Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 3

Chapter 33,691 wordsPublic domain

Durante l'inverno, che seguì l'assedio di Scutari, i Veneziani cercarono di fare qualche trattato coi Turchi; ma le pretese del gran signore erano troppo esorbitanti per potervi acconsentire. Chiesero nello stesso tempo soccorso ai loro alleati per la prossima campagna. Il duca di Milano loro pagò fedelmente il sussidio cui si era obbligato, ma il papa, dopo avere nominati dieci cardinali per occuparsi intorno alla guerra dei Turchi, ricusò di prendervi parte; onde la repubblica, irritata da tale abbandono, richiamò il ministro che teneva a Roma[37].

[37] _And. Navagero, p. 1144._

La campagna del 1475 venne distinta da pochi avvenimenti. Solimano, beglierbey di Romania, venne ad assediare Lepanto fortezza de' Veneziani nell'Etolia all'ingresso del golfo di Corinto. Le mura di questa città non erano state da lungo tempo ristaurate, e cadevano in ruina; ma la sua posizione sopra uno scosceso scoglio, che la chiudeva dalla banda del Nord ed era munito di un buon castello, suppliva alle opere dell'arte. Tra questi dirupi ed il porto i Veneziani cavarono delle fosse dietro le mura, e le sostennero con baluardi di terra. Erano entrati in città cinquecento cavalleggeri, le di cui frequenti sortite ebbero costantemente prosperi successi. Antonio Loredano occupava il golfo colla flotta veneziana, e non lasciava Lepanto sprovveduto nè di vittovaglie, nè d'armi, nè di fresche truppe. Dopo quattro mesi di inutili attacchi, conoscendo Solimano di non aver fatto alcuno avanzamento, abbandonò l'essedio[38]. In sul finire della stessa campagna la flotta ottomana fece un tentativo sul castello di Coccino nell'isola di Leuno, la sua artiglieria praticò una breccia nelle mura, ma l'avvicinamento del Loredano colla flotta veneziana costrinse i Turchi a ritirarsi[39].

[38] _M. A. Sabellici Dec. III, l. X, p. 222. — And. Navagero, p. 1146_. Ma egli differisce quest'assedio al 1477.

[39] _M. A. Sabellico. Dec. III, l. X, f. 222._

Frattanto nello stesso anno un'altra repubblica italiana venne suo malgrado strascinata nella guerra coi Turchi. I Genovesi possedevano tuttavia Caffa nella Crimea, che gli antichi chiamavano _Teodosia_, e questa città, la più potente delle loro colonie, era inoltre il più famoso mercato di tutto il mar Nero. Caffa, trovandosi già da due secoli sotto il governo de' Genovesi, aveva acquistata una popolazione ed una ricchezza che quasi la rendevano eguale alla metropoli. Il kan de' Tartari, in mezzo ai di cui stati era posta, era convinto che la di lei prosperità formava la ricchezza de' suoi sudditi. Caffa era il mercato di tutti i prodotti del settentrione; il legno, la cera, le pellatterie, sarebbero rimaste senza valore in mano ai Tartari, se non si fossero presentati a comperarle i mercanti genovesi. Niuna delizia della vita, verun prodotto dell'arte de' popoli inciviliti penetrava in que' deserti, che per mezzo de' mercanti d'Italia. L'Europa comunicava coll'Oriente per mezzo dei Genovesi di Caffa; le stoffe di seta e di cotone, fabbricate in Persia, le derrate e le spezierie dell'India, vi giugnevano per le strade d'Astracan, e le miniere del Caucaso venivano scavate per conto de' Liguri. Il kan loro aveva accordati straordinarj privilegj; aveva permesso che i magistrati genovesi giudicassero tutte le cause de' suoi proprj sudditi fino ad una certa distanza da Caffa; sempre li consultava nella nomina del governatore della provincia, e mostrava una grandissima deferenza per tutte le domande di questa potente città. Il governo di quella colonia era composto di un consiglio, nominato ogni anno dal senato di Genova, di due assessori e di quattro giudici delle campagne[40].

