Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)

Part 13

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Intanto la dedizione di Capoa e subito dopo l'evacuazione di Napoli avevano scoraggiati tutti i partigiani che ancora conservava la casa d'Arragona. Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, che si erano ritirati a Nola con circa quattro cento cavalli, fecero domandare a Carlo un salvacondotto; di già era loro stato promesso, quando vennero attaccati da dugento cavalli della compagnia di Lignì. Essi si arresero senza fare resistenza e lasciaronsi condurre prigionieri alla fortezza di Mandragone, mentre che venivano svaligiati tutti i loro equipaggi[220].

[220] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 71. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 54. — Petri Bembi Hist. Ven., l. II, p. 30._

I deputati di Napoli eransi presentati a Carlo fino in Aversa e gli avevano offerte le chiavi della città. Erano stati accolti con tripudio; il re si era dato premura di confermare i privilegi di questa sua nuova capitale, e di accordarne degli altri, ed aveva convenuto che farebbe il suo ingresso all'indomani, domenica 22 di febbrajo[221]. Fu splendido e magnifico quanto avrebbe potuto essere quello d'un vecchio monarca, o di un liberatore, che tornasse dopo una lunga assenza in uno stato in cui fosse teneramente amato. Tutte le fazioni, non escluse quelle, che erano più affezionate alla casa di Arragona, e che da lei ricevuti avevano tanti beneficj, parevano confondersi in una sola per celebrare con tripudio un avvenimento che avrebbe dovuto sembrare così umiliante alla fierezza italiana. Era un re straniero, accompagnato da truppe straniere, che veniva a scacciare dal seno de' suoi compatriotti un re italiano e tutta la sua famiglia, e che saliva sul di lui trono per diritto di conquista. Ma non altro volevasi in lui riconoscere che il rappresentante della casa d'Angiò, il legittimo successore dei principi che avevano renduto illustre questo regno. E perchè castel Nuovo e castel dell'Uovo erano tuttavia occupati dai soldati di Ferdinando, Carlo, dopo essere stato al rendimento di grazie nella cattedrale, andò ad alloggiare nel castello di Capuana, antica residenza dei re francesi[222].

[221] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, p. 132. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 294. — Diar. Sanese Allegr. Allegretti, p. 480. — Rayn. An. Eccl. § 7, p. 440. — Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 513._

[222] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 71. — Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. II, p. 52. — Phil. de Comines, l. VII, c. XVI, p. 225. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. VI, p. 153. — Arnold. Ferronii, l. I, p. 11._

Carlo VIII non pensava di lasciare lungo tempo in mano de' nemici i castelli della sua capitale. All'indomani del suo arrivo fece innalzare le batterie contro castel Nuovo su la piazza che gli sta di fronte e nel giardino reale posto dall'altro lato. Sebbene gli assediati non mancassero di artiglierie, non sapevano, come i Francesi, adoperarle egualmente di giorno e di notte. Altronde le palle, cadendo in un circondario murato, facevano balzare da ogni banda scheggie di sassi e di muraglie, e cagionavano maggior danno che in aperta campagna. Non erano state ancora inventate le bombe, nè verun projettile incendiario; ma una palla, facendo scintillare una pietra, produsse l'effetto di una granata nel magazzino della polvere. Una terribile esplosione uccise e ferì moltissimi soldati; il magazzino della pece e della resina, destinate ad essere gettate infiammate sugli assalitori, prese subito fuoco e riempì di fiamme e di fumo tutta la parte del castello che non era stata ruinata dall'esplosione. I feriti e coloro che fuggivano mezzo abbrustoliti a traverso alle fiamme, non trovavano dove salvarsi, nè chi li soccorresse o medicasse, e le lamentevoli loro grida agghiacciavano di terrore gli altri soldati. Lo stesso capitano tedesco, Gasparo, che tanto si era distinto colla sua costanza a Capoa, credendo omai la causa di Ferdinando affatto disperata, confortò i suoi compatriotti a dividere tra di loro ciò che ancora rimaneva dei tesori de' monarchi arragonesi, affidati alla loro custodia, per poi ritirarsi. Infatti capitolarono dopo questa vergognosa divisione, ed il 6 di marzo aprirono la porta di castel Nuovo ai Francesi, mentre che Alfonso d'Avalos fuggiva sopra una galera leggiera, ch'era rimasta ancorata nel porto[223].

