Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 5

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Quando si seppe in Genova la morte di Galeazzo, Giovan Francesco Pallavicini, luogotenente del duca, adunò il senato, onde persuaderlo a prevenire colla sua vigilanza le rivoluzioni che potrebbero eccitarsi da quest'avvenimento. Furono nominati dalla repubblica otto capitani del popolo, secondo praticavasi in tutte le difficili circostanze, e ragunate alcune truppe per tener in dovere i malcontenti[75].

[75] _Ant. Galli de reb. Genuens, p. 271. — Uberti Folietae Genuens. Hist., l. XI, p. 635. — P. Bizzarro S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIV, p. 338. — Agost. Giustiniani, An. di Genova, l. V, f. 231._

Tutte le fazioni di Genova si mostravano egualmente desiderose di ritornare alla repubblica l'antica sua libertà. Gli Sforza per contenerle aveano avuta la precauzione di disperdere i loro capi per tutta l'Italia. Prospero Adorno trovavasi nelle prigioni di Cremona, i Fieschi erano ritenuti in Roma sotto la sopraveglianza del papa, esiliati erano i Fregosi e gli altri uomini potenti. Non pertanto i loro partigiani, privati di direttori, erano ovunque in movimento. Il 16 marzo del 1477 gli amici dei Fieschi si avvicinarono alle mura di Genova, condotti da due giovani di quella famiglia, Giorgio e Matteo, i soli che il governo non avesse ancora allontanati, perchè di poco usciti dalla fanciullezza. Questi faziosi scalarono la città dalla banda di Carignano[76], chiamarono il popolo alla libertà, e vi eccitarono subito un vivissimo movimento; ma caddero nello stesso errore che aveva perduto Girolamo Gentile pochi mesi prima, tardarono troppo ad attaccare il pubblico palazzo; omai vedevansi da tutti abbandonati, quando Pietro Doria, soffocando ogni risentimento di famiglia, esortò coloro che gli stavano intorno a non perdere forse l'unica occasione di tornare la patria in libertà. Uscì nello stesso tempo dalle file del partito milanese e si trasse dietro il popolo genovese, onde la guarnigione si ritirò nelle due fortezze, e la città, vedendosi libera, nominò i suoi magistrati popolari.

[76] _Ant. Galli de Reb. Gen. p. 271. — Uberti Folietae Genuens. Hist., l. XI, p. 635. — P. Bizarro S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIV, p. 338. — Agost. Giustin. Ann. di Genova, l. V, f. 231._

Di già, avuta notizia di questa rivoluzione, Ibletto Fieschi, il vero capo della famiglia, aveva trovato modo di fuggire da Roma per venire a mettersi alla testa del suo partito, ed i Fregosi, con lui d'accordo, si andavano avvicinando alla loro patria, senza avere per altro il coraggio d'entrar in città. La reggenza di Milano sentì allora che non potrebbe salvare la sua autorità in Genova che per mezzo d'un capo di partito genovese. Simonetta fece uscire di prigione Prospero Adorno, gli offrì a nome del giovane duca di Milano il comando dell'armata destinata a soccorrere le due fortezze, purchè promettesse di scordar totalmente le sofferte ingiurie e di ristabilire in Genova, non la dispotica autorità del duca di Milano, ma la stessa limitata autorità accordata da un trattato a Francesco Sforza. Prospero Adorno lo promise[77], si pose alla testa d'un'armata di circa dodici mila uomini, adunata da Roberto da Sanseverino, da Lodovico il Moro e da Ottaviano Sforza, e marciò alla volta di Genova.

[77] _Ant. Galli p. 273. — Uberti Folietae, l. XI, p. 638. — Alb. de Ripalta Annal. Placent., t. XX, p. 954. — P. Bizarro, l. XIV, p. 340. — Ag. Giustiniani, l. V, f. 232._ Il Bizarro in questa narrazione condanna l'Adorno, ed il Giustiniani lo difende.

