Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 20
[376] _Phil de Comines Mém., l. VIII, c. XVII, p. 360._
La città era di già evacuata, e le conferenze, che tenevansi ogni giorno, sembravano promettere un vicino felice risultato. Vi assisteva Lodovico il Moro con sua moglie la duchessa di Milano, nella quale riponeva tutta la sua confidenza, quando il balivo di Digione, ch'era stato spedito nella Svizzera per farvi leva di cinque mila uomini, giunse a portata del campo francese colle prime colonne di questo nuovo corpo di truppe. La spedizione nel regno di Napoli, dove Carlo VIII aveva per la prima volta condotti soldati svizzeri, aveva inspirato in que' montanari un nuovo ardore e riempitili di larghe speranze; credevano che le ricche pianure della Lombardia fossero abbandonate in loro balìa. Non avevano cominciato che da poco tempo a mettersi al soldo delle straniere nazioni, e questa strada d'acquistare ricchezza e gloria offriva loro tutto l'allettamento della novità. Sebbene il balivo di Digione non avesse voluto levarne che cinque mila, se n'erano spontaneamente posti in cammino alla volta dell'Italia venti mila, onde si dovettero dare ordini tali ai confini del Piemonte che impedissero il passaggio a maggior numero di gente, altrimenti perfino le donne ed i fanciulli parevano volenterosi di scendere in Italia[377].
[377] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XVII, p. 363. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 123. — P. Jovii, l. III, p. 97. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VII, p. 186._
L'arrivo di questa inaspettata moltitudine, che tanto cambiava la proporzione delle forze delle due armate, avrebbe al certo impedita l'evacuazione di Novara, quando non avesse avuto luogo due o tre giorni prima. Poteva inoltre dare motivo a nuove deliberazioni, se tornasse meglio di rompere le negoziazioni, o se il re con una così grossa e bellicosa armata, e diretta da così valorosi ufficiali, non doveva cogliere l'opportunità di tentare la conquista della Lombardia. Non potevasi dubitare che l'evacuazione di Novara e la ritirata di Carlo VIII al di là delle Alpi non dovesse scoraggiare totalmente l'armata che tuttavia difendeva il regno di Napoli, sconcertare tutti i partigiani della Francia, e rialzare invece le abbattute speranze, e l'orgoglio del partito nemico. Vero è che il campo veneziano era in così forte posizione e fiancheggiato da così ragguardevoli opere, che temeraria cosa sarebbe stata quella di volerlo forzare, ma se invece d'attaccarlo, i Francesi si fossero incamminati alla volta di Milano o di Pavia, avrebbero costretto il marchese di Mantova a seguirli, non lasciandogli che la scelta tra una battaglia e la perdita del paese ch'egli doveva difendere. Ai Francesi non si era giammai offerta più bella occasione di acquistare il dominio dell'Italia, ed il duca d'Orleans colla sua eloquenza e col suo credito cercava pure di persuaderlo[378].
[378] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 123. — Phil. de Comines, l. VIII, c. XVII, p. 364._
Ma il duca d'Orleans non aveva alla corte grandissima influenza; anzi era gagliardamente sospetto ai favoriti del re: era tuttavia fresca la memoria delle guerre civili cui aveva presa parte, ed invece di favoreggiare il suo ingrandimento, la corte inclinava ad impedirgli l'acquisto del Milanese: Gian Giacomo Trivulzio proponeva ai Veneziani un parziale trattato con Carlo VIII, in virtù del quale Lodovico il Moro sarebbe stato costretto a rassegnare a Massimiliano Sforza, figlio di suo nipote Giovan Galeazzo, il ducato di Milano, mentre che Cremona col suo territorio sarebbesi ceduta ai Veneziani in pagamento delle spese della guerra[379]. Questo trattato, che non ebbe effetto, contribuì per altro a indebolire la vicendevole confidenza delle potenze italiane.
