Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)

Part 19

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Nello stesso tempo il conte di Cajazzo aveva caricata la vanguardia francese, ma non così caldamente. Giunto a fronte degli uomini d'armi francesi, volse le spalle senza abbassare una lancia, e cominciò a fuggire, forse sperando di farsi inseguire, onde così sempre più allontanare la vanguardia dal luogo in cui combatteva il re; almeno così sospettò il maresciallo di Giè, il quale, sebbene con molto stento, contenne i suoi uomini d'armi, che volevano dare addosso ai fuggiaschi. Il re, rimasto alcuni istanti solo fra le due truppe, si trovò circondato ed attaccato da alcuni cavalieri, che mentre si ritiravano lungo le ghiaje del fiume si avvidero del suo isolamento. Pure Carlo VIII fu opportunamente soccorso da una banda di gentiluomini che venivano a raggiugnerlo. Bentosto la retroguardia, che aveva inseguito il nemico fino a Fornovo, diede addietro per accostarsi al re; ed allora continuarono tutti assieme a discendere sulla sinistra del Taro, per unirsi al corpo del maresciallo di Giè[353].

[353] _Mémoir. de Comines, l. VIII, chap. XII, p. 313._

Questi si vedeva a fronte, sull'opposta sponda del fiume, il conte di Cajazzo, che aveva raggiunta la sua riserva, e che poco dopo venne pure ingrossato dal marchese Gonzaga con tutti coloro che si erano ritirati alla volta di Fornovo. L'armata italiana era tuttavia più numerosa assai che non la francese; pure nel consiglio di questa si consultò se dovesse attaccare il nemico. Gian Giacomo Trivulzio, Camillo Vitelli e Francesco Secco, condottieri italiani al servigio del re, volevano che si approfittasse degli ottenuti vantaggi per avere intera vittoria, che si ripassasse il Taro, che si attaccasse il campo italiano sull'opposta riva, e che si approfittasse del terrore, di cui apparivano manifesti segni nelle schiere nemiche. Facevano questi generali osservare che la strada di Parma era tutta coperta di gente, lo che dava a conoscere che molti fuggiaschi avevano di già abbandonato il campo, e cercavano di salvarsi da quella banda. Ma i capitani francesi, che mal conoscevano le strade, che difficilmente s'inducevano a credere compreso da terrore un così grande esercito, e che vedevano i proprj cavalli e soldati affaticati, non vollero esporsi a perdere i conseguiti vantaggi. Dopo qualche disamina il re andò ad alloggiare in un villaggio presso al Taro, alquanto al di sotto del luogo in cui erasi data la battaglia, ponendosi in una piccola casa al coperto della pioggia, che aveva continuato tutto il giorno[354].

[354] _Phil. de Comines Mém., l. VIII, ch. XII, p. 318. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 107. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 72. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VI, p. 169. — An. Ferroni, l. I, p. 17._

L'urto tra gli uomini d'armi del marchese di Mantova e la retroguardia francese non era durato più d'un quarto d'ora, e più di tre quarti i secondi inseguirono i nemici: tanto l'impeto francese e la violenza delle cariche degli uomini d'armi aveva confusa la tattica italiana. I vincitori non perdettero più di dugento uomini, i vinti circa tre mila cinquecento. Moltissimi cavalieri, atterrati nel primo urto, furono uccisi in terra a colpi di scuri dai servitori dell'armata, ed i pedoni, separati dalla loro cavalleria, furono tagliati a pezzi: fra gl'Italiani uccisi in quest'azione si contarono Rodolfo di Gonzaga, zio del marchese; Rannuccio Farnese, Giovanni Piccinino, nipote del famoso Niccolò; Galeazzo di Coreggio, Roberto Strozzi ed Alessandro Beroaldi. Bernardino di Montone, nipote del gran Braccio, erasi pure lasciato tra gli estinti, ma guarì dalle sue ferite[355]. I Francesi non fecero un solo prigioniere per la stessa ragione che li dissuadeva dal difendere i proprj equipaggi e dallo spogliare i nemici. Erano essi in troppo piccol numero, e troppo lontani dal loro paese, per far cosa che potesse in qualunque modo ritardare il loro cammino. Più volte in tempo della battaglia si udirono gridare: _Risovvengavi di Guinegales_! Effettivamente in questo luogo avevano perduta una vittoria di già conseguita, per essersi sbandati a saccheggiare[356].