Volendo l'Adorno conciliare gl'interessi della sua patria e quelli del duca di Milano, egli ebbe bisogno d'infinite cautele per evitare una decisiva battaglia, che avrebbe ruinato o il proprio partito o la libertà della patria. Fece passare suo fratello Carlo Adorno nella fortezza del Castelletto, commettendogli di scendere in città, per iscacciare Ibletto dei Fieschi, nell'istante in cui egli medesimo si troverebbe impegnato in una scaramuccia coi Fregosi. I suoi ordini vennero rigorosamente eseguiti. Prospero combatteva contro i Fregosi a Promontorio ma senza spingere troppo avanti i suoi vantaggi, e suo fratello occupava intanto la città, e porta san Tommaso, che poteva dargli comunicazione coll'armata milanese[78]. Fu allora in particolare, che Prospero Adorno mostrò la sua moderazione e la sua destrezza; fece rimanere nell'accampamento le truppe del Sanseverino, ed entrò in città accompagnato soltanto dagli uomini della sua fazione. Questi andavano crescendo di numero di mano in mano ch'egli s'innoltrava; le strade risuonavano delle grida _viva gli Adorni e gli Spinola_, e niuno fra tanta gente pronunciava il nome del duca di Milano. Prospero, arrivato al palazzo, dichiarò che accordava l'impunità a tutti coloro che avevano preso parte alle ultime turbolenze; adunò il senato, che lo riconobbe per governatore; chiese un regalo di sei mila fiorini pei capi dell'armata; onde i cittadini, che prevedevano di essere aggravati di più gagliarde contribuzioni, pagarono lietamente, prima che spirassero tre giorni, così leggiera somma[79].

[78] _Ant. Galli, p. 276. — Uberti Folietae, l. XI, p. 639._

[79] _Ant. Galli de reb. Gen. p. 276. — Uberti Folietae, l. XI, p. 640. — P. Bizzarro Hist. Genuens., l. XIV, p. 343. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 223._

E per tal modo il 30 aprile Genova tornò sotto la limitata signoria del duca di Milano. Roberto di Sanseverino vi entrò senz'armi con Lodovico ed Ottaviano, zii di Giovanni Galeazzo, e coi loro principali ufficiali; ne uscirono quasi subito per condurre la loro armata all'assedio di Savinione, castello dei Fieschi, posto negli Appennini. Per far levare l'assedio, Ibletto de' Fieschi raccolse cinque mila paesani: Giovan Battista Goano si affrettava di raggiugnerlo cogli abitanti della Polsevera, ma il Sanseverino ritrasse costoro con ingannatrici negoziazioni, e disperse l'armata di Goano. Quella d'Ibletto, avendo sofferto qualche perdita, ritirossi nelle montagne, e Savinione capitolò. Ibletto fece allora la pace coi generali milanesi, ai quali lo associarono la stessa attività e la medesima inclinazione per l'intrigo; onde, essendo ultimata la spedizione di Genova, Ibletto accompagnò il Sanseverino e gli Sforza a Milano[80].

[80] _Ant. Galli, p. 277. — Uberti Folietae, l. XI, p. 641. — P. Bizarro, l. XV, p. 344._

Gli ultimi erano ansiosi di tornare alla corte del loro nipote, per attentare alla autorità di Cecco Simonetta. Vedevano essi quest'accorto ministro esercitare sotto il nome della duchessa un'assoluta sovranità; alla cui volontà tutto era subordinato dalla superiorità de' suoi talenti e del suo carattere. Era invalsa sotto i due ultimi duchi l'abitudine di non resistergli; altronde i fratelli del duca, che manifestavano soltanto il desiderio di limitare il di lui potere, avevano forse di già formato il progetto di soppiantare lui ed il suo signore. Si assicura, che l'intenzione loro fosse quella di far perire la duchessa ed i due suoi figli, di dare a Lodovico il Moro il titolo di duca di Milano, ed a ciascheduno de' suoi fratelli la signoria di una città, a Roberto Sanseverino quella di Parma, e quella di Genova ad Ibletto de' Fieschi[81].

[81] _Diarium Parmense, t. XXII, p. 259._

Per dare esecuzione a tali progetti avevano precipitosamente terminata la guerra della Liguria, e ricondotti a marcie sforzate alla volta di Milano la loro armata. Ma il Simonetta, che teneva aperti gli occhi sopra di loro, fece il 25 di maggio arrestare Donato de' Conti, il principale loro agente ed il depositario di tutti i loro segreti[82].

