. — Chron. di Pisa di Jacopo Arrosti in archiv. Pisano, f. 205, verso._

Per altro d'Entragues non dissimulava ai Pisani, che per proteggerli non avrebbe sempre formalmente potuto disubbidire agli ordini del suo sovrano. Perciò li consigliava a cercare altrove soccorsi, che Silvestro Poggio, loro ambasciatore, effettivamente ottenne da Lodovico Sforza e dai Veneziani[414]. Egli aveva loro permesso di chiudere la fortezza con una circonvallazione, in modo che i Fiorentini non potessero giugnere fino a lui, nel supposto che fosse costretto a promettere d'aprire le porte. Ma questo nuovo trinceramento, che realmente venne dai Pisani innalzato dalla porta del sobborgo fino all'Arno, fu perduto per effetto del loro inconsiderato impeto. Essendosi l'armata fiorentina avvicinata alle mura, essi l'attaccarono in aperta campagna malgrado la debolezza delle loro forze; furono respinti e caldamente inseguiti fino a mezzo il sobborgo; e fu preso il nuovo bastione, e lo sarebbe stata per poco anche la città, se d'Entragues non avesse in quel frangente dirette dalla fortezza alcune cannonate sui combattenti, e con ciò sforzate le due parti a separarsi[415].

[414] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 133. — P. Jovii Hist. Fior. l. III, p. 102._

[415] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 104. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 135. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 43._

Nel susseguente giorno Fracassa Sanseverino giunse da Genova con alcuni soldati milanesi in ajuto de' Pisani; un commissario veneziano loro recò pure una somma di danaro per levare soldati; e finalmente il d'Entragues acconsentì a far con loro un trattato, col quale si obbligava a consegnar loro la fortezza dopo cento giorni, se il re entro tale termine non rientrava in Italia. Fino a tale epoca dovevano i Pisani pagargli ogni mese due mila fiorini per il soldo della guarnigione, e quattordici mila nell'atto che loro cederebbe la fortezza. Si consegnarono ostaggi dalle due parti per guarenzia del contratto[416]. Poco dopo si ebbe in Toscana notizia del trattato di Vercelli; e perchè nello stesso tempo Piero de' Medici era giunto a Siena, e teneva pratiche in Cortona per sorprendere quella piazza, mentre che gli Orsini si andavano avvicinando al territorio fiorentino in minaccioso aspetto, la repubblica fiorentina fece il 10 di ottobre evacuare il sobborgo di Pisa dalla sua armata, onde prendendo i quartieri d'inverno, divisa in tre diversi corpi[417], venisse a coprire tutti i suoi confini.

[416] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 106._

[417] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 220. — P. Jovii, l. III, p. 107._

Il termine fissato da d'Entragues doveva scadere il primo di gennajo del 1496. Infatti in cotal giorno adunò l'assemblea del popolo; e nell'atto di consegnarle la fortezza, domandò che giurassero fedeltà al re di Francia. Voleva che questa formalità scusasse la sua disubbidienza, ed i Pisani non vi si rifiutarono. Ma riusciva loro difficilissimo il trovare il danaro necessario per pagarlo; perchè oltre i promessi quattordici mila scudi, bisognava darne altri venti mila per l'artiglieria e per le munizioni che d'Entragues loro cedeva. Le gabelle in tempo di guerra fruttavano pochissimo, ed ogni cittadino aveva di già fatti per la patria sagrificj superiori alle sue sostanze. Tutte le signore pisane portarono alla signoria tutti i loro giojelli; una nave portoghese, che la burrasca aveva fatto incagliare alle foci del Serchio, fa venduta a profitto del pubblico tesoro; e finalmente i Genovesi ed i Lucchesi gli prestarono pure qualche somma. D'Entragues fu pagato, e la ceduta fortezza fu spianata in poco tempo coll'ostinato lavoro di tutta la popolazione[418].

[418] _P. Jovii, l. III, p. 108. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 93._

La compassione, i nodi dell'ospitalità, i precedenti impegni del re e dell'armata, potevano in parte scusare la condotta d'Entragues a Pisa; ma per disporre di tutte le altre fortezze d'Entragues non si consigliò che colla sua cupidigia. Il 26 di febbrajo vendette ai Genovesi Sarzana e Sarzanello per ventiquattro mila fiorini; ed il 30 di marzo il bastardo di Roussi, suo luogotenente, vendette Pietra Santa ai Lucchesi per trenta mila fiorini[419]; di modo che le fortezze che Carlo VIII aveva solennemente promesso di restituire ai Fiorentini, e che non per tanto loro aveva fatte riacquistare a così alto prezzo, passarono tutte nelle mani de' loro nemici.

