Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)
Part 6
Quanta era la gelosia che i cittadini fiorentini nudrivano contro la casa dei Medici, altrettanto era l'odio che covavano contro la medesima Sisto IV e Girolamo Riario, risguardandolo quale potente ostacolo ai loro progetti d'ingrandimento. Non aveva Sisto dimenticati gli ajuti dati a Niccolò Vitelli, signore di Città di Castello, nè la lega formata nel nord dell'Italia, nè le negoziazioni intavolate da Lorenzo per impedire che Girolamo Riario facesse l'acquisto d'Imola. Girolamo dal canto suo temeva che alla morte del papa i Medici non lo spogliassero facilmente d'una sovranità che sarebbe mancata d'appoggio; onde desiderava rendere a Firenze la sua libertà, per porsi in appresso sotto la protezione di questa repubblica. Francesco de' Pazzi, che familiarmente conversava con Sisto e col Riario, avvelenava il loro odio coll'unione del proprio, ed andava con loro cercando i mezzi di mettere fine ad un'usurpazione che ogni giorno acquistava maggior vigore[93].
[93] _Nic. Macchiavelli, l. VIII, p. 359._
La passata storia della repubblica non permetteva di sperare alcuna buona riuscita dai tentativi degli emigrati, che anzi un'esterna aggressione, lungi dallo scuotere il governo, lo rendeva più stabile, dandogli cagione d'imprigionare o d'esiliare i suoi segreti nemici, e d'impiegare le forze dello stato con maggiore energia. Affatto inutile vedevasi pure lo sperimento di una riforma legale, perciocchè quando pure si fosse trovato fra tanta corruttela de' consiglj un uomo abbastanza coraggioso per riclamare a nome delle leggi il mantenimento della libertà, il suo attaccamento alla buona causa non avrebbe avuto altro risultamento che l'immediata sua ruina. I Medici più non erano sottomessi alle leggi, nè a verun tribunale, ed ogni ricorso contro di loro non avrebbe servito che ad indicar loro nuove vittime. Un subito sollevamento in città riusciva ugualmente impraticabile, perchè la vigilanza del governo avrebbe ai Pazzi impedito di adunare armati nella propria lor casa i cittadini del loro partito, o i contadini dei loro poderi. E quando ancora si fossero potuti celare ai Medici i primi movimenti di un ostile attruppamento, trovandosi essi padroni del palazzo, delle porte della città e di tutti i luoghi forti, ed essendo loro clienti tutti i giudici e tutti i magistrati, sarebbersi rovesciate addosso ai loro nemici tutte le forze militari dello stato e tutto l'imponente apparato della giustizia. Altra via perciò non restava a scegliersi che quella di una congiura; perciocchè si era ben sicuri, che, spenti i due Medici, i cittadini, che tremavano innanzi a loro, si affretterebbero di condannarne la memoria e di riconoscere come un atto della pubblica vendetta l'attentato de' loro uccisori. Il recente esempio della congiura di Milano, lungi dallo scoraggiare i cospiratori, poteva ispirar loro confidenza, perchè aveva dimostrato come fosse facile il privare di vita un tiranno; che se il popolo di Milano non si era dopo il fatto sollevato, poteva allegarsi che riconosceva Galeazzo Sforza, comunque odioso per i suoi mali portamenti, per suo legittimo sovrano, mentre i Medici non osavano essi medesimi di confessare apertamente che si credevano di un rango superiore a quello degli altri Fiorentini.
