Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 18
La prima notizia della presa di Novara aveva fatto molto piacere al re ed all'armata francese; ma quando si ebbe più circostanziata contezza delle difficoltà in cui si trovava implicato il duca d'Orleans, i più prudenti sentirono che la situazione del re diventava più difficile. Pure Carlo VIII avanzavasi lentamente, volendo godere le feste che gli si davano in tutte le città, e tutte gustare le adulatrici dimostrazioni di ammirazione per le sue gesta. Il 23 di giugno era partito da Pisa alla volta di Lucca, ed arrivò a Pontremoli soltanto il giorno 29[336]. Una delle ragioni che gli faceva così a rilento attraversare la Toscana era l'impresa che meditava sopra Genova. I cardinali della Rovere e Fregoso seguivano il campo di Carlo insieme con Ibletto dei Fieschi: questi tre emigrati genovesi avevano nella forza del loro partito quella confidenza, che inganna quasi sempre gli emigrati, onde promettevano, quando si dasse loro un qualche corpo di truppe colle quali presentarsi sotto Genova, di eccitarvi una rivoluzione. Lusingavansi di adunare molti partigiani tra le montagne, sollevare le città e cacciare gli Adorni. Invano i consiglieri del re gli rappresentavano quanto fosse imprudente consiglio quello di dividere le sue forze, in tempo che ne aveva appena quanto bastava per farsi strada a traverso alla Lombardia; gli emigrati genovesi furono soli ascoltati, tanto più che Filippo, conte di Bresse, pro zio del duca di Savoja, cui successe non molto dopo, si valse dell'ascendente che aveva sullo spirito del re per secondare quest'impresa, di cui volle egli stesso avere il comando. Il re gli acconsentì di prendere cento venti lance francesi e cinquecento fanti; i fratelli Vitelli di Città di Castello, che si erano posti al soldo della Francia, ma che non avevano per anco raggiunta l'armata, ebbero ordine di seguire Filippo di Bresse con dugento uomini d'armi e con dugento cavalleggeri italiani. Giovanni di Polignacco, signore di Belmonte, suocero di Comines, ed Ugo d'Amboise, barone d'Aubijoux, furono posti sotto i suoi ordini: la flotta, comandata dal signore di Miolans, ed in allora ridotta a sette galere, due galeoni e due fuste, doveva secondarlo per mare, ed i due cardinali, avendo levata della fanteria nello stato di Lucca, nella Garfagnana e nella Liguria, condussero questa piccola armata fino alle porte di Genova. Ma ben lungi dal potervi muovere qualche sollevazione, a stento poterono difendersi contro Giovan Luigi dei Fieschi, che gl'inseguiva, e non giunsero in Asti, che dopo avere perduta molta gente, salvandosi a traverso alle montagne in mezzo ad infiniti pericoli: ed intanto la piccola flotta francese fu disfatta in quello stesso golfo di Rapallo, ove pochi mesi prima aveva ottenuta una vittoria[337].
[336] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, p. 154._
[337] _Agost. Giustiniani Ann. di Genova, l. I, p. 251. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 99 e 111. — P. Jovii Hist., l. II, p. 63, e l. III, p. 76. — Phil. de Comines, l. VIII, c. V, p. 279. — Barthol. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 556. — Uberti Folietae, l. XII, p. 670._
La vanguardia francese, condotta dal maresciallo di Giè e da Gian Giacomo Trivulzio, aveva trovata la città di Pontremoli custodita da quattrocento fanti del duca di Milano. Questa guarnigione avrebbe potuto tenere lungamente, ed esporre l'armata nemica a dure privazioni, ma il Trivulzio la persuase a capitolare ad onorevoli condizioni. Intanto appena furono gli Svizzeri entrati in Pontremoli, che, sovvenendosi di una contesa avuta con quegli abitanti in occasione del primo loro passaggio, contesa nella quale erano periti quaranta de' loro compatriotti, si fecero a dosso ai borghesi, uccidendo quanti ne scontravano, ed appiccando il fuoco alle case. Con tale incendio distrussero abbondanti magazzini di vittovaglie, nell'istante in cui l'armata cominciava a sentirne il bisogno; ma la violazione della capitolazione fu ancora più pregiudicevole che la distruzione de' granai del nemico, perchè i contadini, più non fidandosi di uomini capaci di così aperta violazione della data fede, lasciarono di recare viveri al campo[338].
