Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
Part 10
Ma in questo stato d'abbassamento l'orgoglio del nome Pisano e l'antico amore di libertà non erano spenti nei generosi discendenti de' cittadini di Pisa. I gentiluomini, siccome il popolo, erano animati da uno stesso sentimento; tutti erano disposti a sagrificare per la patria quella vita e quelle ricchezze delle quali appena credevano esser possessori, poichè la volontà arbitraria de' loro padroni poteva loro rapirle ad ogni istante. All'avvicinarsi di Carlo VIII le loro speranze vennero ravvivate artificiosamente da Lodovico il Moro, il quale sovvenivasi che Giovanni Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, aveva posseduta Pisa, e che sperava di unire queste città ai proprj stati, facendosi dare Sarzana e Pietra Santa, città in addietro dipendenti dai Genovesi. Il Moro non aveva accompagnato Carlo oltre Sarzana, ma Galeazzo da Sanseverino, uno de' suoi più fidati capitani, lo rimpiazzava all'armata, e questi ajutò i Pisani nel più difficile istante coi consiglj e col favore che godeva presso la corte[154].
[154] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 56. — Mém. de Phil. de Comines, l. VII, ch. IX, p. 187. — Franc. Belcarii Comment., l. V, p. 139._
Tra i gentiluomini pisani Simone Orlandi erasi fatto rimarcare pel suo odio contro i Fiorentini: in casa sua, e per sua opera tutti coloro ch'erano stati personalmente offesi si adunavano per trovare i mezzi di vendicarsi e di liberare la patria. Siccome parlava speditamente la lingua francese, fu da' suoi concittadini prescelto per invocare il favore del re, e per supplicarlo di sottrarre Pisa ad insoffribile giogo[155]. Per altro i suoi amici lo baciarono, e gli diedero un addio che ben poteva essere l'estremo, nell'istante in cui, sagrificandosi per la sua patria, si esponeva a tutta la vendetta de' Fiorentini. Egli recossi al palazzo dei Medici ove soggiornava Carlo VIII, e stringendo le sue ginocchia fece un vivo quadro dell'antica grandezza de' Pisani, della deplorabile miseria cui trovavansi adesso ridotti e della crudele tirannide che gli aveva così barbaramente oppressi. Si abbandonò, parlando dei Fiorentini, a tutta la violenza della sua indignazione, e fece raccapricciare il re e tutta la sua corte, enumerando le ingiustizie, che diceva di avere provate. Rammentò a Carlo VIII di essersi annunciato all'Italia come quegli che veniva a liberarla dai tiranni sotto cui gemeva. La prima occasione di mantenere le sue promesse gliela presentava Pisa. Se voleva che i popoli dassero fede alla sua sincerità, doveva affrettarsi di rendere i Pisani liberi. Il vocabolo di _libertà_, il solo che di tutto il suo discorso avessero potuto comprendere i Pisani che avevano accompagnato l'Orlandi, fu da loro ripetuto con acclamazione. Tutti i gentiluomini di Carlo, commossi dall'eloquenza dell'Orlandi, aggiunsero le loro alle sue preghiere; ed il re, senza riflettervi più che tanto, senza pensare che disponeva di cosa non sua, rispose ch'egli voleva tutto ciò ch'era giusto, e che sarebbe contento di vedere i Pisani ricuperare la loro libertà[156].
[155] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 34._
[156] _P. Jovii Hist., l. I, p. 34. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 7._
Seppesi appena la risposta di Carlo, che il grido di viva la Francia, viva la libertà, eccheggiò in tutte le strade; i soldati fiorentini, i gabellieri, i ricevitori delle contribuzioni, vennero inseguiti e costretti a fuggire dalla città; i lioni di marmo dal popolo chiamati _Marzocchi_, posti sulle porte e sui pubblici edificj in segno dell'autorità del partito guelfo e della repubblica fiorentina, furono atterrati e gettati in Arno, e dieci cittadini, adunati per formare una signoria, vennero incaricati dell'amministrazione della rinascente repubblica[157]. Per una straordinaria combinazione il 9 novembre, nello stesso giorno in cui i Fiorentini avevano ricuperata la loro libertà colla cacciata dei Medici, i Pisani riavevano la loro, cacciando la guarnigione fiorentina.
