Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)

Part 16

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«Vedendo i Veneziani (dice il Comines) tutto ciò abbandonato, ed avvisati che il re si trovava in Napoli, mi mandarono a cercare, e mi dissero queste notizie, mostrandosene lieti; tuttavolta dicevano che il detto castello era gagliardamente munito[287]; e ben vedevano esservi da sperare assai che non si arrendesse, e consentirono che l'ambasciatore levasse gente d'armi a Venezia per ispedirle a Brindisi, ed erano vicini a conchiudere la lega, allorchè i loro ambasciatori scrissero che il castello avea capitolato. Allora una mattina mi fecero nuovamente chiamare, e li trovai in grosso numero di circa cinquanta o sessanta nella camera del principe, ch'era infermo di colica; e mi si raccontarono tali nuove con ridente cera, ma niuno più del principe sapeva meglio fingere. Alcuni erano seduti su certi marciapiedi delle panche, e tenevano il capo tra le mani, altri in altro lato, ma tutti non potevano a meno di lasciar travedere la somma loro tristezza; ed io credo che quando si ebbe in Roma l'avviso della sconfitta di Canne, i senatori che erano rimasti non erano più sparuti, nè più spaventati di loro: perciocchè non vi fu che il solo doge che mi guardasse o mi volgesse la parola. Ed io gli andava guardando maravigliato. Mi chiese il doge se il re manterebbe quello che loro aveva sempre fatto sapere, e che gli aveva detto ancor io. Risposi asseverantemente di sì, e tutto offersi per rimanere in pace, promettendo che la promessa sarebbe mantenuta, sperando con ciò di togliere ogni sospetto; indi mi congedai[288].»

[287] Convien dire che il Comines parli del castello di Napoli. _N. d. T._

[288] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XX, p. 252._

Malgrado l'abbattimento de' signori Veneziani, ben sentì il Comines che la posizione del re in fondo all'Italia poteva riuscire pericolosissima, se questi dichiaravansi contro di lui; e mentre il duca di Milano faceva ancora difficoltà per sottoscrivere con loro il trattato di alleanza, sollecitò Carlo VIII, o a far venire di Francia nuovi rinforzi, se voleva egli medesimo mantenersi nel regno, o ad uscirne immediatamente colla sua armata, prima che gli si precludesse la strada, lasciando soltanto buone guarnigioni nelle piazze. In pari tempo egli scrisse al duca di Borbone rimasto in Francia come luogotenente del regno, ed al marchese di Monferrato, per persuaderli a mandare subito rinforzi al duca d'Orleans, ch'erasi trattenuto in Asti soltanto colla sua casa: perciocchè questa città era in certo modo la porta aperta al re per tornare in Francia, e se questa veniva occupata da' nemici, estremo diventare poteva il suo pericolo[289].

[289] _Mém. de Phil. de Comines l. VII, c. XX, p. 254._ — Non trovansi meno di sei lettere scritte dal 14 al 20 aprile dal duca d'Orleans al duca di Borbone per chiedergli soccorsi. Sono riportate da _Dionigi Godefroy Hist. de Charles VIII, p. 70._

