Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 12
Il re di Francia aveva appena ricevuta questa denuncia d'una imminente guerra, quando seppe che il cardinale di Valenza era fuggito da Velletri travestito, e tornato a Roma; che il papa ricusava di consegnare Spoleti ai suoi luogotenenti, secondo aveva promesso, e che finalmente lo sventurato Gem sembrava affetto da un veleno che gli rodeva i visceri. Ma Carlo non si lasciò trattenere da queste prove della cattiva fede di Alessandro VI. La flotta incaricata da Alfonso della difesa delle coste della Campania e dell'occupazione di Nettuno era stata travagliata dalla tempesta, e costretta a rientrare nel porto di Napoli. Nè più fortunata era stata la flotta francese, la quale, dopo essere stata gettata dallo stesso vento sulle coste della Corsica, veniva trattenuta a Porto Ercole, dove quasi tutti i suoi soldati l'avevano abbandonata[196]. Dopo averli riuniti alla sua armata, Carlo attaccò Monte Fortino, castello della campagna di Roma, che apparteneva a Giacomo de' Conti, barone romano. Questi, dopo essere stato alcun tempo ai servigj di Carlo, era passato nel campo degli Arragonesi, per non servire sotto le stesse insegne coi Colonna. In breve l'artiglieria francese aprì una breccia nelle mura di questa rocca che risguardavasi come fortissima. Fu presa, ed uccisi tutti gli abitanti. In appresso i Francesi attaccarono, ai confini del regno, monte san Giovanni, di ragione del marchese di Pescara, Alfonso d'Avalos. Questa fortezza aveva una guarnigione di tre cento uomini e di cinquecento contadini tutti ben armati; ella pure fu presa in poche ore, sotto gli occhi dello stesso re, il quale ordinò di uccidere tutti gli abitanti, senza lasciarsi piegare a compassione nelle otto ore che durò tale carnificina; e monte san Giovanni fu in appresso bruciato. Tanta ferocia, di cui l'Italia non aveva esempio, sparse a molta distanza il terrore del nome francese: i soldati, di già scoraggiati, e gli abitanti, che non amavano i loro principi, rinunciarono allora ad ogni pensiero di difendersi[197]. Ma il terrore del re di Napoli superava quello de' suoi soldati e de' suoi sudditi. Quell'Alfonso II, che nelle guerre d'Italia ed in quelle dei Turchi si era acquistata tanta riputazione di valore, che credevasi non meno accorto che coraggioso, non meno costante che prudente, più non trovò forze in sè medesimo quand'ebbe bisogno di resistere alle pubbliche doglianze, che durante la sua onnipotenza erano state compresse, ma che giunte adesso per la prima volta alle sue orecchie, risvegliarono i rimorsi della sua coscienza.
[196] _Ivi, p. 47._
[197] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 66. — P. Jovii Hist., l. II, p. 50. — Diar. Ferrar., p. 293. — Andrè de la Vigne, Journal dans Godefroy, p. 129. — Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, c. XVI, p. 323._
Vero è che Alfonso non aveva ancora regnato un anno, ma ben da più lungo tempo il regno di Napoli dipendeva dalla sua autorità. Dall'epoca in cui era giunto all'età virile, suo padre Ferdinando gli aveva ceduta un'importante parte dell'amministrazione, e moltissimo deferiva ai suoi consigli. Tutto ciò che si era veduto di più perfido nella politica del gabinetto di Napoli, di più crudele nelle sue vendette, di più vessatorio nel suo sistema delle finanze, era stato dal popolo costantemente attribuito ad Alfonso, piuttosto che a Ferdinando. Intollerabili esazioni impoverivano le città e le campagne; ogni genere d'industria andava soggetta a ruinosi monopolj; il re comperava l'olio, il frumento, il vino ad un determinato prezzo, che appena indennizzava l'agricoltore dalle sostenute spese, ed in appresso lo rivendeva, allorchè col mezzo di una artificiale carestia ne aveva fatto smisuratamente crescere il prezzo[198]. Verun suddito dello stato era sicuro del possedimento de' suoi beni, nè della sua individuale libertà. Il re con atti arbitrarj spogliava, imprigionava, faceva perire senza veruna forma di giudizio non meno i grandi signori, che gli uomini di bassa condizione. Alfonso erasi renduto ancora peggiore di suo padre colle sue vendette e colla sua politica crudeltà. Quand'era salito sul trono, aveva trovati nelle prigioni di Napoli molti signori catturati sotto il regno di Ferdinando. Filippo di Comines, che in questa particolare non va d'accordo cogli storici italiani, dichiara di essersi accertato colla testimonianza di un Affricano adoperato in tali esecuzioni, che tra i prigionieri vi si trovavano tuttavia il duca di Suessa ed il principe di Rossano, arrestati del 1464, contro la fede dei trattati, dopo la guerra, nella quale Giovanni d'Angiò aveva contesa a Ferdinando la successione al trono, e ventiquattro baroni, arrestati nel 1486, dopo la guerra d'Innocenzo VIII e de' signori malcontenti. Soggiugne che quando Alfonso fu sul trono, li fece trasportare ad Ischia e colà morire[199]. Pure veniva universalmente creduto che tutti questi prigionieri fossero periti gran tempo prima, ma in conseguenza de' consigli dati da Alfonso a suo padre.