[379] _Ber. Oricellarii Comm. de Bello Ital., p. 89._
Ma la disposizione della nobiltà francese era quella che più d'ogni altra cosa si opponeva al rinnovamento delle ostilità. Era la nobiltà stanca di questa spedizione; più non voleva combattere, ed ardentemente desiderava di ripatriare: perciò pretendeva che più non avesse l'armata abbastanza uomini d'armi per mantenere una certa proporzione con una così grossa massa di fanteria forastiera; e questa stessa considerazione fece luogo a strani sospetti contro quelle milizie svizzere ch'erano accorse con tanta avidità. Dichiaravano i cortigiani essere estrema imprudenza l'esporre il re e tutta la nobiltà del regno all'arbitrio di una moltitudine indomita, orgogliosa e conscia della propria possanza. Si opposero perciò all'unione di dieci mila uomini, ch'erano rimasti al di là di Vercelli, cogli altri dieci mila di già arrivati al campo; e diedero tanta importanza a tali assurdi timori, che le truppe, che dovevano inspirare la maggiore confidenza, erano invece diventate l'oggetto della maggiore paura.
In tale situazione Carlo VIII si fece conoscere apparecchiato ad abbandonare ogni vantaggio, se si potesse a tale prezzo ridurre il duca di Milano a staccarsi dalla lega ed a fare con lui un parziale trattato. Lo avevano a ciò disposto le precedenti negoziazioni coi Veneziani, e gli stessi Veneziani non vi frapposero ostacolo, persuasi che la sola cosa necessaria alla tranquillità dell'Italia era la ritirata di Carlo VIII al di là delle Alpi. Infatti il giorno 10 d'ottobre nel campo di Vercelli fu conchiuso un trattato di pace e d'amicizia tra Carlo e Lodovico il Moro, duca di Milano. Si convenne che Novara sarebbe ceduta a quest'ultimo, che conserverebbe anche Genova, ma come feudo della Francia, e che il re potrebbe in questa città fare come in addietro gli apparecchj necessarj alla difesa di Napoli. Inoltre il duca prometteva di perdonare a tutti i suoi sudditi che avevano seguito il partito francese, di rendere a Gian Giacomo Trivulzio il godimento de' suoi beni, di rinunciare all'alleanza di don Ferdinando, re di Napoli, e d'unirsi al re contro la repubblica di Venezia, se nello spazio di due mesi questa non accedeva allo stesso trattato. Ma per sicurezza di tutte queste promesse, alle quali niuna persona dava fede, nè meno coloro dell'armata francese che chiedevano la pace, il re non doveva avere altra guarenzia che la fortezza del Castelletto di Genova, e questa ancora non doveva essere posta nelle sue mani, ma consegnata al duca di Ferrara, suocero del duca di Milano, il quale prometteva di darla al re di Francia, ogni qual volta suo genero mancasse a' suoi obblighi verso il re[380].
[380] Lo stesso Trattato in 46 articoli viene riportato da _Dionigi Godefroy, Observations sur l'Hist. de Charles VIII, p. 722, 727. — Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. XVIII, p. 366. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 124. — André de la Vigne, Journal, p. 186. — Chron, Ven., t. XXIV, p. 28. — P. Jovii Hist., l. III, p. 98. — Ber. Oricellarii Somm., p. 91. — Ant. Ferroni, l. II, p. 22._
Ebbe appena Carlo sottoscritta e giurata questa pace, che, cedendo a quella impazienza di ritornare in Francia che formava il voto di tutta la sua nobiltà, non che il suo, apparecchiossi a partire all'indomani alla volta di Trino nel Monferrato. Vero è che gli Svizzeri, i quali erano venuti in Italia con tante speranze, e che trattavasi di rimandare alle case loro senza nemmeno corrisponder loro il convenuto soldo, cominciavano a tumultuare; e si aveva allora qualche ragione di temere quello che in addietro si era finto gratuitamente di credere, cioè che volessero ritenere il re come ostaggio di ciò che loro era dovuto. Si offriva loro soltanto un mese di paga, lo che bastava appena ad indennizzarli delle spese sostenute per uscire dal loro paese, e di quelle che far dovevano per ritornarvi. Essi domandavano il soldo di tre mesi, come Lodovico XI si era obbligato di fare nelle capitolazioni convenute coi loro cantoni, qualunque volta li chiamasse; ed all'ultimo convenne soddisfarli non col danaro, che ciò non era possibile, ma dando loro ostaggi e cambiali[381]: ed allora si ritirarono tra le loro montagne. Il re lasciò in Asti Gian Giacomo Trivulzio con cinquecento lance francesi per agevolarsi in avvenire l'ingresso in Italia: ma questi cavalieri, non potendo resistere all'ardente desiderio di rivedere la loro patria, non ubbidirono; e nello spazio di pochi giorni quasi tutti ripassarono le Alpi senza congedo[382]. Il re con tutto il rimanente dell'armata partì da Torino il 22 ottobre alla volta di Susa, indi, prendendo la strada di Brianzone e di Embrun, valicò le Alpi con tanta celerità, come se avesse alle reni un'armata vittoriosa. Il 25 d'ottobre arrivò a Gap nel Delfinato, ed il 27 a Grenoble[383].
