Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 11
Per altro questa stessa violazione del diritto delle genti non aveva affatto rotte le negoziazioni; il 19 di dicembre il papa aveva cavato di prigione il cardinale Federigo di Sanseverino, arrestato insieme ad Ascanio, e lo aveva spedito a Nepri presso Carlo VIII, facendogli dire di essere disposto a separare i suoi interessi da quelli del re di Napoli[175]. Ma nella perturbazione della sua anima, non sapeva stabilmente attenersi a veruna risoluzione; ora pretendeva di difendere Roma e s'intratteneva con Ferdinando intorno ai mezzi di ripararne le fortificazioni; ora lo atterrivano le difficoltà di poter tenere contro al nemico in così vasto e debole recinto, il doversi procurare le vittovaglie dalla banda del mare, mentre Ostia era in mano dei nemici, il sordo malcontento del popolo, e le varie fazioni che scoppiavano in Roma. Ora apparecchiavasi a fuggire, e chiedeva ad ogni cardinale per iscritto la promessa di seguirlo in qualunque luogo; poi gli mancava di nuovo il coraggio, e tornava ai suoi progetti di accomodamento.
[175] _Rayn. An. Eccl., 1494; § 26, t. XIX, p. 434._
L'incertezza del capo dello stato riduceva tutti i suoi membri a provvedere separatamente alla propria salvezza. I Francesi avevano passato il Tevere, e scorrevano per ogni verso il patrimonio di san Pietro e la campagna di Roma, onde tutti i feudatarj della Chiesa cercavano di fare con loro separate paci. Lo stesso Virginio Orsini, che per tanti titoli doveva essere affezionatissimo alla casa d'Arragona, ch'era capitano generale dell'armata reale e grande contestabile del regno, che aveva fatta sposare a suo figlio una figlia naturale d'Alfonso II, e che aveva dal re ricevuti i più ricchi feudi del regno, acconsentì, senza lasciare il suo soldo, che i suoi figli trattassero col re francese, che gli accordassero libero passaggio e viveri in tutte le loro terre, dandogli alcune fortezze in pegno della loro fedeltà[176].
[176] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 62. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 40. — Bern. Oricellarii Comm., p. 61._
Il conte di Pitigliano, e gli altri membri della famiglia Orsini fecero pure il loro particolare trattato: Ivone d'Allegro, e Luigi di Lignì entrarono in Ostia con cinquecento lance, e due mila Svizzeri; Carlo era stato dagli Orsini ricevuto nella loro principale fortezza di Bracciano; Cività Vecchia e Corneto gli avevano aperte le porte; i posti francesi comunicavano con quelli dei Colonna, che dall'altra banda del Tevere sollevavano tutta la campagna di Roma; ed i prelati ed il basso popolo chiedevano con eguale ardore una pace che li liberasse da tanti timori. Pure quanta più s'avvicinava il pericolo, Alessandro, agitato per sè medesimo, s'andava imbarazzando nelle sue negoziazioni. Vedeva nel campo nemico il cardinale di san Pietro _ad vincula_, Giuliano della Rovere, suo personale nemico; conosceva l'influenza di questo cardinale presso la corte di Francia, il suo impetuoso carattere, la sua inclinazione per le misure estreme, ed il vivo suo desiderio di precipitarlo dal trono papale; ricordavasi per quali vergognose vie vi fosse salito, con quali scandalosi vizj, con quale sfrontata immoralità l'avesse lordato, ed oltremodo temeva un concilio ed un giudizio della Chiesa[177].