[198] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XIII, p. 209._
[199] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XIII, p. 206_. — Si osservi il precedente _c. LXXX, v. X, ed il c. LXXXIX, v. XI._
Quest'odio popolare che i tiranni eccitano contro di loro, ma ch'essi per altro non conoscono, nè possono sospettare in mezzo alle adulatrici lodi de' loro cortigiani, non si manifesta che nell'istante in cui il trono è in pericolo. Da ogni banda nel regno di Napoli invocavansi i Francesi quali liberatori; si detestava la crudeltà e l'avarizia di Alfonso e di suo padre; si malediva il giogo arragonese; e le grida della plebe, renduta più ardita, risuonavano perfino sotto le finestre del palazzo, ove Alfonso temeva ad ogni istante di cadere vittima di un popolo furibondo[200].
[200] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 48._
Assicurasi che a questi esterni pericoli la turbata coscienza d'Alfonso v'aggiunse bentosto superstiziosi timori. Aveva opinione di essere incredulo, e di non osservare le pratiche della Chiesa[201]. Ma l'anima di un tiranno è sempre accessibile alla superstizione, perchè gli pare che il fatalismo abbia sempre molta parte ne' suoi destini, e quell'autorità suprema, che non trovò sulla terra, la cerca con inquietudine negli esseri sovrumani. Spargevasi voce che Giacomo, primo chirurgo della corte, era venuto a dire ad Alfonso, che l'ombra di Ferdinando gli era apparsa tre volte in diverse notti; che la prima volta gli aveva ordinato con dolcezza, la seconda e la terza colle minacce di andare a dire in suo nome ad Alfonso, che non sperasse di potere resistere al re di Francia, perchè era scritto ne' destini che la sua razza, tormentata da infiniti mali, verrebbe spogliata di così bel regno e bentosto spenta. Che n'erano causa le crudeltà da loro commesse, ed in particolare quelle commesse da Ferdinando dietro i consiglj d'Alfonso, ritornando da Pozzuolo, nella Chiesa di san Leonardo a Chiaja, presso Napoli. Dicevasi che l'ombra, o il chirurgo che la faceva parlare, non si era spiegata più chiaramente; ma supponevasi che in tal luogo avesse Alfonso persuaso suo padre a far morire i baroni che da tanto tempo teneva in prigione[202].
[201] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XIII, p. 210._
[202] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 66. — Summonte Ist. di Napoli, l. VI, p. 502._
Questa dichiarazione, che facilmente non era che l'effetto dell'odio universale del popolo, accrebbe i terrori che agitavano Alfonso, ed i rimorsi della sua coscienza. Ne' suoi sogni talvolta credeva di vedere le ombre di tanti signori che aveva fatti barbaramente uccidere, ed ora figuravasi essere egli stesso tra le mani del popolo che lo dannava a spaventosi supplicj. Egli non poteva trovare riposo, nè di giorno, nè di notte. Il 23 di gennajo ritirossi in castel dell'Uovo con un ristretto numero di servitori. Questa fuga fu cagione in città di dolore e di estremo spavento: all'indomani il popolo in armi adunossi da tutte le bande, ma piuttosto per effetto di una vaga inquietudine che per un determinato scopo; perciò Ferdinando, duca di Calabria, che, dopo avere ricondotta la sua armata ai confini, era tornato a Napoli, riuscì a sedare il tumulto, scorrendo la città a cavallo, ed invocando l'ajuto delle corporazioni della nobiltà, che in numero di sei, sotto il nome di _seggi_ o _sedili_, esercitavano l'autorità municipale[203].