«La lega si conchiuse (dice il Comines) una sera, ad era tarda assai il 31 marzo del 1495[290]. La susseguente mattina mi chiese la signoria assai più per tempo che all'ordinario. Tosto che fui arrivato e seduto, mi disse il doge che in onore della santa Trinità, aveva conchiusa una lega col nostro santo padre il papa, col re de' Romani e di Castiglia, e col duca di Milano, a tre fini: il primo per difendere la Cristianità contro il Turco; il secondo per la difesa dell'Italia; il terzo per la preservazione de' loro stati; e che dovessi darne notizia al re. Eravi grossa adunanza di circa cento o più, e tenevano il capo alto, facevano buon viso, ed avevano un contegno affatto diverso da quello di quel giorno in cui mi avevano data notizia della presa del castello di Napoli. Mi fu altresì detto d'avere scritto ai loro ambasciatori, che trovavansi presso il re, che partissero e prendessero congedo. Uno di costoro chiamavasi messere Domenico Loredano e l'altro messere Domenico Trevisano. Io aveva il cuore chiuso, ed assai temevo per la persona del re e di tutta la sua compagnia; e li credevo più apparecchiati che non erano; e dubitavo che tenessero pronti de' Tedeschi; che se ciò fosse stato, il re più non sarebbe uscito d'Italia. Risolsi di non far molte parole in quell'impeto di collera; pure essi mi fecero molte dimande. Loro risposi che la sera precedente aveva tutto scritto al re, e più volte, e ch'egli pure mi aveva scritto, e che gli era nota ogni cosa da Roma e da Milano. Tutti mi fecero mal viso per avere detto che aveva scritto la precedente sera al re, perchè non vi sono persone al mondo così sospettose, nè che tengano più segreti i loro consiglj; e soltanto per sospetto esiliano le genti; e perciò aveva loro così parlato. Oltre di questo loro dissi ancora d'avere scritto a monsignore d'Orleans ed a monsignore di Borbone, affinchè provvedessero Asti; e lo dicevo sperando che ciò li ritarderebbe dall'andare sotto Asti; perchè se fossero stati così apparecchiati come se ne davano il vanto, e credevano, l'avrebbero preso senza rimedio; perciocchè era, e rimase ancora lungo tempo mal provveduto[291].»

[290] _ P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 32. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 210. — Cron. Ven., t. XXIV, p. 17._

[291] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XX, p, 256._ Nel trasportare questo ed il precedente testo di questo antico storico, ho cercato di non perdere quel carattere d'ingenuità e di buonomia che ha l'originale. — _Arnoldi Ferroni de Gestis Franc., l. I, p. 12._

Ma mentre che Filippo di Comines vuole darsi vanto, mostrando com'era ben informato, Pietro Bembo, lo storico veneziano, si compiace di dipingere la sua sorpresa ed il suo spavento. «Sebbene vi fossero tanti ambasciatori (egli scrive), e tanti cittadini chiamati alle conferenze, e che il senato si fosse così frequentemente adunato, tanta era stata la vigilanza del consiglio de' dieci, per sopprimere ogni diceria su questo argomento, che Filippo di Comines, inviato di Carlo, sebbene ogni dì frequentasse il palazzo, e che trattasse con tutti gli ambasciatori, mai non ebbe il più piccolo sospetto. Perciò, allorchè il giorno dopo la segnatura, fu chiamato a palazzo, ed il principe gli partecipò la conchiusione del trattato ed i nomi de' confederati, fu per impazzire. Per altro il doge gli aveva detto che tutto quanto erasi fatto non mirava a muovere guerra a chicchefosse, ma soltanto a difendersi ove alcuno della lega fosse attaccato. Poichè fu alquanto rinvenuto: E che dunque, esclamò non potrà il mio re tornare in Francia? Lo potrà, rispose il doge, se vuole ritirarsi da amico, e noi l'ajuteremo con tutte le nostre forze. Dopo questa risposta il Comines si ritirò; e mentre usciva di palazzo, dopo sceso lo scalone, nell'attraversare la piazza, si volse al segretario del senato, che lo accompagnava, pregandolo a ridirgli ciò che il doge gli aveva detto, avendo egli il tutto dimenticato[292].»

[292] _P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 30._

Il popolo di Venezia festeggiò questa lega il giorno dopo la sottoscrizione, e le feste ricominciarono il giorno dodici aprile, domenica delle Palme, in cui si pubblicò in tutti i paesi de' confederali[293]. In forza de' convenuti articoli l'alleanza doveva durare venticinque anni, ed avere per oggetto la difesa della maestà del romano pontefice, della dignità, della libertà, de' diritti di tutti i confederati, e di ciò che tutti possedevano. Le potenze alleate dovevano fra tutte mettere in piedi trentaquattro mila cavalli e venti mila fanti; cioè il papa quattro mila cavalli; Massimiliano sei; il re di Spagna, la repubblica di Venezia ed il duca di Milano, cadauno otto. Ogni confederato doveva somministrare quattro mila pedoni. Coloro che non avrebbero dato tutto il contingente, supplirebbero col danaro. Come pure quando fosse stato necessario l'impiego d'una flotta, dovevano somministrarla le potenze marittime, e le spese essere a carico di tutti gli alleati in giusta proporzione[294].