[157] _P. Jovii Hist., l. I, p. 35. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 56. — Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, ch. IX, p. 189. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 18. — Alleg. Allegretti Diar. Sanese, p. 833._
Intanto Carlo VIII mostravasi incerto di credersi legato verso la repubblica fiorentina dal trattato stipulato con Pietro de' Medici. La più celebre città dell'Occidente per commercio e per ricchezze tentava la cupidigia della sua armata; egli avrebbe avidamente colta l'occasione di riprendere le ostilità. Dopo d'avere posta una guarnigione francese nella nuova fortezza di Pisa, e data l'antica ai Pisani, egli s'avanzava coll'armata alla volta di Firenze senza aver dato risposta agli ambasciatori della repubblica, e senza pure voler prendere determinazioni intorno ai successivi movimenti, finchè non sapesse quali progressi avesse fatti in Romagna l'armata sotto gli ordini di Daubignì, e quali risoluzioni avesse prese Ferdinando, che colà comandava l'armata nemica[158].
[158] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 203. — P. Jovii, l. II, p. 36._
Don Ferdinando aveva saputo impedire al Daubignì di avanzarsi colla felice scelta delle posizioni: ma quando i Colonna avevano prese le armi nelle vicinanze di Roma, era stato forzato ad indebolire la sua armata per mandar gente a suo padre; il quale aveva unite le sue truppe, e quelle mandategli dal figliuolo, alle armi del papa, ed aveva, sebbene senza successo, vigorosamente attaccati i Colonna. Intanto Ferdinando più non si trovò abbastanza forte per tener testa al Daubignì, e non potè impedire che questi prendesse il castello di Mordano, nel contado d'Imola, i di cui abitanti furono tutti barbaramente trucidati[159]. Tanta crudeltà atterrì tutti i piccoli principi della Romagna, che Ferdinando più non aveva bastanti forze per proteggere; Catarina Sforza, la prima di tutti, trattò separatamente con Daubignì e gli aprì gli stati del figliuolo. Nello stesso tempo seppesi in Romagna che Pietro de' Medici aveva date in mano al re le fortezze della Toscani, onde il principe arragonese conobbe di non potersi più mantenere nella sua posizione, e ripiegò sopra Roma, mentre don Federico, suo zio, ricondusse la sua flotta ne' porti del regno di Napoli[160].
[159] _P. Jovii Hist., l. II, p. 36. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 54. — Jac. Nardi, l. I, p. 19._
[160] _P. Jovii Hist., l. II, p. 37. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 54. — Phil. de Comines, l. VII, ch. VIII, p. 180._
Carlo VIII, informato della ritirata di don Ferdinando, ordinò al Daubignì di raggiugnerlo a Firenze cogli uomini d'armi francesi, cogli Svizzeri e con trecento cavalleggeri del conte di Cajazzo, mentre ch'egli licenzierebbe gli uomini d'armi italiani al suo soldo, e quelli del duca di Milano. Dopo ciò Carlo VIII si fermò alla Villa Pandolfini, presso di Signa, lontana otto miglia da Firenze, per dar tempo d'arrivare al Daubignì, onde entrare in Firenze in più imponente maniera[161].