[82] _Alberti de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 954._

I fratelli Sforza trattenevansi a mensa cogli altri capi del loro partito, quando ebbero avviso dell'arresto di Donato dei Conti. Uscirono precipitosamente dal loro palazzo, chiamando il popolo alle armi; subito molta gente si adunò intorno a loro, e gli ajutò ad impadronirsi di porta Tosa. Roberto di Sanseverino ed Ottaviano Sforza vollero attaccare il palazzo, ed affezionarsi il popolaccio, abbandonandogli il tesoro ed il magazzino del frumento, che trovavansi nel medesimo. Il duca di Bari e Lodovico il Moro vi si opposero. Di già la duchessa, ch'erasi rifugiata nella cittadella, aveva promesso di lasciare in libertà Donato de' Conti; ma in questo frattempo i di lei amici le furono tutti intorno, e gli amici dei suoi cognati si andavano scoraggiando. Roberto di Sanseverino, Ibletto ed Ottaviano tentarono nuovamente d'ammutinare il popolo, scorrendo la città, e facendo gridare: _a morte i forestieri!_ Ma i fratelli Simonetta, che venivano indicati sotto tal nome, non erano dai Milanesi odiati, e nissuno prese le armi. All'indomani tutti questi capi uscirono di buon mattino dalla città per la porta di Vercelli. Roberto da Sanseverino ed Ibletto de' Fieschi non si fermarono, finchè non si credettero in salvo nel territorio d'Asti. Giunti al confine di quello stato, Ibletto, oppresso dalla fatica, entrò in un albergo per riposarsi, e vi fu arrestato. Roberto andò più oltre, e si pose sotto la protezione del duca d'Orleans. I fratelli Sforza erano fuggiti per diverse strade. Ottavio, più degli altri formidabile pel suo turbolento carattere, perì nel passaggio dell'Adda, ove si dice che annegasse nell'attraversarla a nuoto; ma altri assicurano che fu ucciso sulla sponda dai satelliti del Simonetta, che lo inseguivano. I suoi fratelli furono condannati all'esilio con sentenza della reggenza; il maggiore, Sforza, ebbe ordine di risiedere nel ducato di Bari, di cui portava il titolo, Lodovico in Pisa ed il cardinale Ascanio in Perugia. A tale condizione venne assegnata a cadauno di loro una pensione di dodici mila ducati[83]. Il sesto fratello, Filippo Sforza, rimase solo a Milano, perchè non aveva presa parte nelle pratiche de' fratelli, e si era anzi posto dalla banda della duchessa e del Simonetta[84].

[83] _Alberti de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 954, 955. — Bern. Corio Istor. Milan., p. VI, p. 987. — Ant. Galli de Reb. Genuens., p. 278._

[84] _Ant. Galli, p. 278._

Allorchè si annunciò a Sisto IV la morte di Galeazzo Sforza, aveva esclamato: «la pace d'Italia oggi è perita con lui[85]!» Infatti quest'imponente potenza, che forzava al riposo tutto il settentrione dell'Italia, era distrutta. Genova e Milano si trovavano di bel nuovo in balìa delle guerre civili: crollava la lunga alleanza che Francesco Sforza aveva contratta colla repubblica fiorentina; più non esisteva il contrappeso che il ducato di Milano opponeva all'ambizione di Ferdinando re di Napoli; aperto era il campo a nuove politiche combinazioni; e noi vedremo in breve quello stesso papa, che lagnavasi della perduta pace d'Italia, spargere i semi di una nuova guerra, ed accrescere la generale confusione.

[85] _Jos. Ripamontii, l. VI, p. 750. — Bernardino Corio, p. 983._

CAPITOLO LXXXV.

_Congiura de' Pazzi._

1478.

