Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 2
Rendesi necessaria una più universale partecipazione della nazione agli onori pubblici per ravvivare l'entusiasmo, animare il patriottismo, e porre tra le mani dei capi dello stato la forza di ogni individuo. Non è che in proporzione di questa reale o immaginaria partecipazione di tutti gli abitanti dello stato alla sovranità, che le repubbliche acquistano, con un'energia tanto superiore, tanti mezzi di attacco o di difesa, quanti non saprebbero trovarne le monarchie di uguale popolazione e ricchezza. La sovranità di una repubblica sopra tutti i suoi cittadini è sempre più estesa che non quella del più dispotico monarca, per la ragione che siamo sempre più padroni de' proprj movimenti che di quelli di un altro, fosse anche uno schiavo. Vero è che ne' tempi di calma il principe assoluto può permettersi molti atti arbitrarj che sono vietati ad un governo libero, ma il superfluo delle forze, ch'egli trova allora, gli manca nell'istante del bisogno. Allorchè vorrebbe riunire tutte le forze individuali verso il solo scopo della difesa nazionale, è costretto d'impiegare una porzione de' suoi sudditi per costringere l'altra, e metà delle sue forze si paralizza da sè stessa. Un duca di Milano avrebbe veduto ribellarsi tutti i suoi stati, se in tempo di guerra avesse caricati i suoi sudditi della metà soltanto delle imposte che i Fiorentini s'imponevano da loro medesimi, perchè i Milanesi non avevano che un mediocre interesse di ubbidire piuttosto ad un Visconti o ad uno Sforza, che ad un Francese o ad un Tedesco, mentre rispetto al Fiorentino trattavasi di comandare o di ubbidire. Ma nel tredicesimo secolo, quand'ogni città era libera e governata popolarmente, sarebbesi trovato lo stesso potere di resistenza in ogni piccolo cantone della Toscana; circa la fine del quindicesimo, quando Pisa, Pistoja, Prato, Arezzo, Cortona, Volterra, erano soggette alla repubblica fiorentina, queste città ed i loro distretti non la servivano che come i sudditi servono un monarca; gli abitanti misuravano i sagrificj coi vantaggi spesso dubbiosi che potevano sperare dalla loro ubbidienza, e la repubblica poteva dirsi felice, se nell'istante del suo maggiore pericolo non si ribellavano.
Nel corso del quindicesimo secolo, Pisa fu la sola repubblica di primo ordine che cadde sotto il giogo di una repubblica rivale. La sua servitù privò tutta l'Italia della popolazione, del commercio, della navigazione, del valore militare di una delle sue più fiorenti città; e questa conquista, invece di accrescere la potenza di Firenze, la diminuì, perchè i Fiorentini non seppero, o non vollero far entrare i Pisani nella loro repubblica; non pensarono invece che ad indebolirli, ad incatenarli colle fortezze, a privarli dei mezzi di ribellarsi: dopo tale epoca tutte le forze destinate alla custodia di Pisa si levarono dai Fiorentini con pregiudizio di quelle con cui potevano difendersi. Ma se il numero de' cittadini liberi non provò quasi verun'altra diminuzione, il giogo che pesava sulle città suddite venne continuamente aggravato dall'insensibile lavoro di tutto il secolo. Quelle che volontariamente si erano poste sotto la protezione di repubbliche più potenti, non avevano perciò creduto di perdere la loro libertà, avevano solamente contratta un'alleanza disuguale, che non alterava il loro governo municipale, che spesso ancora le aveva liberate da una domestica tirannide. Soltanto l'andare del tempo toglie a quello che ha poco, ed aggiugne all'altro che ha molto; i privilegi de' più deboli sono ogni giorno meno rispettati, mentre le prerogative del più forte si vanno ogni giorno sempre più consolidando in conseguenza degli abusi che si cambiano in diritti. In tal maniera la città dominante diventò capitale, e suddite le città protette. Questo cambiamento si effettuò contemporaneamente in tutte le città che i Veneziani avevano sottratte ai tiranni della Marca Trivigiana, sebbene, mandando loro lo stendardo di san Marco, essi dicessero di render loro la libertà: si eseguì egualmente in tutte quelle che i Fiorentini avevano conquistate in Toscana, ed in tutte quelle delle due Riviere, che ubbidivano ai Genovesi.