[355] _Rosmini Ist. di Gio. Giacomo Trivulzio, l. VI, p. 250. — Frane. Guicciardini, l. II, p. 107. — P. Jovii, l. II, p. 73. — André de la Vigne, Jour. de Charles VIII, p. 166. — P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 38. — Bern. Oricellarius, p. 75-83._ Ma questi, per tenere uno stile più classico, sopprime tutte le circostanze che aggiugnerebbero verità al suo racconto.

[356] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 107. — Phil. de Comines, l. VIII, ch. XII, p. 315._

Il terrore nel campo degl'Italiani era più grande assai che non potevano supporlo i Francesi. La prodigiosa perdita fatta dai primi in così breve tempo aveva colpito la loro immaginazione, e durante la notte si ottenne a stento di trattenere i soldati, che volevano tutti fuggire a Parma. Il conte di Pitigliano, fatto prigioniere a Nola, e che veniva condotto dal re dietro l'armata col conte Virginio Orsini, suo cugino, essendo fuggito in tempo della battaglia, e salvatosi nel campo veneziano, contribuì potentemente a calmarli. Egli tenne dietro al fuggiaschi quasi due ore per richiamarli alla battaglia, gridando _Pitigliano_, Se gli fosse riuscito di riunirli, teneva per fermo che un nuovo attacco avrebbe ruinato i Francesi senza riparo. Egli aveva infatti veduto il disordine del loro campo, ed aveva conosciuto che la loro ordinanza di battaglia era stata più che altro opera dell'accidente, e che un solo urto di cavalleria, dagl'Italiani mal sostenuto, aveva decisa la sorte della battaglia. Egli sapeva che i Francesi non erano affatto sicuri della loro ritirata, e che sarebbe facile il far loro provare quello stesso terrore che avevano incusso ne' loro nemici. Ma tutti i suoi sforzi altro non ottennero che d'impedire la dispersione dell'armata; non già di ridurli ad un nuovo attacco, che egli avrebbe voluto tentare durante la notte. Altronde la continua pioggia aveva finalmente gonfiato il Taro, e di già questo torrente rendeva difficile l'avvicinamento d'un'armata all'altra[357].

[357] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 109. — Mém. de Comines, l. VIII, c. XII, p. 318. — P. Jovii, l. II, p. 72 e 74. — P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 38._

Nel giorno 7 il re si accampò a Medesana, un miglio al di sotto al luogo in cui aveva passata la notte. Nello stesso tempo incaricò il Comines di ricominciare, s'era possibile, le negoziazioni, perciocchè desiderava di ritirarsi tranquillamente; lo che non poteva fare con piena sicurezza in vicinanza d'una armata più numerosa assai della sua. Per trattare di conserva col Comines nominava il cardinale di san Malo, il maresciallo di Giè e Lodovico di Allewin, signore di Piennes. I commissarj italiani furono il marchese di Mantova, il conte di Cajazzo ed i due provveditori veneziani. Erano da ambo le parti i più ragguardevoli personaggi delle due armate; ma la difficoltà consisteva nel riunirli. Avanzaronsi gli uni e gli altri dal canto loro sulle ghiaje del torrente; ma niuno osava di passare il fiume, soverchiamente ingrossato dalle pioggie, e che volgeva le onde con tanto fracasso, che non era altrimenti possibile l'intendersi dall'una all'altra riva. All'ultimo il Comines con Robertet, segretario del re, si recò presso i Veneziani, ma era incaricato soltanto di proporre una conferenza. In quest'abboccamento si parlò della precedente battaglia, e credendo il marchese di Mantova che suo zio fosse ancora vivo, lo raccomandò al Comines insieme a tutti gli altri prigionieri: ma il Comines si guardò dal rispondere che i Francesi non avevano dato quartiere a veruna persona. Si convenne di avere un'altra conferenza verso sera, ma i Veneziani fecero in appresso avvisare il Comines di protrarla fino all'indomani, per non arrischiare di scontrarsi negli Stradioti, che non eransi potuti assoggettare a veruna disciplina. Il re non aveva intenzione d'aspettare il giorno susseguente. Un'ora prima dell'alba i trombettieri suonarono col grido consueto: _faites bon guè_[358]. Era questo il segno convenuto, perchè tutti montassero a cavallo, e si avviassero alla volta di Borgo san Donnino[359].