[40] _Ubertus Folieta Gen. Hist., l. XI, p. 626._

Le conquiste di Maometto II ed il suo odio pel nome latino teneva i Genovesi inquieti intorno alla loro colonia. Il mar Nero era chiuso ai loro vascelli, o almeno non potevano attraversare l'Ellesponto ed il Bosforo, che coll'assoggettarsi alle avanie de' Turchi. Non potevano mandar per mare soldati a Caffa, e non pertanto temevano che quella piazza ne avesse pressante bisogno. Cerio, capitano d'una compagnia d'avventurieri, offrì loro di condurre per terra in Crimea la sua compagnia di circa cento cinquanta cavalli purchè gli fosse data una paga proporzionata a così difficile spedizione, e che lo sembrava ancora di più a motivo delle tenebre ond'era in allora avviluppata la geografia. Infatti Cerio uscì d'Italia pel Friuli, attraversò l'Ungheria, parte della Polonia, e finalmente parte della Tartaria, e dopo un viaggio di più di mille duecento miglia, condusse i suoi cavalieri sani e salvi a Caffa[41]. Questo rinforzo era poco considerabile, e non pertanto i magistrati di Caffa, giudicando della propria importanza e del proprio potere dai riguardi che avevasi per loro, avevano provocati i più pericolosi nemici. Alla morte del governatore della provincia in cui Caffa è situata, il kan de' Tartari gli aveva sostituito Emineces (il Barbaro lo chiama Eminachbi[42]), che dai Genovesi era stato riconosciuto. Il suo predecessore aveva lasciato un figliuolo, detto Seifaces, che per giugnere alla carica occupata da suo padre, sedusse a forza di danaro i magistrati di Caffa, e riuscì ad impiegare il loro credito presso il kan: e tanto fece colle loro istanze e colle minacce ancora, che l'imperatore tartaro acconsentì a destituire Emineces, ed a nominare in sua vece Seifaces. Ma in mezzo a queste erranti popolazioni l'autorità del monarca non era molto sentita, e poco rispettati i suoi ordini. Emineces, corucciato contro l'imperatore tartaro, e più ancora contro i Genovesi, si associò due altri capi della nazione, Caraimerza ed Aidar. Col loro ajuto sollevò tutti i Tartari della Crimea, e venne ad assediare Caffa, facendo in pari tempo chiedere soccorsi a Maometto II. Il sultano, sempre apparecchiato a fare nuove conquiste, mandò in faccia a Caffa la formidabile flotta che aveva allestita contro Candia. Già durava da sei settimane l'assedio cominciato dai Tartari, quando Ahmed, che comandava questa flotta, gettò l'ancora avanti a Caffa il primo giugno del 1475, e piantò le sue batterie contro le mura della città. Le fortificazioni di Caffa, dalle armate tartare credute sempre inespugnabili, perchè non sapevano attaccarle che colle loro sciable, colle frecce e colla loro cavalleria leggiera, mostrarono dopo pochi giorni larghe brecce aperte dall'artiglieria turca. Pure ancora quattro giorni gli abitanti difesero le brecce aperte e praticabili, dopo i quali soscrissero una capitolazione, che poi non fu osservata. Molti senatori ed antichi magistrati furono condannati al supplicio, mille cinquecento fanciulli vennero spediti a Costantinopoli per esservi allevati tra i giannizzeri, ed il rimanente degli abitanti latini fu trasportato a Pera, e distrutto il dominio dei Genovesi sul mar Nero[43].

[41] _Sansovino Origine ed Imperio de' Turchi, l. II, f. 167._ Un altro tentativo dei Genovesi di Caffa per accrescere la guarnigione aveva avuto men fortunato fine. Galeazzo, uno de' magistrati di quella colonia, era andato in Polonia nel 1463, ed aveva ottenuto dal re Casimiro la licenza di levarvi cinquecento cavalieri; ma nel condurli verso Caffa, nell'attraversare le province russe dipendenti dalla Lituania, questi soldati mal disciplinati bruciarono il borgo di Bracslaw. Michele Czartoryski, signore della provincia, gli inseguì per vendicarsene, ed avendoli raggiunti sulle rive del Bug, gli uccise tutti, ad eccezione di Galeazzo e de' cittadini di Caffa che lo avevano accompagnato. _Dlugossi Hist. Polon., l. XIII, p. 318._

[42] Giuseppe Barbaro, quello stesso che fu mandato per la Scizia ad Hussun Cassan, descrive questa guerra alquanto confusamente. Pure la sua lunga dimora in Caffa, ed alla Tana, ove aveva vissuto come mercante quasi della sua infanzia, la conoscenza che aveva della lingua tartara, e le sue relazioni in paese, fanno sì che la di lui relazione sia uno de' più curiosi monumenti del secolo. Fu raccolta da Jacopo Gender d'Heroltzberg e stampata in calce alla _Storia di Persia di P. Bizarro_. Francfort, _in fol. 1601_: rispetto alla presa di Caraffa ved. _p. 453_.