La repubblica di Firenze andava sempre più scostandosi dalla generale politica dell'Italia e dell'Europa. Ella più non pensava a frenare gli ambiziosi progetti di Ferdinando e di Sisto IV; non ajutava i Veneziani nella loro guerra contro i Turchi, nè i Genovesi a ricuperare la loro libertà, oppure la duchessa reggente di Milano o i fratelli Sforza, rivali di lei, nella loro lite per il supremo potere. A Firenze si andavano succedendo i magistrati senza che la loro amministrazione venisse illustrata da verun fatto di qualche importanza; onde il minuzioso storico, Scipione Ammirato, appena trova in sei anni da riempire quattro pagine, ed il suo silenzio attesta il languore ed il turpore universale[86]. I due fratelli Medici, giunti a matura giovinezza, riponevano ogni loro ambizione nel sostituire in ogni cosa la loro autorità personale a quella della repubblica. I Fiorentini, diffidando degl'intrighi che spesso accompagnano le elezioni, avevano creduto di ottenere una rappresentanza più eguale, lasciando in arbitrio della sorte i loro magistrati; ma a questa forma d'elezione, di tutte la più democratica, i Medici avevano sostituita la più arbitraria di tutte le oligarchie. Nominavano essi medesimi cinque elettori o _accoppiatori_, e questi facevano i gonfalonieri ed i priori senza consultare il popolo, e senza che più si conservasse verun legame tra i magistrati ed i loro rappresentanti. Siccome la signoria era ancora troppo numerosa per essere facilmente mantenuta obbediente, i Medici avevano accresciuto il potere del gonfaloniere a spese de' priori, suoi colleghi, di cui prima non era che il presidente. I Medici li chiamavano soli alle loro deliberazioni, e gl'incaricavano di dare gli ordini a nome di un corpo ch'essi omai più non degnavansi di consultare. La commissione straordinaria, chiamata _balìa_, non doveva, secondo le antiche costumanze, crearsi che ne' tempi di turbolenze, per sottrarre la repubblica ad un grande pericolo; ma i Medici l'avevano trasformata in un corpo permanente, cui attribuivano il simultaneo potere legislativo, amministrativo e giudiziario. Nè ciò bastava; essi la collocavano al di sopra della medesima sovranità nazionale; perciocchè le attribuivano poteri, che i popoli mai delegati non hanno ai loro sovrani. Così la balìa condannava senza processure gl'individui sospetti ai Medici, sostituiva alle imposte arbitrarie tasse, promulgava leggi retroattive, aggravava le antiche sentenze, assoggettava a nuove pene coloro che non avevano commessi nuovi delitti, e disponeva, senza renderne conto, di tutte le finanze. Fu veduta impiegare cento mila fiorini per salvare da un fallimento la casa di banco che Tommaso dei Portinari dirigeva a Bruges per conto di Lorenzo de' Medici. Altre somme in altre circostanze furono levate dalle pubbliche casse, per sovvenire ai bisogni dei capi dello stato, i quali avevano l'imprudenza di continuare, senza volervisi applicare ed ignorandone perfino i principj, le grandi speculazioni di banco con cui si era arricchito il loro avo. E per tal modo sarebbero stati in breve ruinati dal loro fasto e dalla loro incapacità, se non avessero potuto impiegare a loro profitto il danaro dello stato[87].

[86] _Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XXIII, p. 111 a 114._

[87] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, Deliz. Erud., p. 1-3._

I Medici, innoltrandosi in tale maniera sulla strada della tirannide, avevano ciò nullameno in Firenze un numeroso partito, il quale era per una parte formato da alcuni cittadini di antiche famiglie, che con loro dividevano le magistrature e le pubbliche entrate, e che non si assicuravano di conservare senza di loro la propria importanza; in secondo luogo da tutti i letterati, poeti ed artefici, che Lorenzo e Giuliano attiravano in casa loro, colmandoli di onori e di regali, e trattandoli da eguali, mentre pretendevano separarsi da tutti gli altri; in ultimo ingrossava il loro partito il basso popolo, sempre allettato dai frequenti spettacoli e dalle feste loro date dai Medici. Il popolo non si accorgeva che veniva corrotto col suo proprio danaro, e che gli si prendeva con una mano ciò che fingevasi donargli coll'altra. Ma d'altra banda, malgrado le rivoluzionarie sentenze, che dopo il 1434 avevano colpite per classe tutte quelle antiche ed illustri famiglie di Firenze, che avevano inondato di esiliati la Francia e l'Italia, e compresi nelle proscrizioni tutti i nomi storici della repubblica, l'intera massa degli antichi cittadini era tuttavia opposta ai Medici. Universali trasporti di gioja eransi manifestati dodici anni prima, quand'erasi renduto alquanto di libertà alle elezioni, ed un cupo abbattimento accompagnava da alcuni anni lo stabilimento della tirannide.