[358] Fate buona guardia.

[359] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XIII, p. 322. — André de la Vigne, Journ. de Charles VIII, p. 166 — P. Jovii, l. II, p. 75._

Questa notturna partenza, volgendo le spalle al nemico, era propriamente fatta per seminare il terrore nell'armata. Trattavasi d'attraversare un paese alpestre prima di raggiugnere in sul piano la strada maestra; e siccome, a cagione della negligenza del grande scudiere, l'armata partiva senza guide, si smarrì. Ma i fuochi lasciati dai Francesi nel campo ingannarono i Veneziani, i quali non s'avvidero che a mezzogiorno della loro partenza. Le pioggie, che sempre continuavano, avevano talmente gonfiato le acque del torrente, che fino alle quattro ore niuno s'arrischiò di varcarlo. All'ultimo lo attraversò il conte di Cajazzo con dugento cavalli italiani, perdendo uno o due uomini. Questo felice accidente diede tempo al Francesi di fare sei miglia all'incirca in un paese disuguale, nel quale potevano essere assai molestati, e di giugnere in una vasta pianura, ove la loro vanguardia, l'artiglieria e gli equipaggi, partiti alcune ore prima di loro, gli aspettavano[360].

[360] _Mém. de Comines, l. VIII, p. 328._

Un'armata, che si ritira in faccia al nemico, non tarda a scoraggiarsi anche dopo avere ottenuti prosperi successi. La retroguardia, giugnendo in sul piano, fu atterrita vedendo il corpo d'armata che la stava aspettando, in mezzo al quale lo stendardo del Trivulzio le sembrò quello del marchese di Mantova. Nè la vanguardia provò minore spavento nel vedere avvicinarsi la retroguardia, finchè gli esploratori delle due parti non si furono riconosciuti. I Francesi erano appena giunti a san Donnino, quando un falso allarme li costrinse ad uscirne; lo che preservò questa terra dal saccheggio, che gli Svizzeri avevano di già cominciato[361].

[361] _Journ. d'André de la Vigne, p. 167._

La prima notte il re dormì a Firenzuola, e la seconda presso alla Trebbia, al di là di Piacenza; ed era colà giunto senza essere molestato dalla cavalleria leggiera del nemico. Suppose di non essere più esposto a verun pericolo, e ben fece passare la Trebbia che ad una parte della sua armata, lasciando sull'altra sponda quasi tutta l'artiglieria con dugento lance e cogli Svizzeri per custodirla. Per dividere così i soldati non aveva avuto altro motivo che quello di trovare per tutti più comodi alloggiamenti. Ma i fiumi d'Italia sono soggetti a così subite escrescenze d'acque, che non si può mai far capitale dei guadi già riconosciuti. Alle dieci ore della sera il fiume sollevossi rapidamente a tanta altezza, a motivo delle pioggie cadute negli Appennini, che non sarebbe stato possibile d'attraversarlo nè a piedi nè a cavallo. Più non era in arbitrio d'una metà dell'armata il dare soccorso all'altra; e non pertanto il nemico trovavasi vicino assai, perciocchè il conte di Cajazzo era entrato in Piacenza, di cui aveva accresciuta la guarnigione. I Francesi sull'una e sull'altra riva cercarono tutta la notte con estrema inquietudine alcun mezzo di comunicazione, senza poterne scoprire alcuno; finalmente verso le cinque ore del mattino le acque cominciarono da sè medesime a abbassarsi; allora i soldati si affrettarono di stendere delle corde dall'una all'altra sponda, onde sostenere le persone a piedi, che guadarono il fiume, entrando nell'acqua fin sopra allo stomaco; ed in tal modo poterono riunirsi i due corpi d'armata, che il re già si pentiva d'avere separati[362].

