Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 7

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Sebbene i congiurati non avessero ottenuto l'intento loro, la posizione di Lorenzo de' Medici era sempre pericolosa assai. Le truppe, adunate nella valle del Tevere sotto Lorenzo Giustini, ed in Romagna sotto Gian Francesco di Tolentino, erano di già entrate nel territorio di Firenze; ma, avendo udito il disastro dei Pazzi, eransi ritirate senza lasciarsi raggiugnere dalle truppe della repubblica. Intanto il re Ferdinando mandava altre truppe, che di già avevano passato il Tronto, ed aveva renduta pubblica la sua alleanza col papa e colla repubblica di Siena. Questa lega aveva scelto per suo generale il duca d'Urbino, Federico di Montefeltro, ed aveva dichiarata la guerra, non già alla repubblica fiorentina, ma al solo Lorenzo de' Medici, che non volevasi confondere colla sua patria. Nello stesso tempo il papa intimava la scomunica alla repubblica fiorentina, se entro un mese, da incominciarsi col primo di giugno, giorno della pubblicazione della bolla, ella non consegnava ai tribunali ecclesiastici Lorenzo de' Medici, il gonfaloniere, i priori e gli otto della balìa con tutti i loro fautori, ond'essere puniti secondo l'enormità del loro delitto[113]. Consisteva questo delitto nell'avere portate le mani sopra un ecclesiastico. «Perchè i cittadini, dice il papa, erano tra di loro venuti a qualche dissensione civile e privata, questo Lorenzo coi priori di libertà ec..... avendo interamente scosso il timore di Dio, e trovandosi infiammati di furore, vessati da diabolica sugestione, e trasportati come cani da insensata rabbia, infierirono con tutta possibile ignominia contro persone ecclesiastiche. Oh dolore! oh inaudito delitto! portarono le violenti mani sopra un arcivescovo, e lo appiccarono pubblicamente alle finestre del loro palazzo[114].»

[113] _Bulla Sixti IV apud Raynald. Ann. Eccl. 1478, § 10, p. 273._

[114] _Ivi, § 9, p. 272._

Il papa non si difese intorno all'aver avuto parte nella congiura, e non cercò in alcuna bolla di smentire quest'accusa; per lo contrario i Fiorentini confessarono il loro torto d'avere fatto morire l'arcivescovo di Pisa ed i preti congiurati, che erano soggetti soltanto alla giurisdizione ecclesiastica; cercarono di calmare il papa assoggettandosi alle sue censure, e restituirono la libertà al cardinale Riario[115]. Tanta moderazione fu inutile; il dieci delle calende di luglio una seconda bolla fulminò contro di loro più gravi pene: proibì ai fedeli di avere comunicazione di veruna sorta con loro, ruppe le precedenti alleanze, vietò a tutti gli stati di contrarne di nuove, ed impedì ad ogni militare di mettersi al loro soldo[116].

