Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 14
Sotto il nome di libertà si confondono sempre una facoltà ed una guarenzia che non hanno strettissima relazione: la libertà politica degli stati consiste nella partecipazione del maggior numero possibile di cittadini alla sovranità: l'individuale libertà de' cittadini consiste nella garanzia di tutti que' loro diritti di cui non fu necessario lo spogliarli perchè il governo potesse mantenersi; questa adunque consiste nella loro sicurezza personale, nella conservazione della loro proprietà, nella imparzialità dei tribunali, nella certezza della giustizia, nell'impossibilità di arbitrarie vessazioni. Queste due libertà non erano definite nelle repubbliche dei secoli di mezzo, ed erano affatto disugualmente guarentite. Forse in verun paese la gran massa dei sudditi dello stato era più esclusa che a Venezia dal governo. Mentre due in tre mila gentiluomini formavano soli tutta la repubblica, contavansi nella sola Venezia cento cinquanta mila abitanti, e le province di terra ferma, in Italia, in Dalmazia e nella Grecia, contenevano alcuni milioni di sudditi. Tutti erano esclusi dalla più sospettosa gelosia dalla conoscenza di ciò che chiamavasi i segreti dello stato. Qualunque tentativo avessero fatto per essere partecipi del governo sarebbesi considerato come una cospirazione, e punito come un delitto. In verun altro stato, nè meno nel più dispotico, l'autorità del governo era così fondata sul terrore; in niun luogo i tribunali non si cuoprivano di un più profondo segreto e di più spaventose forme; in niun luogo non disponevano più arbitrariamente della libertà e della vita dei cittadini come de' sudditi, in niuna parte i colpi di stato, avvolti nello stesso tempo in più misteriosa oscurità, punivano con più terribili gastighi, coloro che avevano eccitati i sospetti di una gelosa oligarchia.
Non pertanto di que' tempi la repubblica di Venezia aveva già sussistito più di mille anni; appena era stata agitata da alcune guerre civili, e già da più secoli aveva compresse tutte le fazioni, prevenute le congiure prima che scoppiassero, e tutte evitate le rivoluzioni. Al di fuori la sua politica costantemente felice le aveva assoggettati nuovi stati, dilatato da tutte le bande il suo dominio intorno alle lagune, entro le quali stava originariamente chiusa, accresciute le ricchezze, il commercio, l'industria, e ridotti tutti i suoi vicini a rispettarla ed a temerla. Tutti i quali vantaggi non erano veramente dovuti a libertà, perciocchè questa non era a Venezia conosciuta, ma alla forma repubblicana del suo governo, alla prudenza del senato, superiore di lunga mano a quella di un principe, alla sua inalterabile costanza, alla sua parsimonia, che andava continuamente accumulando que' tesori che la prodigalità di una nascente corte avrebbe dissipati, per ultimo all'intero sagrificio per la cosa pubblica della classe meno numerosa ma ricca e provveduta di molte dottrine, cui apparteneva lo stato.
