Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 21
Il d'Aubignì aveva circa quattrocento corazze ed ottocento cavalleggeri; gli aveva schierati nella pianura lungo il fiume che attraversa la strada tre miglia al di là di Seminara verso Terranova. Stava dietro alla cavalleria la fanteria svizzera; e le milizie del paese, piuttosto destinate a far numero che a combattere, formavano la retroguardia. Ferdinando aspettava di essere attaccato sull'altra riva del fiume presso alle colline che si prolungano fino a Seminara. Il d'Aubignì non tardò ad attraversare il letto del fiume ed a venire a caricare la cavalleria spagnuola, la quale, sentendosi inferiore, fece, secondo l'usanza dei Mori coi quali era avvezza a combattere, un'evoluzione in addietro per tornare alla carica. A tutta la fanteria napolitana questo movimento sembrò il segno della sua sconfitta. Fuggì subito disordinatamente senza avere combattuto, ma, raggiunta dalla cavalleria, fu maltrattata colle sciable prima d'avere sperimentato l'urto degli Svizzeri[393]. Ferdinando dopo avere inutilmente tentato di riordinare i suoi soldati, venne strascinato dai fuggiaschi. In un passaggio sdrucciolevole il suo cavallo gli si rovesciò addosso, ed egli ritenuto dalle staffe e dagli altri arcioni della sella, era vicino a cadere in mano ai nemici, quando Giovanni d'Altavilla, fratello del duca di Termini, lo rialzò, gli diede il proprio cavallo e lo fece partire; ma d'Altavilla, rimasto a piedi in mezzo ai nemici, fu poco dopo ucciso[394].
[393] _P. Jovii, l. III, p. 84. — Id. vita Cons., l. I, p. 178. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 176._
[394] _Mém. de Grill. de Villeneuve, t. XIV, p. 64. — P. Jovii, l. III, p. 85. — Idem, vita Consalvi, l. I, p. 179. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 112. — Ber. Oricellarii de Bello, Ital., p. 92. — Summonte Stor. di Napoli, l. VI, c. II, p. 516._
Ferdinando fuggì a Valenza e Gonsalvo a Reggio; in appresso s'imbarcarono ambidue, e si riunirono di bel nuovo in Sicilia. Ma lungi dal lasciarsi scoraggiare da questo sinistro avvenimento, ne approfittarono per rinnovare le corrispondenze nell'interno del regno, di cui questa breve spedizione aveva fatto loro conoscere il malcontento; e prima che la fama della loro sconfitta si fosse sparsa nelle altre province, Ferdinando volle sbalordire i Francesi con una nuova intrapresa. Adunò a Messina tutti i vascelli arragonesi, siciliani e calabresi, che potevano far numero, sebbene quasi non avesse soldati da mandare a bordo. In tal modo si trovò di avere sessanta navi con ponte, e venti vascelli scoperti. Con questa flotta, comandata dal capitano spagnuolo Requesens, entrò nel golfo di Salerno, press'a poco nello stesso tempo in cui Carlo VIII giugneva colla sua armata a Pontremoli. Salerno, Amalfi e la Cava spiegarono subito le insegne d'Arragona[395].
[395] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 113. — P. Jovii vita Magn. Cons., l. I, p. 180. — Fr. Belcarii l. VI, p. 177._
Ferdinando condusse poscia la sua flotta in faccia a Napoli, ove risvegliò il più vivo fermento. Graziano Guerra, che in allora si trovava in quella capitale, conobbe che la flotta arragonese non aveva che un'ingannatrice apparenza, senza forza reale, e pregò il vice-re, Gilberto di Montpensier, ad attaccarla, prima che avesse strascinato il popolo nell'insurrezione; ma il numero de' vascelli francesi parve troppo sproporzionato a petto a quello dei nemici, e mentre che Ferdinando per tre giorni consecutivi bordeggiava nel golfo di Napoli, il Montpensier stette vigilante per prevenire una sollevazione, di cui credevasi ad ogni istante minacciato. Infatti i partigiani d'Arragona non ardivano mostrarsi, e Ferdinando, perdendo la speranza d'eccitare una rivoluzione, aveva di già ordinato alla sua flotta di far vela verso la Sicilia, quando coloro che avevano avuta con lui corrispondenza, temendo di essere omai scoperti, e che i Francesi aspettassero soltanto un più quieto istante per assicurarsi di loro, fecero invitare il re a tentare uno sbarco, promettendogli dal canto loro di prendere le armi[396].