[419] _Allegr. Allegretti Diar. San., t. XXIII, p. 853. — Bar. Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 558. — P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 108. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 224. — Fr. Guicciardini., l. III, p. 141 e 147. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 45. — Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 192._

Ai Fiorentini recava molta inquietudine la vicinanza di Pietro de' Medici, e questo capo di partito mai non si avvicinava ai loro confini senza che la repubblica tenesse aperti gli occhi su tutti i suoi movimenti con estrema gelosia. Pure la di lui condotta faceva conoscere che non aveva nè i talenti, nè il carattere, nè altri mezzi che potessero porre in pericolo la loro libertà. Era fuggito da Venezia per raggiugnere Carlo VIII, quando si avanzava per fare l'impresa di Napoli, e sempre era rimasto alla sua corte dimenticato; il suo partito s'indeboliva a Firenze per lo stabilimento d'un governo veramente popolare. Mille ottocento cittadini all'incirca avevano provato che i loro antenati partecipavano agli onori dello stato, ed erano stati conseguentemente ammessi nel gran consiglio. Questo consiglio, meglio composto che i precedenti, trovavasi in istato di riempire da sè medesimo le proprie funzioni, invece di non essere altra cosa che una macchina in mano del partito dominante. Si era particolarmente sentito ch'era eminentemente proprio a fare delle buone elezioni; e dopo il primo luglio del 1495, aveva solo nominati tutti i magistrati della repubblica[420].

[420] _Jac. Nardi, l. II, p. 41._

Ma gli emigrati si figurano sempre che tutto il pubblico abbia le loro opinioni ed i loro sentimenti, essi non corrispondono che colle genti del loro partito, non fanno verun conto degli altri, e si persuadono che la più debole resistenza straniera basterebbe per ristabilirli nella loro patria. Pietro de' Medici suppose le circostanze favorevoli per attaccare Firenze. Virginio Orsini, suo parente, che in tempo della battaglia di Fornovo si era sottratto alla sua prigionia, e riparatosi nel suo feudo di Bracciano, gli offriva l'ajuto de' suoi uomini d'armi, purchè Pietro dal canto suo gli somministrasse abbastanza danaro per adunarli ed armarli di nuovo. Pisa, Siena e Lucca erano in guerra coi Fiorentini; Perugia gli offriva pure l'assistenza della sua popolazione guerriera. Questa città dipendente dalla Chiesa, ma che appena l'ubbidiva, era governata a nome del partito guelfo dalla famiglia dei Baglioni, che non aveva meno autorità in questa repubblica di quella che avessero i Medici in Firenze, o i Bentivoglio in Bologna. Questi capi di partito facevansi un principio di politica di mantenere in tutte le repubbliche l'autorità degli usurpatori; e perciò acconsentirono a Pietro de' Medici d'adunare i suoi partigiani sul lago di Perugia, a non molta distanza da Cortona, sulla quale aveva formati de' progetti; ed assoldarono Virginio Orsini per dargli opportunità di far avanzare i suoi uomini d'armi ai confini fiorentini[421].

[421] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 136. — Jac. Nardi, l. II, p. 46. — P. Jovii Hist., l. IV, p. 121. — Allegr. Allegretti Diar. San., t. XXIII, p. 854. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VII, p. 192._

Ma in questa stessa epoca i Baglioni furono in procinto d'essere dagli Oddi, loro rivali, scacciati dalla patria. Gli Oddi erano i capi di parte ghibellina, ed avevano per loro gli abitanti di Foligno e d'Assisi ed una numerosa clientela. Il 3 di settembre del 1495 sorpresero una delle porte di Perugia, entrarono in città alla testa della loro cavalleria, posero in fuga i Baglioni, e di già si credevano sicuri del successo, quando furono sorpresi da panico terrore, che strappò loro di mano la vittoria. Giunti a breve distanza dal palazzo, erano occupati nell'atterrare uno steccato, che loro impediva d'avanzarsi; le prime tre file, strette dalla folla che le seguiva, non potevano liberamente adoperare le loro braccia, nè alzare le scuri. Uno degli Oddi si volse a coloro che lo spingevano gridando: _Indietro_, _ritiratevi_, questo grido, ripetuto di fila in fila, sembrò ai più discosti il segno della fuga; onde tutti si dispersero, e la truppa vittoriosa, senz'essere inseguita da verun avversario, uscì di città più rapidamente che non vi era entrata. I Baglioni rimasti padroni furono tanto più crudeli verso i loro nemici, quanto più grande era stato il corso pericolo[422].