[293] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 299. — Rayn. Ann. Eccl. 1495, § 14, t. XIX, p. 441._

[294] _Fr. Guicciardini l. II, p. 88. — P. Jovii, l. II, p. 56. — P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 32. — And. Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1204. — Fr. Belcarii Comm. rer. Gallic., l. VI, p. 157._

Ma a questi articoli, che furono pubblicati, i confederati aggiunsero altre segrete condizioni, che affatto mutavano la natura dell'alleanza, e la disponevano ad una guerra offensiva. Di già Ferdinando ed Isabella avevano mandato in Sicilia una flotta di sessanta galere, che aveva a bordo seicento cavalieri e cinque mila fanti, ed avevano dato il comando di queste truppe a Gonzalvo di Cordova, che si era renduto glorioso nella guerra di Granata[295]. Convennero gli alleati che questa armata asseconderebbe Ferdinando di Napoli, per riporlo in trono, dove i suoi sudditi, rinvenuti dalla loro confidenza in Carlo VIII, di già lo richiamavano. Gli è vero che i re di Spagna si erano obbligati col trattato di Perpignano a non impedire al re di Francia l'acquisto del regno di Napoli[296], ma vi avevano aggiunta la clausola, che niuna condizione sarebbe obbligatoria se trovavasi pregiudicievole alla Chiesa; ed essi pretendevano, che, essendo il regno di Napoli un feudo ecclesiastico, essi non potevano restare dal difenderlo, quando il papa gl'invitasse a farlo[297]. I confederati convennero pure fra di loro segretamente, che i Veneziani attaccherebbero le terre occupate dai Francesi lungo le coste del regno di Napoli colla loro flotta, che avevano portata a quaranta galere, sotto il comando d'Antonio Grimani[298]; che il duca di Milano si opporrebbe all'avanzamento de' soccorsi che potessero arrivare dalla Francia; che attaccherebbe Asti, scacciandone il duca d'Orleans; che il re de' Romani ed i re di Spagna invaderebbero nello stesso tempo i confini della Francia con potenti armate, e riceverebbero per questa guerra sussidj dagli altri alleati[299].

[295] _P. Jovii Hist., l. II, p. 56._

[296] È nell'articolo III del trattato di Perpignano che trovasi quest'obbligazione, ma per altro senza nominare il re di Napoli. I re di Spagna si obbligano soltanto a preferire l'alleanza della Francia: _Aliis quibuscumque ligis et confederationibus factis, vel faciendis, cum quocumque principe, vel principibus, Vicario Christi excepto. Den. Godefroy Hist. de Charles VIII, p. 664._

[297] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 87._

[298] _P. Jovii, l. II, p. 56. — And. Navagero, t. XXIII, p. 1202._

[299] _Fr. Guicciardini, l. II. p. 88._

Massimiliano faceva agli stati d'Italia splendide promesse, ma non si tardò a conoscere che non recava all'alleanza che un gran nome. Egli non sapeva porre alcun ordine nè alcuna economia nell'amministrazione de' suoi stati ereditarj, e non poteva avere dall'impero nè uomini, nè danari, sebbene pretendesse d'entrare in guerra colla Francia soltanto per l'interesse de' feudi imperiali. La dieta di Vormazia gli promise nel 1495 soltanto centocinquanta mila fiorini, assegnati sul danaro comune che doveva levarsi in tutto l'impero, e che non si pagò in verun luogo. Di modo che, in cambio di sei mila cavalli da lui promessi, appena potè assoldare tre mila uomini[300].