[338] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 99. — Phil. de Comines Mém., l. VIII, c. V, p. 282. — Ar. Ferroni, l. I, p. 15._
Intanto il re si era posto in un piccolo villaggio al di là di Pontremoli, mentre che il maresciallo di Giè aveva attraversate le montagne coll'avanguardia, ed erasi accampato a Fornovo in faccia al nemico: Contava di essere immediatamente seguito dal rimanente dell'armata, ma Carlo VIII non volle internarsi nelle montagne, se prima non era passata la sua artiglieria, e si trattenne cinque giorni in quel villaggio presso Pontremoli, sebbene la sua armata soffrisse grandissima penuria di viveri. Giovanni de la Grange direttore dell'artiglieria, ed il signore de la Tremouille eransi incaricati di trasportare al di là delle montagne tutto ii treno militare, e furono assai ben serviti dagli Svizzeri, che, per far dimenticare gli eccessi commessi a Pontremoli, lavorarono con molto zelo a tirare i carri de' cannoni a forza di braccia. Eranvi quattordici pezzi di cannone di grosso calibro, molti piccoli, ed un proporzionato numero di cassoni e di munizioni da guerra. La montagna, sulla quale era stato negligentemente segnato un sentiere, erto e scosceso, innalzavasi al di sopra di Pontremoli con assai ripido declivio, che a stento praticavasi dai muli, indi colla stessa ripidità scendeva in una valle per rimontare di nuovo. Gli Svizzeri si attaccavano con lunghe corde a due a due fino in numero di dugento ad un solo pezzo d'artiglieria, e dopo averlo strascinato fino alla sommità della montagna, duravano ancora maggior fatica e si esponevano a più grandi rischi nel ritenerlo scendendo. Molti operaj lavoravano su tutta l'estensione della strada a rompere le rupi che chiudevano la strada, a colmare i bassi fondi, a rialzare i cannoni rovesciati, o a ripararne l'attiraglio. I soldati e gli uomini a cavallo si erano divise le munizioni, e per quanto fosse aspra la montagna, per quanto insopportabile il calore, veruno ponevasi in cammino senza essersi caricato di palle, o di cartoccie, portando perfino cinquanta libbre. Verun'armata non aveva per anco eseguita una così difficile spedizione, nè sostenute tante fatiche. Finalmente cinque giorni dopo tutta l'artiglieria trovavasi al di là del monte, e lo stesso re partì il giorno tre di luglio per attraversarla passando per Berceto, Casi e san Terenzo[339].
[339] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. VII, p. 287. — Journal de Charles VIII, par André de la Vigne, p. 155._
La vanguardia del maresciallo di Giè, accampata a Fornovo, aveva soltanto sei cento lance e mille cinque cento Svizzeri. L'armata dei confederati, che si era adunata in vicinanza di Parma, ubbidiva a Francesco Gonzaga, signore di Mantova, che, malgrado la sua giovinezza, aveva opinione di essere uno de' migliori capitani; e gli erano stati dati per consiglieri Luca Pisani e Marco Trevisani, provveditori veneziani. Le truppe milanesi erano comandate dal conte di Cajazzo, ajutato da Francesco Bernardino Visconti, commissario, ed uno de' primarj capi ghibellini di Milano. Contavansi nella loro armata due mila cinque cento uomini d'armi, e più di cinque mila cavalleggeri, la metà de' quali erano Stradioti d'oltremare. Il preciso numero della cavalleria riesce sempre difficile a calcolarsi in tutte le relazioni di quest'epoca, perchè talvolta contavansi sei cavalli per lancia, talvolta quattro e talvolta meno. Pietro Bembo, lo storico veneziano, tenta di rappresentare l'armata della sua patria come più debole d'assai che non lo era effettivamente, ed in tutto non dà al marchese Gonzaga che dodici mila cavalli, ed altrettanti pedoni. Stando agli altri storici, eranvi in tutto quasi quaranta mila uomini[340]. I confederati avrebbero facilmente potuto occupare Fornovo; ma preferirono di porre il loro campo alla Ghiaruola, tre miglia al di sotto di Fornovo, per attirare il nemico in aperta campagna, e non isforzarlo a prendere il cammino di Borgo di Val di Taro e del monte di Cento Croci, che, sebbene a traverso di paesi aspri e difficili assai, pure l'avrebbe condotto fino in vicinanza di Tortona[341].