La libertà politica, ossia la partecipazione degli uomini alla sovranità, aveva diminuito nelle capitali, perchè il numero de' cittadini s'andava sempre più ristringendo; aveva diminuito nelle città suddite, perchè i privilegi di queste città erano stati considerabilmente ristretti: finalmente aveva diminuito d'intensità, se posso così esprimermi, perchè i diritti di coloro ch'erano rimasti cittadini nelle repubbliche indipendenti, erano stati intaccati o circoscritti, e la sovranità del popolo più non era rispettata. Mentre che la repubblica di Venezia si andava sempre più ciecamente assoggettando ad una gelosa aristocrazia, la libertà a Firenze, a Genova, a Lucca, a Siena, era per lo meno esposta a rimanere frequentemente e lungo tempo sospesa. I Fiorentini, nel quindicesimo secolo, lasciarono usurpare alla famiglia de' Medici un potere di poco inferiore a quello dei re in una monarchia temperata. I Genovesi precipitarono più volte da frenetici la loro repubblica sotto il giogo di un principe straniero. Lucca rimase trent'anni sotto la tirannide di Pandolfo Petrucci; Bologna, che aveva così nobilmente figurato tra le repubbliche italiane, s'avvezzò poc'a poco al giogo dei Bentivoglio; Perugia, che brillò alcun tempo con quasi eguale splendore, poichè fu assai malmenata dalle fazioni degli Oddi e de' Baglioni, abbandonò finalmente agli ultimi il sovrano potere; e tutte le città dello stato della Chiesa, che pel corso di due o tre secoli avevano avuto governo repubblicano, perdettero fin l'ombra della libertà.
Dopo essersi lasciati privare dell'esercizio dei loro diritti, i popoli conservavano tuttavia qualche sentimento d'orgoglio nazionale, quando risguardavano come opera loro l'autorità cui dovevano sottomettersi. In principio del quindicesimo secolo, la maggior parte de' principi che regnavano nelle città d'Italia erano stati innalzati alla sovranità da un partito formatosi tra i loro concittadini; così nominatamente ricevevano la loro autorità dal popolo, e, quando ancora non mostravano verun riguardo per la sua libertà, conservavano per lo meno, e riscaldavano in esso l'amore dell'indipendenza nazionale. Tutti i diritti esercitati da una nazione sono di una natura in parte metafisica, e non è facile il definirli per le persone di non fino intendimento, onde non dobbiamo maravigliarci, se vengono spesso confusi gli uni cogli altri. Infatti l'indipendenza riceveva dagli Italiani il nome di libertà; gli abitanti di Ravenna chiamavansi liberi sotto l'autorità della casa di Pollenta, perchè non ubbidivano nè al papa, nè ai Veneziani; i Milanesi dicevansi liberi sotto i Visconti, perchè non ricevevano ordini, nè dall'imperatore, nè dal papa, nè dal re di Francia. La stessa illusione prodotta da un nome ancora caro, affezionava il popolo alla cosa pubblica, e non poteva essere distrutta senza lasciare scopertamente vedere che la sola spada dava la legge. Ma il quindicesimo secolo distrusse, rispetto alla maggior parte dei sudditi dei principi, quest'illusione d'indipendenza, come distrusse il sentimento della libertà per quasi tutti i cittadini delle repubbliche; e con questo funesto cambiamento si privarono i governi del loro carattere nazionale, e si rendette l'Italia più debole.
Veramente niun secolo fu più fatale alle principesche case d'Italia, nè distrusse più dinastie: e questa fatalità andò inoltre crescendo negli anni che decorsero, dopo l'epoca in cui ci siamo fermati, fino al 1500. I primi anni del secolo videro perire i Carrara di Padova ed i Scaligeri di Verona, videro nello stesso tempo scomparire tutti que' soldati avventurieri allevati da Giovan Galeazzo Visconti, che dopo la di lui morte eransi fatti sovrani nella loro città natale, o in quelle in cui si trovavano di guarnigione, ma che non si poterono lungamente mantenere. Le conquiste di un altro soldato avventuriere più illustre di tutti loro, di Francesco Sforza, furono ancora più fatali alle antiche dinastie italiane. Egli aveva da principio spogliati molti feudatarj della Chiesa nelle guerre cui dovette il suo primo stabilimento nella Marca d'Ancona, e, quando poi occupò colle armi l'eredità di suo suocero e fece succedere gli Sforza ai Visconti, privò l'intera Lombardia, uno de' più potenti ed importanti stati d'Italia, della illusione della legittimità, che compensava i sudditi di quella libertà che avevano perduta. Tutti gli abitanti del ducato di Milano seppero alla fine che ubbidivano al potere della spada, e che, come solo questa aveva loro dato un padrone, solo questa aveva un eguale diritto di rapirlo loro.