[43] _Laudivius vezanensis, Lunensis Eques Hierosol. Cardinali Papiensi epist. 661, p. 873. — Ubertus Folieta, l. XI, p. 627-628. — P. Bizarro S. P. Q. Gen. Hist., l. XIV, p. 327. — Agostino Giustiniani Ann. di Genova, l. V, f. 226. — Turco Græciæ Hist. Polit., l. I, p. 25. — Raynald. Ann. 1475, p. 262._ Il kan, ossia imperatore de' Tartari, era allora Nurduwlad, il quale era, nel 1466, succeduto a suo padre Ecziger Gierai. (_Dlugoss. Hist. Polon., l. XIII, p. 403_). Regnava ancora nel 1478 (_ivi, p. 566_); ma la sua autorità non era abbastanza riconosciuta. Gli abitanti di Caffa avevano persuaso, nel 1469, suo fratello Mengili Gierai a ribellarsi contro di lui (_ivi, p. 438_). L'altro di lui fratello, Aydar, aveva, in disprezzo de' suoi ordini, invasa la Russia e la Podolia con un'armata tartara nel 1474 (_ivi, p. 514_), ed i borghigiani di Caffa eransi avvezzati a riguardarsi quali arbitri dei principi tartari loro vicini. La conquista della Bessarabia, fatta da Maometto II nel 1474, avrebbe dovuto aprir loro gli occhi sul pericolo. L'occupazione di Caffa sparse in tutto il Settentrione la più grande costernazione, perciocchè questa città era il solo punto di comunicazione tra gli Europei ed i Persiani, egualmente nemici de' Turchi, e che sentivano il bisogno di concertare le loro operazioni. _Dlugoss Hist. Polon. l. XIII, p. 533._ Mengili Gierai, il quale fu trovato da Achmet Giedik in Caffa, ove erasi rifugiato sotto la protezione dei Genovesi, e che allora ebbe da Maometto II un'armata con cui vinse suo fratello, fu il primo kan dei Tartari che ricevesse l'investitura dai Turchi, e che facesse recitare nelle pubbliche preghiere il nome del sultano. _Demetrius Kantemir. Hist. Ottom., l. III, c. 1, § 28, p. 111._

Dal canto dell'Ungheria Mattia Corvino non corrispose alle calde premure de' Veneziani, e non tentò veruna importante diversione. Pure in questo stesso anno prese la fortezza di Schabatz, che minacciava il Sirmio, ma non portò più in là le sue armi[44]. Da ogni banda, sia presso i Musulmani che presso i Cristiani, i popoli trovavansi estenuati da così lunga guerra, e verun vigoroso sforzo prenunciava più grandi avvenimenti.

[44] _Ann. Eccl. 1475, § 28, p. 262._

CAPITOLO LXXXIV.

_Congiura di Niccola d'Este a Ferrara; di Girolamo Gentile a Genova; d'Olgiati, Visconti e Lampugnani a Milano. Rivoluzioni nello stato di Milano dopo la morte di Galeazzo Sforza_.

1476 = 1477.

