Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 9

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Tutte le conquiste dei Turchi erano state precedute da scorrerie somiglianti a quelle che avevano adesso fatte nel Friuli. Ruinavano il paese con molte consecutive campagne prima di pensare a stabilirvisi; e se si fosse loro permesso di penetrar di nuovo nel nord dell'Italia, queste ruinate province bentosto non sarebbero più state suscettibili di difesa, ed in pochi anni le armi della mezzaluna si sarebbero avanzate fino nel cuore della Lombardia. I Veneziani fecero tutto quanto potevano per allontanare questo disastro. Avevano conosciuto per prova che non avevano bastante cavalleria su questi confini, e vi richiamarono Carlo di Montone, figlio di Braccio, che tornava dalla sua spedizione contro di Siena. Fortificarono Gradisca, rialzarono i distrutti baluardi, descrissero in reggimenti venti mila uomini di milizie delle loro province di terra ferma, e distribuirono in compagnie tutti gli abitanti di Venezia, obbligandoli ad esercitarsi nelle evoluzioni militari[161].

[161] _And. Navagero, t. XXIII, p. 1149. — M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 225._

Frattanto l'assedio di Croja aveva sempre continuato, e questa città cominciava a mancare di vittovaglie. La repubblica di Venezia, abbandonata dagli altri stati dell'Italia, inquietata dagl'intrighi e dalla ambizione del papa e di suo figlio Girolamo Riario, temeva di non essere più abbastanza potente per chiudere lungo tempo ai barbari l'ingresso della penisola, e cercò di nuovo di ottenere la pace da Maometto II. Tommaso Malipieri, provveditore della flotta, fu autorizzato, in gennajo del 1478, a passare personalmente a Costantinopoli per offrire alla Porta la città di Croja, l'isola di Stalimene, il braccio di Maino nel Peloponneso, tutti gli altri luoghi che la signoria aveva conquistati in tempo della guerra, e cento mila ducati in nome dell'appalto dell'allume contro il quale riclamava Maometto. Tutte queste condizioni vennero dal sultano accettate, ma egli vi aggiunse quello di un annuo tributo di sei mila ducati. Il Malipieri rispose che non era autorizzato a prometterlo, e domandò, per consultare i suoi committenti, due mesi dal 15 aprile al 15 giugno. In questo tempo seppesi in Venezia che il re d'Ungheria ed il re di Napoli avevano trattato col gran signore e riconosciute tutte le sue conquiste. Non potevasi sperare veruna diversione dal canto della Persia, perciocchè Ussun Cassan era morto ed i quattro suoi figli avevano fra di loro divisa la paterna eredità. Croja trovavasi alle più dolorose estremità ridotta, e più non poteva difendersi. In così difficili circostanze il senato di Venezia risolse il 3 maggio di accettare le condizioni dettate dai Turchi, sebbene assai dure. Ma quando fu portata la risposta a Maometto, rispose di non essere più tenuto a mantenere la parola. Diceva che la situazione delle due parti aveva cambiato dopo le prime negoziazioni; risguardava Croja come di già sua, poichè verun umano potere poteva salvarla; e se i Veneziani erano pure determinati ad acquistare la pace col sagrificio di una città d'Albania, era Scutari e non Croja che gli dovevano rilasciare. Il Malipieri, non avendo istruzioni rispetto a questa nuova domanda, abbandonò Costantinopoli senza aver nulla convenuto[162].