Gli spiriti erano di già esacerbati da vicendevoli offese, ed i nemici dei Medici di già si disponevano a congiurare, quando recenti ingiurie loro procurarono alleati che non isperavano. Dall'una parte essendo morto Filippo de' Medici, arcivescovo di Pisa, Sisto IV gli sostituì Francesco Salviati, parente di un Jacopo Salviati, che i Medici avevano fatto dichiarare ribelle[94]. Essi ricusarono di riconoscere il nuovo prelato, e gli negarono il possesso del suo arcivescovado. D'altra parte Carlo di Montone, figliuolo di Braccio, uno de' ristauratori dell'arte militare in Italia, essendosi egli stesso guadagnata qualche riputazione nelle armi, volle tentare di ricuperare l'autorità che suo padre ebbe in Perugia. Terminata la sua condotta coi Veneziani, era passato a Firenze, dove aveva ragunate alcune compagnie d'uomini d'armi. Ma quando aveva saputo che i Fiorentini avevano rinnovata la loro alleanza con Perugia, aveva rinunciato alla sua intrapresa contro quella città, e rivolte le sue armi contro la repubblica di Siena, colla quale Firenze non era in guerra, ma che pure desiderava di vedere umiliata. Carlo di Montone, nella state del 1477, prese molti castelli ai Sienesi, dai quali riclamava il pagamento di un debito contratto verso suo padre; e perchè aveali trovati non apparecchiati a difendersi, erasi lusingato di sottomettere questa repubblica; ma i Fiorentini avevano bensì permesso di recare qualche danno ai loro vicini che non amavano, ma non volevano perciò che si accendesse una guerra ai loro confini: sforzarono quindi Montone ad abbandonare la sua intrapresa, ma la repubblica di Siena non lasciò per questo di conservare un profondo risentimento per essere uscita dagli stati fiorentini l'armata che aveva invaso il loro territorio[95]. Per vendicarsi strinse alleanza col papa e col re di Napoli[96], mentre dal canto suo Sisto IV adunò una piccola armata ai confini dello stato fiorentino, sotto colore di assediare il castello di Montone e di castigare in tal modo il capitano, che aveva di fresco turbata la tranquillità[97].
[94] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 359. — Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 116. — Conjurationis Pactianae Comm. Politiani, p. 6._
[95] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 114. — Nic. Machiavelli, l. VII, p. 346._
[96] _Allegretto Allegretti Diari Sanesi, p. 782._
[97] _Nic. Machiavelli, l. VIII, p. 364. — Jo. Mich. Bruti, l. VI, p. 146._
Frattanto tra Francesco de' Pazzi e Girolamo Riario si convenne di mandare ad esecuzione il progetto del cambiamento del governo di Firenze e dell'uccisione dei Medici; e ne diedero parte all'arcivescovo Salviati che sapevano irritato da fresche ingiurie, e che realmente abbracciò con ardore il mezzo che gli offrivano di vendicarsi. Francesco Pazzi venne poscia a Firenze per associare alla congiura suo zio Jacopo, il capo della famiglia; ma egli vi trovò più difficoltà che non aveva creduto. Giovan Battista di Montesecco, condottiere abbastanza riputato ai servigj del papa, e confidente di Girolamo Riario, venne pure spedito presso questo vecchio magistrato per persuaderlo. Il Montesecco era venuto in Toscana quale incaricato di una finta negoziazione con Lorenzo de' Medici, e prima di partire aveva avuto un'udienza dal papa, che offriva tutte le sue forze in appoggio della congiura[98]. Fu quest'adesione del papa alla trama, che finalmente strascinò Jacopo dei Pazzi; acconsentì in allora di stare a quanto per lui farebbe suo nipote in Roma. In fatti Francesco vi era tornato per maturare i suoi progetti di concerto col papa, col conte Riario e coll'ambasciatore di Ferdinando, che dal canto suo prometteva una possente cooperazione. Si convenne che sotto pretesto di attaccare Montone, si adunerebbe un'armata pontificia nello stato di Perugia; che Lorenzo Giustini di Città di Castello, il rivale di Niccolò Vitelli, farebbe leva di soldati, sotto colore di proseguire la sua lite; che Gian Francesco di Tolentino, uno de' condottieri del papa, passerebbe colla sua truppa in Romagna, e che Francesco de' Pazzi, l'arcivescovo Salviati e Giambattista di Montone tornerebbero a Firenze per accrescere il numero de' congiurati, e trovare l'istante di opprimere nello stesso tempo i due fratelli[99].
[98] _Machiavelli, l. VIII, p. 364. — Jo. Mich. Bruti, l. VI, p. 146._
[99] _Machiavelli, l. VIII, p. 366._
Tra coloro che si obbligarono ad assecondare il Pazzi ed il Salviati, contavasi Jacopo, figlio di quel Poggio Bracciolini, celebre scrittore, cui andiamo debitori di una storia fiorentina; e lo stesso Jacopo era autore di alcune erudite opere[100]. Vi si trovavano inoltre due Jacopi Salviati, fratello l'uno, l'altro cugino dell'arcivescovo; Bernardo Bandini e Napoleone Francesi, giovani audacissimi ed affatto ligi alla casa dei Pazzi; Antonio Maffei, prete di Volterra e notajo apostolico, e Stefano Bagnoni, altro prete che insegnava la lingua latina ad una figlia naturale di Jacopo Pazzi. Tutti i membri della famiglia di quest'ultimo non presero parte alla trama; Renato uno de' cinque fratelli, figlio di Pietro, ricusò con fermezza di entrarvi e ritirossi in campagna onde non essere confuso coi cospiratori[101].