[396] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 113. — P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 86. — Bern. Oricellarii, p. 98._
Dietro tale invito il 7 di luglio, giorno susseguente a quello in cui aveva avuto luogo la battaglia di Fornovo, Ferdinando venne a prender terra alla foce del piccolo Sebeto in vicinanza della Maddalena, al levante di Napoli. Il Montpensier sortì subito dalla città col fiore de' suoi uomini d'armi per opporsi allo sbarco degli Arragonesi; e nello stesso tempo ordinò di arrestare i capi dei malcontenti, tra i quali trovavansi Andrea Gennaro, Alberico Caraffa, Giovanni Cinicelli, Cola Brunaccio, i Sangri, i Pignatelli ed il poeta Sannazzaro, la di cui fedeltà per la casa d'Arragona mai non erasi smentita. Ma appunto quest'atto di rigore fece scoppiare la rivoluzione lungamente sospesa; ognuno sentendosi colpevole si credette chiamato a difendere i più esposti; la campana a stormo suonò tutt'ad un tratto in ogni quartiere della città; il popolo si gittò furibondo addosso ai Francesi ch'erano rimasti in città, e tutti gli uccise: si chiuse la porta per la quale era sortito il Montpensiero, e Ferdinando, che, dopo averlo tratto fuori di città, era passato sull'opposta riva innanzi all'isola di Nisida, fu dai segnali richiamato in porto, e ricevuto da tutto il popolo con vivi trasporti di allegrezza[397].
[397] _P. Jovii, l. III, p. 86. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 113. — Summonte, Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 519._
Per altro la sua situazione era ben lontana dall'essere sicura. Vero è che il Montpensiero trovavasi fuori di città, e segregato dalle fortezze, che sono tutte a ponente; ma la difficoltà del cammino per fare al di fuori il giro delle mura non poteva trattenerlo che poche ore: infatti egli ricondusse la cavalleria sulla piazza del castel Nuovo prima che Ferdinando ed i due fratelli d'Avalos avessero potuto barricare tutte le strade. Il Montpensiero, alla testa di una colonna di uomini d'armi, cercava di avanzarsi fino alla piazza dell'Olmo, mentre che Ivone d'Allegre con un'altra colonna seguiva la strada Catalana. Dall'altro canto il popolo napolitano gli opponeva un'intrepida resistenza: e mentre che coloro sotto le di cui finestre passavano i Francesi gli opprimevano a colpi di pietre, nel rimanente della strada ognuno portava fuori della propria casa botti, carri, concime, onde formare mobili barricate: e di mano in mano che il popolo guadagnava terreno sugli uomini d'armi, se ne guarentiva il possedimento con nuovi trinceramenti. Ivone d'Allegre, che combatteva in una più angusta strada, fu assai più maltrattato e costretto a ritirarsi prima del Montpensiero, il quale si sostenne fino a notte; ma in allora dovette ritirarsi sulla piazza del castello. Ferdinando approfittò di quella notte con istraordinaria attività. I cittadini, i marinai della sua flotta, i soldati lavoravano tutti intorno alle fortificazioni dirette dai fratelli d'Avalos, chiudevano tutte le comunicazioni colla piazza del castello con gabbioni riempiuti d'arena, botti piene di sassi e carri di concime, disposti in guisa da lasciare delle feritoje per l'artiglieria; si praticarono pure delle aperture nelle interne muraglie delle case, affinchè i difensori potessero passare a seconda del bisogno dalle une alle altre; e mentre che i Francesi andavano procurandosi una sicura comunicazione fra le tre fortezze del castel Nuovo, Castel dell'Uovo e forte sant'Elmo, e che piantavano le loro tende nello spazio che le divide, non solo i Napolitani avevano tagliata ogni comunicazione tra quelle fortezze e la città, ma avevano inoltre chiuse tutte le uscite verso la campagna; di modo che all'indomani il Montpensiero trovossi assediato nel ricinto in cui si era affrettato di entrare[398].