[223] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 53. — Franc. Guicciardini Ist., l. II, p. 83. — Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. XVII, p. 231._

Castel dell'Uovo, seconda fortezza di Napoli, era fidata ad Antonio Piccioli, capitano affezionatissimo alla casa d'Arragona: è questo castello fabbricato in mare sopra uno scoglio isolato e separato dal continente per opera degli uomini, ma signoreggiato da un altro elevato scoglio, che oggi porta il nome di Forte sant'Elmo, e sul quale gli Arragonesi avevano fabbricato un semplice ridotto, chiamato Pizzifalcone. I Francesi occuparono facilmente questo posto, vi portarono dell'artiglieria, e di là fulminando castel dell'Uovo, lo costrinsero a capitolare il 15 di marzo[224].

[224] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 83. — P. Jovii Hist., l. II, p. 54. — Burchardi Diarium, ap. Raynald. Ann., 1495, § 7, p. 440._

Don Cesare d'Arragona, fratello naturale del re, che aveva difesi gli Abruzzi con Bartolommeo d'Alviano e con Andrea Matteo d'Acquaviva, erasi ritirato verso il contado di Molise con circa cinquecento uomini d'arme e tre mila fanti. Proponevasi di attraversare la Puglia per far alto a Brindisi, ad Otranto, o a Taranto, ed aspettare colà i soccorsi di Ferdinando il Cattolico, quelli de' Turchi, e quelli degli stati dell'alta Italia, di cui era di già noto il malcontento verso i Francesi. Ma Fabrizio Colonna, che teneva dietro a questa piccola armata, non la lasciava un giorno in riposo; ovunque il paese le si ribellava; tutte le gole, tutti i passaggi de' fiumi erano custoditi da contadini che avevano di già spiegate le bandiere di Francia. Don Cesare, cui la diserzione toglieva ogni ora parte della sua truppa, giunse a Brindisi soltanto con un pugno d'uomini d'arme, e conservò questa fortezza al fratello. Tutto il rimanente della compagnia si disperse, ed in tutte le province che stanno sull'Adriatico più non trovossi in breve neppure un sol piccolo corpo d'armata che difendesse il partito d'Arragona[225].

[225] _P. Jovii, l. II, p. 54. — Phil. de Comines Mém., l. VII. c. XVI, p. 226._

Il terrore che precedeva le armate francesi, e faceva egli solo le conquiste, si estese ancora sull'altra riva dell'Adriatico. I Turchi dell'Epiro e della Macedonia, vedendo volteggiare le insegne francesi su tutte le città napolitane, furono da tanto terrore compresi che abbandonarono quasi tutte le città delle coste, ov'erano di guarnigione. Per lo contrario i Greci si affrettarono d'acquistar armi, cavalli e viveri, apparecchiandosi con imprudente pubblicità alla carnificina dei loro oppressori, che doveva cominciare, dicevano essi, tostocchè il primo battaglione francese scenderebbe sulle loro spiagge. Queste inconsiderate dimostrazioni portarono bentosto sopra di loro la ruina e la distruzione[226]. Un arcivescovo di Durazzo, nato albanese, era stato incaricato da Carlo VIII delle sue negoziazioni nella Grecia: era costui assecondato da Costantino Arianite, zio di Maria, marchesana di Monferrato, presso la quale erasi rifugiato, pretendendo di essere l'erede del regno di Tessalonica e di Servia[227]. Eransi ambidue uniti in Venezia con Filippo di Comines, ed avevano estese le loro corrispondenze su tutte le coste dell'Albania. Ma l'arcivescovo di Durazzo, uomo leggiero e vanaglorioso, invece di celare queste pratiche, vi poneva tanta ostentazione, che i Veneziani, di già aombrati dei prosperi avvenimenti de' Francesi, lo fecero arrestare nell'istante in cui voleva partire sopra una nave carica di armi alla volta dell'Epiro. Spedirono tutte le sue carte a Bajazette, ed alcune migliaja di Cristiani greci furono vittima dell'imprudenza francese e della perfida politica di Venezia[228].