[162] _And. Navagero, p. 1152._

Gli abitanti di Croja avevano di già sostenuto un anno d'assedio, e negli ultimi mesi trovaronsi ridotti a nudrirsi dei più immondi alimenti. Seppero intanto che il sultano, preceduto dal sangiacco Solimano e dal beglierbey della Romania, era arrivato sotto Scutari con un numeroso esercito. Gli spedirono il 15 giugno una deputazione per offrirgli di arrendersi a sua altezza, e ne riportarono un firmano da lui sottoscritta, colla quale prometteva a tutti di ritirarsi coi loro beni, qualora non preferissero di vivere in Croja sotto la protezione a favore della sublime Porta. A fronte di quest'alternativa tutti dichiararono di rinunciare alla loro patria e di vivere ne' luoghi che loro verrebbero assegnati dalla repubblica veneta. Consegnarono la loro fortezza, ed uscirono sotto la scorta loro data dal pascià Aaron, comandante dell'assedio; ma giunti appena in sul piano, questi li fece tutti incatenare per condurli al gran signore, il quale, dopo avere prescelti alcuni prigionieri più distinti che potevano pagare la taglia, fece decapitare tutti gli altri. Così finirono gli ultimi compagni d'arme di Scanderbeg. Tutto il suo popolo doveva in breve seguirlo nel sepolcro[163].

[163] _And. Navagero, t. XXIII, p. 1153. — Marinus Barletius de Scodrensi expugnatione. l. II, p. 399._

Intanto Maometto stringeva già d'assedio Scutari, ma gli abitanti di questa città, che avevano preveduto quest'attacco, eransi apparecchiati ad una vigorosa resistenza. Tutti coloro che non erano abili alle armi furono mandati fuori di città, entro la quale non erano rimasti che mille seicento cittadini, e dugento cinquanta donne, oltre la guarnigione di seicento soldati sotto il comando del provveditore Antonio de Lezze. Maometto aveva nel suo campo il beglierbey di Romania, il sangiacco Solimano, ed i più distinti ufficiali del suo impero. I padiglioni della sua armata coprivano tutto il piano di Scutari, le falde delle montagne, e tutto il paese a perdita d'occhio[164].

[164] _M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 225. — Marin. Barletius de Scodrensi expugnatione l. II, p. 394._

Erasi aspettato l'arrivo di Maometto al campo musulmano per iscuoprire le prime batterie contro Scutari, ma il sultano, lungi dal sapere buon grado ai suoi generali di questa deferenza, loro rimproverò di non avere fatti maggiori progressi. Una semplice linea di mura chiudeva la città, e la formidabile artiglieria de' Turchi vi aprì bentosto una larga breccia. Non pertanto il ripidissimo declivio del terreno, e la difficoltà di salire la rupe, su cui erano poste le mura, supplirono alla loro debolezza. I Turchi diedero l'assalto alla breccia il 22 di luglio, ma dopo un'ostinata zuffa vennero con grave danno respinti, maltrattati dai sassi e dai fuochi d'artificio che si facevano piovere sopra di loro[165].

[165] _And. Navagero, p. 1154_. — Mar. Barlezio ci conservò questa data, _l. II, p. 415._

Maometto fece allora piantare le batterie contro un lato delle mura di cui gli parve più agevole l'accesso. Non essendo sostenute da un terrapieno, furono in breve aperte, onde il sultano ordinò un secondo assalto pel 27 luglio. Ma per approfittare dell'infinita superiorità delle sue forze, divise il suo esercito, che gli storici veneziani portano ad ottanta mila uomini, in più corpi, che dovevano succedersi gli uni agli altri senza interrompimento, e rinnovare l'assalto finchè gli abitanti di Scutari soggiacessero alla fatica. Avuto avviso di quest'ordine, Antonio di Lezze divise pure la sua guarnigione in quattro brigate, che dovevano mutarsi ogni sei ore. L'assalto cominciò prima di giorno; i giannizzeri montavano alla breccia intrepidamente a traverso alle pietre che si facevano rotolare sopra di loro, ai fuochi d'artificio ed alle frecce; superavano le ruinate mura e sforzavansi in appresso di salire sugli interni baluardi che formavano l'ultima difesa. Nuovi assalitori s'innoltravano sempre dietro i primi, sostenendo in certo modo la prima linea, e spingendoli per forza fino alla sommità del bastione; ma non vi giugnevano mai che traforati da colpi di lance e di spade, e prima d'aver potuto combattere cadevano morti sui loro camerata, che per altro non si scoraggiavano. Maometto, furibondo per così valorosa resistenza, ordinò di continuare l'attacco con sempre nuove truppe durante tutta la notte e la metà del susseguente giorno. All'ultimo, sia che i soldati, avviliti da tanti inutili sforzi, ricusassero di combattere più oltre, o che lo stesso Maometto sentisse l'inutilità di così spaventosa carnificina, fece suonare a raccolta dopo avere perduto un terzo della sua armata[166].