[340] _P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 35. — Phil. de Comines, l. VIII, c. V._
[341] _Fran. Guicciardini, l. II, p. 100. — Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. II, p. 64._
Il maresciallo di Giè, giunto a Fornovo, a così piccola distanza da un'armata tanto superiore di forze alla sua, spedì al campo nemico un trombetta, che chiese il libero passaggio per l'armata del suo re e vittovaglie a moderati prezzi. In pari tempo Giè incaricò alcuni corpi avanzati di riconoscere il paese nemico, ma vennero respinti dagli Stradioti. In quel giorno i capitani italiani perdettero l'occasione più opportuna di distruggere l'armata francese. Se attaccavano la vanguardia, che in allora si trovava lontana più di trenta miglia dal corpo di battaglia, l'avrebbero facilmente disfatta; ma essi non conobbero la forza, o la distanza che separava i due corpi, e lasciarono il tempo a Carlo VIII di arrivare coll'artiglieria e con tutte le sue genti[342].
[342] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 100. — Phil. de Comines, l. VIII, c. VII, p. 289. — Petri Bembi Hist. Ven., l. II, p. 36._
Anche dopo l'unione di tutta l'armata, la Francese era più debole assai di quella degli alleati. Carlo VIII l'aveva sconsigliatamente indebolita, staccandone varj corpi; il Comines non gli dà che nove cento uomini d'armi, comprendendo anche la casa del re, due mila cinquecento Svizzeri, ed in tutto sette mila uomini pagati. Ma potevano esservi di più mille cinquecento uomini capaci di combattere, che seguivano il treno della corte come servitori; onde il Comines soggiugne: «Il conte di Pitigliano, che gli aveva contati meglio di me, diceva che in tutto eranvi nove mila uomini, e me lo disse dopo la nostra battaglia di cui si parlerà[343];» e non era che il quarto dell'armata italiana. Inoltre la mancanza dei viveri nel passaggio della montagna e la sostenuta fatica avevano spossati i Francesi; e per ultimo l'armatura e l'inusitata maniera di combattere degli Stradioti loro inspiravano qualche terrore.
[343] _Phil. de Comines, l. VIII, c. II, p. 267._
Il re giunto a Fornovo la domenica, 5 luglio, verso il mezzogiorno, scoprì dall'altura ch'egli occupava il campo nemico come il suo. Stavano ambidue sulla destra sponda del Taro, fiume che scende dalle montagne di Genova per scaricarsi nel Po. Per proseguire il loro viaggio i Francesi dovevano passare sulla sinistra del Taro; ma il marchese Gonzaga, invece di occupare quella riva, aveva stabilito di accamparsi dalla stessa banda che i Francesi, ed alquanto più basso, presso Oppiano, onde conservare una facile comunicazione con Parma, ed impedire ai Francesi di gettarsi in questa città. Le colline, disposte in forma d'anfiteatro, lasciavano tra esse ed i due campi un largo piano coperto di ghiaja, e che serviva talvolta di letto al torrente, ma di cui non occupava ordinariamente che una piccola parte. Potevasi sempre guadare, quando non veniva ingrossato con estrema rapidità dalle piogge delle montagne; ma in allora volgeva grossi massi di pietra con grandissimo fracasso, e rompeva ogni comunicazione tra le due sponde. Una piccola foresta stendevasi sulla destra del Taro dal campo veneziano fino a breve distanza dal campo francese, e cuopriva gli Stradioti, quando si avvicinavano per scaramucciare[344].