[300] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. XXVII, t. V, p. 369._

Non eravi forse verun duca d'Italia, che non fosse effettivamente più potente dell'imperatore, o la di cui cooperazione non fosse almeno più efficace. Perciò le potenze alleate avrebbero ardentemente desiderato che tutta l'Italia fosse entrata nella stessa confederazione, ed insistettero presso il duca di Ferrara e presso i Fiorentini, perchè prendessero parte nella lega. Il duca di Ferrara lo ricusò[301], ma per tenersi amici tutti i partiti fu contento che suo figlio primogenito, don Alfonso, passasse ai servigj del duca di Milano col titolo di luogotenente generale delle sue truppe, e col comando di cento cinquanta lance[302]. I Fiorentini, ai quali Lodovico Sforza offriva un'armata, per difenderli contro Carlo VIII nel di lui ritorno, e per ajutarli in appresso a ricuperar Pisa e tutte le loro fortezze, costantemente ricusarono di staccarsi da un principe, che per altro loro dava così giusti titoli di lagnanze. Preferirono di aspettare da lui la restituzione delle loro province, piuttosto che ritorgliele colla forza, ajutati dagli alleati, de' quali diffidavano più che del re[303].

[301] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 298._

[302] _Diar. Ferrar., p. 302._

[303] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 210._

Frattanto tutti i confederati si apparecchiavano sollecitamente alla guerra: i Veneziani chiamavano molti Stradioti, o cavalleggeri dall'Epiro, dalla Macedonia e dal Peloponneso: Lodovico Sforza aveva mandato molti danari in Svevia per assoldarvi truppe mercenarie; Massimiliano prometteva di scendere in Italia con quelle formidabili schiere tedesche, delle quali i Francesi nel 1492 avevano sperimentato il valore nelle pianure dell'Artois. Bajazette II offriva ai Veneziani d'ajutarli con tutte le sue forze di terra e di mare contro i Francesi[304]. Il sultano non era compreso nell'alleanza, la quale anzi, stando al trattato pubblico, sembrava fatta contro di lui; pure il suo ambasciatore era stato ammesso nelle adunanze della confederazione, e terminata la sua missione era rimasto in Venezia per assistere alle feste colle quali si celebrò la pubblicazione della lega[305]. In ogni parte l'Europa vestiva un aspetto ostile contro i Francesi; e Filippo di Comines, che da gran tempo avvisava il suo padrone del turbine che si andava contro di lui condensando, essendosi ancora trattenuto un mese in Venezia dopo la sottoscrizione della lega, si pose in cammino per recarsi al campo di Carlo, attraversando gli stati del duca di Ferrara, di Giovanni Bentivoglio e dei Fiorentini. Fu da loro accolto come l'ambasciatore d'un monarca alleato, mentre che la sua partenza da Venezia fu in certo qual modo il segnale della rottura d'ogni negoziazione[306].

[304] _P. Jovii, l. II, p. 56._

[305] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XX, p. 259._

[306] _Ivi, p. 260._

CAPITOLO XCVI.

_Carlo VIII abbandona il regno di Napoli; attraversa Roma e la Toscana; si apre un passaggio a Fornovo malgrado i confederati, e giugne fino ad Asti. Tratta a Vercelli col duca di Milano, libera il duca d'Orleans, assediato in Novara, e ripassa le Alpi._

1495.

Per quanto fosse grande il disprezzo che Carlo VIII e la sua corte avevano concepito per la nazione italiana dopo la facile loro vittoria, avevano per altro sentito di avere bisogno di guadagnarsi l'affetto del popolo, per mantenere ubbidiente il regno che avevano occupato. Carlo VIII e la sua corte avevano infatti cercato di cattivarselo con un decreto, che, riducendo le imposte a ciò che erano ai tempi dei re angioini, scaricavano il regno di quasi dugento mila ducati di contribuzione[307]; ma perchè aveva accordata questa grazia colla leggerezza che lo caratterizzava, senza calcolare i bisogni dello stato, nè il conguaglio tra le rendite e le spese, non ispirò veruna confidenza, tanto più che si vedeva in tutto il restante della sua amministrazione la rapacità de' suoi subordinati, il loro disordine, e l'assoluto loro disprezzo per le leggi e per le costumanze della nazione. Il regno di Napoli era il solo paese d'Italia in cui le instituzioni feudali si fossero mantenute in pieno vigore. Alfonso I le aveva confermate con nuove concessioni fatte ai gentiluomini. Le province erano quasi assolutamente dipendenti dalla nobiltà; e per essere sicura del regno, o conveniva cattivarsi l'affetto dei grandi, conservando l'antica organizzazione, o rendere le comuni da loro indipendenti, dichiarandole libere, e dando loro un'importanza che mai avuta non avevano. Ma i Francesi non davano orecchio che ai loro pregiudizj; erano piuttosto disposti ad accrescere la schiavitù del terzo stato, e non pertanto avevano offesa tutta la nobiltà.