[422] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 137. — Machiavelli Disc. sopra Tito Livio, l. III. — Allegr. Allegretti, p. 853._

Poi ch'ebbe ridotta a numero la sua compagnia, Virginio Orsini, sotto pretesto di servire i Baglioni, prese le loro insegne, passò le paludi delle Chiane con trecento uomini d'armi e tre mila fanti, ed andò a stabilirsi ai confini del Sienese in faccia a Sansovino, dove ebbe qualche scaramuccia con Rannuccio di Marciano, generale fiorentino, che occupava Cortona. Nello stesso tempo Giuliano de' Medici faceva istanze a Giovanni Bentivoglio d'attaccare i Fiorentini, ed il cardinale Giovanni, suo fratello, era passato a Milano per far entrare nella sua causa lo Sforza ed i Veneziani. I Medici emigrati avrebbero voluto sollevare tutti i principi d'Europa contro la loro patria; e per grandi che potessero essere le sciagure che attiravano sopra Firenze, sarebbero rimasti contenti se a qualunque prezzo avessero potuto risalire sul trono; ma non trovarono le altre potenze apparecchiate ad entrare nella coalizione che loro proponevano. Il Bentivoglio fece dire al governo fiorentino che non farebbe torto alla loro buona vicinanza: il duca di Milano, rammentando che aveva ingannato Pietro de' Medici, non volle porlo in istato di vendicarsi. I Veneziani erano tutti intenti al regno di Napoli: e la repubblica fiorentina, avendo posta una taglia sulla testa dei due Medici, Pietro ritirossi a Roma, e Giuliano andò a Milano presso il cardinale suo fratello[423].

[423] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 138. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 46. — P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 121._

Due agenti di Carlo VIII, Camillo Vitelli e Jomella, avevano nello stesso tempo aperta una negoziazione con Virginio Orsini per farlo entrare ai servigj della Francia. La sua compagnia erasi nuovamente adunata, ed armata col denaro dei Medici e dei Baglioni: più non poteva sperare gran cose in Toscana; e poichè i Colonna, suoi rivali, avevano preso servigio sotto il monarca arragonese, doveva avidamente cogliere l'occasione di combatterli. Diede suo figlio in ostaggio ai Francesi per guarentire la sua fedeltà, e si obbligò di condurre seicento cavalli nel regno di Napoli, dopo essersi unito a Camillo ed a Paolo Vitelli, che per parte loro dovevano condurne quattrocento[424].

[424] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 121._

Fu questo il solo rinforzo che Carlo VIII facesse passare a' suoi cavallieri francesi, che in numero infinitamente minore difendevano l'onore della sua corona nel regno di Napoli. Omai più non pensava che alle feste della sua corte, ai tornei, ed in particolare a quella galanteria che tanto più l'occupava, in quanto che la sua presenza e la sua debole complessione lo rendevano a ciò meno proprio. Egli sempre prometteva ajuti che mai non giugnevano, dava ordini che non venivano eseguiti, e di cui non curavasi di chiederne conto; follemente dissipava tutte le entrate della Francia, senza prendersi pensiero delle spese necessarie, cui avrebbe dovuto provvedere; e mentre che ponevasi nell'impossibilità di salvare il regno di Napoli, rifiutava d'accomodarsi col principe che stava per toglierlo. Aveva mandato il Comines a Venezia per persuadere quel senato a ratificare il trattato di Vercelli: i senatori veneziani non vi acconsentirono, ma offrirono d'obbligare Ferdinando a riconoscersi feudatario della corona di Francia, ed a pagare pel regno di Napoli cinquanta mila ducati annui, dando ai Francesi molte fortezze per pegno della sua fedeltà. Carlo VIII per tutta risposta rifiutò perentoriamente d'abbandonare veruna parte d'una conquista, che non si prendeva cura di difendere[425].