[398] _P. Jovii Hist., l. III, p. 88. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 114. — Bern. Oricellarii Comm., p. 102._
Sei mila Francesi trovavansi chiusi ne' castelli di Napoli, i di cui magazzini, sebbene abbondantemente provveduti, non potevano lungamente supplire ai bisogni di tanta gente. Ai cavalli mancarono i foraggi, ed in pochi giorni ne perirono molti. Vero è che una così forte e valorosa guarnigione non si lasciò chiudere senza tentare parecchie sortite sui nemici; ed alcune furono condotte con tanto coraggio, con tanto impeto, che tennero sospesi i destini di Napoli e della monarchia; e non si richiedeva meno del valore e dell'attività dei d'Avalos per renderle tutte vane, e per iscacciare i Francesi da tutte le posizioni di dove potevano recare maggiori molestie alla città. Ebbero appena questi due fratelli conseguiti tali vantaggi, che il più giovane fu ferito in una di queste zuffe, ed il maggiore, Alfonso d'Avalos, venne a tradimento ucciso da un Moro che gli aveva promesso di dargli nelle mani il forte di Monte santa Croce[399].
[399] _P. Jovii Hist., l. III, p. 91. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 115. — Bern. Oricellarii Comm., p. 107. — Summonte, l. VI, c. II, p. 620._
La morte del marchese di Pescara riuscì oltremodo dolorosa a Ferdinando, che amava quella famiglia, non solo per un giusto titolo di riconoscenza, ma ancora pel suo amore verso Costanza, sorella del marchese. Fu per qualche tempo incapace di occuparsi de' pubblici affari; ma Prospero Colonna ne prese in vece sua la direzione. Questi, ch'era dai Francesi risguardato come il capitano italiano di cui potevano meglio fidarsi, per essersi associato prima degli altri alla loro causa, ed essere stato premiato da loro coi più larghi doni, era di fresco passato al partito arragonese ad insinuazione del papa e del cardinale Ascanio Sforza. Bentosto suo cugino, Fabrizio Colonna, ne aveva imitato l'esempio, e per dare un pegno del suo attaccamento al nuovo partito che abbracciava, aveva maritata sua figlia Vittoria Colonna, che in seguito fu così celebre poetessa, a Ferdinando d'Avalos, figliuolo ancora giovinetto del marchese di Pescara poc'anzi ucciso. I pretesti coi quali i Colonna cercarono di giustificare la loro condotta non purgarono del tutto il loro onore: si mostrarono più intenti a salvare le proprie ricchezze in una rivoluzione, che a difendere quegli da cui le avevano ricevute[400].
[400] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 92. — F. Guicciardini, l. II, p. 115._
Frattanto il partito d'Arragona andava ogni giorno acquistando nuove forze. Capoa, Aversa, Mondragone, e le principali città della provincia avevano seguito l'esempio di Napoli, ed Alfonso, rincorato dalla notizia dell'ingresso di suo figlio nella capitale, gli fece chiedere la restituzione del trono che gli aveva rinunciato soltanto per politica. Ferdinando rispose con qualche amarezza, che più prudente consiglio sarebbe il lasciargli prima il tempo di meglio consolidarlo, affinchè Alfonso non si trovasse esposto ad abbandonarlo un'altra volta[401].
[401] _Ber. Oricellarii Comm., p. 107._
Il Montpensiero, chiuso ne' castelli di Napoli, cominciava a mancare di vittovaglie. Riponeva ogni sua speranza nella flotta che Carlo VIII, dopo il suo arrivo ad Asti, aveva fatta armare a Villafranca; ma questa flotta, avendo scoperta presso l'isola di Ponza quella di Ferdinando, assai superiore di numero, fuggì precipitosamente verso Livorno, dove non ebbe appena preso terra, che tutti i suoi soldati disertarono. Questo disastro scoraggiò affatto il Montpensiero, il quale fece avvisare i generali francesi che tuttavia tenevano la campagna nel regno di Napoli, che se non veniva subito soccorso era forzato a capitolare. Infatti dopo tre mesi d'assedio, cominciò ne' primi giorni d'ottobre a dare orecchio alle proposizioni di Ferdinando, precisamente nell'epoca in cui Carlo VIII soscriveva il trattato di Vercelli[402].