Ma la durata e la potenza sono le due prerogative che più colpiscono gli occhi degli uomini; e Venezia inspirava a tutta l'Italia l'ammirazione ed il rispetto che una repubblica non suole acquistare che per mezzo di una libera e giusta costituzione. Quando si trattò di ricostituire il governo di Firenze, quest'ammirazione per Venezia venne egualmente professata da tutti i partiti: fu l'esemplare che gli uomini di stato presero reciprocamente ad imitare, e sul quale cercarono tutti di giustificare il proprio sistema. In quella guisa che a' dì nostri si è veduto l'esempio dell'Inghilterra proposto a vicenda da tutti i partiti, ed in tutti i paesi che aspiravano ad essere liberi; così si vide a Firenze, dopo la caduta del governo de' Medici, tutti i politici cercare in Venezia un modello per la nuova repubblica. Paolo Antonio Soderini, universalmente riputato, desiderando di allargare la periferia dell'aristocrazia, e di rendere partecipi della sovranità un maggior numero di Fiorentini, propose per modello ai suoi concittadini Venezia; mostrò che il numero de' suoi gentiluomini pareggiava quello degli uomini ch'egli chiamava ad essere riconosciuti a Firenze in qualità di cittadini attivi; si dolse che inveterate abitudini, pregiudizj radicati nel popolo, non permettessero di rendere più perfetta la rassomiglianza delle due repubbliche, e finalmente protestò, che a' suoi occhi la più felice sorte di Firenze sarebbe quella di giugnere allo stesso grado di stabilità e di saviezza che i Veneziani avevano saputo dare al loro governo[237]. In appresso fu veduto Guido Antonio Vespucci, famoso legista, ed in particolar modo rinomato per la sua accortezza e per la forza del suo argomentare, proclamare i vantaggi dell'aristocrazia, inveire contro l'imprudenza e la versatilità del popolo, opporre la saggezza di un senato all'instabilità della moltitudine, e, ritorcendo l'esempio della repubblica di Venezia contro il suo avversario, far vedere che in questa repubblica, oggetto dell'universale ammirazione, non era altrimenti il corpo dei gentiluomini, ma un'oligarchia di pochissimi membri de' supremi consiglj, che effettivamente esercitava la sovranità[238]. Il padre Savonarola, mescolando la divina autorità agli affari dello stato, spalleggiandosi colle proprie rivelazioni, e col diritto che aveva G. Cristo di essere solo il re di Firenze, fu visto consultare non pertanto l'esempio de' Veneziani rispetto alla costituzione che dar voleva alla repubblica[239]. Per ultimo tutti gli speculativi politici dell'Italia, Guicciardini, Giovio, Varchi e particolarmente il Machiavelli, andavano d'accordo nel particolare della loro ammirazione per Venezia. Filippo di Comines, il più filosofo degli storici francesi di quel secolo, e che più d'ogni altro aveva meditata la costituzione de' governi, professava i medesimi sentimenti[240]. Il Machiavelli non ravvisava nella storia del mondo che tre repubbliche, le quali meritassero di essere studiate ed imitate, cioè Roma, Sparta e Venezia. Le ultime due gli sembravano appartenere alla stessa classe, e dalla lunga durata della loro costituzione conchiudeva che la sua forma era la migliore; ma non la riputava propria che allo stato stazionario, in quanto che una città sfugge il pericolo di essere attaccata, e che resiste alla tentazione delle conquiste. Perciò egli risguardava la costituzione della repubblica romana, siccome la più degna di essere imitata, e come più accomodata alle circostanze nelle quali suole strascinare la fatalità o la forza delle umane passioni, non come la migliore. Il difetto di quella di Venezia non era già ai di lui occhi quello di non conoscere la libertà, ma quello di essere esposta a corrompersi, allorchè le conquiste ingrandirebbero il territorio della repubblica[241].
[237] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 77._
[238] _Ivi, p. 80._
[239] _Vita di Girolamo Savonarola, l. II, c. 17, e seg. p. 85. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 29._
[240] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XVIII. p. 243._
[241] _Machiavelli disc. sopra T. Livio, l. I c. 5 e 6._
Conoscevansi allora in Firenze tre partiti, tra i quali disaminavasi la nuova costituzione da darsi alla repubblica, ed ognuno cercava di guadagnare per sè solo il potere. Il primo ed il più considerabile, sia pel rango e per l'anzianità delle case che vi erano addette, sia pel numero de' più oscuri cittadini, che seguivano le loro insegne, sia per le disinteressate sue mire e per la moralità che professava, era sotto l'immediata influenza di frate Girolamo Savonarola. Era composto di cittadini che, proponendosi ad un solo tempo la riforma dello stato e della Chiesa, risguardavano la libertà e la religione come inseparabili, accusavano la tirannia dei Medici di avere corrotti i costumi e scossa la fede, e non isperavano il ristabilimento dell'antica purità che in quanto fosse guarentita dalla libertà. Costoro desideravano un governo popolare, cui fosse interessata la gran massa dei cittadini; ma perchè non separavano mai i loro voti per una più libera costituzione dalle esortazioni alla riforma ed alla penitenza, ebbero il soprannome di _Frateschi_ e di _Piagnoni_. Francesco Valori e Paolo Antonio Soderini, erano, dopo il Savonarola, i più distinti capi di questo partito[242].