[203] _Barth. Senaregae de rebus Genuens., t. XXIV, p. 546._
Dicesi che il cardinale Ascanio Sforza avesse fatto dare ad Alfonso il consiglio di rinunciare la corona in favore di suo figlio, rappresentandogli che questi era figlio di una sorella del duca di Milano, e che i fratelli Sforza, che odiavano il loro cognato, erano non pertanto apparecchiati a proteggere il loro nipote[204]. Il terrore fece adottare ad Alfonso questo consiglio; il 23 di gennajo sottoscrisse l'atto di rinuncia tal quale venne steso da Gioviano Pontano[205]; e ricusò alla regina, sua suocera, di protrarre due soli giorni quest'atto di debolezza, onde compiere l'anno del suo regno. Fece precipitosamente imbarcare sopra quattro galere tutti i suoi più preziosi effetti: allora il suo tesoro, parte in danaro, e parte in gioje, ammontava a 300,000 ducati, coi quali avrebbe potuto assoldare un sufficiente corpo di truppe per difendersi. Ma non volle lasciare questa somma a suo figliuolo, e mentre che la faceva portare a bordo, mostrava tanto terrore, come se di già fosse in mezzo ai Francesi. Ogni piccolo rumore che udiva lo atterriva, come se il cielo e gli uomini fossero ugualmente contro di lui congiurati. Pure i venti meridionali ritardavano la partenza della sua flotta, e soltanto il giorno 3 di febbrajo potè spiegare le vele alla volta di Mazari, piccola città della Sicilia, di cui Ferdinando di Spagna aveva a lui ceduta la signoria[206]; colà, non volendo altra compagnia che quella de' monaci olivetani, passò il restante de' suoi giorni in opere di penitenza, in digiuni, in astinenze e nel fare elemosine. Una dolorosa malattia venne ad accrescere i suoi tormenti, e lo tolse al mondo il 9 di novembre dello stesso anno, prima che avesse potuto effettuare il progetto che aveva formato di farsi monaco, e di entrare in un convento in Valenza di Spagna[207].
[204] _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. I, p. 500. — Bern. Oricellarii Comm., p. 60._
[205] _P. Jovii, l. II, p. 49._
[206] _Fran. Guicciardini, l. II, p. 66. — Pauli Jovii, l. II, p. 49._
[207] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XIV, p. 215. — P. Bembi Ist. Venez., l. II, p. 29. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 145. — Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. I, p. 500. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 9._
Ferdinando, preceduto dallo stendardo reale, circondato da tutta la sua nobiltà, e seguito dal popolo, fece il giro della città di Napoli il 24 di gennajo, per prendere possesso del regno; indi si recò alla cattedrale, ove fece la sua preghiera ad alta voce, stando inginocchiato, e col capo scoperto, dopo di che ripartì alla volta dell'armata[208]. Questo giovane principe non aveva l'odio che il popolo portava all'avo ed al padre. Non si erano in lui osservate che amabili qualità, umanità, lealtà e coraggio. Forse se fosse più presto salito sul trono sarebbe stato con entusiasmo difeso da tutto il popolo, ma in allora era troppo tardi. In ogni provincia i gentiluomini o i cittadini più riputati eransi di già compromessi in faccia alla casa d'Arragona, alzando lo stendardo della Francia; ed Alfonso, seco trasportando il suo tesoro, non aveva lasciato al figliuolo i mezzi di difesa di cui avrebbe potuto valersi egli medesimo.
[208] _Barth. Senaregae de rebus Genuens., p. 546. Allegretto Allegretti Diari Sanesi, p. 839. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 291._ — Il Guicciardini racconta la cosa diversamente. Pretende che Ferdinando non si trovasse in Napoli, e non sia stato neppure consultato nell'istante della rinuncia di suo padre.