[226] _P. Jovii, l. II, p. 55. — Petri Bembi Hist. Ven., l. II, p. 51._

[227] Maria, madre e tutrice di Guglielmo Giovanni di Monferrato, era nipotina di Stefano, ultimo despota della Servia. Essa chiamò, nel 1486, Costantino Arianite, suo zio, alla sua corte, e questi cominciò da quel punto ad acquistare sull'animo di Maria un impero assoluto. _Benvenuto de Sancto Georgio Hist. Montisferrati, t. XXIII, p. 756._

[228] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XVII, p. 232. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 86._

Pure bastava osservare da vicino l'armata francese per non aver fiducia nella continuazione de' suoi progressi, o del suo dominio in Italia. Papa Alessandro VI diceva che aveva conquistato il regno di Napoli colla creta e cogli speroni di legno, perchè, non trovando in verun luogo resistenza, era sempre preceduta da' suoi forieri, che segnavano gli alloggi nelle città in cui doveva arrivare per prendere i suoi quartieri; e perchè gli uomini d'armi, per non istancarsi portando le loro pesanti armature che tenevano in serbo pel giorno della battaglia, si avanzavano a cavallo in veste da camera, colle pantoffole, a cui adattavano una punta di legno, che loro serviva di sprone[229]. Ma questa armata, che ancora non aveva combattuto, aveva di sè concepita una così alta opinione, e tanto disprezzo per gli Italiani, che erano fuggiti innanzi alla sua vanguardia, che la sua insolenza dovea rendere in breve il suo giogo insoffribile.

[229] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XIV, p. 212._

Perron de' Baschi e d'Aubignì furono mandati in Calabria senza soldati, per prendere possesso della provincia, e non già per conquistarla; infatti tutte le città loro aprirono la porte, ad eccezione di Tropea e d'Amantea sul golfo di sant'Eufemia: anche queste avevano spiegate le insegne francesi, ma, sentendo ch'erano state date in feudo ad un barone francese, siccome volevano essere direttamente dipendenti dalla corona, rialzarono le bandiere d'Arragona[230]. Reggio, la cittadella di Scilla, quelle di Bari e di Gallipoli in ferra d'Otranto, si mantennero pure fedeli a Ferdinando[231]. Altrove tutte le province erano sottomesse, e tutti i principali signori del regno si affrettarono di recarsi a Napoli, per fare la loro corte al monarca francese. Soltanto il marchese di Pescara, il conte d'Acri ed il marchese di Squillace eransi rifugiati in Sicilia, mentre che vedevasi presso di Carlo VIII il principe di Salerno, ch'era giunto colla flotta francese, il principe di Bisignano, suo fratello, ed i suoi figliuoli, il duca di Melfi, il duca di Gravina, il vecchio duca di Sora, i fratelli ed i nipoti del marchese di Pescara, il conte di Montorio, i conti di Fondi, di Celano, di Troja, quello di Popoli, che fu trovato nelle prigioni di Napoli, il Marchese di Venafro, tutti i Caldoreschi ed i conti di Matalona e di Merillano[232]. Ma mentre che tutti si davano premura di testificare il loro attaccamento ed ubbidienza, i Francesi mostravano di non trovarne veruno degno di riguardo e di stima. Carlo VIII privò la maggior parte di loro de' feudi o degli ufficj che tenevano dalla corona per darli ai Francesi. Non fuvvi forse un solo gentiluomo, cui il re non togliesse qualche cosa, e non gettasse in tal modo nel partito de' malcontenti. Gli antichi partigiani della casa d'Angiò avevano sperato col trionfo della loro fazione d'essere ristabiliti nel possedimento de' beni altre volte confiscati a danno loro; ma un tale sconvolgimento di tutte le fortune, dopo sessant'anni di possesso, sarebbe stato senza dubbio altrettanto impolitico che ingiusto; avrebbe rinnovato il male del primo spoglio invece di ripararlo. Frattanto non potevasi, senza infiniti riguardi, distruggere le speranze del solo partito su cui potesse nel regno contare la casa di Francia: in difetto di riconoscenza, la prudenza avrebbe dovuto consigliare il re di cercare con ogni mezzo compensi alle perdite delle famiglie che avevano sofferto per cagion sua, e di reprimere ogni inclinazione a gratuiti doni, finchè non era soddisfatto un debito così sacro; quindi il partito d'Angiò accolse con indignazione l'editto che manteneva i nuovi acquirenti nel possesso de' beni confiscati, e che loro prometteva _mano forte_ per ristabilirveli, qualora ne fossero stati scacciati colla forza, perchè si seppe che il presidente di Gannay ed il siniscalco di Belcarico erano stati guadagnati col danaro per proclamare questo editto[233].