[425] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XIX, p. 373. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 141._

La guerra trattavasi contemporaneamente in molte parti del regno di Napoli, ma ovunque debolmente. Il duca di Montpensiero occupava le vicinanze di Sanseverino e di Salerno, ed aveva a fronte il re Ferdinando. Il Montfaucon, Villeneuve e Sillì, si difendevano nella Puglia contro don Federico e don Cesare, fratello naturale del re. Graziano Guerra aveva il comando de' Francesi negli Abruzzi, ed aveva contro di lui il conte di Popoli. Giovanni della Rovere, prefetto di Sinigaglia, che aveva condotti dugento uomini d'armi al soldo di Carlo VIII, occupava e guastava il vicinato di Monte Cassino. Aubignì difendeva la Calabria ed il Principato ulteriore contro Gonsalvo di Cordova; ma il clima aveva vinto colui che non potevano atterrare gli sforzi de' nemici; egli soggiaceva ad una lunga malattia, e non poteva proseguire i vantaggi che da principio aveva ottenuti. In tutte le province da ambedue le parti trattavasi la guerra languidamente. Ai due partiti mancavano egualmente i mezzi di proseguirla con vigore; le distrutte città, le campagne ruinate, più non pagavano le imposte; e Ferdinando, non meno povero de' Francesi, non poteva trionfare d'un branco d'uomini rimasti soli nel suo regno per resistergli[426].

[426] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 140. — P. Jovii, l. IV, p. 123._

Ferdinando non era stato compreso nella lega d'Italia sottoscritta a Venezia nel precedente anno. Pregava perciò i Veneziani ad ammettervelo, ma questi, volendo approfittare delle difficoltà in cui si trovava, non gli offrivano soccorsi che a condizione ch'egli pagar ebbeli loro con immoderate usure. Essi avrebbero voluto conchiudere un trattato di sussidj e non un'alleanza. Obbligaronsi infatti a mandargli il marchese di Mantova, loro generale, con settecento uomini d'armi, altrettanti Stradioti e tre mila fanti, promettendo inoltre di somministrargli quindici mila ducati; ma Ferdinando dovette riconoscersi verso loro debitore per dugento mila ducati, e dar loro per guarenzia di tale somma le città d'Otranto, Brindisi, Trani, Monopoli e Pugliano. Il duca di Milano, che per anco non voleva contravvenire apertamente al trattato di Vercelli, fece nello stesso tempo segretamente passare alcuni soccorsi al re di Napoli. Francesco Gonzaga partì da Mantova in sul cominciare di febbrajo, ed entrò nel regno di Napoli per san Germano, Capoa e Benevento[427].

[427] _P. Jovii Hist., l. IV, p. 122. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 151. — P. Bembi Hist. Ven., l. III, p. 51. — And. Navagero Stor. Venez., p. 1207. — Cron. Venez., t. XXIV, p. 31._

Nello stato di penuria in cui si trovavano le due armate, era per loro un oggetto di grande importanza l'assicurarsi il pedaggio de' bestiami della Puglia, che viene pagato per il passaggio delle gregge presso al Monte Gargano, quando lasciano i pascoli dell'inverno delle campagne della Puglia per quelli dell'estate nelle montagne degli Abruzzi e di Sulmona. Dovevano passare nel corso d'un mese pel luogo del pedaggio non meno di seicento mila montoni, e di dugento mila tra buoi e vacche, pagando in tutto dagli ottanta ai cento mila ducati; lo che formava il più depurato reddito della corona. I capi delle due armate sentirono egualmente che se reciprocamente venivano ad impedire la percezione del pedaggio, trattenendo le gregge, ruinerebbero la metà del regno; che le bestie perirebbero di fame nel corso dell'estate nelle campagne della Puglia, e che i pascoli delle montagne dell'Abruzzo sarebbero infruttuosi, se non erano consumati dalle mandre. Convennero dunque che quello di loro che terrebbe la campagna percepirebbe solo il pedaggio, senza che l'altro potesse molestarlo, o ritenere le gregge. Dopo avere sottoscritta questa convenzione i due partiti d'altro più non si presero cura che di rendersi più forti nelle campagne della Puglia. Ferdinando, che di quel tempo trovavasi nella contea di Molise venne ad accamparsi a Foggia. Il Montpensiero, ricusando il consiglio di Virginio Orsini, che gli rappresentava essere quello il favorevole istante d'attaccare Napoli per la lontananza del re, prese ancor esso la strada della Puglia, ove l'Orsini teneva di già il suo quartiere a Sansevero. Ambo i generali, spiegando tutte le loro forze, speravano d'atterrire il nemico, obbligarlo a ricusare la battaglia, a chiudersi nella città, ed a confessare in tale maniera la sua inferiorità. A ciò mirando, per accorrere più prontamente in soccorso degli Orsini, il Montpensiero lasciò a Casarbore l'artiglieria pesante di cui non credeva di avere bisogno; si unì all'Orsini innanzi a Selva Piana nel territorio di Troja; e l'armata francese contò allora mille cento corazze, mille quattrocento cavalleggeri, sei mila tra Svizzeri e Tedeschi, e dieci mila Guasconi o regnicoli[428].