[242] Comment. di Filippo Nerli, l. IV, p. 68.
La fazione direttamente opposta a questa era principalmente formata da coloro, che, avendo avuto parte nel governo dei Medici, ed in appresso disgustatisi coi capi di quella famiglia, avrebbero voluto conservare per se medesimi l'autorità tolta ai Medici, e sottentrare nelle quasi monarchiche prerogative di Pietro, mercè di una stretta oligarchia. Erano costoro secondati dalla maggior parte della gioventù appartenente alle famiglie nobili, le quali non sapevano assoggettarsi alla riforma de' costumi ed alla monacale austerità ordinata dal Savonarola. Aveano sospetti di frode e d'ipocrisia coloro che andavano sempre intrattenendoli con ragionamenti di profezie, di miracoli, di digiuni, e non volevano accomodarsi ad una cotale libertà, che priverebbe la loro vita di ogni piacere. Avevano questi giovani patrizj formata una società, di cui era capo Dolfo Spini, uomo appartenente ad illustre e ricca famiglia, ma cui mancavano i talenti ed il carattere necessario ad un capo di partito. Sebbene fosse questa società principalmente dedita al piacere, non lasciava di guadagnare colla sua unione una ragguardevole influenza politica. Diede costei il suo nome al partito degli _arrabbiati_ o de' _compagnacci_; mentre che i più saggi oligarchi, che prevalevansi di lei senza associarvisi, si attenevano principalmente ai consiglj di Guido Antonio Vespucci[243].
[243] _Fil. de' Nerli. Comm., l. IV, p. 68._
Per ultimo eravi nella repubblica un terzo partito, quello de' Medici, che trovandosi egualmente in lotta cogli altri due, non ardiva apertamente professare le sue mire. Si teneva in silenzio ne' consiglj, e sembrava non prendere parte alle deliberazioni; ma quando giugneva l'istante di votare, si rendeva manifesta l'influenza de' suoi suffragi.
Davasi ai membri di questo partito il nome di _bigi_, volendo quasi indicare l'oscurità in cui s'avvolgevano. L'oligarchia aveva voluto proscriverli, per istabilirsi più solidamente, mentre che il Savonarola predicava al suo partito il perdono e la riconciliazione; tanto bastò, perchè i bigi assecondassero i voti della fazione popolare, che anche senza di loro aveva di già il vantaggio del numero[244].
[244] _Filippo de' Nerli Comment., l. IV, p. 49._
Carlo VIII era partito da Firenze il 26 di novembre, ed il 2 di dicembre la signoria adunò il popolo a parlamento sulla pubblica piazza. Quantunque il parlamento sanzionasse sempre tutte le rivoluzioni, non pertanto la sua convocazione era un omaggio che rendevasi alla sovranità del popolo, risguardandolo siccome il solo che potesse dispensare dalla costituzione, e stabilire un'autorità superiore alle leggi. Era questa l'autorità che la signoria ed il collegio volevano chiedere sotto il nome di _Balìa_, onde procedere alla ricostituzione della repubblica. Per altro siccome i priori volevano guadagnarsi i suffragi di quel popolo che mostravano di consultare, appostarono a tutti i capi strada della piazza alcuni giovani delle principali famiglie con alcuni fanti armati, _onde impedire_, secondo essi dicevano, _che la piazza non si empisse di plebei, o di nemici del nuovo governo_, quando il suono della campana chiamerebbe tutti i cittadini a ragunarsi disarmati per compagnia sotto i rispettivi gonfaloni[245]. Essendosi il popolo adunato senza tumulto, la signoria scese di palazzo sul balcone che dominava la piazza. Fece leggere le condizioni della balìa ch'essa chiedeva; poi invitò il popolo a dichiarare se trovavansi in piazza adunati i due terzi de' cittadini fiorentini: e fu risposto per acclamazione affermativamente; domandò ancora se il popolo voleva che la signoria ed il collegio fossero temporariamente rivestiti di tutta l'autorità della nazione fiorentina, e fu nuovamente risposto di sì per acclamazione: allora la signoria tornò in palazzo ed il popolo si ritirò[246].