[381] _Phil. de Comines Mém., l. VIII, c. XVIII, p. 369._
[382] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 129._
[383] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, p. 187._ — Questo scrittore chiude il suo giornale coll'ingresso del re in Lione il 7 novembre del 1495, _p. 189_. Costui era segretario di Anna di Bretagna, ed era _per espressa volontà e comando del re ch'egli scriveva_ questa narrazione. È ingenua e talvolta dilettevole, ma spesse volte adula il re o la vanità de' suoi compatriotti, senza punto curarsi della verità.
Questa breve spedizione del re di Francia, che così precipitosamente abbandonava conquiste fatte colla stessa rapidità, lasciava da una all'altra estremità dell'Italia i semi di nuove guerre, di rivoluzioni e di calamità; ed in quel modo che un segreto lievito di odj e di miserie erasi sviluppato a cagione del suo passaggio in tutti i principati ed in tutte le repubbliche, così un nuovo veleno, il marciume d'una malattia fin allora ignota, si sparse dalla stessa armata francese in seno alle famiglie nel suo ritorno da Napoli. Questa crudele malattia, che Francesi chiamarono lungo tempo il male di Napoli, e gl'Italiani il mal francese, era senza dubbio stata portata a Napoli da qualche Spagnuolo, cui era stata comunicata da' primi compagni che Cristoforo Colombo aveva ricondotti dalla sua spedizione dell'America. Forse, trovandosi in allora circoscritta in un piccol numero d'individui, avrebbe potuto essere soffocata ne' suoi principj, se una guerra così universale, così lunghe marcie d'eserciti e la militare licenza, non l'avessero diffusa con una sorprendente rapidità, e comunicata in brevissimo tempo alla massa del popolo in Francia ed in Italia. Cristoforo Colombo non era rientrato nel porto di Palos, di ritorno dal suo primo viaggio, che il 15 marzo del 1493; e nel corso di quella primavera la malattia cominciò a diffondersi nel Portogallo, nell'Andalusia e nella Biscaglia[384]. Dopo due anni la stessa malattia, che non si comunica come le altre contagioni ordinarie, e che non infettava mai un nuovo individuo senza che questi non dovesse il suo male ad una colpa, aveva di già disseminato il suo veleno tra gli Spagnuoli, gl'Italiani, i Francesi, gli Svizzeri, i Tedeschi, e per dirlo in una parola in più della metà dell'Europa[385].
[384] _Bart. Senaregæ de Reb. Genuens., l. XXIV, p. 558._
[385] _Guicciardini, l. II, p. 130. — Fr. Belcarii, l. VII, p. 189._ — L'imperatore Massimiliano, persuadendosi che questa malattia fosse una conseguenza delle bestemmie che spesse volte pronunciavano le persone dissolute ne' postriboli, in tale occasione pubblicò in Worms, il 7 agosto del 1495, un editto severissimo contro i bestemmiatori. _Extat ap. Raynal., t. XIX, p. 446, § 39, 40 e 41. — Agost. Giustiniano Ann. di Genova, f. 253._ Sembra che allora niuno sapesse ancora la maniera con cui questa malattia si comunica.
CAPITOLO XCVII.
_Ferdinando II rientra nel regno di Napoli e ricupera la sua capitale. — I Francesi vendono ai nemici del Fiorentini le fortezze che occupavano in Toscana. — Vengono sforzati a capitolare ad Atella, ed evacuano il regno di Napoli. — Morte di Ferdinando II._
1495 = 1496.