Un secondo stato monarchico, che abbracciava più d'un terzo della popolazione di tutta l'Italia, il regno di Napoli, aveva ancor esso colla forza delle armi mutato padrone alla metà del secolo. Il titolo, che Alfonso d'Arragona vantava sull'eredità di Giovanna II, pareva a lui medesimo così dubbioso, che preferì di fondare la propria autorità sul diritto di conquista; e considerò pure questa conquista come una bastante ragione per disporre per testamento del regno di Napoli a favore di suo figliuolo naturale, Ferdinando, mentre lasciava gli stati che possedeva per diritto ereditario a suo fratello ed ai figliuoli di questi.
Per ultimo, nel centro dell'Italia, ambiziosi papi, poco scrupolosi, e pei loro costumi poco degni di rispetto, rialzarono con continuati sforzi la temporale monarchia della Chiesa, che in principio del quindicesimo secolo trovavasi ridotta in estrema debolezza. Ma ossia ch'essi alienassero di nuovo a favore de' loro figli e nipoti i feudi apostolici che andavano ricuperando, o pure gl'incorporassero alla diretta della Chiesa, essi staccavano egualmente i popoli dai loro rispettivi governi, sostituendo la propria autorità a quella che gli antichi feudatarj avevano nella loro patria; e lasciavano in ogni città un seme di malcontento, levando ad ognuna colla sua piccola corte tutti i proprietarj, tutti i ricchi, tutti gli uomini attivi, che passavano alla capitale per attaccarsi al governo. Per tal modo, mentre l'osservatore superficiale risguarda il quindicesimo secolo in Italia come poco fertile di rivoluzioni, mentre tutti gli storici hanno celebrato la sua tranquillità, la sua prosperità, in confronto alle terribili guerre che vennero in appresso, una più accurata disamina fa scoprire in questo stesso secolo le prime cagioni di quelle guerre e delle funeste loro conseguenze. Queste cause furono il rilasciamento del nodo sociale dall'una all'altra estremità d'Italia, l'indebolimento del patriottismo, e la diffusione in ogni luogo dei semi del malcontento.
Ma se l'Italia non fosse in fatti stata ruinata nel seguente secolo, mai non sarebbesi conosciuto che gli avvenimenti del quindicesimo secolo dovessero produrre tanta rovina. I contemporanei, benchè senza dubbio vedessero con dispiacere dimesse molte istituzioni cui erano stati affezionati i loro padri, non ebbero motivo di lagnarsi di straordinarie calamità, e probabilmente credettero il loro paese in uno stato di crescente prosperità. Quelle stesse rivoluzioni, che mutarono il governo di quasi tutte le parti dell'Italia, svilupparono i più grandi ingegni, ed i più grandi caratteri, e spesso ne ricompensarono gloriosamente i loro autori. Francesco Sforza non riconosceva la sua potenza che dai suoi soldati, mentre i Visconti avevano ricevuta la loro dal popolo; ma lo Sforza era superiore ai Visconti per la nobiltà de' sentimenti, per i suoi talenti amministrativi, per le sue virtù militari. Il re Alfonso era ancor esso forestiero nel regno di Napoli, e la sua violenta usurpazione poteva appena dare fondamento ad un potere legale; ma Alfonso era un grand'uomo, che succedeva ad una donna debole, spregevole, scostumata. Colle sue virtù cavalleresche inspirava entusiasmo a tutti coloro che l'avvicinavano; era inoltre ardente ammiratore dell'antichità, il padre de' letterati, il fondatore di tutte le instituzioni che apportarono splendore a Napoli. Niccolò V diminuì la libertà de' cittadini romani, e Pio II riunì alla santa sede i feudi di molti piccoli principi di Romagna, ma tutti e due illustrarono la santa sede con tanto amore per le lettere, con un sapere, con un'eloquenza, con una liberalità, che forse non troverebbersi in veruno de' loro predecessori, o de' loro successori. Cosimo de' Medici scosse la costituzione della sua patria, ma così vasti furono i suoi progetti, così elevati i suoi pensieri, tanto grande la sua magnificenza, che la posterità è tuttavia disposta, come i suoi concittadini, a chiamarlo il padre della patria. Niun periodo fu più ricco di sommi uomini quanto il quindicesimo secolo, e lo splendore che sfolgoreggia intorno a loro sembra riverberare sulle loro famiglie, sulla loro patria, su tutti coloro che furono subordinati alla loro autorità.