[402] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 115. — P. Jovii, l. III, p. 111. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VI, p. 178._
I generali, avendo interpellati i più zelanti partigiani della casa d'Angiò, convennero di riunire tutti i loro soldati in due armate; con una il d'Aubignì s'incaricò di andare contro Gonsalvo di Cordova, che aveva ricevuti rinforzi dalla Sicilia, e che aveva ricominciata l'invasione della Calabria: coll'altra Precì ed il principe di Bisignano dovevano accostarsi a Napoli per liberare il Montpensiero. Infatti gli ultimi s'innoltrarono dalla Basilicata, dov'erano acquartierati, fin presso ad Eboli, diciotto miglia lontano da Salerno, e posto sullo stesso golfo. Ferdinando incaricò Tommaso Caraffa, principe di Matalona di trattenerlo, mentre negoziava col Montpensiero, cui non voleva che giugnesse l'avviso dell'armata che si avanzava per soccorrerlo[403].
[403] _P. Jovii, l. III, p. 111. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116._
L'armata del principe di Matalona era quattro volte più numerosa di quella di Precì. Questi non aveva che mille cavalieri, tra uomini d'armi o cavalleggeri, tanto italiani che francesi, mille Svizzeri ed ottocento fanti calabresi, che seguivano l'armata per far numero. I Napolitani, che mai non avevano combattuto, sprezzavano così piccola armata, e la loro jattanza inspirò una falsa confidenza al principe di Matalona, che lusingossi di avviluppare i Francesi e di distruggerli. Mentre che questi prendevano la via di Salerno, dopo avere passato il Sele, l'antico Silari, egli allargò le due ale per togliere loro la ritirata verso il mare, o verso la vicina foresta. Nello stesso tempo molti de' suoi uomini d'armi partirono dalla fronte dell'armata napolitana per caricare i Francesi prima di averne avuto l'ordine. Egualmente la fanteria arragonese slanciossi correndo contro gli Svizzeri: ma l'immobilità de' nemici fece rimanere senza effetto questo intempestivo attacco. La cavalleria napolitana respinta ripiegò addosso alla fanteria, e la disordinò; gli Arragonesi, giunti a fronte degli Svizzeri, si trovarono nell'impossibilità di ferirli a traverso al bosco di lancie e di alabarde ond'erano coperti. Nello stesso istante, succedendo il terrore ad una folle confidenza, l'armata napolitana fu dispersa in mezz'ora. Ma non aveva sufficiente agilità per sottrarsi alla cavalleria francese, ed all'impeto degli Svizzeri: l'infanteria, raggiunta nella sua fuga, fu quasi tutta uccisa; ed in particolare non salvossi quasi veruno di una coorte ch'era stata levata in Napoli tra gli assassini di professione. Questi sciagurati formavano un corpo assai numeroso nelle due Sicilie, ed il governo li risparmiava, sperando che dopo essersi avvezzati al sangue, dovessero riuscire buoni soldati[404].
[404] _P. Jovii, l. III, p. 112._
Il principe di Matalona fuggì con tre cento cavalli alla volta di Eboli, ed a stento potè persuadere quegli abitanti atterriti a riceverlo entro le loro mura. Se Precì lo avesse inseguito, lo avrebbe probabilmente fatto prigioniero col rimanente della cavalleria napolitana. Ma non erasi quasi meno maravigliato egli della sua vittoria, che i suoi nemici della loro sconfitta, e non ne vide subito l'estensione. Accordò qualche istante di riposo ai suoi soldati ed al principe di Bisignano per farsi medicare le ferite, onde non arrivò che nel susseguente giorno a Sarno, lontano quindici miglia da Napoli, ove gli si apparecchiava una nuova resistenza[405].