[161] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 67. — Jac. Nardi, l. I, p. 21._
Il vescovo di san Malo, Briçonnet, il siniscalco di Belcario, e Filippo di Bresse, fratello del duca di Savoja, i tre uomini ch'erano più avanti nel favore del re, gli rappresentarono, che Pietro de' Medici non erasi perduto che a motivo de' servigj renduti ai Francesi. I suoi nemici nulla gli rinfacciavano con tanta amarezza quanto la cessione delle fortezze dello stato, e non eransi fatti arditi che allorquando Pietro si era allontanato per venire a trovare il re. Questi tre signori andavano dunque incitando il re a rimettere Piero de' Medici in Firenze, e questi infatti gli spedì un corriere a Bologna per farlo ritornare. Ma Piero, disgustato dal freddo accoglimento fattogli dal Bentivoglio, era passato a Venezia[162], e quando ricevette il messaggio del re, si credette in dovere di darne parte alla signoria, per chiederle consiglio. Supposero i Veneziani, che, rimettendo i Medici a Firenze, il re terrebbe quella città in una più assoluta dipendenza; e, siccome di già cominciavano ad essere aombrati dalla sua potenza, vollero privarlo di questo mezzo di consolidarla. Consigliarono perciò Pietro a non darsi in mano di un monarca da lui offeso, e per essere più sicuri della sua docilità lo circondarono segretamente di guardie, che mai non lo perdevano di vista[163].
[162] _Pauli Jovii, l. II, p. 35. — Belcarii Comm. Rer. Gall., l. V, p. 140._
[163] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 39. — Bern. Oricellarii de bello Ital. Comment., p. 55._
Non avendo Carlo VIII ricevuta da Bologna la risposta che desiderava, fece il suo ingresso in Firenze per porta san Friano, il 17 di novembre in sull'avvicinare della sera. Fu alla porta ricevuto sotto un baldacchino dorato, e portato dalla nobile gioventù fiorentina: il clero lo circondava cantando inni, e tutto il popolo mostrava di accoglierlo con affetto e con piacere. Pure lo stesso Carlo non risguardava quest'ingresso come affatto pacifico; portava la lancia sulla coscia, lo che in appresso spiegò come un simbolo della conquista che faceva del paese; lo seguivano tutte le truppe colle armi alzate, ed in minaccioso apparato; il linguaggio straniero e l'impetuosità dei Francesi, le lunghe alabarde degli Svizzeri, non ancora in Toscana vedute, e l'artiglieria volante, che i Francesi erano stati i primi a rendere mobile come le loro armate, non inspiravano meno terrore che curiosità e maraviglia[164]. I Fiorentini, che con animo inquieto ricevevano questi barbari ospiti entro le loro mura, non avevano trascurati tutti i mezzi di difesa. Ogni cittadino aveva adunati nella sua casa in città tutti i suoi contadini, tenendoli apparecchiati a difendere colle armi la libertà, quando suonasse la campana del comune. Eransi pure chiamati entro la città coi loro soldati i condottieri al soldo della repubblica; sicchè a lato all'armata francese, che aveva preso gli alloggiamenti in Firenze, si era segretamente formata un'altra armata, apparecchiata a tenerle testa.
[164] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 58. — Jac. Nardi Ist., l. I, p. 25. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 36. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 80. — Andrè de la Vigne, Journal de Charles VIII dans Godefroy, p. 118._
Tostocchè il re si trovò nel palazzo dei Medici che gli era stato destinato dalla signoria, cominciò a trattare coi suoi commissarj. Ma le sue prime domande non cagionarono minore sorpresa che spavento: dichiarò, che, essendo entrato in città colla lancia sulla coscia, Firenze era sua conquista, che ne riteneva la sovranità, e che altro omai non trattavasi che di vedere se vi ristabilirebbe i Medici per governare in suo nome, o se acconsentirebbe di dare la sua autorità alla signoria sotto l'ispezione dei suoi consiglieri di toga lunga, che intendeva di aggiugnerle. Risposero i Fiorentini con rispettosa fermezza, che avevano ricevuto il re come loro ospite, che non avevano voluto prescrivergli un ceremoniale intorno al modo di entrare fra di loro, ma che gli avevano aperte le porte pel rispetto che nudrivano verso di lui, e non per forza; e che mai non sarebbero per rinunciare nè in grazia sua, o di altri, alla menoma prerogativa della loro indipendenza o della loro libertà[165].