[177] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 63. — P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 40._
Ma Carlo VIII, malgrado le calde istanze de' cardinali nemici di Alessandro, temeva d'entrare in una lunga e spinosa lotta contro il papa. Era impaziente di giugnere a Napoli, e parevagli pericolosa ogni diversione. Altronde in mezzo a' suoi prosperi successi doveva ogni giorno superare difficoltà, proprie di loro natura a far sbandare l'armata. Siccome questa non aveva magazzini, dopo essere entrata nello stato di Roma, aveva bentosto provati gli effetti dell'estrema povertà del paese. I contadini erano stati ruinati dalle continue guerre tra i Colonna e gli Orsini; i più deboli castelli erano stati saccheggiati o derubati, tutto il raccolto era chiuso ne' più forti, ed i soldati francesi non trovavano nelle campagne una sola casa da manomettere. La piazza di Bracciano somministrava abbondanti vittovaglie all'esercito reale, ma questo ne' precedenti giorni aveva sofferti estremi bisogni[178]. Di quei giorni Perron dei Baschi, maestro di casa del re, era giunto da Piombino con venti mila ducati che gli mandava il duca di Milano; ma la flotta che gli aveva portati, comandata dal principe di Salerno, era poi stata battuta da' venti, spinta sulle coste della Corsica e dispersa, di modo che più non poteva servire l'armata, nè trasportare i suoi convogli[179]. Finalmente Carlo VIII trovavasi circondato da consiglieri, che tutti aspiravano ad ottenere dalla Chiesa qualche dignità o beneficio. Il sopraintendente delle Finanze, Briçonnet, di già vescovo di San Malo, desiderava il cappello di cardinale, e sentiva che più facilmente l'otterrebbe da un papa, che si credeva alla vigilia di essere deposto, che da una Chiesa riformata. Consigliò dunque il re a riprendere le negoziazioni.
[178] _Phil. de Comines, Mém. l. VII, ch. IX, p. 198._
[179] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 71. — Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XII, p. 201._
Dietro tali considerazioni il maresciallo di Giez, il siniscalco di Belcario, e Giovanni di Gannay, primo presidente del parlamento di Parigi, furono un'altra volta mandati al pontefice. Chiesero che il re fosse ricevuto senza resistenza in Roma, promisero che Carlo rispetterebbe l'autorità papale e le immunità della Chiesa, e protestavano che nella sua prima conferenza col papa, svanirebbero tutte le difficoltà che si opponevano alla loro riconciliazione. Pareva ad Alessandro dura cosa il dover mettere la propria capitale in mano ai suoi nemici, ed il dovere rimandare i suoi ausiliarj prima d'avere niente convenuto. Ma l'armata di Carlo si andava ogni giorno avanzando; il re non trattenevasi giammai più di due giorni in una città; i Colonna avevano adunata un'armata a Genazzano; il cardinale della Rovere ne aveva un'altra ad Ostia; ogni resistenza sembrava impossibile, ed Alessandro acconsentì all'ultimo a far ritirare da Roma il duca di Calabria colla sua armata[180]. Chiese per lui un salvacondotto, affinchè il principe napolitano uscisse dallo stato ecclesiastico senz'essere molestato; ma Ferdinando non volle accettarlo. Lo accompagnò soltanto il cardinale Ascanio Sforza, per contenere il popolo, fino alla porta di san Sebastiano, per la quale uscì da Roma, mentre che nella stessa ora, nel giorno 31 dicembre del 1494, il re di Francia entrava in Roma, alla testa del suo esercito, per la porta di santa Maria del Popolo[181].
[180] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XII, p. 202._
[181] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 63. — P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 40. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gallic., l. V, p. 143. — Rayn. Ann., 1494, § 30, p. 435. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 9._
La comparsa di quest'armata, che per la prima volta faceva conoscere ai Romani la forza e la nuova organizzazione militare degli Oltremontani, inspirò sorpresa mista a terrore. L'avanguardia era composta di Svizzeri e di Tedeschi, che camminavano a suono di tamburo, divisi in battaglioni e sotto i loro stendardi. Corti erano i loro abiti e di svariati colori, e tagliati secondo la stessa forma del corpo. I loro capi portavano per distintivo alte piume sui loro caschetti. I soldati avevano corte spade e lance di legno di frassino lunghe dieci piedi, il di cui ferro era stretto e acuto. Una quarta parte di loro portava alabarde invece di lance il di cui ferro rassomigliava alla banda tagliente di una scure, da cui sorgeva una punta quadrangolare. Essi le maneggiavano con ambidue le mani, ferendo egualmente di taglio e di punta. Ogni migliajo di soldati aveva una compagnia di cento fucilieri. Il primo rango d'ogni battaglione aveva caschetti e corazze che coprivano il petto; questa era pure l'armatura de' capitani, ma gli altri non avevano armi difensive.