[166] _And. Navagero, p. 1155. — Mar. Barletius de Scodrensi expugnatione, l. II, p. 420-432._

Allora cambiando l'assedio in blocco, il sultano s'occupò nel conquistare il rimanente della provincia, onde togliere agli assediati ogni speranza di soccorso. E perchè la flotta veneziana avrebbe potuto innoltrarsi, rimontando la Bogiana, fin presso a Scutari, chiuse la foce di questo fiume con un ponte coperto da due ridotti. Mandò il beglierbey di Romania ad assediare varie fortezze del vicinato: quella di Sebenico, che apparteneva a Czernowitsch, si arrese senza combattere, e la città di Drivas fu presa dopo sei giorni d'assedio. Giacomo del Mosto, che vi stava per provveditore, fu condotto con tutti gli abitanti sotto le mura di Scutari, ove Maometto lo fece decapitare, onde far conoscere agli assediati la sorte che loro preparava se non si affrettavano di calmare la sua collera. La città d'Alessio fu abbandonata, ma vennero sorprese in quel porto due galere; ed i dugento marinaj, che ne formavano l'equipaggio, furono condannati a morte. La sola città d'Antivari resistette a tutti gli attacchi dei Turchi. La maggior parte dell'estate essendosi consumata in questi diversi assedj, Maometto affidò il comando dell'armata che bloccava Scutari al suo visir, Achmet Giedik, e tornò a Costantinopoli[167].

[167] _And. Navagero, t. XXIII, p. 1155. — M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 225. — Mar. Barletius de Scodrensi expugnatione, l. III, p. 434._

Per tenere nello stesso tempo occupate altrove le forze della repubblica, Maometto II aveva ordinato al pascià di Bosnia d'invadere il Friuli, e pretendesi che il re d'Ungheria, così persuaso da Ferdinando, re di Napoli, di cui nel 1476 aveva sposata la figlia, Beatrice, accordasse ai Turchi il passaggio per i suoi stati, affinchè questa diversione impedisse ai Veneziani di soccorrere i Fiorentini[168]. Il pascià di Bosnia giunse alle rive dell'Isonzo con quindici mila cavalli, ma le trovò difese dalle milizie adunate sotto gli ordini di Vittore Soranzo, provveditore della provincia, mentre che il conte Carlo da Montone comandava gli uomini d'armi chiusi nel campo di Gradisca. Invano il pascià provocava Montone alla battaglia, che questi, ammaestrato dall'esperienza del precedente anno, vedeva che meglio fermerebbe i barbari tenendosi al suo posto. I Turchi, dopo molti inutili tentativi per entrare nel Friuli, attraversarono le montagne della Carniola, e portarono le loro stragi ai confini della Germania[169].