[165] _Jac. Nardi Hist. Fior., t. I, p. 24._
Sebbene fossero di così opposti sentimenti, nè l'una parte, nè l'altra desiderava di venire alle mani. I Francesi, maravigliati della straordinaria popolazione di Firenze, di que' solidi palazzi che sembravano altrettante fortezze, e del coraggio mostrato dai cittadini nello scuotere il giogo dei Medici, temevano di azzuffarsi nelle strade, ove si troverebbero oppressi dalle pietre scagliate dall'alto dei tetti e dalle finestre; i Fiorentini, contenti d'imporne ai loro ospiti, non bramavano che di acquistar tempo, aspettando l'istante in cui al re piacerebbe partire. Frattanto continuavano le conferenze, ed il re si era ridotto a domandare una somma di danaro, ma tanto esorbitante, che, quando il suo segretario reale ebbe terminata la lettura di ciò che dichiarava essere l'_ultimatum_del suo signore, Pietro Capponi, il primo de' segretarj fiorentini, gli strappò di mano la carta e stracciandola, gridò: «Ebbene! quand'è così, voi suonate le vostre trombe, e noi suoneremo le nostre campane;» e uscì subito di camera. Tanto impeto e tanto coraggio intimidirono il re e la sua corte; supposero che i Fiorentini avessero grandissimi mezzi, poichè ardivano di parlare tant'alto, e richiamarono il Capponi. Allora presentarono più moderate proposizioni, che vennero subito accettate. La prima era di portare a cento mila fiorini il sussidio che pagherebbero i Fiorentini per concorrere all'impresa di Napoli. Questa somma doveva essere pagata in tre termini, il più lontano dei quali spirava nel susseguente giugno. D'altra parte il re si obbligava a restituire le fortezze che gli erano state consegnate, o tosto che avesse occupato Napoli, o quando che avrebbe terminata la presente guerra con una pace o tregua di due anni, o finalmente quando per qualsiasi ragione avrebbe abbandonata l'Italia. Carlo VIII stipulò, a favore de' Pisani, il perdono delle loro offese, purchè tornassero sotto il dominio de' Fiorentini; a favore de' Medici la nullità del sequestro posto sui loro beni, e l'abolizione del decreto che taglieggiava le loro teste; per ultimo, a favore del duca di Milano, che richiamava a nome de' Genovesi la restituzione di Sarzana e di Pietra Santa, chiese che i rispettivi diritti su queste città venissero giudicati da arbitri. A tali condizioni dichiarò di rendere ai Fiorentini la sua protezione e tutti i privilegj di commercio, di cui in addietro godevano in Francia[166]. Questo trattato fu pubblicato nella cattedrale di Firenze il 26 di novembre mentre celebravasi la messa: e le parti si obbligarono con solenne giuramento ad osservarle. Frattanto il Daubignì consigliava il re ad approfittare di un tempo prezioso; onde due giorni dopo la pubblicazione della pace, il re partì con tutta la sua armata, prendendo la strada di Poggibonzi e di Siena, e sollevando così i Fiorentini dalla più mortale inquietudine che avessero da lungo tempo provata[167].
[166] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 25. — Bernardi Oricellarii Comment., p. 54. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 60. — Pauli Jovii, Hist. sui temp., l. II, p. 36. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 205._
[167] _Jac. Nardi Hist., l. I, p. 28. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 206. — Fran. Guicciardini, l. I, p. 61. — P. Jovii, l. II, p. 59. — Phil. de Comines, Mémoir., l. VII, c. IX, p. 197._
CAPITOLO XCIV.
_Terrore ed irrisoluzione del papa all'avvicinarsi di Carlo VIII; questo monarca entra in Roma. — Abdicazione e fuga di Alfonso II; dispersione dell'armata di Ferdinando II. — Il regno di Napoli si sottomette a Carlo VIII._
1494 = 1495.