Frattanto Ferdinando era venuto ad accamparsi a San Germano, distante quindici miglia dai confini del regno, posto tra aspre ed impraticabili montagne e tra paludi, che si stendono fino al Garigliano. Questo passo, facile a difendersi, veniva risguardato come una delle chiavi del regno di Napoli. Ferdinando aveva avuto il tempo di fortificarlo diligentemente, di alzare terrapieni sull'ingresso della strada e di chiudere tutti i sentieri delle montagne con tagliate d'alberi. Aveva sotto i suoi ordini due mila sei cento uomini d'armi e cinquecento cavalleggeri, che non sembravano per alcun rispetto inferiori alla cavalleria francese; ma la sua fanteria, di fresco arrolata nel regno, non era avvezza alle armi e non poteva in aperta campagna sostenersi contro gli Svizzeri o contro i Guasconi. I Francesi, che avevano avuto notizia dell'abdicazione di Alfonso lo stesso giorno in cui Carlo VIII usciva di Roma[209], credevano d'incontrare a san Germano una vigorosa resistenza. La stagione, che fin allora era stata loro favorevole in un modo che pareva prodigioso, poteva mutarsi da un istante all'altro; e se fossero stati presi dalle piogge o dalle nevi dell'inverno, avrebbero potuto assai difficilmente tirare da lontane parti i viveri ed i foraggi, perchè Ferdinando aveva preventivamente distrutto tuttociò che trovavasi lungo la strada[210].
[209] _Burchardi Diar. ap. Raynald. An. 1495, § 5 e 6, p. 440._
[210] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 47. — Franc. Guicciardini Storia, l. I, p. 67. — Mém. de Phil. de Comines, l. VI, c. XV, p. 218. — Andrè de la Vigne, Journal de Charles VIII, in Godefroy, p. 130._
Ma tutti i calcoli militari non tengono, quando le truppe hanno perduto la confidenza ed il coraggio. Le carnificine di Monte Fortino e di Monte san Giovanni avevano sparso un indicibile terrore nei soldati e ne' contadini; e veruna truppa era disposta a sostenere una guerra in cui non davasi quartiere. Le sedizioni nelle province, di cui si avevano frequenti notizie al campo, facevano temere ai soldati di trovarsi tagliati fuori da una sollevazione; gli avanzamenti di Fabrizio Colonna negli Abbruzzi potevano dargli il modo di circondare l'armata, e di scenderle alle spalle nella Campania[211]. Per ultimo i capitani ai servigj di Ferdinando, risguardando questa lotta come troppo disuguale, pensavano di già a fare la loro pace particolare e schivavano di venire alle mani per timore di eccitare il risentimento di Carlo, o di perdere ai di lui occhi la propria importanza, quando in qualche fatto d'armi la loro compagnia fosse diminuita sensibilmente. Quindi per quanti sforzi avesse fatti Ferdinando per tornare il coraggio ai suoi soldati, per quanta cura avesse posta nel far afforzare san Germano ed il Passo di Cancello, distante sei miglia, quando i Napolitani videro comparire la vanguardia francese, condotta in questo giorno dal duca di Guisa, e da Giovanni, signore di Riena, maresciallo di Bretagna, ritiraronsi disordinatamente fino a Capoa[212].