[100] _W. Roscoe, Life of Lorenzo, c. V, p. 185. nota._
[101] _Machiavelli, l. VIII, p. 367. — Politianus Conjur. Pactianae Comment., p. 8-9._
Il papa aveva mandato all'università di Pisa Raffaele Riario, nipote del conte Girolamo, giovanetto di soli diciott'anni, che il 10 dicembre del 1477 fu creato cardinale. Il suo innalzamento a questa nuova dignità doveva essere festeggiato. Pensarono i congiurati che ciò appunto offrirebbe una facile occasione di unire nello stesso luogo Lorenzo e Giuliano de' Medici, onde ucciderli assieme; ed era necessario che i due fratelli fossero assaliti nello stesso tempo, altrimenti la morte dell'uno avrebbe avvisato l'altro di porsi in guardia. In conseguenza il papa scrisse al cardinale Riario di fare tutto quanto gli ordinerebbe l'arcivescovo di Pisa, e questi pochi giorni dopo fece venire il cardinale a Firenze. Jacopo de' Pazzi gli diede una festa nella sua villa di Montughi, lontana un miglio dalla città. Vi aveva invitati i due fratelli Medici, ma Giuliano non eravi andato. Non intervenne nè meno ad una festa data al cardinale da Lorenzo a Fiesole; all'ultimo si seppe che non troverebbesi pure a quella che Lorenzo destinava a Riario nella sua casa di città il 26 aprile del 1478. Allora solamente si determinò d'assalire lo stesso giorno i due fratelli nella cattedrale, dove il cardinale Riario dovea udire la messa, e dove i Medici mal potevano dispensarsi d'assistere con lui al divino servigio[102].
[102] _Machiavelli, l. VIII, p. 368. — Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 117. — Jo. Mich. Bruti, l. VI, p. 148._
Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini s'incaricarono d'uccidere Giuliano. Risguardavasi la parte loro come la più difficile, perchè questo giovane, naturalmente timido, portava sempre una corazza sotto le vesti; era stata data la commissione di uccidere Lorenzo a Giovan Battista Montesecco. Il Montesecco ne aveva di buon grado assunto il carico, quando il fatto doveva aver luogo in tempo d'un banchetto, ma quando fu cambiato il luogo dell'esecuzione, e seppe che in chiesa ed in tempo della messa doveva uccidere un uomo cui era legato da relazioni di ospitalità, dichiarò di non sentirsi capace di aggiugnere al tradimento il sacrilegio. Gli scrupoli di questo militare furono cagione della cattiva riuscita della congiura; perchè più non trovavansi tra i congiurati che preti, che l'abitudine del vivere in chiesa rendesse indifferenti rispetto al luogo in cui si trovavano, e non fossero atterriti dall'idea del sacrilegio[103]. Fu dunque forza d'incaricare di ferire Lorenzo lo scrivano apostolico, Antonio di Volterra, e Stefano Bagnoni, parroco di Montemurlo. Il momento fissato fu quello in cui il prete, alzando l'ostia, le due vittime, stando a ginocchio, chinerebbero il capo, e non potrebbero vedere gli assassini. Le campane della messa dovevano far conoscere agli altri congiurati, incaricati d'attaccare il palazzo del pubblico, l'istante del sagrificio. L'arcivescovo Salviati co' suoi, e Giacomo, figlio di Poggio Bracciolini, dovevano rendersi padroni della signoria e forzarla ad approvare un assassinio di già eseguito[104].