Il quindicesimo secolo non andò esente da guerre: questa calamità, la più terribile di quelle cui trovasi esposta l'umana generazione, è forse necessaria alle società politiche per conservare la loro energia; ma nelle guerre del quindicesimo secolo si osservò ancora qualche rispetto per l'umanità. In questo secolo la città di Piacenza fu la sola delle grandi città d'Italia, che fu esposta agli orrori del saccheggio ed all'intera cupidigia de' soldati. Veruna campagna venne guastata in maniera da distruggere per molti anni la speranza dell'agricoltore; i prigionieri furono dolcemente trattati, e quasi sempre liberati senza taglia dopo essere stati spogliati; le battaglie furono poco micidiali, e troppo poco senza dubbio, poichè talvolta ridussero la guerra a non essere che un giuoco tra i soldati mercenarj, che reciprocamente sfuggivano ogni occasione di nuocersi. Ma niuno in allora avrebbe potuto prevedere che questi vicendevoli riguardi esporrebbero gl'Italiani a vergognose disfatte, quando dovessero sostenere l'urto delle altre nazioni. Le loro truppe venivano continuamente esercitate, le loro armi erano della tempra migliore, i loro cavalli della più vigorosa razza. Gli uomini d'arme italiani, che Francesco Sforza aveva mandati a Lodovico XI, erano tornati gloriosi dalle guerre civili della Francia, ed i Veneziani non eransi trovati inferiori ai Tedeschi, quando furono in guerra coll'Austria. Un grandissimo numero di capitani tutti italiani eransi formati nelle due scuole de' Bracceschi e de' Sforzeschi: eransi tenuti esercitati, e mai non avevano deposta l'armatura dopo qualunque trattato di pace, perchè prestavano alternativamente i loro servigj a tutti gli stati che guerreggiavano; infine essi avevano applicate allo studio teorico del loro mestiere tutte le cognizioni dello spirito più illuminato. Non è a dubitarsi che colui, il quale avanti la fine del quindicesimo secolo avesse predetto agl'Italiani che le loro truppe non farebbero testa un solo istante alle oltramontane, sarebbesi renduto ridicolo; gli sarebbe stato domandato, s'egli credeva che i Barbiano, i Carmagnola, i due Sforza, i Braccio, i Caldera, i due Piccinini, i Coleoni, i Malatesta, non avessero lasciati successori, e se gli oltramontani avevano un sol uomo, che conoscesse al par di loro la teoria e la pratica dell'arte della guerra.
Il tempo de' capi d'opera della lingua italiana non era ancora giunto, ma verun secolo non provò forse maggiore entusiasmo per le lettere quanto il quindicesimo, nè si trovò meglio sulla via della gloria letteraria. Mentre nel restante dell'Europa la nobiltà facevasi un punto d'onore di non saper leggere, non eravi un principe, non un capitano, non un solo de' grandi cittadini d'Italia, che non fosse stato educato nelle lettere, che non istudiasse l'antico con qualche passione, e che non si affezionasse alla gloria degli eroi degli andati tempi con tanto maggiore ardore, quanto più aspirava egli stesso alla gloria. I grandi filosofi che di quest'epoca ristaurarono tutti i monumenti letterarj dell'antichità, i dotti che rinnovarono la filosofia platonica, i poeti che risvegliarono le muse italiane, furono tutti membri de' consiglj de' principi o delle repubbliche, ed ottennero nel governo della loro patria un'influenza cui rare volte c'innalzano le lettere.
L'ultimo Visconti ed il primo Sforza furono egualmente generosi verso i dotti che chiamarono alle loro corti. Vi trattennero lungamente Francesco Filelfo, l'uomo più famoso del secolo per la profonda erudizione, per l'infaticabile studio, e per il grandissimo numero dei suoi discepoli, Cecco Simonetta, segretario di Francesco Sforza, suo primo ministro e governatore de' suoi figliuoli, era ancor esso uomo dottissimo. I consiglj d'Alfonso e la corte di Napoli offrivano la stessa mescolanza di erudizione e di politica. Bartolomeo Fazio, Lorenzo Valla, e soprattutti Antonio Beccadelli, più conosciuto sotto il nome di _Panormita_ erano de' più intimi confidenti e de' più abituali consiglieri del monarca. La repubblica fiorentina aveva contati tra i suoi principali segretarj, Coluccio Salutato, Leonardo Aretino, e Poggio Bracciolini. Cosimo de' Medici contava tra i suoi più cari amici Ambrogio Traversari e Marsilio Ficino. Niccolò V e Pio II, che dallo studio delle lettere erano stati portati sul trono pontificio, pareva che tutta la sovranità loro consacrar volessero a quelle lettere da cui la riconoscevano. Flavio Biondo, Platina, Jacopo Ammanati ebbero l'intima loro confidenza. Il Guarino e Giovan Battista Aurispa ornarono le meno potenti corti di Ferrara e di Mantova, e ne educarono i principi. I Montefeltri ad Urbino, i Malatesta a Rimini trasformarono in qualche maniera i loro palazzi in accademie.