[344] _P. Jovii, l. II, p. 65. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 101. — Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. IX, p. 295. — Fr. Belcarii, l. VI, p. 167. — Bern. Oricellarii de Bello Ital., p. 77._
I Francesi avevano in Fornovo trovate molte vittovaglie, di cui avevano estremo bisogno; ma perchè inclinavano a credere gl'Italiani capaci di ogni sorta di perfidia, temettero per qualche tempo che que' viveri fossero avvelenati, e non osarono di valersene, finchè non gli ebbero più oltre sperimentati coi loro cavalli. Le ricche campagne della Lombardia stendevansi a vista d'occhio, ma prima di giugnervi d'uopo era venire a battaglia: il marchese Gonzaga, accampandosi in tanta vicinanza, faceva pienamente conoscere la sua intenzione di azzuffarsi; perciocchè non potevasi a meno di non passare innanzi a lui, non avendo la valle che quella sola uscita; e la grandezza del suo accampamento atterriva anche i più audaci, tanto più che, secondo il costume italiano, abbracciava un vasto spazio al di là delle tende affinchè tutta l'armata potesse schierarvisi in ordine di battaglia.
Filippo di Comines era di fresco tornato da Venezia; conosceva tutti i capi dell'armata nemica, e si era da loro allontanato amichevolmente. Il re desiderò che ricominciasse con loro qualche negoziato, e gli ordinò di scrivere ai due provveditori veneziani. Per altro non potè risolversi a proporre verun soggetto d'accomodamento[345]. Il Gonzaga dal canto suo, quando ricevette il trombetta del maresciallo di Giè, aveva consultato se convenisse compromettere tutte le forze d'Italia per trattenere e ridurre alla disperazione un nemico che fuggiva. I capi della sua armata, incerti tra l'onore e la prudenza, non avevano potuto accordarsi in una sola sentenza; avevano domandati nuovi ordini a Milano ed a Venezia; ed i loro governi avevano convenuto di permettere al re di ritirarsi senza venire alle mani: ma gli ambasciatori di Spagna e di Germania, sperando che i loro padroni coglierebbero i frutti della guerra senza esporsi a verun pericolo, avevano invano rappresentato che sarebbe compromesso l'onore delle armi italiane, quando non osassero di combattere un nemico così debole, e che i Francesi non Tarderebbero a rivalicare le Alpi, quando avessero tale caparra che gl'Italiani mai non ardissero tener loro testa[346].
[345] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. IX, p. 298._
[346] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 101._
I provveditori veneziani non vollero perciò assolutamente rigettare le aperture loro fatte dal Comines: risposero che il duca d'Orleans attaccando Novara aveva cominciate le ostilità, che dopo questo fatto le disposizioni loro non erano più così pacifiche; pure che uno di loro recherebbesi di buon grado nel susseguente giorno a metà strada delle due armate per incontrare il negoziatore francese. Questo riscontro ebbe il Comines la sera della domenica. I Francesi si tennero quella notte nel loro campo pieni di sospetti, sia a motivo di due movimenti fatti dagli Stradioti, contro i quali non eransi abbastanza cautamente posti in su le guardie, o sia a cagione di una burrascosa pioggia, mista di lampi e di tuoni, che di già cominciava a gonfiare il Taro: lo scoppio del folgore eccheggiava tra le gole degli Appennini, mentre che il torrente colle sue onde travolgeva con gran fracasso i sassi[347].
[347] _Mém. de Comines, l. VIII, c. IX, p. 299. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 102._
All'indomani, lunedì 6 luglio, il re, di già armato ed a cavallo, fece a sette ore del mattino chiamare a sè il Comines, e lo incaricò di andare col cardinale di san Malo a dichiarare ai Veneziani, che altro non voleva che proseguire il suo viaggio, senza fare nè ricevere danno. Nello stesso tempo attraversò il Taro in faccia a Fornovo, per continuare a scendere lungo la riva sinistra, e passare avanti al campo veneziano che lasciava sulla riva destra ad un quarto di lega di distanza. Le truppe leggeri scaramucciavano su tutti i punti, ed il cannone cominciò a tirare nell'istante in cui la lettera del Comines e del cardinale di san Malo giunse in mano de' provveditori veneziani. Non pertanto mostrarono tuttavia qualche desiderio di entrare in negoziazione; ma il conte di Cajazzo gridò che non era più tempo di parlamentare, e che i Francesi erano di già vinti a metà. Uno de' provveditori, ed il marchese di Mantova furono dello stesso parere; fecero tacere coloro che volevano ancora parlare, e cominciò la battaglia[348].