Lorenzo de' Medici e suo fratello Giuliano non andavano perfettamente d'accordo nel loro sistema d'amministrazione. Il secondo, più dolce, più modesto, più disposto a vivere da eguale co' suoi concittadini, non era affatto quieto rispetto al calore, all'orgoglio ed alle violenze del fratello; onde studiavasi di trattenerlo colle sue esortazioni[88]. Ma Lorenzo, vedendo le famiglie dei Ricci, degli Albizzi, dei Barbadori, dei Peruzzi, degli Strozzi esiliate fino dal 1434, quella dei Machiavelli nel 1458, quelle degli Acciaiuoli, dei Neroni, dei Soderini nel 1466; e per ultimo quelle dei Pitti e dei Capponi spogliate del loro antico credito, cercava soltanto di adoperare in modo che veruna di queste potesse rialzarsi, veruna acquistare tali ricchezze o una tale considerazione che potesse adombrarlo; persuaso che fintanto che non lascerebbe avere alla moltitudine un capo, potrebbe senz'alcun rischio provocare il suo risentimento.

[88] _Jo. Mich. Brut. Hist. Florent., l. VI, p. 143._ — Alfieri seppe valersi di quest'opposto carattere nella sua tragedia della _Congiura dei Pazzi_.

Tra le famiglie di cui i Medici potevano temere la rivalità teneva il primo luogo quella de' Pazzi. I Pazzi di Val d'Arno, lungo tempo compagni degli Ubaldini, degli Ubertini, dei Tarlati, erano antichi feudatarj ghibellini ed abitualmente in guerra colla repubblica fiorentina. Poichè l'ingrandimento di questa li consigliò ad abbandonare le loro fortezze per venire a vivere nella capitale, continuarono ad eccitare la diffidenza di una gelosa democrazia; vennero compresi nella classe de' magnati, e coll'ordinanza di giustizia esclusi da tutti gl'impieghi. Ma quando Cosimo de' Medici ebbe scacciata, nel 1434, la nobiltà popolare dal governo, sentì la necessità di rendersi forte coll'alleanza dell'antica nobiltà. A ciò mirando accordò a molti magnati il privilegio di entrare nella classe del popolo. La famiglia de' Pazzi fu una di quelle che accettò questo diritto di essere ascritta tra i borghigiani, da molti giudicato un degradamento, ed Andrea fu, nel 1439, il primo di questa famiglia che sedesse nella signoria. Ebbe Andrea tre figli, Antonio, Pietro e Giacomo, uno de' quali gli diede cinque nipoti, l'altro tre, e Giacomo il più giovane non si ammogliò[89]. Questa numerosa casa non era soltanto stata ammessa con un decreto nell'ordine del popolo, ma aveva inoltre prese le costumanze tutte dei popolani fiorentini. Eransi i Pazzi dati al commercio e la loro casa di banco veniva annoverata tra le più ricche e più riputate d'Italia. Non meno superiori ai Medici come mercanti, che come gentiluomini, non avevano bisogno per sostenersi, di volgere a loro profitto il danaro del pubblico.

[89] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 115._

Cosimo de' Medici si era attaccato coi vincoli del sangue questa così ricca e numerosa famiglia, il di cui credito poteva riuscire molto utile o molto pericoloso. Aveva fatta sposare sua nipote, Bianca, sorella di Lorenzo e di Giuliano, a Guglielmo de' Pazzi, figlio di Antonio e nipote di Andrea[90]. Lorenzo aveva tenuta una politica tutt'affatto contraria, mirando a ruinare quella famiglia, o per lo meno ad impedire l'accrescimento della sua fortuna; e perchè Giovanni dei Pazzi, cognato di sua sorella, aveva sposata l'unica figlia ed erede di Giovanni Borromei, cittadino a dismisura ricco, Lorenzo fece emanare una legge, quando venne a morte il Borromei, in forza della quale i nipoti di sesso maschile erano preferiti alle figlie nell'eredità di un padre morto _ab intestato_, e diede a questa legge un effetto retroattivo, sicchè il Pazzi perdette l'eredità di suo suocero, che non aveva creduto necessario di fare un testamento in favore dell'unica sua prole[91].