[230] _Phil de Comines Mém., l. VII, c. XVI, p. 226. — Fr. Guicciardini Ist., l. II, p. 84._

[231] _Barth. Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 547._

[232] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XVI, p. 227._

[233] _Mém. de Phil de Comines, l. VII, c. XVII, p. 230._

Sembrava che il re non avesse tentata l'impresa di Napoli che per darsi in preda ai piaceri in questa sua nuova capitale, celebrarvi feste e tornei, ed associare la galanteria francese al lusso ed alla dilicatezza de' Napolitani. I suoi cortigiani, renduti orgogliosi da questa guerra senza battaglie, si davano perdutamente in preda a tutti i piaceri. Gli stessi semplici soldati, svizzeri, francesi e tedeschi erano snervati dalla mollezza che suole ispirare un delizioso clima. L'abbondanza ed il tenue prezzo de' più squisiti vini, la varietà de' frutti e de' prodotti di quel fertile suolo gli avvezzavano a piaceri ancora ignoti. Più non aravi chi pensasse alla spedizione della Grecia, veruno voleva più esporsi a nuove fatiche, a nuovi rischi; e questo progetto, annunciato alla Cristianità per santificare la guerra d'Italia, omai più non sembrava che un vano pretesto, col quale si era cercato d'ingannare tutti i principi d'Europa[234].

[234] _P. Jovii Hist., l. II, p. 55. — Burchardi Diar. ap. Rayn. 1495, § 10, p. 442. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 154._

Nè Carlo prendevasi maggior pensiere degli apparecchi di difesa, e de' mezzi di mantenersi, che di portare più in là i suoi attacchi. Vero è che due volte si era abboccato con don Federico d'Arragona, che si era recato presso di lui sotto la fede di un salvacondotto. Carlo, per ridurre Ferdinando II a rinunciare alle sue pretese sulla corona di Napoli, gli offriva in compenso un ducato nell'interno della Francia, ma Ferdinando voleva conservare il titolo di re ed il governo di Napoli, offrendo soltanto di rendere la propria corona tributaria di quella di Francia, e di dare alcune piazze in mano a' Francesi. Le negoziazioni si ruppero, ma non perciò Carlo fece verun tentativo per isloggiare il suo rivale da Ischia[235]. Non mantenne approvvigionate le fortezze che aveva occupate; abbandonò inconsideratamente tutte le vittovaglie ragunate nel castello di Napoli a coloro che gliele avevano chieste in dono. Nominò de' Francesi per governatori di tutte le città e fortezze del regno; e questi, colla medesima leggerezza, non pensando che ad accumulare danaro per mezzo della carica che avevano ottenuta, invece di accrescere le loro forze, e di porsi in istato di difesa, vendettero al migliore offerente gli approvvigionamenti e le armi che trovarono nelle fortezze. Fu appunto in mezzo a tale profonda sicurezza, alle feste ed ai dissipamenti, che il re e l'armata francese furono improvvisamente risvegliati dalla notizia della burrasca che si andava condensando contro di loro nella parte settentrionale d'Italia, e che videro succedere ad una quasi miracolosa prosperità il non men rapido torrente dell'avversità[236].