[115] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 120._

[116] _Ann. Eccl 1478, § 12, p. 273, — Diarium Parmense, p. 279._

Intanto i Fiorentini si apparecchiavano a respingere colle armi l'attacco onde erano minacciati, ed il 13 di giugno crearono, secondo l'antica costumanza, i decemviri della guerra[117]. Spedirono nello stesso tempo a tutti i principi cristiani una relazione della congiura; chiesero col mezzo de' loro ambasciatori i soccorsi del duca di Milano e della repubblica di Venezia in forza della loro alleanza[118]: adunarono in Firenze un concilio provinciale di tutti i prelati toscani, loro domandarono una protesta contro la sentenza di Sisto IV, ed un appello della sua scomunica ad un concilio ecumenico[119]. Pubblicarono altresì l'autentica confessione del Montesecco, onde togliere qualunque dubbio rispetto alla parte che il papa aveva avuta nella cospirazione, e mandarono questo documento col loro appello all'imperatore, al re di Francia ed ai principi sovrani della Cristianità[120]. Finalmente per sottrarre Lorenzo dei Medici ad attentati simili a quello da cui era uscito salvo, la signoria accordò alla sua persona una guardia di dodici uomini[121]. I monarchi d'Europa potevano difficilmente apprezzare i motivi de' cittadini fiorentini per metter fine all'usurpazione della casa de' Medici. Essi di già risguardavano i due fratelli come legittimi sovrani, ed una congiura contro di loro sembrava un attentato contro la maestà dei troni. Altronde senza esaminare i diritti che potevano avere i congiurati, la condotta del papa, il quale si associava a costoro per soddisfare l'odio e la cupidigia di un nipote, che passava per suo figlio, loro sembrava sempre scandalosa. Quindi il re di Francia, l'imperatore Federico, i Veneziani, il duca di Milano e quello di Ferrara minacciarono Sisto IV di ritirarsi dalla sua ubbidienza, se proseguiva a turbare la Cristianità con un'ingiusta guerra. Lodovico XI richiamò le dispute intorno alla prammatica sanzione; volle trattenere le annate, dacchè i tesori ch'esse portavano a Roma venivano impiegati nel fare la guerra ai Cristiani, non a difenderli contro i Turchi. Citò inoltre Sisto IV ad un concilio che diede voce di volere adunare in Orleans, poi in Lione, ma che non ebbe mai luogo[122]. In ultimo mandò ambasciatore a Firenze il celebre storico Filippo di Comines, per dare maggiore importanza ai Medici con larga promessa di protezione[123].

[117] I dieci della guerra nominati in questa occasione furono Lorenzo de' Medici, Tommaso Soderini, Luigi Guicciardini, Bongiani Gianfigliazzi, Piero Minerbetti, Bernardo Buongirolami, Roberto Lioni, Gedo Serristori, Antonio Dini e Niccolò Fedini. _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 120._

[118] _Machiavelli, l. VIII, p. 385._

[119] Il signor Roscoe ha pubblicata questa protesta, che forse non venne giammai formalmente sanzionata dal concilio toscano. _Appen. N.º 27, p. 114-153._

[120] Fu pure pubblicata dal signor Roscoe, _N.º 28, p. 154-172_. M. F. H. Egerton pubblicò in Parigi (il 25 marzo del 1814 in 4.º) una lettera della signoria di Firenze a Sisto IV in data del 21 luglio 1478. Questa lettera è nobile, soda ed elegantemente scritta.

[121] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 123._

[122] _Ann. Eccl. 1478, § 13, p. 274._

[123] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VI, ch. V. — Collect. Univ. des Mémoires, t. XII, p. 40._

I più saggi fra i cardinali vedevano con dolore compromessa l'autorità pontificia dall'inconsiderazione di un papa; ma credevano assai più importante di salvarla, che di costringere Sisto IV ad ascoltare i consiglj della prudenza e della giustizia. In una delle sue ultime lettere[124] il cardinale di Pavia scriveva al papa: «So che recasi presso di noi per parte del re di Francia un ambasciatore riputato assai nelle Gallie, la di cui commissione è oltremodo orgogliosa. È incaricato di sottrarre i Francesi all'ubbidienza della santa sede, e di appellare ad un concilio se non si revocano le censure pronunciate contro i Fiorentini, se coloro che hanno ucciso Giuliano, quegli ancora che approvarono questo assassinio, non vengono puniti; e per ultimo se non rinunciamo alla guerra da poco cominciata.... Frattanto che potremmo noi fare di più vergognoso, qual maggior piaga, qual morte più crudele potremmo noi arrecare all'autorità di Roma, che di rivocare la nostra sentenza, prima ancora che asciutto sia l'inchiostro con cui fu vergata. Il solo flagello accordatoci da Dio per la nostra conservazione ci caderebbe di mano, il bastone apostolico più non avrebbe forza di rompere i vasi inutili; la potenza secolare avrebbe in allora un rifugio contro le censure, e ciò che la debolezza nostra avesse una volta abbandonato, più ricuperarlo non potrebbe il nostro coraggio.»

[124] Il cardinale di Pavia morì l'11 settembre del 1479.