[168] _Diarium Parmense, p. 284._

[169] _M. A. Sabellico Dec, III, l. X, f. 226._

Quest'invasione si eseguì nell'istante in cui la peste infieriva in Venezia, onde non si erano potuto armare le barche destinate a custodire la foce dell'Isonzo[170]. La guerra d'Albania e quella del Friuli desolavano contemporaneamente la repubblica, gli armamenti del papa e di Ferdinando, e l'invasione della Toscana ne accrescevano il terrore; per ultimo gli affari di Cipro erano cagione di vive inquietudini, mentre che la violenza del contagio in Venezia non permetteva nemmeno di adunare i consiglj. La regina Carlotta di Lusignano dopo avere sollecitato il papa a ristabilirla nel suo regno, erasi finalmente determinata a passare in Egitto, ciò che non aveva potuto, o non aveva osato di fare nel precedente anno. Il re Ferdinando aveva per lei fatte armare quattro galere a Genova, destinate a scortarla nel suo viaggio. Nello stesso tempo aveva mandato a Venezia un brigantino catalano, il di cui patrone, che fingevasi mercante, erasi incaricato di rapire la giovanetta Carlotta, figliuola naturale di Giacomo. Il consiglio dei dieci, avvisato di queste pratiche, fece, con decreto del 27 agosto del 1478, tradurre i tre fanciulli di Giacomo nel castello di Padova, ove la fanciulla morì poco dopo, non senza sospetto d'essere stata avvelenata da' suoi custodi. Fu spedito un provveditore ne' mari di Candia con dieci galere, ordinandogli di star attento al passaggio delle quattro navi genovesi, di attaccarle, e di perdere la regina Carlotta, dando voce che fosse rimasta uccisa nella battaglia[171]. Questa flotta ammontò in seguito fino a 27 galere; ma Carlotta era giunta in Alessandria alcun tempo prima, ed il soldano le aveva date buone speranze. Per ordine de' Veneziani l'altra regina di Cipro, Catarina Cornaro, spedì pure un'ambasciata al soldano, per offrirgli l'annuo tributo del regno, che fin allora non era stato pagato; e le due regine cristiane trattarono la loro causa innanzi al soldano musulmano dell'Egitto. Questi non pronunciò veruna sentenza, ma pareva favorevole a Carlotta, e Venezia poteva aspettarsi di avere una nuova guerra coi Mamelucchi, per la difesa d'un regno, che altro più non era che una colonia veneziana[172].

[170] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1206._

[171] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1156._

[172] _And. Navagero, p. 1157._

I consiglj della repubblica, scossi da tante sciagure, minacciati da tanti pericoli, erano incerti intorno al partito da prendersi, quando ricevettero una lettera del governatore di Scutari, che gl'informava della situazione di quella piazza. Diceva loro di avere perduti nell'ultimo assalto otto de' suoi migliori capitani con moltissimi soldati; che non aveva viveri che per quattro mesi; e, se prontamente non riceveva soccorsi, dichiarava che sarebbe ridotto a capitolare. S'incontrò molta difficoltà nell'adunare il senato, disperso dalla peste, per comunicargli questo rapporto. Finalmente si adunò il quattordici di novembre, e, dopo una vivissima disamina, risolse di assoldare sei mila cavalli ed otto mila fanti italiani; di sollevare l'Albania coll'ajuto di Giorgio Czernowitsch per aggiugnere questi bellicosi popoli all'armata veneziana; di richiamare il capitano generale Venieri, che trovavasi colla sua flotta ne' mari di Cipro, e d'impiegare in tal modo tutte le forze della repubblica per far levare l'assedio di Scutari. Ma il senato si adunò nuovamente quattro giorni dopo, e per abbandonarsi allo scoraggiamento. I militari rappresentavano che, la Bogiana essendo chiusa da un ponte e da due ridotti, riuscirebbe quasi impossibile uno sbarco. I direttori del tesoro fecero conoscere l'esaurimento del medesimo e l'universale povertà, inevitabili conseguenze di così lunga guerra. Altri facevano sentire che se richiamavasi da Cipro la flotta del Venieri, si perderebbe quell'isola, che rimarrebbe abbandonata alle pratiche della regina Carlotta e forse all'invasione del soldano d'Egitto. Molti, spaventati dai frequenti attacchi dei Turchi nel Friuli, dicevano che bentosto la repubblica non sarebbe più in caso di respingerli. Gli amici di Lorenzo de' Medici e quelli della duchessa di Milano cercavano di persuadere i loro colleghi a terminare la guerra del Levante, affinchè Venezia fosse in istato di farsi rispettare in Italia. Facevano osservare che i due più potenti alleati della repubblica, i Fiorentini ed i Milanesi erano forzati di ricorrere alla sua protezione, invece di assisterla nelle sue necessità; che il re Ferdinando era scopertamente nemico, che aveva pure fatto coi Turchi un trattato di pace e di alleanza; che il papa, in preda ai suoi risentimenti, non parlava che minacciando; finalmente che la repubblica di Genova aveva contro di loro cominciate le ostilità. In così pericolosa posizione sembrava che soltanto la pace coi Turchi potesse salvare la repubblica, ed il senato risolse di accettare le condizioni che piacerebbe a Maometto di dettare.