[362] _Phil. de Comines, l. VIII, chap. XIII, p. 330. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 110. — André de la Vigne, Journal, p. 168._

Il conte di Cajazzo aveva trovati in Piacenza cinquecento fanti tedeschi, gli unì ai cavalleggeri che seco aveva condotti, ed avendo raggiunta alla Trebbia l'armata francese, più non lasciò di molestarla nella sua ritirata, mentre dirigevasi per Castel san Giovanni, Voghera, Tortona e Nizza di Monferrato. I provveditori veneziani non vollero permettere che la loro armata si accostasse mai tanto a quella di Carlo da dare un'altra battaglia. Pure quanto più i Francesi s'andavano avvicinando al paese in cui speravano finalmente di trovare piena sicurezza, meno vogliosi si mostravano di combattere[363]. La loro ritirata venne soltanto coperta da trecento Svizzeri armati di colombrine e d'archibugi a cavalletto. Costoro aspettavano gli Stradioti fino a mezzo tiro delle loro armi con una flemma dalla quale mai non si dipartirono, e li facevano dare addietro con un fuoco ben mantenuto. I Francesi mostravano minor sangue freddo nell'affrontare il pericolo, ma soffrivano pazientemente i disagi di una penosissima ritirata. Gli alloggiamenti più non venivano distribuiti dai forieri; ognuno collocavasi meglio che poteva, senza cagionare disturbi nè contese; non si ottenevano i viveri che con estrema difficoltà; e senza l'opinione grandissima che aveva Gian Giacomo Trivulzio presso il partito guelfo di Lombardia, l'armata avrebbe sofferta una crudel fame. Ciò che più tormentava i soldati era la mancanza d'acqua. Camminavano nel cuore della state, e, per ispegnere la sete che li divorava, entravano fino alla cintura nelle fosse fangose delle piccole città e de' villaggi. I primi che vi giugnevano trovavano pure dell'acqua ancora limpida, ma la folla de' soldati, de' servi e de' cavalli che li seguiva, esauriva in breve quei fossi, o ne corrompeva le acque con un fango infetto[364].

[363] _Mém. de Comines, l. VIII, chap. XIII, p. 332._

[364] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. XIV, p. 334. — Bern. Oricellarii de bello Italico, p. 86._

Il re partiva sempre prima che facesse giorno, e camminava fino a mezzodì; allora tutti si cercavano alla meglio qualche ricovero, e tanto i signori che i servi erano forzati a cercarsi i viveri ed i foraggi pei proprj cavalli. Il Comines, che dice essere uno di coloro che soffrirono meno degli altri, e che era oramai vecchio, fu due volte costretto a cercare egli stesso il foraggio pel suo cavallo e ad accontentarsi d'un tozzo di cattivo pane. Ma il Comines, che aveva accompagnato il duca di Borgogna in difficilissime guerre, ove per altro le truppe mai non avevano sofferto altrettanto, non poteva abbastanza ammirare la pazienza ed il lieto umore di quei soldati francesi che mai non si lagnavano. L'armata era forzata a camminare lentamente a cagione della grossa artiglieria; ad ogni istante o i carri si rompevano, o mancavano i cavalli; ma non eravi un solo cavaliere che rifiutasse di mettere mano al lavoro, o di prestare il suo cavallo per tirare un cannone da un cattivo passo; di modo che in così penoso viaggio non si perdette un solo pezzo d'artiglieria, nè una libbra di polvere. Finalmente il mercoledì, 15 di luglio, otto giorni dopo la loro partenza da Medesana, i Francesi, che il giorno 14 eransi trattenuti presso le mura d'Alessandria, giunsero in Asti, ove si videro nello stesso tempo in luogo di sicurezza e di riposo, ed in una città abbondantemente provveduta di vittovaglie[365].

[365] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XIV, p. 337. — André de la Vigne Journal des Charles VIII, p. 170. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 111. — P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 76._

Il duca d'Orleans non aveva potuto tornare ad Asti per ricevere Carlo VIII; egli erasi chiuso in Novara, ed aveva colà riunite tutte le truppe che di mano in mano erano giunte dalla Francia. La di lui armata trovavasi in ottimo stato e bene disciplinata; e tra Svizzeri e Francesi ammontava a settemila cinquecento uomini che ricevevano paga. Ma il duca, fidando nella ricchezza e fertilità della provincia, invece di formare altri magazzini in Novara, aveva lasciati dilapidare quelli che vi trovò quando la sorprese. L'armata del duca di Milano era venuta ad assediarlo, prima che avesse potuto riparare così grave mancamento, e quella de' Veneziani, che si era battuta coi Francesi a Fornovo, invece d'inseguire Carlo VIII, aveva raggiunti gli assedianti. Perciò quando il duca d'Orleans seppe che il re era arrivato in Asti, lo mandò a pregare d'affrettarsi a liberarlo[366].