[405] _Ivi, p. 113. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116. — Fr. Belcarii Com. l. VI, p. 139._
Aveva Ferdinando mandati in questa città Tuttavilla e Prospero Colonna per tentare di trattenere i Francesi, i quali trovarono rotto il ponte del fiume di Sarno: Precì lo fece rimettere senza attaccare la città e continuò il suo cammino alla volta di Napoli. Ferdinando vi si trovava nella più grande perplessità. Il Montpensiero, mancante di viveri, e perduta ogni speranza di soccorso, era entrato in negoziazioni per capitolare, ma il più piccolo accidente, lo zelo di qualche Napolitano del partito angiovino, la cattura di un solo prigioniero poteva annunziargli l'avvicinamento di Precì e la sua vittoria d'Eboli. Inoltre Ferdinando temeva ad ogni istante che il Montpensiero non udisse il cannone de' Francesi, o non vedesse i loro stendardi sulle montagne. Chiamò i suoi nemici ad una conferenza, loro intimando che se non accettavano entro quel giorno le sue proposizioni, non darebbe loro quartiere. Pure i capi, che in egual numero si erano adunati sopra un vascello, invece di venire a qualche conclusione pareva che si riscaldassero disputando. Ogni minuto era prezioso; ma Ferdinando temeva, col mostrarsi impaziente, di risvegliare i sospetti del nemico. Affettò dell'indifferenza, ordinando ai suoi commissarj di ritirarsi se i Francesi non accettavano all'istante il suo _ultimatum_. Il Montpensiero si lasciò intimorire e sottoscrisse. La convenzione portava che ogni ostilità cesserebbe per lo spazio di trenta giorni, a meno che non sopraggiugnesse un'armata francese che obbligasse Ferdinando ad abbandonare la campagna. Durante lo stesso tempo il re di Napoli si obbligava a mandare di giorno in giorno i viveri agli assediati. Se prima del pattuito termine il Montpensiero non veniva soccorso, doveva rimettere a Ferdinando tutte le fortezze di Napoli, ed essere ricondotto in Francia con tutta la guarnigione e gli equipaggi. Ivone d'Allegre, Roberto de la Mark, la Chapelle d'Angiò, Roccabertino e Genlis, furono dati in ostaggio agli Arragonesi per l'osservanza di tali convenzioni[406].
[406] _P. Jovii Hist., l. III, p. 114. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116._
Ma questa stessa capitolazione non faceva però Ferdinando al tutto sicuro; la sua armata, scoraggiata dalle sconfitte, più non pareva in istato di far testa ai Francesi, e molti de' suoi capitani lo consigliavano a lasciar entrare nelle fortezze il Precì, non dubitando che per quanto fosse grande il convoglio che seco condurrebbe, una nuova armata avrebbe bentosto consumati i magazzini della guarnigione. Ferdinando per lo contrario pensò che Precì, dopo avere vittovagliati i castelli, si sarebbe affrettato di uscirne con Montpensiero e colla maggior parte della guarnigione. Risolse adunque di fare un altro sforzo per trattenerlo. Di già i Francesi avevano fatto il giro della città e s'accostavano alle fortezze lungo la spiaggia occidentale; ma questa spiaggia, chiusa tra il mare e gli scogli, offriva molti punti che agevolmente potevano difendersi. Prospero Colonna attentamente afforzò il passaggio intorno al promontorio di Eccia, presso Posilippo; ordinò in battaglia l'armata napolitana dietro quei trinceramenti. I tamburi, le trombe e le continue scariche dell'artiglieria, gli davano una bellicosa apparenza, che probabilmente la prova avrebbbe smentita[407].
[407] _P. Jovii, l. III, p. 116. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116._
Ma più ancora che dal guerriero contegno dell'armata napolitana, il Precì fu sorpreso dal silenzio di Montpensiero e dell'artiglieria de' castelli. A stento potè fargli giugnere col mezzo di alcuni pescatori la notizia della vittoria di Eboli, e de' soccorsi che gli conduceva. Il Montpensiero rispose tristamente, che si era legate le mani, che finchè Ferdinando terrebbe la campagna, più non gli era permesso di combattere; ma che se Ferdinando veniva respinto entra la città, ancor esso farebbe una vigorosa sortita. Il Precì non aveva sufficienti forze per attaccare ne' suoi trinceramenti una grossa armata che aveva inoltre a suo favore il vantaggio del terreno. La flotta arragonese si era accostata alla spiaggia, e cominciava a molestarlo col suo fuoco, onde si vide costretto a ritirarsi. La cavalleria napolitana lo inseguì fino a Nola, ma sempre tenendosi ad una certa distanza per non essere costretta a venire a battaglia. Colà credette di sorprendere in una taverna alcuni uomini d'armi francesi che vi si erano trattenuti; ma questi fecero bentosto fuggire i loro assalitori, i quali fuggendo sparsero un timore panico in tutta l'armata; e se nubi di polvere affatto impenetrabili non avessero vietato ai Francesi di vedere il disordine dell'armata nemica, questa avrebbe in quell'incontro sofferta una terza sconfitta più fatale delle precedenti. Precì che non poteva pure sospettarlo continuò a ritirarsi per la via di Sarno e di Sanseverino, e diede alle sue truppe i quartieri d'inverno[408].