Dietro tali deliberazioni Giovanni Dario, segretario di stato, fu mandato a Costantinopoli, facendogli attraversare l'Albania. Trovò il sultano disposto a mantenere press'a poco le stesse condizioni proposte in principio dell'anno. In conseguenza il 26 gennajo del 1479 questo ambasciatore soscrisse un trattato di pace tra la Porta e la repubblica di Venezia, in forza del quale dovevano essere ceduti al gran signore Scutari ed il suo territorio, e restituirsi reciprocamente tutte le conquiste fatte in tempo dell'ultima guerra nella Morea, nell'Albania e nella Dalmazia. I Veneziani dovevano pagare al Sultano cento mila ducati a titolo delle miniere d'allume che avevano fatto fallimento in Costantinopoli in principio della guerra, dovevano inoltre pagare un annuo tributo di dieci mila ducati; ma questa condizione, che poteva sembrare umiliante, non era in fondo che un compenso dei diritti e delle gabelle dell'impero ottomano; perciocchè in virtù di tale pagamento i Veneziani dovevano godere di un'assoluta franchigia per tutte le loro merci in tutti gli stati di sua altezza. L'ambasciatore ebbe pure l'accortezza di far comprendere in questo trattato, che se qualche stato spiegasse la bandiera di san Marco prima di essere immediatamente attaccato dal sultano, questi riconoscerebbe un tale stato per suddito della repubblica, e ne rispetterebbe il territorio; di modo che i Veneziani conservarono la speranza di fare acquisti col terrore delle stesse armi musulmane[173].

[173] _And. Navagero Stor. Ven., p. 1159-1160. — Demet. Cantemir, l. III, c. 1, § 32. — Callim. Experiens de Venetis contra Turcos, p. 419._

In esecuzione di questo trattato, il provveditore Antonio di Lezze uscì da Scutari con quattrocento cinquanta uomini, e centocinquanta donne, che soli erano sopravvissuti a questo terribile assedio. Seco portavano le reliquie delle loro chiese, i vasi sacri, l'artiglieria e tutto ciò che rimaneva delle loro ricchezze. Passarono così in mezzo all'armata ottomana, cui pareva che questi valorosi guerrieri incutessero rispetto[174]. La repubblica si obbligò a provvedere alla loro sussistenza; voleva da principio dar loro dei feudi nell'isola di Cipro, ma perchè temevano l'aria insalubre di quel paese, li distribuì nelle fortezze dello stato, loro affidandone la guardia, e dando a tutti una pensione di due ducati e mezzo al mese[175]. Nello stesso tempo la repubblica fece consegnare agli ufficiali del sultano le montagne della Chimera, Strimoli, il paese de' Mainoti nella Morea, Castel Rompano, Saranfona e l'isola di Stalimene. Tutti i prigionieri fatti dai Turchi furono posti in libertà senza taglia, e la pace venne giurata dal doge e pubblicata in Venezia con universale allegrezza, il giorno dell'evangelista san Marco, 25 aprile 1479, dopo quindici anni della più formidabile guerra che la repubblica avesse fin allora sostenuta[176].

[174] _M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 226. — Mar. Barletius de Scodrensi expugnatione, l. III, p. 437-440._

[175] _And. Navagero, p. 1161-1162._

[176] Giovanni Adlzreitter negli Annali della Baviera, riporta le lettere del doge del 25 febbrajo 1479, colle quali annuncia ai principi cristiani la necessità in cui si era trovato di fare la pace coi Turchi: Adlzreitter fa in pari tempo conoscere lo spavento che comprese tutto l'impero di Germania, quando seppesi che Maometto II non sarebbe più ritenuto dalle armi della repubblica di Venezia. _An. Boicae gentis, p. II, l. IX, c. 35, p. 193._

CAPITOLO LXXXVII.