[366] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XIV, p. 338. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 111. — P. Bembi, l. II, p. 41. — P. Jovii, l. III, p. 93. — Bern. Oricellarii Comm., p. 87._

Ma nè Carlo VIII, nè i suoi soldati avevan troppa voglia di combattere: il re dopo pochi giorni passò da Asti a Torino per cercar di trattare coi confederati, valendosi della mediazione della duchessa reggente di Savoja. I confederati desideravano pure d'ottenere una buona pace, ed avrebbero veduto con piacere incaricato delle negoziazioni il Comines; ma gl'intrighi di corte e la gelosia del cardinale di san Malo non lo permisero; e perchè le due parti temevano egualmente di fare le prime proposizioni, il re mandò il balivo di Digione agli Svizzeri per far leva nel loro paese e condurre a Novara cinque mila soldati[367].

[367] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XV, p. 339._ — Partì il giorno 15 di agosto. _André de la Vigne, p. 172._

Intanto il tempo passava, e Carlo VIII, dimenticando le cose della guerra, omai ad altro più non pensava che a sollazzarsi. Egli aveva alloggiato in Chieri nella casa d'uno de' principali della provincia, Giovanni di Soleri, la di cui figlia era stata dalla città incaricata di arringarlo. Lo aveva fatto con molto garbo[368], e dopo quel giorno il re credette di non avere altro affare che quello di sedurre Anna di Soleri. Andava continuamente da Torino a Chieri, senza curarsi delle ristrettezze in cui era ridotto il conte d'Orleans, il quale nello stesso tempo trovavasi indebolito dalla febbre quartana, e vedeva andare ogni giorno crescendo i nemici che lo assediavano. Non contavansi nella loro armata meno di undici mila landsknecht, capitanati dal duca di Brunswick e da Giorgio di Pietra Piana (Ebenstein) riputatissimo condottiere tedesco. Massimiliano non aveva somministrato che il minor numero di questi soldati, gli altri erano stati levati in Germania col denaro de' confederati[369].

[368] «Senza scomporsi, tossire, nè sputare, nè variare in verun modo, dice Andrea della Vigna,» _Journal de Charles VIII, p. 171. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 118. — P. Jovii, l. III, p. 93._

[369] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 118. — P. Jovii, l. III, p. 95. — Fr. Belcarii Comm. l. VII. p. 181. — Ber. Oricellarii, p. 88._

Gli amici del duca d'Orleans lo avevano invitato a ritirarsi in Vercelli o in Asti con una porzione delle sue truppe, prima che gli venissero tolte tutte le uscite di Novara; avrebbe in tal modo diminuita la guarnigione, tutta a carico de' quasi esauriti magazzini della città, ed avrebbe in pari tempo avuta maggiore influenza ne' consiglj del re; ma Giorgio d'Amboise, suo favorito, in allora arcivescovo di Rouen, poscia cardinale, era stato da lui spedito in Asti, dove aveva contratta domestichezza col cardinale di san Malo, favorito di Carlo VIII, e questi due ecclesiastici, giudicando delle cose della guerra a seconda de' loro pregiudizi, senza voler ascoltare i consiglj de' militari, andavano assicurando il duca d'Orleans, che il re non tarderebbe a portarsi sopra Novara per liberarlo con una battaglia; mentre che il meno attento osservatore avrebbe potuto conoscere che l'armata non rientrerebbe in battaglia, senza esservi condotta dal re, che non aveva voglia di condurvela[370].