[235] _Phil. de Comines, l. VII, c. XVII, p. 228. — Franc. Guicciardini, l. II, p. 84. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 11._

[236] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XVII, p. 231. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 86. — Hist. de France par un gentilhomme du duc d'Angoulême, pubbliée par Denys Godefroy: Charles VIII, p. 103._

CAPITOLO XCV.

_Risoluzioni cagionate in Toscana dal passaggio di Carlo VIII. — Sforzi dei Fiorentini per riconstituire la loro repubblica, sottomettere Pisa e sottrarsi all'odio de' Sienesi, de' Lucchesi, de' Genovesi. — Inquietudini de' Veneziani pei successi di Carlo VIII; lega dell'Italia per conservarne l'indipendenza._

1494 = 1495.

Carlo VIII erasi trattenuto poco più di un mese in Toscana, dal suo ingresso in Sarzana fino all'uscita dallo stato di Siena; ma in così breve spazio di tempo aveva interamente sovvertiti gli ordini tutti di quella provincia. Da oltre un secolo i Fiorentini vi avevano acquistata una tale preponderanza, che soli conservavano una decisa influenza sulla politica del resto dell'Italia e su quella dell'Europa. Le varie città del loro territorio erano così pienamente soggette, che più non parlavasi delle antiche loro fazioni, e che se qualche abuso di autorità, o le pratiche di qualche ambizioso vi facevano nascere una sollevazione era quasi subito compressa. Soltanto Siena e Lucca conservavano la loro indipendenza, ma non potendo lottare con uno stato così potente come quello di Firenze, cercavano di farsi dimenticare, non prendendo parte nella politica generale d'Italia, e, malgrado la segreta loro gelosia, mantenendosi sempre in pace coi Fiorentini. Tutt'ad un tratto l'armata francese, che attraversava la Toscana, rende a Pisa quella libertà che aveva perduta già da ottantasette anni, rovescia il governo stabilito in Firenze da circa sessant'anni, diffonde in tutto lo stato fiorentino semi d'insubordinazione e progetti d'indipendenza cui tenne dietro bentosto la ribellione di Montepulciano, dà incoraggiamento ai Genovesi per ricuperare colle armi Sarzana e Pietra Santa che avevano perdute in una precedente guerra, ridona ai Lucchesi ed ai Sienesi l'audacia da più anni deposta di provocare il risentimento de' Fiorentini e di allearsi coi loro nemici, per ultimo distrugge con questa universale opposizione d'interessi e di passioni le forze di una delle più potenti contrade d'Italia, di una contrada, che più d'ogni altra sarebbesi presa cura di difendere l'indipendenza nazionale, e che ne avrebbe trovata la forza, se non nello spirito bellicoso dei suoi abitanti, almeno nella ricchezza delle sue città e nella saviezza de' suoi governi.

Firenze aveva perduto la maggior parte delle sue abitudini repubblicane ne' sessant'anni ne' quali aveva ubbidito ad una famiglia che, per nascondere il suo despotismo, si circondava con una stretta oligarchia. Ricuperando la massa de' suoi diritti, questa repubblica ignorava quale ne fosse l'estensione. Quasi tutti gl'Italiani desideravano la libertà, ma questa libertà non era in verun modo definita, e niuno rendevasi conto dello scopo cui voleva giugnere. Alcuni notabili abusi nel governo di un solo ferivano tutti coloro che lo avevano sperimentato, e lo stesso nome di monarchia pareva che escludesse qualunque idea di libertà. Per opposizione chiamavasi repubblica il governo, in cui l'autorità di molti teneva luogo di quella di un solo, e risguardavasi come la meglio costituita repubblica quella che aveva cimentata la propria esistenza con maggiori mezzi, e che aveva lungo tempo potuto respingere il potere monarchico. Ma non si esaminava giammai se in tale o tale altra repubblica eravi più o meno libertà, se la medesima instituzione che ne guarentiva la durata non aveva poi distrutta del tutto la sicurezza del cittadino; e mai non si assoggettava il governo alla sola prova che possa far conoscere la sua bontà o i suoi difetti, non esaminando se rendeva felice il maggior numero possibile de' cittadini che gli erano subordinati, e se li rendeva in pari tempo più perfetti, sviluppandone le facoltà.