[90] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 116. — Jo. Mich. Bruti. Hist. Flor., l. VI, p. 140._

[91] _Machiavelli Ist., l. VIII, p. 361. — Jacopo Nardi Istor. Fiorentina, l. I, p. II._ Fa osservare che a' suoi tempi questa legge era tuttavia in vigore. _Jo. Mich. Bruti, l. VI, p. 142._ Il signor Roscoe, dissimulando la precisa natura di quest'ingiustizia, suppone che spetti ad un'epoca in cui Lorenzo, ancora giovinetto, era lontano dalla patria; ed adduce per prova queste frasi d'una lettera di Luigi Pulci a Lorenzo de' Medici, del 22 aprile 1465. «Ho chiamata più volte felicissima questa tua partenza, acciò che tu non abbi commesso peccato ad ajutare nella sua petizione nuovamente affermata quello con che l'_amico di Val d'Arno_ del Corno, voleva entrare nell'orto del Borromeo per le mura; ovvero con che egli pota le pergole, quando non v'aggiugne d'appiè, col suo pennatuzzo.» Io non intendo abbastanza queste facezie in gergo del volgo, ma non so se il signor Roscoe le intendesse meglio di me. In ogni caso quand'anche si supponga che qui si tratti di Giovanni Borromei, che l'amico di Val d'Arno sia un Pazzi, perchè i Pazzi erano stati signori di Val d'Arno, che queste muraglie di giardino da scalarsi, questo pennato da tagliare le viti, abbiano un senso figurato, e non facciano piuttosto allusione ad imprese pur troppo reali di giovani di diciassett'anni, si tratterebbe pur sempre d'una intrapresa, nella quale Lorenzo de' Medici sarebbe stato compagno dell'amico di Val d'Arno, e sarebbe riuscito, per esempio come il suo matrimonio, non già di un'intrapresa diretta a spogliare quest'amico, la di cui petizione, egli dice, è stata confermata. Rendonsi necessarie più fondate supposizioni per distruggere la testimonianza di due storici quasi contemporanei, ed una legge lungo tempo esistente. Dobbiamo metterci in guardia contro un partigiano che scrive per la propria fazione, contro un adulatore di un principe che scrive per il suo sovrano, ed ancora contro un cittadino, che cerca di dare risalto alla gloria della sua patria: ma potevasi sospettare che a trecent'anni ed a trecento leghe di lontananza, un esperto scrittore impiegherebbe la più vasta erudizione per ingannare sè stesso e gli altri intorno all'importanza, ai diritti ed alle virtù del suo 'eroe? _Roscoe Life of Lorenzo, cap. IV. 182._ Merita poi osservazione che un dotto italiano, monsignor Fabroni, non abbia in tanti luoghi raddrizzati i giudizj del biografo inglese.

Di tre figliuoli d'Andrea Pazzi, il solo che ancora vivesse era Jacopo, che non aveva avuto moglie. Nel 1469 era stato gonfaloniere di giustizia, ed il popolo l'aveva creato cavaliere, ma dopo quest'epoca Lorenzo de' Medici erasi adoperato per escludere i Pazzi dalla signoria, ad eccezione di Giovanni, cognato di sua sorella, che aveva seduto una sol volta tra i priori nel 1472[92]. Quest'esclusione era tanto più offensiva, che a quest'epoca eranvi nove uomini di questa famiglia in età d'esercitare le magistrature; che questi occupavano il primo rango tra i cittadini, e che tutte le elezioni dipendevano unicamente da Lorenzo de' Medici.

[92] Vedasi il Priorato. _Delizie degli Eruditi, t. XX, p. 140 e seguenti._

Francesco Pazzi, il maggiore de' cognati di Bianca de' Medici, non potè più oltre soffrire che un uomo prendesse il luogo della patria, che accordasse o ricusasse come un favore ciò che a tutti era dovuto, e che esigesse riconoscenza da coloro cui egli ne andava debitore, poichè si rendeva potente col loro credito e s'arricchiva col loro danaro. Egli andò a soggiornare in Roma, ove teneva uno de' principali suoi banchi di commercio; papa Sisto IV lo scelse per suo banchiere di preferenza ai Medici, e questo pontefice, come suo figlio Girolamo Riario, formarono bentosto con lui intime relazioni.