[370] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XVI, p. 345. — Arn. Ferroni, l. II, p. 21._

Queste false informazioni persuasero il duca d'Orleans a rimanere ostinatamente in Novara, sebbene i bisogni dell'armata andassero ogni giorno crescendo e declinassero all'ultimo in una terribile carestia. I generali di Carlo VIII tentarono, a dire il vero, più volte di far giugnere vittovaglie agli assediati; ma i loro convogli caddero quasi tutti in mano del nemico con grave perdita dell'armata francese; mentre che in Novara andava crescendo la miseria, e che ogni dì morivano di fame e borghesi e soldati. Tutte le savie persone dell'armata, ma in ispecie i militari desideravano di terminare la campagna con onorevoli patti. Rappresentavano che l'inverno era imminente, che al re mancava il danaro; che non restavano che pochissimi Francesi all'armata; che molti di loro erano caduti infermi; che gli altri così caldamente desideravano di tornare in Francia, che ne partivano parecchi ogni giorno, alcuni con regolare congedo del re, altri senz'aspettarlo. Il principe d'Orange, di fresco giunto dalla Francia, il quale conosceva tutti i mezzi che poteva somministrare il paese, insisteva sulla necessità di venire ad un accomodamento, ed altronde sapevasi che Lodovico il Moro non chiedeva altro che la restituzione di Novara. Ma in allora il consiglio del re era tutto in mano degli ecclesiastici, ed il cardinale di san Malo approfittava della lontananza o degli amori del re, che più non pensava agli altri affari, per impedire ogni negoziazione[371].

[371] _Phil. de Comines, Mém., l. VIII, c. XVI, p. 346. — P. Jovii, l. III, p. 97. — Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 183._

L'armata italiana non si limitava a bloccare Novara; aveva successivamente attaccati e presi i posti avanzati che i Francesi avevano fortificati intorno a quella città; si era accampata a san Francesco, a san Nazaro ed a Bolgari, in maniera di privare gli assediati d'ogni comunicazione colla campagna, e nello stesso tempo di rendere pressocchè inespugnabili le sue posizioni[372]. Sebbene da ambo le parti si avesse il medesimo desiderio d'entrare in trattative, queste mai non si aprivano, perchè l'una e l'altra parte credeva disonorevole il farne la proposizione. Intanto morì la marchesana di Monferrato, quella savia e bella principessa che sempre si mantenne fedele all'alleanza del re; periva nella fresca età di ventinove anni, lasciando i suoi figli in tenera età, de' quali si contrastavano la tutela il marchese di Saluzzo e Costantino Arianite, uno de' signori di Bazan nell'Epiro, zio e principale consigliere della morta principessa. Carlo VIII, per un atto di riconoscenza verso la di lei memoria, spedì il Comines a Casale per regolare quella tutela che fu conferita al signore Costantino[373]. Ma mentre il Comines trattenevasi a quella corte, si abbattè in un inviato del marchese di Mantova, che questi aveva incaricato di complimentare, il giovane marchese di Monferrato suo parente. Quest'incontro diede luogo ad un'apertura di negoziazioni, che bentosto si rendettero più diretti per avere il Comines scritto ai due procuratori veneziani[374].

[372] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 118. — P. Jovii Hist., l. III, p. 96._

[373] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XVI, p. 350. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 122. — Fr. Belcarii Rer. Gall., l. VII, p. 184._

[374] _P. Jovii, l. III, p. 97._

Le due parti, avendo lo stesso desiderio di trattare, e gli stessi timori rispetto alle vicende della guerra, convennero d'aprire un congresso a metà strada tra Novara e Vercelli, tra Bolgari e Camariano. Il principe d'Orange, il maresciallo di Giè, di Piennes e Comines trattavano per la Francia; il marchese di Mantova e Bernardo Contarini per gli alleati. Il re più non isperava di salvare Novara, e ad altro non pensava che a cavarne con onore il cugino. Proponeva che questa città, risguardata come dipendente dall'impero, si consegnasse agli ufficiali di Massimiliano che trovavansi insieme ai confederati[375]. Ma non avendo potuto ottenere questa condizione, e la fame stringendo sempre più gli assediati, si convenne soltanto che il duca d'Orleans uscirebbe da Novara con tutte le sue truppe, ad eccezione di trenta uomini che lascierebbe nel castello, e che fino all'ultimazione delle negoziazioni la città verrebbe data in custodia ai soli borghesi, ai quali il duca di Milano permetterebbe di ricevere di giorno in giorno i viveri necessari[376].

[375] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 123. — Phil. de Comines, Mém., l. VIII, c. XVI, p. 357._