I moderni tempi, in mezzo a continue guerre, offrirono un così piccolo numero di conquistatori, contansi così pochi re che abbiano essi medesimi condotte le loro armate, così pochi che non abbiano provate grandi sventure dopo essersi posti alla loro testa, che Carlo VIII, per la rapida conquista del regno di Napoli, occupa un luminoso posto nella storia della Francia. Egli è dopo san Luigi il primo monarca, di cui gli storici francesi abbiano a raccontare una brillante e lontana spedizione; i suoi successori, sebbene più prudenti e più esperti nell'arte della guerra, non furono di lunga mano fortunati al paro di lui. Perciò i Francesi lo hanno per lo più rappresentato come un glorioso conquistatore, e tra i loro storici cortigianeschi la maggior parte si sdegna contro il Comines e contro gli scrittori italiani, per avere detto, che aveva poco ingegno, non carattere, non abitudine all'applicazione; tanto è vero che nelle conquiste e nella condotta di un'armata trionfatrice avvi qualche cosa che abbaglia il volgare, e si trae dietro la sua ammirazione.
Pure, per giudicare Carlo VIII, importa meno di esaminare se effettivamente gli mancassero i talenti militari, e se non andasse debitore che alla fortuna delle sue luminose conquiste, quanto il cercare ciò ch'egli poteva ripromettersi dai suoi prosperi successi, e quali felici risultamenti per la Francia, o per i paesi in cui portava le armi, compenserebbero i mali inseparabili dalla guerra. Ora l'impossibilità in cui erasi posto Carlo VIII di conservare il regno di Napoli, sia che vi restasse, o sia che se ne allontanasse, abbastanza dimostra con quanta leggerezza avesse concepiti i suoi progetti, e con quanta indifferenza sagrificava la vita degli uomini alla sua vanità.
Al certo sarebbe un bene per l'umanità, se la storia fosse sempre severa nel giudicare lo spirito di conquista, se lavorasse sempre a distruggere quel funesto entusiasmo, quell'ubbriachezza delle vittorie, che seduce le nazioni ed i loro capi, e che fa loro sagrificare la propria felicità ad una sanguinosa gloria. Ma prima di tutto dev'essere giusta verso i conquistatori, ed i rimproveri che fa a ciascheduno di loro non devono essere i medesimi: ella ha il diritto di chiedere ad Alessandro, se non volle acquistare a troppo caro prezzo il compimento dei suoi progetti, allorchè, per fondare un nuovo impero, per riformare i costumi e le leggi di un popolo schiavo e corrotto, per umiliare un potente nemico, sconvolse la metà dell'Asia, e fece spargere più sangue e dissipò più tesori di quel che di felicità futura il perfetto compimento de' suoi disegni promettesse all'umanità: può domandare a Carlo Magno, a Federico II, con quale diritto avventurarono la sorte dell'umanità dietro i loro calcoli, e sagrificarono l'attuale generazione alla futura, ammettendo ancora, che, dopo il compimento de' loro progetti, abbiano procurata ai popoli conquistati una migliore condizione o una durevole prosperità.
Ma nella spedizione di Carlo VIII, la posterità non può trovare alcuna cosa che gli serva di scusa, e che permetta di scordarci un istante il male grandissimo che fece all'umanità. Non furono nè vasti progetti di legislazione o di ordine sociale che gli posero le armi in mano, non il desiderio di soccorrere oppressi sventurati, non quello di mettere fine ad enormi abusi, ad un assassinio, ad una tirannide, ad una persecuzione, che disonorano l'umanità: egli non aveva antiche nimicizie nazionali da soddisfare, non offese fatte all'onore del suo popolo da vendicare, non pericoli da prevenire: per ultimo non aveva nè meno probabili speranze di conservare quello che conquistava. Perchè il padre di Carlo VIII si era fatto cedere, in forza d'illegali contratti, i supposti diritti degli eredi di un usurpatore, Carlo si affrettava di portare la guerra in un paese, in cui non v'era possibilità che si mantenesse, di rovesciare la costituzione di tutti gli stati che attraversava il suo esercito, di esaurire con eccessivi sforzi il suo proprio regno, e d'introdurre in quello, cui erasi annunciato come liberatore, non solo i mali inseparabili dalle conquiste, ma tutti quelli della guerra civile, di una lunga anarchia, e della tirannide di soldati feroci.