_Sisto IV chiama gli Svizzeri in Italia; loro vittoria sui Milanesi a Giornico. — Eccita Lodovico il Moro ad usurpare il governo di Milano. Angustie di Lorenzo de' Medici, che va a Napoli, ove soscrive una pace che compromette l'indipendenza della Toscana; progetto del duca di Calabria sopra Siena; rivoluzioni di questa repubblica_.

1478 = 1480.

La pace de' Veneziani coi Turchi assicurava l'Italia dalla più formidabile invasione, e facendo cessare un pericolo che non era mai stato più imminente, avrebbe dovuto essere per que' diversi potentati un motivo di confidenza e di riposo. Pure la notizia fu per la maggior parte cagione di costernazione. Acciecati dalla loro gelosia, non videro che il ristabilimento del credito della potente repubblica che temevano. Videro che Venezia poteva oramai disporre di tutte le sue forze in Italia come aveva fatto nel 1463; ed il re di Napoli e la repubblica di Genova che le avevano dimostrata la loro nimicizia, temevano il suo risentimento; e la duchessa di Milano, il duca di Ferrara, il marchese di Mantova ed i piccoli principi della Romagna, sebbene alleati di Venezia, furono in segreto dolenti di vedere con ciò diminuirsi la loro importanza. In tempo della guerra del Levante, il senato avevali cautamente accarezzati; ora dovevano a vicenda mostrare al senato veneto la loro deferenza. Ma il papa in particolare, quand'ebbe avviso di questa pace, non potè contenere il suo rammarico e la sua indignazione. Il papa, che non aveva presa veruna parte in una guerra da lui chiamata sacra, pretendeva che i Veneziani, come cristiani, non potessero terminarla senza tradire la Cristianità. Annunciò all'Europa ch'egli aveva in allora intavolato de' negoziati col re di Francia, coll'imperatore Federico III e con Massimiliano, duca di Borgogna, di lui figliuolo; che il suo scopo era quello di terminare la guerra di Firenze, indi di volgere le armi di tutto l'Occidente contro i Turchi[177]. In tali circostanze, egli diceva, i Veneziani, abbandonando la causa comune, avevano fatta, e solennemente giurata, la pace. «Non contenti di questa diserzione, aggiugneva egli in una nuova bolla, si resero ancora più colpevoli; non arrossirono di dire alla nostra presenza, alla presenza dei nostri venerabili fratelli i cardinali, degli ambasciatori dell'imperatore, del re, del duca di Milano, dei prelati e di una grande quantità di Cristiani, che fedelmente osserverebbero il trattato coi miscredenti, e non vi contravverrebbero in verun modo[178]». In fatti erano tornati vani tutti gli sforzi del papa per ridurre i Veneziani a ricominciare la guerra.

[177] _Sixti IV liber Brevium et Bullarum; Epist. 119 apud Rayn. Ann. Eccl. 1478, § 29, p. 277._

[178] _Bulla Sixti IV, 16 kal. septembris 1479 apud Raynald, § 11, p. 281._

Per altro Sisto IV era ben lontano dal pensare alla riunione de' Cristiani, nè a formare una lega contro i Turchi. L'ambizione andava in lui crescendo coll'età; la passione della guerra e dell'intrigo erasi impadronita del suo animo; la collera, l'odio ed il desiderio di accrescere la potenza di Girolamo Riario, suo figliuolo o suo nipote, gli ponevano a vicenda le armi in mano. Avrebbe voluto strascinare i Veneziani in nuove ostilità per indebolirli e privare i Fiorentini del loro appoggio. Nella stessa maniera volle turbare lo stato di Milano, perchè ancor esso alleato dei Medici; per riuscirvi s'addirizzò ad un popolo più religioso, più docile alla sua voce e più disposto di quello che lo fossero i Veneziani a far dipendere le leggi della pubblica morale dalle arbitrarie decisioni de' suoi preti. Persuase gli Svizzeri a violare i giuramenti che gli univano al duca di Milano, ed a stornare con una potente invasione i soccorsi che Lorenzo de' Medici poteva sperare dalla famiglia Sforza.