[103] _Parumper Haesitatum est, cum obtruncando Laurentio miles delectus, et multa emptus mercede, negaret sese in loco sacro caedem ullam perpetraturum, deinde alio negotium suscipiente, qui familiarior, ut pote sacerdos, et ob id minus sacrorum locorum metuens. — Ant. Galli de reb. Genuens., t. XXIII, p. 282._
[104] _Machiavelli, l. VIII, p. 369. — Politiani Comment., p. 11._
I congiurati stavano di già in chiesa, vi erano arrivati Lorenzo ed il cardinale, la folla riempiva la chiesa, il divino sagrificio era cominciato, ed ancora Giuliano non compariva. Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini andarono a cercarlo, e gli fecero sentire che la sua presenza era omai necessaria; nello stesso tempo, in atto motteggevole, passarono le loro braccia a traverso al suo corpo per verificare se aveva la corazza. Ma Giuliano, che soffriva d'un male di gamba, non aveva presa veruna armatura, ed aveva pure, contro il suo costume, lasciato il suo coltello da caccia, perchè gli batteva contro la gamba inferma. Intanto Giuliano, entrato in chiesa, s'accostò all'altare; due congiurati tenevansi vicini a lui; due altri presso di suo fratello, e la folla che li circondava, dava loro ragionevole pretesto di stringersi più presso ai Medici. Il prete alzò l'ostia, ed all'istante Bernardo Bandini ferì col suo pugnale Giuliano nel petto, il quale dopo aver fatto qualche passo cadde a terra. Francesco de' Pazzi gli fu addosso e lo percosse replicatamente con tanto furore, che nello stesso tempo ferì sè medesimo gravemente in una coscia. Nel medesimo istante i due preti attaccavano Lorenzo: Antonio da Volterra, appoggiando la mano sinistra sopra la di lui spalla, volle ferirlo nel collo; ma Lorenzo si distrigò rapidamente, ed avviluppatosi il mantello intorno al braccio sinistro per farsene scudo, sguainò la spada e si difese coll'ajuto de' suoi due scudieri, Andrea e Lorenzo Cavalcanti. L'ultimo fu ferito, e lo stesso Lorenzo lo era egli pure leggermente nel collo, quando i due preti si scoraggiarono e presero la fuga. Per lo contrario Bernardo Bandini, lasciando già morto Giuliano, corse verso Lorenzo, ed uccise Francesco Nori, che gli tagliava la strada. Lorenzo erasi ricoverato in sagristia co' suoi amici. Il Poliziano ne chiudeva le porte di bronzo, mentre Antonio Ridolfi succhiava la ferita del suo padrone e la medicava.
Frattanto gli amici dei Medici dispersi nel tempio adunaronsi colle spade sguainate innanzi alla porta della sagristia, chiedendo che si aprisse e che Lorenzo si mettesse alla loro testa. Questi, temendo d'essere ingannato da queste grida, non ardiva aprire, finchè Sismondi della Stufa, giovane a lui affezionatissimo, salito per la scala dell'organo ad una finestra di dove poteva vedere l'interno della chiesa, osservò da un lato Giuliano, di cui Lorenzo ignorava la sorte, steso a terra intriso nel proprio sangue; dall'altro lato potè assicurarsi che coloro che chiedevano d'entrare erano i veri amici dei Medici. Allora si aprirono le porte, e Lorenzo si pose fra di loro per recarsi alla sua casa[105].
[105] _Conjur. Pactianae Comm., p. 13 e 14. — Comment. di Ser Filippo Nerli, l. IV, p. 54._
I congiurati non avevano disposte altre forze in chiesa per isnidare le vittime dai loro asili, lo che probabilmente non sarebbe stata malagevole cosa; ma le avevano disposte tutte per impadronirsi del palazzo pubblico. Sapevano in fatti che la moltitudine non giudica che all'ingrosso, e che riconoscerebbe per depositarj della sovrana autorità i vincitori, qualunque si fossero, tostocchè li vedrebbe circondati dalle guardie della signoria e seduti sul tribunale. L'arcivescovo erasi portato al palazzo coi Salviati suoi parenti, con Jacopo Bracciolini e con una truppa di minori congiurati, quasi tutti Perugini. Lasciò in sul primo ingresso parte de' suoi satelliti con ordine di occupare la porta principale, tostocchè udirebbero del rumore: altri seco condusse fino all'appartamento occupato dai membri della signoria, loro ordinando di stare nascosti in cancelleria per non dare sospetto. Ma questi spinsero per di dentro la porta, che si trovò chiusa a molla in modo che più non poteva aprirsi senza chiave; onde questo corpo di congiurati, il più necessario a tutta l'azione, rimase nella impossibilità di prendervi parte.