[211] _P. Jovii Hist., l. II, p. 50._
[212] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 67. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 50. — Phil. de Comines Mém., l. VII, ch. XVI, p. 224_. — Il re dormì a san Germano il 13 di febbrajo. _André de la Vigne, Journal, p. 130._
Non pertanto potevasi tener fermo a Capoa, ed impedire al nemico di avanzarsi verso Napoli. Le varie strade ch'entrano nel regno si riuniscono sotto questa città, la quale è coperta dal Vulturno, fiume assai profondo ed incassato tra alte rive, e che l'armata non avrebbe potuto passare, perchè i Napolitani avevano ritirate dalla loro banda tutte le barche, e facilmente poteva difendersi il solo suo ponte di sasso, che trovavasi tra Capoa ed il sobborgo. Ma mentre che Ferdinando pensava ad afforzarvisi, ebbe da Napoli un messo di suo zio Federico, che gli dava parte di un ammutinamento del basso popolo: annunziavagli che già erano stati svaligiati tutti i banchi de' Giudei da coloro che li accusavano di usura, ch'erano disprezzati gli editti de' magistrati, sconosciuta l'autorità reale, che la guardia urbana si nascondeva, e che la più bassa plebe era la sola che dominava in città[213]. Sebbene Ferdinando sentisse quanto fosse pericolosa cosa l'abbandonare l'armata, giudicò ancora più dannoso consiglio il lasciare che prendesse maggiore estensione la rivoluzione della capitale. Supplicò i capitani, cui affidò il comando delle sue truppe, di continuare gli apparecchi di difesa ch'egli aveva cominciati, ma non di venire a battaglia, finchè non tornasse; e promettendo che sarebbe di ritorno all'indomani dopo avere acquietato il tumulto di Napoli, s'avviò verso la capitale con piccola scorta. La presenza di questo giovane re, così leale, così intrepido, così buono, di questo re, che aveva dato principio alla sua amministrazione col porre in libertà tutti i prigionieri di stato, tenuti in carcere da suo padre[214], produsse sui sediziosi un magico effetto. Il popolo adunato ascoltò in silenzio il suo discorso; Ferdinando promise di sagrificarsi a Capoa per la difesa de' suoi sudditi; ma soggiunse altresì, che, se non gli riusciva di trattenere al di là del Vulturno il barbaro nemico che lo minacciava, non esporrebbe la sua capitale al pericolo di essere presa d'assalto e saccheggiata. Fu risposto a Ferdinando con proteste di attaccamento e di ubbidienza: parve che tutto rientrasse nell'ordine, ed il giovane principe si affrettò di ripartire alla volta del suo campo[215].
[213] _P. Jovii, l. II, p. 51._
[214] _P. Bembi Stor. Ven., l. II, p. 29._
[215] _P. Jovii Ist., l. II, p. 51._ — Il 19 di febbrajo secondo il _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 511_.
Ma durante la sua breve lontananza, i condottieri, abbandonati a sè medesimi, avevano di già cominciato a trattare col nemico. Giovan Giacomo Trivulzio, che fino a quest'epoca non erasi scostato dalle leggi dell'onore, che vi si attenne poi sempre fedelmente nel rimanente della sua carriera militare, avendo avuto ordine da Ferdinando d'intavolare qualche negoziazione coi Francesi, si portò a Calvi, dov'era di già arrivato Carlo VIII, e non avendo trovato veruna apertura per trattare a nome del suo padrone, non ebbe difficoltà di firmare per sè un particolare trattato. Si obbligò al servigio del re di Francia colla stessa compagnia di cavalleria con cui fin allora aveva servito il re arragonese, e per lo stesso soldo[216].
[216] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 51. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 68. — Franc. Belcarii com. Rer. Gall., l. VI, p. 151. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 10._ — Il nuovo biografo del Trivulzio, signor Rosmini, cerca di giustificare questa diserzione, _l. V, p. 227_; ed assicura che il Trivulzio ottenne un congedo da Ferdinando, prima di passare ai servigi del suo nuovo signore, ma ci sembra che non riesca a levare questa macchia al suo eroe.