Con questa costante emulazione fra tanti piccoli stati, con tanti lumi sparsi in tutte le province, la letteratura italiana fece rapidissimi progressi. Ma se tutta la penisola fosse stata riunita in una sola monarchia, quest'emulazione sarebbe immediatamente cessata. Con una sola capitale gl'Italiani non avrebbero formata che una sola scuola, i medesimi pregiudizj, i medesimi errori, renduti dominanti dal talento d'un professore, l'intrigo d'una cabala o la protezione di un padrone, si sarebbero uniformemente sparsi in tutte le contrade. Sarebbesi creduto di non potere pensare, scrivere, parlare puramente la lingua che a Roma, per modo d'esempio, come in Francia si crede non poterlo fare che a Parigi: la poesia italiana vi avrebbe perduta la sua originalità e varietà; ed il danno sarebbesi principalmente sentito nelle province, che più non isperando di riaver l'antico lustro, avrebbero cessato di contribuire ai progressi dello spirito, ed in conseguenza non ne avrebbero più risentito il beneficio. Nel quindicesimo secolo non v'ebbe capitale d'uno stato indipendente, per piccola che si fosse, e che non contasse molti uomini distinti, non ebbevi città suddita, per grande che si fosse, che un solo ne conservasse nel suo seno. Pisa, malgrado il suo decadimento, era una città assai più ricca, più popolata, più ragguardevole di Urbino, di Rimini, di Pesaro; ma Pisa, una volta fatta suddita dei Fiorentini, più non produsse un solo uomo distinto nelle cose delle lettere o della politica, mentre le piccole corti di Federico di Montefeltro in Urbino, di Sigismondo Malatesta in Rimini, di Alessandro Sforza in Pesaro, avevano tutte molti filosofi e molti letterati. Ferrara e Mantova non avevano maggiore popolazione di Pavia, di Parma, di Piacenza; ma nelle prime brillavano in tutto il loro splendore le arti, la poesia, le scienze, mentre che, in tutto lo stato di Milano, la sola Milano aveva lo stesso lustro. Il regno di Napoli era un esempio ancora più convincente della depressione delle province, quando una capitale s'innalza a loro spese. In questo bel regno, che abbracciava solo il terzo della nazione italiana, che più del rimanente della penisola era favorito dalla natura, e che, non avendo che un solo confine ed un solo vicino, la Chiesa, era meno esposto ai guasti della guerra che ogni altro stato d'Italia, la sola capitale aveva partecipato del movimento che nel quindicesimo secolo rianimò lo studio delle lettere e della filosofia. Malgrado il favore d'Alfonso, malgrado la fama dei grandi letterati che formarono la di lui corte, verun uomo di singolari talenti aveva aperto scuola nelle città così numerose e così felicemente situate della Calabria e della Puglia. Queste province appartenevano ancora alla barbarie, e fino alla presente età non hanno ancora sentita tutta l'influenza dell'incivilimento europeo.
I progressi di questo incivilimento avevano, dovunque si erano estesi, prodigiosamente accresciuti i godimenti della vita: gli studj del quindicesimo secolo, non erano, gli è vero, rivolti verso le scienze naturali, i di cui risultamenti sono applicabili all'utilità pratica, ma verso l'erudizione e la poesia, che arrecano diletto solamente allo spirito. Pure da una banda l'abitudine dell'osservazione, dall'altra lo studio degli antichi, avevano fatte risorgere alcune delle scienze che si propongono per loro scopo la felicità degli uomini. La legislazione aveva fatto de' progressi, la giurisprudenza era illuminata, le finanze regolarmente amministrate, e l'economia politica, sebbene il suo nome non fosse ancora conosciuto, non veniva oltraggiata con assurdi regolamenti, come lo fu tra le mani degli Spagnuoli, poichè l'Italia perdette la sua indipendenza. I governi si lasciarono spesso strascinare in grandissime spese, e talvolta imposero enormi contribuzioni ai loro sudditi, ma la loro maniera d'imporre le tasse non accresceva il danno di pagarle, non soffocava il commercio, non opprimeva l'agricoltura.