[245] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 206. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 82._
[246] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 206. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 82._
I partiti non avevano per altro fatto bastante esperimento delle loro forze, ed in questa così subita rivoluzione appena si conosceva verso quale scopo tendesse ogni cittadino. Perciò incerte furono le prime operazioni della balìa, e non lasciarono travedere se il governo piegherebbe verso l'aristocrazia o verso la democrazia: limitossi a nominare venti commissarj, i quali, sotto il nome di _accoppiatori_, dovevano entro lo spazio di un anno, procedere essi soli alle elezioni della signoria, o, secondo il linguaggio adoperato in Firenze, _tenere le borse_. Uno solo degli accoppiatori poteva avere meno di quarant'anni, e quest'eccezione fu fatta a favore di Lorenzo, figlio di Pier Francesco de' Medici, che il partito oligarchico meditava di sollevare al posto che in addietro occupava suo cugino. In pari tempo la signoria rinnovò l'ufficio dittatoriale de' dieci della guerra, che costumavasi di nominare in tutte le difficili circostanze; soltanto per dar loro un nome di migliore augurio, furono questa volta chiamati i dieci della guerra e della pace[247].
[247] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 83._
Ma i venti accoppiatori, ai quali era stata imprudentemente dall'autorità essenzialmente popolare conferita la facoltà di tutte le elezioni della repubblica, trovaronsi fino nella prima adunanza così poco d'accordo nelle loro mire, ed in tante parti divisi, che riusciva difficilissima l'esecuzione dell'ufficio loro affidato. Non potendo tra di loro ottenere un'assoluta maggiorità per veruna elezione, e non avendo ancora trovato lo spediente di ballottare in un secondo scrutinio quelli che avevano nel primo riuniti più voti, furono costretti ad accontentarsi d'una maggiorità relativa; e con ciò si videro gonfalonieri e priori eletti soltanto da tre o quattro suffragj[248]. La mancanza di accordo e di unità fece bentosto loro perdere ogni considerazione nella repubblica; ed intanto il Savonarola nelle sue prediche, ed i capi del partito popolare ne' loro discorsi, attaccavano arditamente l'opera del parlamento e della balìa[249]: dicevano che ambedue altro fatto non avevano che mutare di posto la tirannide, invece di distruggerla. Chiedevano che il potere delle elezioni si restituisse al popolo, il quale è più atto a conoscere i soggetti degni di confidenza, che non a deliberare egli stesso; che tutti i cittadini, i di cui antenati avevano partecipato agli onori dello stato, venissero ammessi nel sovrano consiglio, e che questo consiglio dasse la sanzione a tutte le leggi, mentre che un altro assai meno numeroso consiglio, e da lui deputato, concorrerebbe colla signoria alla pubblica amministrazione. Savonarola invitò la signoria ed il popolo a recarsi alla sua chiesa, da cui questa volta escluse le femmine, ed in un eloquente sermone, fatto sul pulpito, ricapitolò queste proposizioni, conchiudendo con una calda preghiera di pubblicare un'amnistia per tutti i delitti, che si erano potuti commettere sotto il precedente governo fino alla rivoluzione[250].