Tenevano dietro agli Svizzeri cinque mila Guasconi, quasi tutti balestrieri; notabile era la prontezza con cui tendevano e scoccavano le loro balestre di ferro; del resto la piccola loro statura, ed i loro abiti, privi di ogni ornamento, facevano una svantaggiosa comparsa al confronto degli Svizzeri. Veniva poi la cavalleria, la quale era formata dal fiore della nobiltà francese, e faceva vaghissima mostra co' suoi mantelli di seta, coi caschetti e collane dorate. Vi si contavano due mila cinquecento corazzieri e cinque mila cavalleggeri. I primi portavano, come gli uomini d'armi italiani, una gran lancia scannellata, armata di solida punta, ed una mazza d'armi di ferro. Grandi e forti erano i loro cavalli, ma, secondo l'usanza francese, senza coda e senza orecchie. Essi per la maggior parte non erano coperti da una specie di corazza di cuojo bollito che li difendessero dai colpi. Ogni corazziere era seguito da tre cavalli, il primo montato da un paggio armato come il padrone, e gli altri due dagli scudieri che chiamavansi gli ausiliarj laterali.
I cavalleggeri portavano grandi archi di legno all'uso inglese, fatti per lanciare lunghe frecce; non avevano altre armi difensive, fuorchè il caschetto e la corazza; alcuni portavano una breve picca per trapassare in terra coloro ch'erano stati rovesciati dalla cavalleria pesante. I loro mantelli erano ornati di cimieretti e di laminette d'argento, che rappresentavano lo stemma de' rispettivi loro capi. Quattrocento arcieri, tra i quali cento Scozzesi, camminavano ai fianchi del re, dugento cavalieri francesi, scelti tra il fiore della nobiltà, lo accompagnavano a piedi. Portavano sulle loro spalle mazze d'armi di ferro, a guisa di pesanti scuri. Quando costoro montavano a cavallo, sembravano altrettanti uomini d'arme, e non si distinguevano che per la bellezza de' loro cavalli, e per l'oro e la porpora ond'erano coperti. I cardinali Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere stavano ai fianchi del re, lo seguivano immediatamente i cardinali Colonna e Savelli. Prospero e Fabricio Colonna e tutti i generali Italiani marciavano frammischiati coi principali signori della Francia.
Conducevansi dietro all'armata trentasei cannoni di bronzo, lunghi circa otto piedi, pesanti circa sei migliaja di libbre, e del calibro press'a poco della testa d'un uomo: venivano in seguito le colombrine lunghe circa dodici piedi, poi i falconetti, de' quali i più piccoli gettavano palle della grossezza d'un pomo granato; i carri erano formati come gli odierni di due pesanti pezzi di legno uniti da traversi e sostenuti da due sole ruote; ma per farli camminare vi si aggiugnevano due altre ruote con un treno che si adattava dinanzi e si staccava quando il cannone si collocava in batteria. L'avanguardia cominciò a passare per la porta del popolo a tre ore dopo mezzogiorno, e continuò ad entrare la truppa fino alle nove della sera a lume di torcie e di fiaccole, che aggiugnevano all'armata un certo che di più patetico ed imponente[182]. Frattanto il papa erasi ritirato in castel sant'Angelo con soli sei cardinali, essendo stati quasi tutti gli altri vinti dalle istanze di Giuliano della Rovere e di Ascanio Sforza, che consigliavano il re a purgare la Chiesa da un papa che la copriva di vergogna, e la di cui condotta era altrettanto scandalosa, quanto più simoniaca era stata l'elezione. Il vocabolo di concilio, ripetuto in ogni banda da tutte le fazioni che riconoscevano per loro capo il cardinale Ascanio, riempiva di terrore il pontefice[183]. Perciò quanto più tremava per la propria sicurezza, più si ostinava a non volere dare in mano del re castel sant'Angelo, domandato come arra della buona fede di Alessandro, ma che questi risguardava per lo contrario come il suo più sicuro asilo. Due volte l'artiglieria francese, che stava al palazzo di san Marco, ov'era alloggiato il re, vennero appuntati contro castel sant'Angelo, e due volte i cortigiani francesi, che aspiravano alle dignità della Chiesa, riuscirono ad impedire le prime ostilità[184].