[348] _Mém. de Comines, l. VIII, c. X, p. 305._
L'avanguardia francese era comandata dal maresciallo di Giè e da Gian Giacomo Trivulzio: aveva alla testa tre cento cinquanta uomini d'armi, i migliori dell'armata, dietro ai quali venivano tre mila Svizzeri, comandati da Engelberto di Cleves, fratello del duca di Nevers, dal balivo di Digione, e da Lornay, scudiero maggiore della regina, finalmente erano sostenuti da tre cento arcieri della guardia, che per ordine del re erano scesi da cavallo. Il re, che comandava la battaglia, lasciò partire quest'avanguardia, mentre ch'egli attraversava il fiume, di modo che era di già arrivata a fronte del campo italiano, quand'egli trovavasene tuttavia molto lontano. Guinol di Lousieres, uno de' maestri della casa del re, e Giovanni de la Grange, balivo d'Auxonne, avevano il comando dell'artiglieria. Gilles Caronnel di Normandia portava lo stendardo dei cento gentiluomini della guardia, ed Aymar di Prie quello de' pensionarj. Erano diretti dal signor di Crussols dugento balestrieri a cavallo, dugento arcieri francesi e gli Scozzesi. Claudio de la Chastre comandava il corpo di battaglia sotto il re, e lo assisteva co' suoi consiglj. Per ultimo la retroguardia era comandata dai signori de la Guise e de la Tremouille. Tutti gli equipaggi, portati da circa sei mila bestie da soma, furono spediti per la strada della montagna a sinistra, sotto gli ordini del capitano Odet di Riberac, ma senza truppe che li cuoprissero[349].
[349] _Andrè de la Vigne Journal de Charles VIII, p. 158. — Phil. de Comines, l. VIII, c. XI, p. 307. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 103. — P. Jovii, l. II, p. 68. — Arn. Ferronii, l. I, p. 16._
L'armata italiana aveva fin allora tenuto d'occhio i movimenti de' Francesi, ed aveva lasciato che si stendessero sulla ghiaja; ma quando furono in piena marcia, e che i loro tre corpi si furono tanto allontanati gli uni dagli altri da non potere più sostenersi a vicenda, Francesco Gonzaga ordinò l'attacco. Mentre che il re discendeva sulla riva sinistra del Taro, il Gonzaga rimontava la riva destra; aveva occupato Fornovo, di dove erano appena partiti i Francesi, e colà passò il fiume dietro a loro in testa a seicento uomini d'armi, il fiore di tutta l'armata, di un grosso squadrone di Stradioti e di cinque mila fanti. Lasciò sulla sinistra Antonio di Montefeltro, figlio naturale del precedente duca d'Urbino, con una gagliarda riserva per assecondarlo in caso di bisogno: aveva ordinato che quando egli fosse venuto alle mani colla retroguardia, passasse il fiume alquanto più basso un altro squadrone di Stradioti e venisse a percuotere in sul fianco dell'armata francese, e che un terzo, tenendo la sinistra dal canto delle montagne, seguisse gli equipaggi, che il capitano Odet cercava di allontanare. Da un altro canto il conte di Cajazzo con quattrocento gendarmi e due mila fanti passò il Taro in faccia all'avanguardia francese per attaccarla di fronte. Lasciò sull'altra riva Annibale Bentivoglio con un corpo di riserva di dugento uomini d'armi; finalmente ai provveditori Veneziani fu affidata la custodia del campo con due forti compagnie di uomini d'armi e mille fanti. In tal modo apparecchiavansi i Veneziani ad attaccare nello stesso tempo l'armata francese alla testa, alla coda e di fianco; ma, accostumati alle battaglie d'Italia, nelle quali uno squadrone si presentava dopo l'altro, ed aspettava sempre di essere sostenuto da truppe fresche, trascurarono di adoperare contemporaneamente tutte le loro forze; indebolirono la loro armata con grosse riserve, che rimasero al di là del fiume, ed il loro più grande mancamento fu quello di non regolare da principio la marcia delle riserve, perchè giugnessero successivamente sul luogo della battaglia[350].