Il cardinale propose in seguito al pontefice di acquistar tempo con evasive risposte, di promettere di ricevere i Fiorentini in grazia, ove manifestassero pentimento; ma di dichiarare di non lo poter fare che in un'assemblea di tutti i cardinali, la quale assemblea era impossibile durante la peste; di ritenere sotto lo stesso pretesto della peste gli ambasciatori francesi in luogo lontano dalla corte; per ultimo di seguire l'esempio dello stesso re di Francia, che talvolta aveva differita un anno intero la risposta ai legati di Roma. «Se il re, soggiugne egli, acconsente, com'è probabile, a questi indugi, voi avrete tempo di atterrare le armi de' vostri nemici, e Dio nella sua misericordia spesso ci concede inaspettati soccorsi: se il re non si acquieta, saranno a lui imputabili tutte le conseguenze della sua impazienza.... Allora vostra santità confidisi interamente in Dio; quegli che regna nei cieli è più grande di quegli che vive sulla terra. Il primo sostenne i suoi sacerdoti ne' più gravi travagli, non verrà loro meno ne' minori pericoli: altronde i nostri nemici combatterebbero per il peccato, noi contro il peccato; essi vorrebbero la nostra perdita, e noi altro non vogliamo che la loro salute e la loro vita: in così diversa situazione, e quando così giusta è la nostra causa, senza dubbio che noi dobbiamo tutta in Dio riporre la nostra speranza[125].»

[125] _Card. Papiensis Epist. 693, 16 julii 1478. — Ann. Eccl. 1478, § 16, p. 274._

I consiglj del cardinale di Pavia vennero adottati. Sisto IV differì fino al 27 gennajo seguente ad accordare la prima udienza agli ambasciatori francesi; ed anche allora non diede loro un positivo riscontro; disse che avrebbe incaricato un suo legato di portare a Lodovico XI l'espressione de' suoi sentimenti; frattanto soggiunse che aveva con dispiacere veduto questo monarca prestar fede a Lorenzo ed a' suoi complici, piuttosto che a quegli che ha ricevuta la sua autorità da Dio medesimo, e che a lui solo deve renderne conto; poichè sta scritto nelle sacre carte: «L'orgoglioso, che non vuole ubbidire all'ordine del pontefice che rende un culto al suo Dio, deve morire per sentenza del giudice. Così tu toglierai il male dalla terra d'Israello; il popolo vedendolo rientrerà nel timore, e niuno più non si gonfierà di vano orgoglio[126].» Mentre il papa addormentava co' suoi indugi e con ambigue risposte la lega che pareva formarsi contro di lui, proseguiva vigorosamente la guerra intrapresa in Toscana.

[126] _Raynald. Ann. Eccl. 1478, § 18, 19, p. 275. Ex Archiv. MS. Vaticani._

CAPITOLO LXXXVI.

_Guerra tra Sisto IV, alleato di Ferdinando di Napoli, ed i Fiorentini. — Genova ricupera la sua libertà. — Continuazione e fine della guerra di Venezia contro i Turchi_.

1478.

La condotta d'una cospirazione richiede sempre un certo grado di dissimulazione, ed ancora di falsità; gli uomini contro i quali vengono diretti somiglianti attentati, lagnansi frequentemente con amarezza della perfidia di coloro ch'essi avevano risguardati come loro amici; essi scordano le loro proprie offese, perchè coloro che sonosene vendicati non ne mostrarono risentimento, e chiedono di essere attaccati a viso scoperto e con armi eguali, mentre ch'essi medesimi si chiudono nelle fortezze, si circondano di guardie, ed armano una intera popolazione per difendersi. Ma perchè il rimprovero di dissimulazione non faccia torto alla riputazione dei cospiratori conviene che un eminente pericolo, un pericolo personale li giustifichi. Coloro che scagliano i loro colpi da un luogo sicuro, che potendo combattere colle armi dei principi adoperano invece il pugnale degli assassini, meritano essi soli l'obbrobrio che deve ricadere sul tradimento. I Pazzi ed i Salviati possono parer grandi e degni di rispetto, quand'ancora addormentano i Medici con false carezze, e che stringendoseli al seno in segno di amicizia, cercano sotto i loro abiti se queste vittime portano la corazza[127]; ma Sisto IV che benedice le armi de' cospiratori, e Ferdinando di Napoli che fa avanzare le sue armate per assecondarli; questo sommo pontefice e questo monarca, che violano essi stessi la legislazione, sotto la protezione della quale vivono, non meritano maggiore stima di que' vili, che pagano mercenarj assassini per appagare le loro vendette. Qualunque volta è aperto l'adito alla pubblica vendetta, rimane interdetta la privata. I vindici de' privati sono i tribunali, il tribunale de' sovrani è la guerra. I tribunali sono impotenti per difendere l'onore, infedeli quando converrebbe di difendere la libertà; fu perciò dall'opinione renduta ai cittadini la spada per difendere l'onore ne' duelli, e per ricuperare la libertà nelle legittime congiure[128]. I duelli, non altrimenti che le congiure, sono dall'onore vietati ai sovrani, che hanno un altro giudice nell'esperimento delle armi pubbliche.