[182] Tutta questa descrizione si è tolta da Paolo Giovio, che senza dubbio trovavasi presente, _l. II, p. 41_. Si osservino ancora le _Mémoires de Louis de la Trémouille, v. XIV, p. 148_. — _André de la Vigne_ presso Godefroi, _p. 122_.
[183] _P. Jovii Hist. sui temp. l. II, p. 40._
[184] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 64. — Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XV, p. 219._
Finalmente il giorno 11 di gennajo furono stabilite le condizioni della pace. Prometteva il re di avere in pace ed in guerra il papa come suo amico ed alleato, e di rispettare in ogni parte la sua autorità pontificia; ma nello stesso tempo domandava, che gli si consegnassero, per tenerle fino alla fine della guerra, le fortezze di Cività Vecchia, di Terracina e di Spoleti; che Cesare Borgia, figlio d'Alessandro, seguisse per quattro mesi come ostaggio l'armata francese, sebbene per salvare le apparenze dovesse prendere il titolo di cardinale legato; che Gem[185], fratello di Bajazette, fosse consegnato ai Francesi, per secondarli ne' loro attacchi contro la Turchia; per ultimo, che Briçonnet vescovo di San Malo, venisse ammesso nel sacro collegio. Il papa, determinato a non osservare che i trattati che gli sarebbero vantaggiosi, e risguardandosi come sciolto dai giuramenti per via della violenza che fatta allora gli veniva, non promosse veruna difficoltà intorno alle proposte condizioni. Si recò al palazzo del Vaticano, ove ammise al bacio dei piedi il re e tutta la sua corte; diede di propria mano il cappello di cardinale a Briçonnet ed a Filippo, vescovo di Mans, della casa di Lussemburgo, e consegnò al re il sultano Gem, dopo avere fatto stendere un atto notarile di tale consegna[186].
[185] Detto ancora Zizim. _N. d. T._
[186] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 43. — Phil. de Comines, l. VII, c. XV, p. 221. — Rayn. ex Burchardi Diario, 1495, § 2, p. 438._
Lo sventurato figlio di Maometto II, avvicinandosi a Carlo VIII, gli baciò la mano, indi la spalla, poi voltosi al papa lo pregò con modesta nobiltà di raccomandarlo alla protezione del gran re, cui egli lo affidava, e che si apparecchiava a conquistare l'Oriente. Soggiunse, che si lusingava che nè il papa avrebbe luogo di pentirsi d'avergli data la libertà, nè Carlo, se seguirebbe i suoi consigli, poichè fosse passato in Grecia, d'averlo a compagno del suo viaggio. Gem aveva una nobile e dignitosa presenza; era versato bastantemente nella letteratura araba; mostrava nel suo dire una lusinghiera pulitezza ed acutezza nella sua espressione. La grandezza della sua anima e la nobiltà del suo aspetto non ismentivano l'impressione che anticipatamente faceva la sua sventura[187].
[187] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 43._
Ma mentre Gem si abbandonava alla dolce speranza di uscire in breve dalla sua cattività, e di rivedere la patria, colui, che lo cedeva così ad un nuovo custode, aveva di già fissato il termine della sua vita. La sua prigionia aveva fruttato al papa una considerabile entrata; Bajazette gli pagava quaranta mila ducati a titolo di pensione del fratello, o piuttosto come premio perchè lo teneva lontano da' suoi stati. Quando il genovese, Giorgio Bucciardi, fu dal papa mandato al sultano, per persuaderlo a concorrere alla difesa del regno di Napoli, Bajazette, sempre agitato dall'esistenza di suo fratello, volle approfittare di quest'ambasciata per liberarsi da così molesto pensiero. Rimandò Bucciardi al papa, facendolo accompagnare da Dauth, suo proprio ambasciatore. Questi portava una lettera del sultano scritta in greco ad Alessandro VI. Dopo alcune ipocrite frasi, convenienti al carattere di chi scriveva e di colui al quale la lettera veniva addirizzata, diceva Bajazette di sentire una profonda commiserazione per la sorte di suo fratello; ch'era omai tempo di dar fine alla sua cattività ed alla sua dipendenza presso i non credenti; che la morte per un sultano era mille volte preferibile alla presente sua condizione; e, poichè non era un delitto agli occhi d'un cristiano il dare la morte ad un musulmano, egli invitava Alessandro a liberarlo col veleno da questo domestico nemico, promettendogli il premio di dugento mila ducati[188], la preziosa reliquia della tunica di Gesù Cristo, e la promessa di non portare in vita sua le armi contro i Cristiani[189].