Papa Alessandro VI aveva ottenuto quell'opinione di prudenza e di destrezza che il mondo suole spesse volte accordare senza riflessione a coloro, i quali, posto da banda ogni rispetto di morale e di onore, non si propongono altro scopo della loro politica che il proprio vantaggio. L'uomo volgare li vede correre verso la meta de' loro disegni con un ardire che lo abbaglia, e si persuade, che non senza matura considerazione abbiano osato atterrare quegli steccati ch'egli stesso è accostumato a rispettare. Quando vede rivocarsi in dubbio quei principj, cui la gran massa degli uomini si mantiene subordinata, e pesare sopra nuove bilance i divini ed umani diritti, egli si abbandona ad una cieca ammirazione verso colui la di cui testa è così forte da innalzarsi al di sopra di tutti i pregiudizj. Pure questi morali principj, che il volgare adottò come pregiudizj, sono per il filosofo la più pura essenza dell'umana ragione, il più perfetto frutto delle sue meditazioni. Come la virtù è per ogni individuo l'unico mezzo di conseguire lo scopo della sua esistenza, di conseguire quella pace dell'anima, costante frutto dello sviluppamento delle nostre facoltà, e del perfezionamento del nostro essere; così la morale è per ogni società politica, e per qualunque governo, la sola, la vera strada della pubblica prosperità e della conservazione dello stato. La perfetta coincidenza della morale colla vera ben intesa utilità è stata più volte osservata; pure quando non trattasi che d'individui, quest'utilità può essere in tante maniere modificata dalle circostanze, dalle passioni e dalle contrarie vicende, che non possiamo a lei attenerci come a sicura guida; ma la sua applicazione alla condotta delle nazioni è assai più avverata, perchè quanto più grande è il numero degl'individui che presero per norma i principj della morale, tanto più il calcolo, dietro il quale furono stabiliti questi principj, va acquistando forza; le accidentali circostanze si compensano, rendonsi neutre le passioni, i contrarj accidenti si distruggono a vicenda, e dal generale risultamento resta sempre dimostrato che la più ben intesa politica è la più conforme alla probità.
La storia somministra infinite applicazioni di questo principio; poche volte mette in vista alcuno degli uomini più famosi per la loro immoralità, senza mostrare come l'abbiano traviato i suoi calcoli personali, e come i suoi delitti siano poi tornati a suo danno. Questi politici creduti tanto accorti, i quali sostituirono il proprio interesse ai grandi principj della società umana, qualunque volta sono in conflitto coll'imminente pericolo, perdono ogni punto d'appoggio, ogni sicura direzione, ogni base per le loro combinazioni. Lo scandaloso Alessandro VI diventò l'uomo il più vile ed irrisoluto; il crudele e perfido Alfonso II, atterrito dalla propria coscienza, si lascia cadere dal trono senza aspettare un urto straniero.
Pare che Alessandro VI colla versatile sua politica avesse presa qualche parte nella chiamata di Carlo VIII in Italia. Voleva in allora ottenere più vantaggiose condizioni dalla casa di Arragona, ed intimidire Virginio Orsini[168]. Ma quand'ebbe ottenuto uno splendido stato ai suoi bastardi nel regno di Napoli, cambiò partito; dichiarò, che, avendo i suoi predecessori accordate tre investiture alla casa d'Arragona, credevasi obbligato a non negarle la quarta: protestò, che, essendo il regno di Napoli un feudo della Chiesa, Carlo VIII non poteva attaccarlo colle armi senza attaccare la Chiesa medesima, ed entrò con ardore nella lega destinata a difenderlo. In tal tempo Alessandro era troppo lontano dal supporre tanto rapidi gli avanzamenti de' Francesi, e non erasi così scopertamente compromesso, che per essersi creduto al coperto da ogni pericolo. Le negoziazioni di Pietro de' Medici a Sarzana e lo sconvolgimento della Toscana portarono un subito terrore nella sua anima, che crebbe a dismisura quando, avendo spedito a Carlo, che soggiornava in Firenze, il cardinale Francesco Piccolomini, suo legato, Carlo rifiutò di riceverlo non meno per odio di suo zio Pio II, che aveva combattuto contro la casa d'Angiò, quanto per l'avversione che nutriva contro il pontefice che lo aveva mandato[169].