[127] Cioè risguardati come cittadini di una patria libera, che credono caduta sotto la tirannide di un privato, e che sperano di ritornare nel primo suo stato colla morte dell'ingiusto oppressore. Ma altri meno nobili motivi si erano ne' Pazzi associati a quelli di amor di patria, ed il loro attentato, ed i mezzi tutti posti in pratica per giugnere al loro fine, perdono quell'illusione che accompagna il disinteressato amor di patria. _N. d. T._

[128] La cospirazione per essere legittima deve eseguirsi dalla maggiorità della nazione, o dai suoi rappresentanti, contro l'usurpatore del legittimo governo. Rispetto al duello possono consultarsi i pubblicisti che hanno parlato _ex professo_. _N. d. T._

Forse Sisto IV nudriva grandi pensieri e vasti progetti per l'indipendenza d'Italia; senza apprezzarne la libertà, conosceva la potenza delle repubbliche; voleva assicurare alla penisola tutti i mezzi di respingere gli attacchi degli stranieri e de' barbari, riunendo la Lombardia alla Toscana sotto l'egida di governi renduti forti dalla confidenza e dall'amore dei popoli. Il piano che la sua mente aveva concepito, e che noi vedremo svilupparsi, era degno di un uomo di genio, e di un vero amico del suo paese; ma il carattere di questo papa corrompeva il suo spirito, e frammischiava la falsità e la perfidia a' suoi vasti concepimenti. Incapace di distinguere la virtù dal delitto, gli erano indifferenti tutti i mezzi d'esecuzione, ed egli disonorava i suoi progetti cogli strumenti che sceglieva per eseguirli. E per tal modo quando ancora si armava a favore della libertà, rendevasi odioso agli stessi repubblicani, facendo uso del potere della Chiesa, scandalizzava i cattolici e progettando l'indipendenza dell'Italia, era il primo ad esporla alle invasioni dello straniero.

Sisto IV e Ferdinando eransi apparecchiati alla guerra, avanti che i Pazzi avessero scagliati i primi colpi contro i Medici. Per lo contrario i Fiorentini non avevano ancora un'armata, nè potevano formarla in sull'istante. Si andavano per loro assoldando in Lombardia tutti i capitani che cercavano di servire; ed avevano di già riuniti sotto i loro stendardi Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, Corrado Orsini, Rodolfo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, i due suoi figliuoli ed altri capitani. Rispetto ai piccoli principi di Romagna, che tutti facevano il mestiere di _condottieri_, i Fiorentini erano stati prevenuti da Sisto IV, il quale aveva assoldati Federico, duca di Urbino, Roberto Malatesta, signore di Rimini, e Costanzo Sforza, signore di Pesaro. L'armata pontificia, renduta in tal modo assai numerosa, entrò con quella del duca di Calabria nelle terre della repubblica, nel mese di luglio[129]. I Fiorentini, non potendo tenere la campagna, distribuirono i loro soldati nelle terre murate poste ai confini dello stato di Siena e del ducato d'Urbino. Formarono inoltre un campo al Poggio Imperiale; ma era composto di altrettante truppe indipendenti quanti erano i condottieri che le comandavano; niuno voleva riconoscere l'autorità di un altro; disprezzati erano gli ordini de' commissari nominati dalla repubblica; ogni capitano riputavasi per lo meno eguale ai cittadini che sedevano nel consiglio, ed avrebbe creduto di far torto al proprio onore, ubbidendo agli ordini di un uomo, che i natali e la carica non facevano soprastare agli altri.