[188] _Lettere de' principi, t. I. f. 4._ Nella lettera riportata dal Burcardo leggesi 300,000.
[189] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 44. — Burchardus in Diar., l. II, ap. Rayn., 1494, § 28, p. 435._
I due ambasciatori, sbarcando sulla costa presso Ancona, furono arrestati da Giovanni della Rovere, prefetto di Sinigaglia, che aveva abbracciato il partito di suo fratello, il cardinale di san Pietro _ad vincula_, e che aveva cominciate le ostilità verso il papa; questi tolse loro il danaro che portavano per pagare per due anni la pensione di Gem. Dauth riuscì per altro a fuggire, e riparossi presso Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, che aveva contratta alleanza col gran signore, e che lo rimandò a Costantinopoli[190].
[190] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 44. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 65._
Non è ben noto se Alessandro accettasse le condizioni offerte dal sultano, o se la morte di Gem devesi soltanto alla gelosia che concepita aveva contro Carlo VIII; ben si assicura che, prima di consegnargli l'illustre fuoruscito, aveva fatto mescolare collo zucchero, di cui questi faceva grandissimo uso, una polvere bianca, aggradevole al palato, il di cui effetto non era pronto, ma che lentamente opprimeva gli spiriti vitali, e cagionava senza convulsioni una certa morte. Fu lo stesso veleno che Alessandro VI adoperò in appresso per disfarsi di molti cardinali, e di cui fu egli stesso vittima. Gem, appena giunto a Capoa insieme all'armata francese, cadde pericolosamente infermo, e morì in questa città o in Napoli il 26 di febbrajo. Carlo VIII lo fece seppellire a Gaeta, ma nel 1497 il re don Federico mandò il suo cadavere a Bajazette II[191].
[191] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 47. — Ber. Oricellarii Com., p. 64. — P. Bembi Hist. Ven, l. II, p. 30. — Cron. di Venez., Anon., t. XXIV, Rer. Ital, p. 16. — Fr. Guicciardini, l, II, p. 85. — Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 511._
Carlo si trattenne quasi un mese in Roma, nel qual tempo continuò a far avanzare le sue truppe verso i confini del regno di Napoli. Aveva diviso l'esercito in due corpi, uno de' quali doveva entrare nel paese nemico dalla banda degli Abruzzi, l'altro per terra di Lavoro. Diede il comando del primo a Fabrizio Colonna, ad Antonello Savelli ed a Roberto di Lenoncourt, balivo di Vitrì. Aggiunse alle compagnie dei primi due alcune brigate di uomini d'arme francesi, ed alcuni battaglioni d'infanteria svizzera e guascona. Questa divisione si avanzò pel contado di Tagliacozzo negli Abruzzi. Quelle provincie ed in particolare l'Aquila, loro capitale, erano tutte piene della memoria degli Angiovini e tutte apparecchiate a ribellarsi, di modo che in breve tempo spiegarono ovunque le bandiere di Francia. Bartolommeo d'Alviano era stato mandato da Ferdinando presso al lago di Celano per difendere le gole delle montagne e l'ingresso dell'Abruzzo; ma si era trovato troppo debole, ed era stato costretto ad evacuare tutta la provincia senza venire ad un fatto d'armi[192].