[248] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 207._
[249] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 82._
[250] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 29._
Queste proposizioni non si accordavano colle segrete mire della balìa e degli accoppiatori: ed in ispecial modo l'amnistia veniva ricusata dal loro desiderio di vendetta, e dalla speranza di arricchirsi a spese di coloro che sarebbero proscritti. Però cominciavano a conoscere il potere della pubblica opinione, e vedevansi successivamente forzati a cedere su tutti i punti. Di tutti il più importante era la formazione del consiglio generale: il 23 di dicembre la signoria fece ai due consiglj dei cento e dei settanta la proposizione di formare un consiglio sovrano di tutti i cittadini di Firenze, e questa proposizione fu adottata. Tutti coloro i quali poterono provare che il loro padre, l'avo, o il bisavo, avevano partecipato ai diritti della cittadinanza, furono dichiarati membri del gran consiglio, e questo consiglio, che contò fino mille ottocento cittadini, doveva consultarsi intorno a tutte le imposte, ed a tutte le leggi, dopo che la signoria ne avrebbe fatta la proposizione ad un consiglio di ottanta membri, che venne scelto per intermediario tra il governo ed il popolo. Poco dopo si proclamò come legge dello stato l'amnistia proposta dal Savonarola[251], e dopo non molti mesi, il 1.º luglio del 1495, la facoltà di eleggere la signoria, che per lo spazio di un anno era stata delegata ai venti accoppiatori, venne tolta loro per esser data al consiglio generale. Fu questa la prima volta che in Firenze si sostituisse un'elezione veramente popolare ai due egualmente pericolosi metodi di un'estrazione a sorte, e di una scelta oligarchica[252].
[251] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 83. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 34._
[252] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 90._
Mentre i Fiorentini riformavano una repubblica corrotta da sessant'anni di abitudini monarchiche, i Pisani ricostituivano la loro dopo oltre ottant'anni d'intera oppressione. Il corso della prosperità non si era interrotto per rispetto ai primi, di modo che, camminando col loro secolo, avevano sempre più coltivato il loro spirito, e giammai la loro repubblica aveva posseduto un maggior numero di reputati scrittori. Per lo contrario i Pisani, ributtati da tutte le strade che potevano tenere per arricchirsi, o per ottenere il premio de' loro sforzi, avevano parimenti abbandonate le lettere ed il commercio, di modo che non è rimasto un solo storico del loro paese, e neppure un'informe cronaca per raccontare i lunghi e generosi sagrificj, coi quali ostinatamente difesero l'indipendenza ricuperata nel 1494. Soltanto appoggiati alla fede di storici esteri, ed il più delle volte loro nemici, ci è forza di riferire tutta questa serie di avvenimenti.
Per altro se in allora Pisa non aveva nè storici, nè legislatori, se poco discusse la costituzione che doveva darsi, e non conservò la memoria delle imprese colle quali seppe difenderla, non perciò fu questa città meno animata da un vero spirito repubblicano, da un caldo amore di patria, che tutti gli ordini dello stato sentivano a gara, da una generale risoluzione di tutto sagrificare, di sostenere le calamità estreme per conservare la ricuperata libertà. Con tal unione d'opinioni ogni governo par buono, perchè diventa sempre l'organo della pubblica volontà.
I Fiorentini non avevano la costumanza d'abolire le magistrature municipali delle città suddite. Avevano in Pisa lasciato che sussistesse una signoria composta d'anziani, il primo de' quali aveva il titolo di priore, cui in appresso, in sull'esempio de' Fiorentini, fu dato quello di gonfaloniere di giustizia. Questa signoria veniva rinnovata ogni due mesi, ed era coadjuvata da altri corpi detti il collegio, i sei buoni uomini ed il segreto consiglio de' dodici[253]. Scuotendo il giogo de' Fiorentini, pare che i Pisani istituissero ancora un consiglio del popolo, che tale era l'antica forma della loro costituzione, e non ebbero bisogno di veruna innovazione, perchè i loro affari fossero bene amministrati.