Carlo VIII, prima di entrare nel regno di Napoli, era stato avvisato da Fonseca dello scontento del re di Spagna, e da Comines delle negoziazioni del duca di Milano e de' Veneziani: doveva dunque prevedere come cosa indubitata la lega che si formò contro di lui nella parte settentrionale dell'Italia, e tostochè si era dichiarata, non aveva altro partito da prendere che quello di ritirarsi immediatamente. Il solo articolo che poteva essere soggetto a disamina, era quello di sapere se lascerebbe un'armata per difendere le sue conquiste, o se evacuerebbe il regno così compiutamente come aveva fatto pochi mesi prima il suo competitore della casa d'Arragona. Nel primo caso era impossibile che la metà della sua armata difendesse ciò che intera non era in istato di conservare; nel secondo caso sagrificava que' Napolitani che si erano per lui compromessi verso i loro antichi padroni, e pagava d'ingratitudine i servigj che gli avevano resi tutti i partigiani della casa d'Angiò. In qualunque modo si contenesse non poteva cagionare che patimenti e calamità senza numero.
Ferdinando II erasi ritirato a Messina dopo avere perduto il suo regno; colà fu visitato da suo padre, Alfonso, che da Mazara venne a ritrovarlo vestito da religioso; vi trovò pure Ferdinando Consalvo, della casa d'Anguillara, nativo di Cordova, che i re di Spagna avevano mandato in Sicilia con cinque mila fanti e sei cento cavalieri spagnuoli per difendere quell'isola[386]. Gli Spagnuoli colla consueta loro jattanza avevano nominato Gonsalvo di Cordova generalissimo, ossia _gran capitano_ della piccolissima loro armata, ma la posterità applicò in diverso significato questo epiteto al nome di Gonsalvo, rendendo giustizia ai singolari suoi militari talenti, ed alla riputazione che di già si era acquistata nelle guerre di Granata[387].
[386] _P. Jovii de vita Magni Consalvi Cordabensis, l. I, p. 176, edit. Flor. in fol. 1551._
[387] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 112. — P. Jovii, l. III, p. 79. — Summonte delle Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 516._
Quantunque Carlo VIII non fosse ancora partito da Napoli, Ferdinando II aveva avuto avviso della rivoluzione apertasi in suo favore negli animi de' suoi sudditi, e sapeva di essere vivamente desiderato dai popoli che lo avevano con tanta leggerezza abbandonato. I suoi partigiani lo richiamavano, ed egli era disposto ad assecondare i loro inviti. Alfonso gli aprì i tesori che aveva seco portati quando era fuggito. Ugone di Cordova, cognato del marchese d'Avalos, il più affezionato servitore della casa d'Arragona, assoldò per lui alcune compagnie d'infanteria in Sicilia; il Gonsalvo promise di secondarlo con una parte degli Spagnuoli che aveva seco condotti, e prima che terminasse il maggio del 1495, Ferdinando si presentò sotto Reggio di Calabria, la di cui fortezza era sempre stata in mano de' suoi soldati: la città si dichiarò subito a suo favore, ed in pochi giorni il fugitivo monarca vi adunò un'armata di sei mila uomini[388].
[388] _P. Jovii vita Magni Consalvi, l. I, p. 176. — Fr. Guicciardini, l. II. p. 112. — P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 80. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 175._
Nello stesso tempo il partito arragonese andava riprendendo coraggio nelle province del regno, ed ovunque cominciava a minacciare i Francesi. Antonio Grimani si era fatto vedere sulle coste della Puglia con ventiquattro galere veneziane; cui si erano subito uniti don Federico, zio del re, don Cesare, suo fratello naturale, e Camillo Pandone con tre galere. Attaccarono Monopoli, città difesa da grossa guarnigione francese e secondata dagli stessi abitanti. Il Grimani, per eccitare il coraggio e la cupidigia degli Stradioti, che aveva condotti da Corfù, promise loro il sacco della città se la prendevano d'assalto. La città fu presa e trattata barbaramente; e l'ammiraglio veneziano potè a stento salvare la vita delle donne e de' fanciulli che si erano rifugiati nelle chiese[389].