[192] _P. Jovii Hist., l. II, p. 45. — Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XVI, p. 226._
Dall'altra banda Carlo VIII, alla testa del grosso dell'armata, posesi in cammino il 23 di gennajo[193], attraversando il Lazio, ed avanzandosi alla volta di Napoli per la strada di Ceperano, Aquino e san Germano, che è alquanto più discosta dal mare da quella oggi praticata per andare da Roma a Napoli. Non era appena uscito da Roma che il romano pontefice sentendosi umiliato dalla pace che aveva giurata, prese le opportune misure per iscuotere il giogo. Don Antonio di Fonseca, ambasciatore dei re di Spagna, accompagnava Carlo in questa spedizione; egli non poteva senza pena vedere spogliata la linea bastarda arragonese di un regno originariamente conquistato colle armi della Spagna. Egli conosceva l'inquietudine del papa e l'agitazione di tutti gli stati d'Italia, spaventati dalle rapide conquiste de' Francesi; convenne con Alessandro VI di tentare quale effetto produrrebbe una pubblica protesta, lusingandosi che, se non fermava Carlo, per lo meno ravviverebbe il coraggio de' principi di Napoli. All'arrivo del re a Velletri, Fonseca domandò udienza; allora gli rappresentò, che, quando Ferdinando ed Isabella si erano obbligati, mercè la restituzione di Perpignano, a non passare i Pirenei ed a non attaccare la Francia, avevano creduto alle parole del re, che diceva di avere sopratutto in vista di muovere guerra ai Turchi; avevano creduto che prima di attaccare colle armi il regno di Napoli, il re acconsentirebbe di assogettare la di lui causa ad un giusto arbitramento, che rispetterebbe la libertà di tutto il restante dell'Italia, ed in particolar modo quella della Chiesa. Ma Fonseca non aveva potuto vedere senza estrema maraviglia, ed i suoi padroni non saprebbero senza rincrescimento, che Carlo VIII aveva declinato la giurisdizione del papa, cui Alfonso II era disposto a sottomettersi, mentre che il regno di Napoli, fra di loro conteso, essendo un feudo della Chiesa, non poteva essere legittimamente posseduto dall'uno o dall'altro pretendente, senza una decisione della corte di Roma; che Carlo VIII, lungi dal rispettare l'indipendenza degli altri stati d'Italia, tutti gli aveva obbligati a somministrargli prodigiosi sussidj, ch'egli aveva sconvolte le loro costituzioni, e posto guarnigione nelle loro fortezze. Lucca aveva dovuto salvarsi dal saccheggio col danaro, i Medici erano stati scacciati da Firenze, Pisa era stata incoraggiata alla ribellione, Siena costretta a ricevere guarnigione, e tutte le fortezze di questi diversi stati si trovavano in mano ai Francesi. Finalmente il papa, oggetto della venerazione di tutti i principi cristiani, era stato costretto dal terrore a soscrivere una pace umiliante; aveva ricevute guarnigioni francesi nelle sue fortezze, dato in ostaggio il cardinale di Valenza, abbandonato il sultano Gem a Carlo VIII, e con tante concessioni aveva potuto a stento salvare Roma dall'incendio e dal saccheggio. Poichè il re di Francia non credevasi obbligato ad osservare verun trattato, nè veruna guarenzia del diritto delle genti, l'ambasciatore di Ferdinando e d'Isabella era chiamato a dichiarargli, che i suoi padroni non permetterebbero ch'egli privasse principi arragonesi di un regno, che il possesso di cinquant'anni, e le decisioni di molti papi avevano renduto ereditario nella loro famiglia[194].
[193] _Allegr. Allegretii Diari Sanesi, p. 858._
[194] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 46. — Fr. Guicciardini Ist., l. II, p. 87. — Barth. Senaregae de rebus Genuens., t. XXIV, Rer. Ital., p. 545. — Fr. Belcarii Rer. Gal. l. VI, p. 149._
I gentiluomini francesi che circondavano il re appena permisero al Fonseca di terminare il suo discorso: risposero impetuosamente e con orgoglio, accresciuto da inaspettati successi, che loro mai non erano venute meno le armi in sostegno dei loro diritti; che se Ferdinando si scordava de' suoi trattati e dei suoi obblighi, pagati colla restituzione di Perpignano, i cavalieri francesi erano buoni di ricordarglieli, e ch'essi farebbergli tosto conoscere qual distanza passi da loro agli arcieri mori, ch'egli andava così altero d'aver vinti nell'Andalusia. Crebbero dell'una e dall'altra parte le ingiurie a segno che il Fonseca, che pure era uomo grave e moderato, si lasciò talmente trasportare dalla collera, che stracciò in faccia al re il trattato soscritto tra la Francia e la Spagna, ordinando a due spagnuoli, che servivano nell'armata francese, di lasciarla entro tre giorni, se non volevano rendersi colpevoli di alto tradimento[195].
[195] _P. Jovii, l. II, p. 46._