[253] Può vedersi l'enumerazione di tutte le varie magistrature di Pisa nel 1316, in un trattato di pace della repubblica con Roberto re di Napoli. _Racc. di Diplomi Pisani di Flam. del Borgo, n.º 27, p. 237_, e confrontarla con quelle che tuttavia esistevano il 6 dicembre del 1535. _Ivi, 432._
I Pisani avevano cominciato a scacciare tutti i gabellieri, e tutti i pubblici funzionarj fiorentini; avevano poscia ordinato con un editto a tutti i Fiorentini, domiciliati nella loro città, di uscirne prima che una candela accesa sotto la porta fosse del tutto consumata. Finalmente avevano mandata in tutti i villaggi anticamente dipendenti dalla loro repubblica la croce pisana, siccome insegna della loro libertà; ovunque questa risvegliò le stesse antiche ricordanze, ed eccitò lo stesso entusiasmo, e tutto il territorio pisano in pochi giorni tornò sotto il loro dominio. Intanto i Fiorentini, che da principio non avevano pensato che alle cose loro, ora travagliati dal timore del re di Francia, ora dal bisogno di riunire le loro fazioni, e che inoltre, credendosi sicuri della restituzione di Pisa in forza del loro trattato con Carlo VIII, non volevano affrettarsi di ricorrere all'esperimento delle armi, per timore di non offendere il re[254], videro all'ultimo la necessità d'opporsi colla forza alla ribellione delle loro province. Per tale oggetto presero al loro servigio Ercole Bentivoglio, Francesco Secco e Rannuccio di Marciano con molte compagnie d'uomini d'armi; nominarono Pietro Capponi commissario della repubblica presso quest'armata, e la spedirono nel territorio pisano in sul cominciare di gennajo del 1495. I Pisani non avevano ancora per difendersi che contadini male armati; onde il Capponi potè facilmente ricuperare Bientina e Pontedera, e prima che terminasse il gennajo aveva ripreso tutto il territorio di Pisa, tranne Vico Pisano, Cascina e Buti[255].
[254] _Scipione Ammirato, l. XXVI, p. 207._
[255] _P. Jovii Hist., l. II, p. 58. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 33. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 73. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 208._
Dal canto suo la signoria di Pisa non aveva trascurato di procurarsi esterni soccorsi; ella cercava di legare Carlo VIII colla stessa riconoscenza ch'ella gli professava, attestandogli tanto amore e tanta gratitudine, che questo giovine monarca, combattuto dagl'incoraggiamenti che aveva dati ai Pisani e dagli obblighi contratti coi Fiorentini, nè sapeva come ritogliere ai primi la grazia loro accordata, nè come liberarsi dalla promessa fatta ai secondi. Altronde quasi tutti i signori della sua corte, commossi dalle lagrime de' Pisani, o dall'accoglimento loro fatto in Pisa, proteggevano con calore il partito di questo popolo oppresso[256]. Il siniscalco di Belcario, sia per gelosia del cardinale di san Malo, che era il solo che insistesse per l'esecuzione del trattato di Firenze, ossia che fosse stato comperato dal denaro de' Pisani, rappresentava al re convenirgli tenere la Toscana divisa, e che la guerra di Pisa non permetterebbe ai Fiorentini di prendere parte nelle pratiche dell'Italia settentrionale[257].
[256] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 62._
[257] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 74._
Quattro oratori, scelti nelle più illustri famiglie di Pisa, erano stati incaricati di seguire il re nell'istante in cui usciva di Toscana, e di difendere innanzi a lui gl'interessi della loro repubblica[258]. Il re volle che questi ambasciatori esponessero le loro lagnanze alla presenza di quelli de' Fiorentini, riservandosi così in alcun modo il diritto di sentenziare fra di loro. Infatti i Pisani fecero la pittura dell'oppressione sofferta, e, gittandosi inginocchio, supplicarono il re, versando copiose lagrime, di non ritirare la grazia loro accordata. Francesco Soderini, vescovo di Volterra ed ambasciatore de' Fiorentini, cercò dal canto suo di scolpare la sua repubblica: si appoggiò ai legittimi diritti trasmessile da Gabriele Maria Visconti con un contratto di vendita, e sostenne che i Pisani, governati come tutti gli altri popoli soggetti a Firenze, non potevano lagnarsi di quella sorte di cui gli altri erano contenti, che a cagione che l'orgoglio loro era affatto sproporzionato alla loro potenza ed al loro merito[259].
[258] _Diar. Sanese d'Allegr. Allegretti, p. 835._
[259] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 75._