Tosto che giunse a Capoa la notizia di questa vergognosa diserzione, vi sparse egualmente la costernazione ne' soldati e negli abitanti. Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, vedendosi traditi dal Trivulzio, fuggirono in disordine verso Nola con tutta la loro cavalleria, lasciando Napoli scoperto. Gli abitanti di Capoa, sebbene fino allora si fossero mostrati attaccati alla casa d'Arragona, abbandonarono il suo partito, vedendosi esposti pei primi al furore di una barbara armata, e mentre che la nobiltà spediva deputazioni al re di Francia, il popolaccio cominciava a saccheggiare gli equipaggi dell'armata e quelli di Ferdinando. Mentre ciò accadeva, alcuni foraggieri francesi si avanzarono fino presso alle porte di Capoa. Due capitani tedeschi, Gasparo e Godefroy, che con alcuni loro compatriotti si trovavano al soldo di Ferdinando, stavano allora di guardia alla porta, ed uscirono colla loro gente per rispingere al di là del ponte i saccomanni francesi. Ma non furono appena fuori delle mura, che gli abitanti di Capoa chiusero le porte alle loro spalle ed innalzarono le insegne della Francia. I Tedeschi di ritorno alla città furono forzati a pregare inginocchiati di essere ricevuti dentro, onde non venire esposti, nell'istante in cui avevano messo a pericolo le loro vite per difendere i Capoani, ad essere tutti uccisi dal nemico che avevano provocato. Dopo molte istanze, loro si permise di attraversare la città, ma disarmati, e soltanto a dieci per volta, facendoli subito uscire per l'opposta porta. Questi Tedeschi non avevano ancora fatte due miglia sulla strada d'Aversa a Napoli, quando scontrarono Ferdinando, che tornava sollecitamente al campo. Sebbene rattristato dalle notizie che riceveva da loro, il giovane principe continuò il suo viaggio alla volta di Capoa che trovò chiusa. Pregò da prima di essere ricevuto in città, poi che i magistrati acconsentissero almeno di venire ad abboccarsi con lui; ma non avendo risposta, nè vedendo comparire coloro che sapeva essergli affezionati, mentre che la bandiera francese volteggiava di già sulle mura, riprese tristamente la strada di Napoli[217].
[217] _P. Jovii Hist., l. II, p. 51. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 69._
La nuova della diserzione del Trivulzio, e della sollevazione di Capoa erasi, prima ch'egli vi giugnesse, sparsa nella capitale. Aversa aveva di già spediti deputati a Carlo, la plebaglia napolitana aveva di nuovo prese le armi, aveva chiuse le porte della città, al tutto risoluta di non ricevervi l'armata fuggiasca; onde Ferdinando fu costretto di fare un giro e di passare per Coronata, per entrare nel castello della città cogli avanzi della sua armata. Il popolaccio, che scorreva le strade in tumulto, andò bentosto a saccheggiare sotto i suoi occhi medesimi le scuderie reali. Ferdinando non sostenne tanta indegnità; sortì quasi solo del castello e si gettò tra la gente per trattenerla. La maestà reale, il rispetto, che ancora ispirava il suo carattere, la contenne un'altra volta; gli uni gittarono le armi e caddero ai suoi piedi chiedendo perdono, altri fuggirono abbandonando il loro bottino, e Ferdinando, avendo allontanati i sediziosi dal luogo di sua dimora, rientrò nel castello. Aveva colà ragunati circa cinquecento soldati tedeschi, che fin allora gli si erano mantenuti fedeli, ed aveva posto alla loro testa Alfonso d'Avalos, marchese di Pescaria: ma bentosto ebbe qualche motivo di sospettare che questi medesimi Tedeschi pensassero a farlo prigioniere per consegnarlo ai Francesi: immediatamente abbandonò loro una parte delle ricchezze che si trovavano nel castello, e mentre stavano dividendole fra di loro, fece bruciare quei vascelli che non poteva condur seco, fece dare la libertà a quanti prigionieri di stato si trovavano tuttavia nelle prigioni, ad eccezione del figlio del principe di Rossano e del conte di Popoli, che condusse seco, e poi il 21 di febbrajo andò a bordo delle galere che teneva apparecchiate con suo zio, don Federico, colla regina madre, vedova di suo avo, e colla principessa Giovanna, sorella di suo padre. Erano rimasti sotto i suoi ordini circa venti vascelli[218].
[218] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 70. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 52. — Cron. Ven., t. XXIV, p. 14._
Un nuovo tradimento aspettava Ferdinando ad Ischia, ove diede fondo. Giusto della Candina, Catalano, comandante del forte di quell'isola, non volle ricevere il re fuggiasco. Ferdinando fece calde istanze per essere ricevuto almeno con un solo compagno presso il governatore. Ma trovossi appena a lui vicino che traendo fuori il suo pugnale, rimproverò acremente a Giusto la sua ingratitudine; lo afferrò in mezzo alle sue guardie, ed inspirò tanto terrore e tanto rispetto ai soldati, che potè far aprire le porte alla sua guardia che lo stava aspettando al di fuori, e rendersi padrone dell'isola e della fortezza[219].
[219] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 70. — Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. II, p. 52. — Belcarii Rer. Gallic., l. VI, p. 152. — Summonte l. VI, c. II, p. 513._