[307] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89. — Mém. de Phil. de Comines, l. II, c. XVII, p. 230._

Dopo avere pubblicato il suo editto intorno alla minorazione delle imposte, il re ad altro più non pensò che a feste ed a tornei, ove credeva di brillare; e tutti i suoi cortigiani non pensarono che ai mezzi più pronti di arricchirsi. Chiedevano con importunità tutti gl'impieghi, tutti i titoli, tutti i feudi disponibili dalla corona; e Carlo VIII, che nulla sapeva ricusare, loro spesso accordava quello di cui non poteva a buon diritto disporre; egli invadeva le private proprietà, e feriva ne' loro interessi e negli affetti loro i popoli che così leggermente offendeva. Quest'inconsiderazione gli fece perdere le due città di Tropea e di Amantea, che piuttosto che assoggettarsi al signore di Precì, cui le aveva regalate, rialzarono le insegne arragonesi[308]. Da prima non pensò, finchè poteva farlo, a sottomettere queste due città; e poco dopo gli Spagnuoli, sbarcati dalla Sicilia, vi posero guarnigione; altri si stabilirono in Reggio di Calabria; e si dispiegavano nuovamente le insegne d'Arragona nella Puglia, ove non si vedevano giugnere truppe francesi, e dove era già nota la conclusione della lega ed il prossimo arrivo d'Antonio Grimani colla flotta veneziana; finalmente Otranto aprì le porte a don Federico, che aveva stabilito a Brindisi il suo quartiere generale[309].

[308] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. XVI, p. 226._

[309] _Ivi, p. 262. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gallic., l. VI, p. 155._

Ma più di tutti, malcontenta di Carlo era l'alta nobiltà. Una parte di questo potente corpo credeva di avere acquistati giusti diritti alla riconoscenza de' Francesi col suo attaccamento alla casa d'Angiò; l'altra vantava i suoi recenti servigj, e la facilità colla quale aveva abbandonato il partito d'Arragona, cui era da prima affezionata. Avvezzi gli uni e gli altri ad essere conosciuti e temuti dai loro sovrani, contavano sopra potenti memorie in un paese ove tante affezioni e tanti odj erano ereditarj. Erano ad un tempo avviliti ed offesi, vedendo che nè il re, nè alcuno de' principali signori francesi, avevano contezza dei loro nomi, degli antichi loro interessi, degli antichi loro servigj. Costretti a ridire sempre chi erano, ciò che avevano diritto di pretendere, e le ingiustizie che loro venivano fatte, non trovavano chi porgesse loro orecchio, nè chi gl'intendesse o ajutasse a ricuperare i ricevuti torti; e prima che si facesse loro ragione di una violazione dei proprj diritti, un nuovo editto del re, una nuova concessione fatta a qualche signore francese, loro arrecava una più fresca offesa. Quando volevano presentarsi a Carlo, con grandissima difficoltà potevano ottenere udienza; lasciavansi languire nelle anticamere; e quando all'ultimo venivano ammessi, incontravano allora una maggiore difficoltà, quella di ridurre questo giovane re, sempre distratto, sempre nemico del lavoro ed incapace di attenzione, a fissare il suo spirito ed a parlare di affari[310].