[389] _P. Jovii Hist., l. III, p. 80. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 114. — P. Bembi Ist. Ven., l. III, p. 47._
Quest'atto di barbarie venne quasi subito imitato dal contrario partito. La città di Gaeta, una delle più ricche e delle più forti del regno, era stata data in feudo al siniscalco di Belcario: era custodita da pochi soldati francesi, ed i borghesi, di già stanchi del loro governo, diedero tumultuariamente mano alle armi, non dubitando di poterli scacciare dalle loro mura. Gli attaccarono, incoraggiandosi col nome di Ferdinando, che andavano ripetendo ad alta voce: ma i veterani francesi, essendosi riuniti in un sol corpo, ricevettero il loro urto senza scomporsi. In breve gl'insorgenti, avvedendosi di non potere sgominare questo corpo immobile, si scoraggiarono; fuggirono disordinati, ed imbarazzandosi nelle loro medesime armi, per le anguste strade della città; più non poterono resistere ai Francesi che gl'inseguivano, e che, diventati più furibondi e crudeli in ragione della grandezza del pericolo, continuarono lungo tempo la carnificina anche dopo terminata la pugna. Essi non davano quartiere a verun prigioniero, non curavansi di far bottino, ma si andavano avanzando da una in altra strada, uccidendo senza distinzione d'età o di sesso tutti coloro che cadevano loro tra le mani. Ne' quartieri da loro corsi non si salvarono che que' pochi che gettandosi in mare dalla sommità degli scogli, poterono salvarsi a nuoto. Non sarebbe sopravvissuto verun abitante di Gaeta, se la notte, che sopravvenne, non avesse posto fine a tale carnificina. Ed in tal modo l'uccisione ed il sacco degli abitanti di due fiorenti città, poste una sol golfo Adriatico, l'altra sul mar Tirreno, eseguitosi in una dai soldati greci de' Veneziani, nell'altra dai Francesi, furono come il preludio delle calamità che i barbari recavano all'Italia col loro nuovo sistema di guerreggiare[390].
[390] _Ber. Oricellarii Com., p. 93. — P. Jovii Hist., l. III, p. 81. — P. Bembi Ist. Ven., l. III, p. 45. — Fr. Belcarii, l. VI, p. 176._
Intanto Ferdinando II riduceva alla sua ubbidienza le piccole città della Calabria. Avendogli sant'Agata aperte le sue porte, egli s'innoltrò verso Seminara, dove sorprese e fece prigioniere un piccolo corpo di truppe francesi. Aubignì, che aveva il comando della Calabria, sentì la necessità di comprimere all'istante questi movimenti d'insurrezione. Aveva pochissime truppe sotto di lui, ma le ingrossò con tutte le milizie provinciali che poterono somministrargli i baroni del partito d'Angiò e col piccolo corpo francese che Precì, fratello d'Ivone d'Allegro, comandava nella Basilicata. Questi seppe nascondere la sua marcia a Ferdinando, il quale non ebbe contezza di tale unione. Ad ogni modo Gonzalvo di Cordova consigliava il re a non venire a battaglia, perchè di tutta la sua armata credeva di non potere far capitale che de' suoi settecento cavalieri spagnuoli, e non pensava pure che questi potessero stare a fronte degli uomini d'armi francesi[391]. Ma le milizie calabresi, che si erano adunate intorno a Ferdinando, lo andavano eccitando a condurle alla battaglia. I suoi gentiluomini gli dicevano che superavano due o tre volte di numero la piccola armata francese; che bisognava rilevare le prostrate speranze dei popoli con una vittoria, e che non si giugnerebbe a riconquistare il regno, mostrando sempre la stessa pusillanimità con cui si era perduto. Ferdinando, desideroso egli medesimo di ricuperare la sua riputazione militare, fece uscire le sue truppe da Seminara, e si presentò al nemico[392].
[391] _P. Jovii de vita Gonzalvi, l. I, p. 177._
[392] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 84._