[129] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 121._

Per ristabilire la subordinazione, i Fiorentini offrirono il comando dell'armata ad Ercole, duca di Ferrara, colla paga di sessanta mila fiorini in tempo di guerra e di quaranta mila in tempo di pace. Essi non vollero abbadare ai consiglj della repubblica di Venezia, che loro ricordava, che Ercole, avendo sposata una figlia di Ferdinando, combatterebbe con poco vigore contro il duca di Calabria suo cognato[130]. Lo stesso Ercole si mostrò lungo tempo indeciso, e soltanto il 30 agosto segnò il trattato coi commissarj fiorentini[131].

[130] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, t. XXII, p. 1209._

[131] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 126._

Intanto erano in luglio cominciate le ostilità: i duchi d'Urbino e di Calabria avevano guastato con estrema crudeltà il territorio fiorentino da loro occupato, avevano successivamente assediato Rencina, la Castellina, ragguardevole fortezza lontana otto miglia da Siena, e Radda. Sebbene si difendessero valorosamente, questi tre castelli dovettero capitolare a condizione di aprire le porte ai nemici, se non venivano soccorsi avanti un determinato tempo; l'armata fiorentina, informata di tale capitolazione, non aveva osato arrischiare una battaglia per liberarli[132]. In appresso i nemici avevano preso Mortajo, assediavano Brolio e minacciavano Cacchiano, quando finalmente, l'otto settembre, giunse a Firenze il duca di Ferrara. Il dodici andò a visitare il campo; ma frattanto Brolio s'arrese quasi sotto i suoi occhi ai nemici, i quali, in onta alla capitolazione che avevano segnata, saccheggiavano e bruciavano questo castello, come avevano poco prima saccheggiato e bruciato quello di Radda[133].

[132] _Diario Sanese di Allegretto Allegretti, p. 785. — Orlando Malavolti Storia di Siena, p. III, l. III, f. 73._

[133] _Scipione Ammirato, l. XXIV, p. 127._

Fino alla venuta del duca di Ferrara i Fiorentini avevano potuto dolersi di non avere un capo; ma non tardarono a pentirsi di averne scelto uno che mancava di talenti o di risolutezza, se pure non era segretamente d'accordo coi loro nemici. Erasi aspettato per dargli il bastone del comando l'istante fissato dagli astrologi, i quali lo avevano dilazionato fino al 27 di settembre, a dieci ore e mezzo, ossia alle sedici ore italiane. Aspettando che giugnesse il favorevole istante, Ercole aveva lasciato prendere Cacchiano in sua presenza, e lasciava assediare in Val di Chiana Monte Sansovino, una delle più importanti piazze poste ai confini, poichè signoreggiava l'ingresso del piano d'Arezzo e di Cortona, di Val d'Ambra e di Val d'Arno[134].

[134] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 128._

Il duca di Ferrara ora aveva che dire coi commissarj fiorentini, ora coi proprj ufficiali; mai non trovava luogo abbastanza sicuro per accamparsi, ricusava di avvicinarsi ai nemici, ed invece affrettavasi di fare con loro un armistizio a svantaggiosissime condizioni, acconsentendo che, durante l'armistizio, il duca d'Urbino continuasse l'assedio di Sansovino. Avendo quest'armistizio cessato alla fine d'ottobre, il duca di Ferrara propose di porre Sansovino nelle mani d'un terzo, per dar tempo di cominciare altre negoziazioni; suggerì pure altri espedienti che tutta disvelavano la debolezza del suo carattere, o la sua mala fede, e ricusò costantemente di venire a battaglia per liberare gli assediati, sebbene le sue forze fossero press'a poco eguali a quelle dei nemici, avendo con lui sette mila uomini di cavalleria e sei mila pedoni, mentre il duca d'Urbino aveva mille cavalli di più e due mila pedoni di meno[135]. Finalmente Sansovino s'arrese l'otto di novembre quasi in sugli occhi del duca di Ferrara; ed i nemici avendo presi i quartieri d'inverno tra Fojano, Lucignano ed Asinalunga in sui confini dello stato di Siena, il duca terminò dal canto suo questa vergognosa campagna, alloggiando le sue truppe tra Olmo e Pulicciano[136].