[310] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89._

Erasi abborrita la tirannia, la doppiezza e l'avarizia arragonese; ma i vantaggi inseparabili dall'amministrazione regolare, economica e ben formata di quei re, vantaggi cui non erasi posto mente in tempo del loro regno, si rendettero col presente contrapposto palesi. Ferdinando II, cui non poteva farsi verun rimprovero, non avendo egli avuto parte ne' delitti del padre e dell'avo, rendevasi ogni giorno più caro per la grandezza della sua caduta, per la nobiltà con cui vedevasi sostenere la presente sventura, e pel coraggio, la magnanimità, e la dolcezza che aveva fatte conoscere nel breve tempo che era durato il suo regno. Dopo avere sperato dal ritorno dell'antica stirpe francese un ben essere e vantaggi che non è in mano di verun principe di potere costantemente procurare ad un popolo, i Napolitani erano colpiti dell'incapacità del re, della sua inapplicazione, della sua ignavia, dell'inaudito disordine della sua casa, dell'impossibilità d'avere accesso presso di lui, dell'orgoglio e dell'insolenza de' suoi cortigiani, i quali sprezzavano una nazione che si assumevano di governare, ed alla quale mai non si erano mostrati che tra le linee nemiche. Il disgusto del presente inspirava il desiderio di un passato che si era creduto intollerabile. Quello ch'era stato tanto tempo chiamato tiranno anche prima di salire sul trono, nel suo esilio aveva cessato di essere odioso. Si andavano rammentando le vittorie da lui riportate alla testa di armate nazionali in Toscana, ad Otranto ed al ponte di Lamentana, e preferivasi l'antico giogo, consolidato dalle conquiste, al nuovo giogo che non si era stabilito che colle disfatte dell'armata e colla vergogna de' capitani. Una nazione soffre più facilmente l'oppressione che il disprezzo, e meno ancora del disprezzo soffre di vedersi rendere spregevole da coloro che la governano. Il nome di Alfonso, fin allora così odioso, più non inspirava spavento; chiamavasi giusta severità quella condotta che in addietro aveva il nome di crudeltà; e credevasi vedere una prova di sincerità nel suo altero, contegno, così spesso attribuito ad orgoglio e ad alterigia[311].

[311] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 90._

Mentre che una generale fermentazione Veniva prodotta dal confronto tra gli antichi ed i nuovi padroni, i Francesi, saziati dalle loro vittorie, cominciavano a desiderare il ritorno in patria. Credevano di avere abbastanza operato per la loro gloria, ed erano impazienti di andar a ricevere le lusinghiere lodi dei loro compatriotti e principalmente delle donne. Coloro ch'erano rimasti alla corte o all'armata, siccome quelli ch'erano sparsi nelle province, sentivano tutti di non essere colà che di passaggio. Non si curavano di piacere ai loro amministrati, non a fissarsi stabilmente tra di loro, non a lasciarvi buona riputazione. I loro occhi erano sempre volti verso la Francia, e tutti i loro progetti, tutta la loro ambizione avevano per iscopo il ritorno in patria. Tale disposizione era di già universale che a Napoli non sapevasi ancora la lega delle potenze che si andavano afforzando nella parte settentrionale d'Italia. Ma quando ne fu dato avviso al re, tutti i suoi consiglieri sentirono la necessità di ricondurlo in Francia, prima che ne fosse preclusa la strada da superiori forze[312].

[312] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 90. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 156._

Carlo VIII, che da molto tempo andava negoziando con Alessandro VI per ottenere dalla Chiesa l'investitura del regno di Napoli, quando si vide costretto a partire, offrì di accontentarsi di una investitura da darsi colla clausola: _senza pregiudizio del diritti d'ogni altro pretendente_; e non potendola nè meno ottenere a tale condizione, pensò di supplirvi con un'altra ceremonia. Il 12 di maggio fece il suo solenne ingresso in Napoli, coperto con un manto imperiale, portando il globo colla mano destra e lo scettro colla sinistra e accompagnato da tutta la nobiltà francese e napolitana, indi si recò con tale corteggio alla chiesa di san Gennaro, ove giurò ai Napolitani di _governarli e mantenere i loro diritti, libertà e privilegj_. Creò cavalieri molti giovani gentiluomini che gli avevano chiesto questo favore, e senza essere altrimenti coronato, o avere ricevuta l'investitura della Chiesa, si ritirò al suo palazzo[313].

[313] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, dans Denys Godefroy, p. 147. — Fr. Belcarii Rer. Gallic., l. VI, p. 159._