Frattanto l'arcivescovo Salviati era entrato presso il gonfaloniere, col pretesto di avergli a comunicare qualche cosa per parte del papa. Questo primo magistrato era in allora quello stesso Cesare Petrucci, ch'era stato poc'anzi sorpreso a Prato da Bernardo Nardi, ed era stato in pericolo di essere ucciso in quella congiura. Dopo questo avvenimento era diventato più diffidente d'ogni altro, ed inoltre osservò che l'arcivescovo, parlando, era talmente disturbato, che le parole che balbettava quasi non avevano senso. Il Salviati mutava spesso colore, volgevasi verso la porta, tossiva come volesse dare qualche segno, e non sapeva contenere la propria agitazione. Cesare Petrucci lanciossi egli stesso alla porta, e vi trovò Giacomo Bracciolini, cui, preso pei capelli, rovesciò a terra, e diede in guardia ai suoi sergenti. Chiamò nello stesso tempo i priori a difendersi, ed attraversando con loro la cucina del palazzo, prese uno spiedo, col quale si pose di guardia alla porta della torre, ove la signoria si ritirò. Intanto i sergenti chiusero le diverse porte de' corridoj del palazzo, ed attaccarono sparsamente i congiurati, la maggior parte de' quali eransi da sè chiusi in cancelleria. Tutti coloro che avevano seguito il Salviati nel piano superiore, furono bentosto arrestati, ed immediatamente uccisi o gittati a basso dalle finestre. Ma l'altra banda de' congiurati, rimasta all'ingresso principale, erasene resa padrona; e nel momento del tumulto, quando gli amici dei Medici accorsero in folla al palazzo per soccorrere la signoria, i congiurati difesero la porta e sostennero per qualche tempo una specie d'assedio[106].
[106] _Machiavelli, l. VIII, p. 373. — Conjurat. Pactianae Comment., p. 15. — Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 118. — Diar. Parmense, t. XXII, p. 278._
Tra coloro che si erano incaricati dell'uccisione de' Medici, i due preti ch'eransi vilmente dati alla fuga, vennero inseguiti dagli amici dei Medici e fatti a pezzi. Bernardo Bandini, quando vide in salvo Lorenzo e ferito Francesco Pazzi e che il popolo dichiaravasi contro di lui, conobbe la sua fazione perdente, ed uscì subito di città e si pose in salvo. Francesco Pazzi, tornato a casa sua, si sentì talmente indebolito dal sangue che aveva perduto per la ferita fattasi da sè medesimo, che non poteva sostenersi a cavallo. Rinunciando adunque a correre la città per chiamare il popolo alla libertà, siccome aveva ideato di fare, pregò Giacomo Pazzi, suo zio, a fare le sue veci. Questi malgrado l'estrema sua vecchiaja si pose alla testa di un centinajo d'uomini raccolti in casa sua per tale motivo, e marciò verso la piazza del palazzo invitando i cittadini, cui presentavasi l'opportunità di tornare liberi, a prendere le armi; ma niuno lo raggiunse, mentre che i priori dall'alto del palazzo ch'essi occupavano gli lanciavano addosso delle pietre. Suo cognato Serristori, che scontrò solo sulla strada, gli rinfacciò il tumulto ch'egli cagionava in Firenze, e lo consigliò a ritirarsi. Giacomo de' Pazzi, non ricevendo soccorso da veruna banda, si volse colla sua truppa verso una porta della città, ed uscì, prendendo la via di Roma[107].