[168] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 63._
[169] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 39._
Il papa aveva ricevuto il duca di Calabria e la sua armata nelle terre della Chiesa, e gli aveva dati tutti i soldati di cui poteva disporre; aveva fatto leva tra i popoli di compagnie di fanteria, ed invitati con bolle i Romani a prendere le armi per difendere la loro patria.
Ingrandendosi però la sua paura di mano in mano che i Francesi avanzavano, non aveva tardato a far conoscere il suo desiderio d'aprire nuove conferenze. Il cardinale Ascanio Sforza era in allora il capo del partito francese nel sacro collegio. Alessandro lo invitò a recarsi a Roma; e perchè lo Sforza non credevasi sicuro, gli mandò come ostaggio il suo proprio figlio, il cardinale di Valenza, che fu trattenuto a Marino sotto la custodia dei Colonna. Questa prima conferenza non ebbe verun risultamento. Ascanio tornò al campo francese ed il cardinale di Valenza presso suo padre, senza che nulla si fosse convenuto; ma dietro questa prima apertura Alessandro mandò presso Carlo i vescovi di Concordia e di Terni e maestro Graziano, suo confessore, per trattare contemporaneamente a nome suo ed a nome del re di Napoli. Carlo VIII, fermamente determinato a non ascoltare proposizioni per parte di Alfonso II, non ricusò di trattare col papa solo, e perchè l'estrema sua diffidenza erasi alquanto calmata, mandò a Roma la Tremouille, il presidente di Gannay, il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, senza domandare ostaggi per la sicurezza delle loro persone. In quell'istante l'armata napolitana, comandata da Ferdinando rientrò in Roma, ed il papa, riconfortandosi in vista di tanti soldati, non volle lasciarsi cadere di mano l'occasione di sorprendere i suoi nemici: il 9 dicembre fece arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, e li fece condurre nelle prigioni di Castel sant'Angelo, dichiarando che loro non renderebbe la libertà se prima non gli era data Ostia. Erano stati arrestati anche i due ambasciatori francesi, ma il papa li fece subito liberare[170].
[170] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 62. — Pauli Iovii Hist. sui temp., l. II, p. 40. — Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XII, p. 203. — Burchardi Diar. ap. Raynaldum, 1494, § 23, p. 434. — Alleg. Allegretti Diari Sanesi, p. 836._
Intanto Carlo VIII andava avvicinandosi a Roma; era entrato in Siena il 2 di dicembre collo stesso militare apparecchio che aveva spiegato a Firenze; aveva fatta uscire di città la guardia della signoria, e domandato che gli si consegnassero alcune fortezze della Maremma Sienese; e quando all'indomani uscì di Siena, vi lasciò un corpo di truppe per tenere a freno un popolo, che gli era sospetto[171]. Ferdinando, duca di Calabria, successivamente abbandonato dai soldati della repubblica fiorentina, da Annibale Bentivoglio e dalla sua truppa, da Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e da Guido di Montefeltro, duca d'Urbino, che tutti ritiravansi ne' proprj stati per non compromettersi coi Francesi, aveva inoltre perduta quasi tutta la sua fanteria, che, colpita da terrore, disertava a compagnie. Egli aveva preso a traverso all'Ombria la strada di Roma[172]; da prima era intenzionato di far testa a Viterbo, perchè questa città era posta in mezzo ai feudi degli Orsini ch'egli risguardava come i suoi più fedeli alleati, perchè teneva Roma alle spalle, e perchè, in caso di disfatta, aveva sempre aperta la ritirata verso Napoli[173]; ma le negoziazioni d'Alessandro VI, e le continue sue irrisoluzioni non permettevano a Ferdinando di prendere veruno vigoroso partito. Carlo VIII entrò in Viterbo senza incontrare ostacolo, mentre che Ferdinando ripiegava sopra Roma, e questi faceva lavorare a chiudere le breccie delle antiche mura di questa capitale, onde porle in istato di difesa, nell'istante in cui il papa faceva arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna[174].
[171] _Ivi, t. XXIII, p. 835. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 61. — Arnaldi Ferronii, l. I, p. 8._
[172] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 39._
[173] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XI, p. 197._
[174] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 62._