[408] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 118._
Il Montpensiero, vergognandosi di avere fatta mancare una spedizione così ben diretta per la sua liberazione, vergognandosi di essere stato ingannato dalla fermezza ostentata da Ferdinando nell'istante in cui questo re era minacciato da così urgente pericolo, inoltre consigliato dal principe di Salerno, il più accanito nemico della casa d'Arragona, non si mostrò gran fatto sottile osservatore della capitolazione che aveva sottoscritta. Prima che terminasse il mese approfittò della lontananza della flotta napolitana per imbarcarsi di notte con due mila cinquecento uomini, chiusi con lui nelle fortezze, e trasportarli a Salerno. Egli non lasciò alla custodia de' castelli che tre cento uomini, che ricusarono di consegnarli nel prefinito termine, e si difesero finchè loro affatto non mancarono i viveri, sebbene Ferdinando minacciasse più volte di far appiccare gli ostaggi che aveva in suo potere. All'ultimo Castel Nuovo gli fu consegnato in sul finire dell'anno, e castel dell'Uovo in principio del susseguente[409].
[409] Castel Nuovo l'8 di dicembre, e quello dell'Uovo il 17 di febbrajo. _P. Jovii Hist. sui temp., l, III, p. 119. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116. — Chron. Venet., t. XXIV, p. 31-34. — Alleg. Allegretti, p. 834. — Mém. de Guille de Villeneuve, t. XIV. p. 47._
Tutte le perdite che i Francesi avevano fatte nel regno di Napoli erano per loro tanto più amare, quanto più conoscevansi lontani dalla loro patria, ed affatto abbandonati dal loro sovrano. Mentre essi combattevano, e successivamente perdevano la capitale e le migliori città del regno, sapevano che Carlo VIII andava sempre più allontanandosi, e che finalmente, giunto ne' suoi stati, aveva abbandonato ogni pensiero di governo per ingolfarsi ne' piaceri de' quali erasi mostrato così avido. Se deboli erano essi medesimi, non erano fin allora stati attaccati che da un nemico egualmente debole; ma essi volgevano con inquietudine lo sguardo su tutta l'Italia, e vedevano i loro nemici acquistarsi una irresistibile preponderanza, mentre che nuovi errori facevano perdere al loro re anche gli ultimi suoi partigiani. La repubblica di Firenze era la sola alleata che restasse alla Francia. Per mezzo degli stati di lei soltanto Carlo VIII poteva mantenere ancora qualche comunicazione con Montpensiero; e co' di lei sussidj poteva tuttavia far rimettere qualche danaro all'armata: pure invece di restituire ai Fiorentini le fortezze che aveva da loro avute contro promessa di restituirle, aveva lasciata parte delle sue truppe al servigio de' loro nemici. Un corpo di soldati Guasconi era rimasto al soldo dei Pisani; era stato adoperato tutta la state a danno de' Fiorentini nel ricuperare le fortezze del territorio pisano, ed aveva in Toscana introdotte tali abitudini di ferocia, di cui le antiche guerre d'Italia non avevano esempio. I soldati italiani avevano imparato dai Francesi ad inghiottire prima di venire a battaglia tutto l'oro che avevano, per sottrarlo ai nemici quando fossero fatti prigionieri; in appresso i Guasconi insegnarono agl'Italiani a sventrare i prigionieri per cercare nelle loro viscere l'oro nascosto al vincitore. Tali atrocità si rinnovarono da ogni banda, finchè furono spenti quasi tutti i Guasconi dopo la conquista fatta dai Fiorentini de' castelli di Ponsacco, Lario, Peccioli, Tojano e Palaja[410].
[410] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 216. — P. Delphini, l. IV, ep. 47 ap. Rayn. Ann. 1495, § 32, t. XIX. — P. Jovii, l. III, p. 100. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 135. — Jac. Nardi, l. II, p. 42._