[107] _Machiavelli, l. VIII, p. 375. — Jo. Mich. Bruti, l. VI, p. 152._
Lorenzo, ritiratosi nella propria casa, non aveva presa ancora veruna misura per fermare i cospiratori; aveva abbandonata la sua vendetta al popolo, la quale perciò non fu che più crudele. Il gonfaloniere, Cesare Petrucci, irritato pel corso pericolo, fece strozzare alle finestre del palazzo l'arcivescovo Salviati, il di lui fratello, il cugino e Jacopo Bracciolini. Perirono pure tutti coloro che lo avevano seguito, tranne un solo che si era nascosto sotto un mucchio di legni. Quando venne scoperto dopo quattro giorni si risguardò come bastantemente punito dalla sofferta fame e dalla paura. Intanto il popolo furibondo andava in traccia di tutti coloro che avevano mostrata qualche opposizione all'ambizione dei Medici, o qualche relazione d'amicizia coi congiurati. Tostocchè gli veniva denunciata qualche vittima era subito uccisa e strascinato il di lei cadavere per le strade[108]; le squarciate sue membra portavansi sulle lance ne' diversi quartieri della città; questa frenetica sete di vendetta non si poteva mai spegnere. Il giovane cardinale Riario, che nulla sapeva della cospirazione, erasi posto in salvo sull'altare, ove a stento era stato difeso dai preti. Francesco Pazzi, strappato fuori del letto, su cui dalla sua ferita era stato costretto a gettarsi, venne condotto al palazzo senza che gli si permettesse di vestirsi, e fu strozzato come l'arcivescovo ad una finestra. Lungo la strada tutti gli strappazzi del popolo non gli cavarono di bocca una sola parola; guardava con occhio immobile i suoi concittadini che tornavano in ischiavitù e sospirava[109]. Guglielmo de' Pazzi erasi rifugiato nella casa di Lorenzo, suo cognato, e fu salvato dalle preghiere di Bianca de' Medici sua sposa. Renato dei Pazzi, ch'erasi più giorni avanti ritirato in villa per non aver parte alcuna nella rivoluzione, volle per altro fuggire, quando seppe che la rivoluzione era scoppiata; ma conosciuto sotto il mentito abito di contadino, che aveva preso, venne arrestato e condotto a Firenze ove fu appiccato. Fu pure arrestato Giacomo dei Pazzi dai montanari nel passaggio degli Appennini; li supplicò di ucciderlo subito, e gli offrì perciò anche un premio, ma li trovò inflessibili e fu appiccato con suo nipote Renato. Era già il quarto giorno dopo la congiura, ed in tutto questo tempo il popolaccio erasi bagnato nel sangue. Più di settanta cittadini, colpevoli o sospetti d'aver avuto parte nella trama, erano stati sbranati e le loro membra strascinate per le strade[110]. Il corpo di Jacopo de' Pazzi fu più volte esposto a tanta indegnità; era stato prima messo nel sepolcro de' suoi antenati, ma perchè si pretese d'averlo udito bestemmiare nell'atto di morire, abitudine che aveva da lungo tempo contratta, si attribuirono le dirotte pioggie de' susseguenti giorni al trovarsi il cadavere di un bestemmiatore in terreno sacro. Venne disumato per essere seppellito lungo le mura; ma i fanciulli lo trassero ancora da questa seconda sepoltura per istrascinarlo molto tempo per le strade, avanti di gettarlo in Arno. A Giovan Battista di Montesecco fu troncato il capo dopo un lungo interrogatorio, nel quale diede notizia della parte che il papa aveva avuta nella cospirazione. Bernardo Bandino, senza fermarsi nella sua fuga, aveva cercato ricovero in Costantinopoli, ma colà Lorenzo de' Medici ebbe abbastanza influenza per farlo arrestare. Il sultano Maometto II lo consegnò, e Bandino, ricondotto in Firenze il 14 dicembre del susseguente anno, fu appiccato alle finestre del bargello il 29 dicembre del 1479[111].
[108] _Comment. del Nerli, l. III, p. 55._
[109] _Machiavelli, l. VIII, p. 376._
[110] Assicura l'Allegretti, che ne' susseguenti giorni si fecero ancora morire più di duecento persone. _Diarj Sanesi, p. 784._
[111] _Strinatus apud Adimarum, in notis ad Conjurat. Pactianae Comment., p. 56. — Ann. Bonon. Hieron. de Bursellis, t. XXIII, p. 902._ Questo storico lo chiama Bernardo di Bandino Baroncelli. In fatti Bandino è in Toscana nome di battesimo; pure tutti gli altri prendono Bandini per nome di Famiglia.
Gli storici fiorentini, che scrissero sotto i Medici, fecero de' Pazzi il più svantaggioso ritratto. Poliziano loro ascrive tutti i vizj, anche i più incompatibili: vengono generalmente accusati d'eccessivo orgoglio; Francesco lasciavasi accecare dalla collera, ed appunto in tale traviamento si ferì da sè stesso, credendo ferire il suo nemico. Era Jacopo dedito al giuoco, ed aveva l'abitudine di bestemmiare, per altro era uomo assai caritatevole; e consacrava parte delle sue entrate al soccorso de' poveri e ad arricchire le chiese. Per timore di avvolgere nella propria sventura coloro che avevano qualche credito verso di lui, aveva pagati tutti i suoi debiti la vigilia del giorno fissato all'esecuzione della congiura, ed aveva consegnate ai loro proprietarj tutte le mercanzie che teneva in dogana per altrui conto[112].
[112] _Machiavelli, l. VIII, p. 378._