[350] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 104. — P. Jovii, l. II, p. 69. — Barth. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 554. — P. Bembi, l. II, p. 38. — An. Navagero Stor. Venez., p. 1205._
Intanto l'attacco del marchese di Mantova veniva diretto con somma bravura; al primo urto de' suoi uomini d'armi con quelli della retroguardia francese, tutte le lance si spezzarono, ed i due corpi si mischiarono per battersi colle mazze d'armi e collo stocco. Il re, che in quell'istante stava armando de' cavalieri nel corpo di battaglia, avvisato dal rumore che udiva farsi in sul di dietro, fece dar volta al suo campo d'armata, ed accorse in ajuto della sua retroguardia. Andava in tal modo sempre più allontanandosi dalla sua vanguardia, che, durante questa marcia retrograda, seguitava ad avanzarsi lungo le ghiaje del fiume. Ognuno correndo più o meno velocemente in ragione del proprio desiderio d'entrare in battaglia, il re si trovò quasi solo, mentre che un altro corpo nemico, che aveva passato il fiume di fianco a lui, non gli era omai distante più di cento passi. Il bastardo di Borbone, che gli stava a canto, essendosi spinto contro questi nuovi nemici per caricarli, fu trasportato dal proprio cavallo in mezzo a loro e fatto prigioniere. Carlo VIII, per quanto fu detto, in questo frangente si condusse con somma intrepidezza, gettandosi arditamente dove la mischia era più calda, incoraggiando i suoi soldati, e mostrandosi persuaso d'avere gli ajuti del cielo[351].
[351] _De Comines Mém., l. VIII, chap. XI, p. 308. — P. Jovii Hist. sui tem., l. II. p. 68._
I Francesi, attaccati da forze infinitamente superiori, non avrebbero probabilmente potuto resistere a lungo, se mille cinquecento Stradioti avessero eseguiti gli ordini loro dati di mischiarsi agli uomini d'armi; quando l'ordinanza di questi era rotta, gli Stradioti colle lunghe loro sciable trovavansi avvantaggiati tra i cavalieri armati di lance, ed avrebbono fatta un'orribile carnificina di cavalieri francesi. Ma in mezzo alla battaglia, quelle truppe leggeri si avvidero che i loro camerata, avendo svaligiato l'equipaggio de' nemici, stavano dividendo una così ricca preda, mentre essi non si vedevano innanzi che pericoli. Tutti gli Stradioti lasciarono subito la battaglia per farsi addosso al convoglio caduto in potere de' soldati, e bentosto molti pedoni ed anche uomini d'armi presero la stessa via. Francesco Gonzaga, abbandonato da coloro ne' quali aveva riposta la sua maggiore fiducia, perdette in breve tutto il vantaggio che aveva avuto in principio dell'azione. Suo zio, Rodolfo Gonzaga, era stato ucciso ne' primi istanti della mischia, onde non aveva potuto eseguire la commissione che gli era stata data di far avanzare Antonio di Montefeltro, il quale, non ricevendo verun avviso, si tenne immobile. All'ultimo Francesco Gonzaga venne respinto; i suoi cavalieri, fuggendo, attraversarono il fiume, altri per riguadagnare il proprio campo, ed altri per entrare in Fornovo; dietro ai quali correndo la guardia francese a briglia sciolta, s'allontanò tanto dal re, che questi per la seconda volta trovossi separato dalla sua gente, ed esposto a grandissimi pericoli[352].
[352] _Mémoir. de Comin., l. VIII, chap. XI, p. 309. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 105. — P. Jovii, l. II, p. 71. — P. Bembi, l. II, p. 38._