[135] Si cominciava a que' tempi a contare la cavalleria per isquadroni, o _squadre_, per lo più di 75 uomini. Il duca d'Urbino ne aveva 109, ed i Fiorentini 94. _Diarium Parmense, p. 289._

[136] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 130. — Allegretto Allegretti Diari Sanesi, t. XXIII, p. 784._

Non si può non essere maravigliati vedendo che Lorenzo de' Medici non presentossi mai nel campo fiorentino durante una guerra che la sua patria sosteneva per suo riguardo. Aveva permesso che l'armata fosse prima esposta agli inconvenienti dell'insubordinazione avanti la venuta del duca di Ferrara, poi della diffidenza e forse del tradimento dopo la di lui venuta, senza tentare di stabilirvi l'ordine, o di affrettarne le operazioni. Il governo e forse lo stesso Lorenzo non avevano troppa fiducia nei suoi talenti militari; ma i commissarj che la repubblica mandava all'armata non erano probabilmente più di lui bellicosi. Quando fu portato a Firenze il manifesto di Sisto IV e di Ferdinando, Lorenzo, vedendosi indicato come il solo nemico di questi due sovrani, aveva convocato un consiglio de' _richiesti_, cui erano stati invitati trecento cittadini. Aveva loro dichiarato di essere apparecchiato ad andare in esilio, in prigione, ed ancora alla morte, se la sua patria credeva doverlo sagrificare per sottrarsi all'attacco de' suoi nemici. Ma in pari tempo aveva fatto loro sentire che la loro prudenza e la loro perseveranza bastavano sole per resistere al turbine e giugnere al termine de' mali ond'erano minacciati. I Fiorentini, chiamati a questo consiglio, corrisposero a così generosa interpellazione, giurando di consacrare le sostanze loro e la vita in difesa di Lorenzo de' Medici[137].

[137] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 122. — Nicc. Machiavelli Istor., l. VIII, p. 380._

Mentre i decemviri della guerra facevano nuove leve di soldati, raccoglievano munizioni, e rimontavano il materiale dell'armata, la repubblica mandava i suoi più esperti negoziatori alle potenze da cui poteva sperare soccorsi. Donato Acciajuoli, uno de' più riputati letterati del secolo, era stato incaricato dell'ambasceria di Francia; ma infermò e morì a Milano prima d'aver potuto giugnere alla corte di Francia, e gli fu dato per successore Guid'Antonio Vespucci[138]. Ma tutti gli attestati d'amicizia che Lodovico XI aveva dati alla repubblica fiorentina non dovevano avere alcun utile risultato. Questo monarca, vecchio ed infermo, temeva sempre che l'Europa si accorgesse del suo decadimento, e vi ravvisasse un pronostico dell'imminente suo fine; quindi cercava di occuparla con negoziazioni, di sorprenderla colle minacce, di mantener viva l'opinione della sua costante attività; e frattanto tenevasi lontano dall'entrare in intraprese che non avrebbe avuta la forza di condurre a fine[139]. I Sienesi, invano accarezzati dai Fiorentini, eransi scopertamente dichiarati pei loro nemici. I Lucchesi, sempre gelosi de' potenti loro vicini, erano egualmente disposti a dichiararsi contro Firenze, e Pietro Capponi, figliuolo di Neri, mandato per ambasciatore a Lucca, potè a stento mantenerli neutrali con concessioni d'ogni genere[140]. Giovanni Bentivoglio, che in Bologna occupava press'a poco lo stesso rango che il Medici a Firenze, restavasi inattivo, sebbene fosse alleato di Lorenzo. Nè di lui più attivo era Manfredi, signore di Faenza. Di ciò n'erano forse cagione i Veneziani, i quali per non accendere una guerra in Romagna eransi formalmente opposti al progetto di questi due signori di attaccare il principato d'Imola posseduto da Girolamo Riario.

[138] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 126. — Jo. Mich. Bruti Hist. Florent., l. VII, p. 167._

[139] _Mémoires de Philippe de Comines, l. VI, c. VII, p. 53._

[140] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 130. — Nicc. Machiavelli, l. VIII, p. 392._