[428] _P. Jovii, l. IV, p. 124. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 150._

Prima della riunione del Montpensiero coll'Orsini, Ferdinando aveva invano cercato di provocare l'Orsini, cui era superiore di forze, a battaglia. Ma dopo l'arrivo del Montpensiero, l'armata francese, avendo acquistata la superiorità, cercò a vicenda di provocare Ferdinando a battaglia, avanti che giugnesse a rendergli la perduta superiorità il marchese di Mantova. Frattanto Ferdinando chiudevasi in Foggia, mentre una seconda divisione della sua armata, sotto gli ordini di Fabrizio Colonna, difendeva Troja, ed una terza, comandata da Prospero Colonna, occupava Luceria. I Francesi per recarsi a Manfredonia, dove si percepiva il pedaggio dovevano passare sotto le mura di Luceria e di Troja. Mentre si avanzavano per questa strada, si scontrarono in settecento fanti tedeschi al soldo del re di Napoli, i quali erano usciti da Troja per recarsi a Luceria, senz'essere protetti dalla cavalleria. I Vitelli, che dirigevano la vanguardia dell'armata francese, furono i primi ad attaccarli co' loro uomini d'armi, senza poterli disordinare, e bentosto tutta l'armata gli avviluppò; pure nè Heiderlin, che comandava questi valorosi soldati, nè altri della sua truppa diede verun segno di timore. Camminavano disposti in battaglione quadrato, senza rallentare il passo, e presentando da tutti i lati un bosco di picche agli attacchi della cavalleria. I Vitelli, fuori di speranza di rompere quell'ordinanza, li fecero soltanto circondare a qualche distanza dai cavalleggeri, i quali colle frecce e colle carabine atterravano molti Tedeschi senza esporsi alle loro picche. Heiderlin giunse in tal modo fino alle rive del Chilone, per passare il qual fiume fu costretto di rompere la linea de' suoi soldati, allora Camillo Vitelli fece subito metter piede a terra a' suoi uomini d'armi, e conducendoli nel letto del fiume, attaccò i Tedeschi corpo a corpo. Questi, da che più non furono in ordine di battaglia, non poterono più fare alcun uso delle loro lunghe picche, mentre che gli uomini d'armi a piedi, coperti d'impenetrabile armatura, erano tanto più formidabili quanto più si avvicinavano. Per questi Tedeschi era perduta ogni speranza di salute; ma non si scoraggiarono perciò, che anzi si difesero disperatamente, e furono tutti uccisi fino all'ultimo[429].

[429] _P. Jovii, l. IV, p. 125. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 151._

Dopo questa carnificina, volendo il Montpensiero approfittare dello spavento che aveva cagionato ai Napolitani, andò ad offrire battaglia sotto le mura di Foggia: Ferdinando non la ricusò, ma così destramente dispose la sua armata sotto il cannone della città, che il generale francese, che aveva imprudentemente lasciato addietro la sua grossa artiglieria, non osò attaccare il re. Senza un cotal fallo avrebbe forse potuto terminare la guerra in questo luogo con una grande vittoria. Rinunciando a questa speranza proseguì il suo cammino verso Manfredonia, mentre giugneva al campo di Ferdinando il duca di Mantova. Dopo la sua venuta l'armata reale attaccò e guastò le città della contea di Molise, che avevano spiegate le bandiere dei Francesi. Il Montpensiero era bensì giunto al luogo in cui dovevasi percepire la gabella, ed i pastori della Puglia giugnevano presso al suo campo colle loro mandre; ma Ferdinando veniva ad inseguirli alla testa de' suoi cavalleggeri; e siccome l'uno e l'altro capo teneva la campagna, riusciva cosa impossibile il decidere in forza della precedente convenzione, a chi appartenesse la gabella. In breve perdettero ambidue la speranza di percepirla; onde abbandonarono i pastori in balìa de' loro soldati: i buoi ed i montoni della metà del regno, che si trovarono nello stesso tempo nelle loro mani furono uccisi; i campi si videro in breve coperti de' loro cadaveri, mentre che i soldati non si caricavano che delle pelli che speravano di vendere[430].

[430] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 127. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 151._