La provvidenza ha impresso nel cuore dell'uomo il desiderio della felicità, ed è questo il principio delle sue azioni; ma pare avergli nello stesso tempo indicato un più alto scopo, mercè le facoltà che gli diede, il piacere che ha attaccato allo sviluppo delle medesime, il costante desiderio di un più perfetto stato, che dà forza allo spirito dell'uomo. Per ogni condizione, per ogni grado di lumi avvi un corrispondente grado di felicità, che soddisfa coloro che non ne conoscono un più sublime. I popoli più abbrutiti risguardano come felicità il riposo, l'ubbriachezza e gli eccessi di gioja dipendenti da cagioni tutte fisiche. Ci si dice che lo schiavo negro è felice, perchè ne' brevi riposi che gli si accordano ne' giorni festivi, le grida di gioja animano le sue danze, e perchè si abbandona ai piaceri dell'ubbriachezza e dell'amore. Ma di mano in mano che si levano gli ostacoli che si oppongono allo svolgimento delle facoltà dell'uomo, la sua felicità viene formata da più nobili piaceri: il pensiero, il sentimento, la coscienza di sè medesimo contribuiscono principalmente ai suoi piaceri. La di lui anima diventa la parte più grande del suo essere; è l'anima che chiede di essere soddisfatta, che può essere tocca in mille modi, e che sdegnasi contro gli ostacoli onde si cerca di caricarla. In questo stato perfezionato, i patimenti sono forse più vivi, ma più nobili sono i piaceri, più conformi all'umana natura ed allo scopo della provvidenza; perciocchè non ci ha questa dato il desiderio e la forza di elevarci, affinchè cercassimo il piacere nell'abbrutimento; ma per lo contrario vuole che germoglino tutte le facoltà di cui pose in noi le sementi. Non si può rispondere all'inchiesta: se l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero, sia più felice che l'uomo abbrutito, perchè non si può confrontare la felicità del bruto con quella di una celeste intelligenza. Ma ben si può rispondere, che l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero si è uniformato alla propria natura, e che l'uomo, che ha perduta la riflessione, la libertà, e quella fierezza che sta nel sentimento dell'onore e del dovere, ha depravata la sua natura.

Un governo deve dunque essere riputato buono, non solo quando rende gli uomini felici, ma quando li rende felici come uomini; e deve riputarsi malvagio, quando loro non accorda che la felicità dei bruti. Il primo è tanto migliore in quanto rende proporzionatamente un maggiore numero di membri dello stato suscettibili della felicità morale; tanto più malvagio è il secondo, quanto ne riduce un più gran numero a non desiderare che i soli piaceri fisici.

Coloro che una volta assaporarono la libertà politica, sanno che il più sicuro mezzo di elevare l'anima, di farla uscire dallo stretto cerchio degl'interessi egoisti, di abituarla a più nobili pensieri, ad idee più generali, di convincerla della sua propria dignità, di farle desiderare le cognizioni, e preferire i piaceri che derivano dal pensiere o dal cuore, è quello d'innalzare l'uomo al grado di cittadino, di dargli un interesse nella cosa pubblica, ed una qualche parte nella sovranità. Sanno ancora che il più sicuro mezzo di abbassare l'anima è quello di tenerla costantemente sotto tutela, di nudrirla di vani timori, di privarla di ogni confidenza nel suo buon diritto, di ogni indipendenza nelle sue scelte, in fine di assoggettarla ad un'autorità arbitraria, che in tutte le circostanze della vita sostituisce alla volontà dell'individuo il comando del superiore. Così il grande scopo di un buon governo, dovendo essere quello di elevare gli uomini, vi riesce tanto più facilmente, quanto più grande è il numero de' cittadini che mette a parte dell'autorità suprema, e quanto meglio protegge il libero arbitrio di ogni suddito, la sua sicurezza ed i suoi diritti contro tutti gli abusi del potere.