Mentre la guerra si andava al di fuori rallentando, e che i diversi stati d'Italia erano uniti da alleanze, che sembravano dover guarentire la pace fra di loro, l'interna loro costituzione venne replicatamente scossa da molte cospirazioni. In tre anni contansene, una a Ferrara, due a Genova, una a Milano ed una a Firenze. Pareva che i popoli, finalmente stanchi dell'oppressione sotto la quale tanto avevano sofferto, fossero determinati di spezzare un indegno giogo; ma non pertanto ricaddero dovunque sotto la catena che gli aveva oppressi. Non mancarono ai cospiratori nè segreto, nè ardire, nè fedeltà; tutti eseguirono ciò che avevano progettato, niuno ne raccolse il frutto: tanto è difficile di rovesciare un governo esistente, e tanto l'abitudine dell'ubbidire sostiene la potenza ancora del più odiato tiranno[45]! Odesi spesso accusarsi una nazione di debolezza e di pusillanimità, in ragione del giogo ond'è stata oppressa. Quando vedonsi migliaja d'uomini ubbidire contro l'interesse loro, contro il loro sentimento ad un solo, quando si vedono sottostare ai capricci ch'essi detestano, o diventare gli strumenti delle passioni che essi hanno in orrore, non possiamo non rimproverar loro di servire ove potrebbero comandare, e di non misurare le forze loro colla individuale debolezza di colui ch'essi temono. Sarebbe infatti vantaggioso che questo pregiudizio si stabilisse nell'opinione, e che la vergogna si associasse alla servitù. Forse i popoli farebbero allora per l'onore ciò che non fanno per la libertà[46]. Pure ingiustizia sarebbe il condannare una nazione soltanto a motivo del giogo che ha sopportato. Trovasi tanta potenza nell'organizzazione sociale, le forze di tutti sono così ben dirette dal despota contro ogni individuo, che per poco che questi o il suo ministro sia destro, coraggioso, vigilante, è sempre in tempo d'opprimere i suoi scoperti nemici col braccio medesimo de' suoi segreti nemici; in modo che la più nobile e più generosa nazione non è bastantemente forte per difendersi scopertamente dal suo tiranno. È dato solamente di poter congiurare a colui che co' deboli suoi mezzi personali vuole lottare coll'uomo che dispone della polizia, dell'armata, del tesoro. Molti, cedendo ad una nobile ripugnanza, rifuggono da tale intrapresa, perchè vi scorgono qualche apparenza di dissimulazione e di tradimento; non riconoscono che l'estremo pericolo nobilita i mezzi meno virtuosi, e che l'assassino di un tiranno dev'essere più coraggioso assai, che il granatiere che prende una batteria colla bajonetta. Per altro quest'opinione indebolisce ancora il partito de' cospiratori; spesso allontana da loro, nell'istante del pericolo, quelli che il giorno innanzi parevano partecipare ai sentimenti loro; e l'uomo coraggioso, che si è fatto l'organo delle volontà di tutto un popolo, e lo strumento delle sue vendette, perisce sul patibolo per le mani di quei medesimi ch'egli servì[47].

[45] _Tutti eseguirono ciò che avevano progettato, niuno ne raccolse il frutto_; quale più utile lezione di questa per convincere gl'incauti che pensassero di tentare novità contro uno stato qualunque! _N. d. T._

[46] L'autore, che altrove conosce per legittime le tre specie di governo ammesse da Aristotele, ed in particolare il governo monarchico che si mantiene con buone e sagge leggi fatte pel bene de' suoi popoli, è cosa manifesta, che qui non parla che de' governi rigorosamente chiamati tirannici; e sarebbe assurdo il credere che chiamasse vergognosa la servitù, o per meglio dire sudditanza verso il pacato governo di una monarchia legittima, e la di cui successione è regolata da leggi riconosciute universalmente; il che certamente non accadeva ne' principati che precedettero il XIV secolo in Italia, tranne quello della santa sede, del Monferrato, ec. _N. d. T._

[47] Ecco l'indubitata sorte del cospiratore. È stato dai politici osservato, che le congiure dei pochi non riescono, perchè allora le forze dei cospiratori sono deboli, e che le congiure, dove prendono parte molti complici, vengono scoperte prima che abbiano esecuzione. Dunque, dice il nostro autore, non è dato di congiurare che all'individuo. Ma l'individuo non sarà mai il rappresentante della volontà del popolo, che anzi quasi tutti gli esempi di antiche e moderne cospirazioni individuali ci dimostrano, che personale odio e desiderio di privata vendetta pongono il pugnale in mano del cospiratore, non il desiderio di rendersi utile alla patria, che non può non detestare colui che turba l'ordine e la tranquillità del governo. _N. d. T._

La storia d'Italia, ove gli avvenimenti si presentano e si accumulano, ove tutte le passioni hanno libero sfogo, ove tutte le instituzioni si combinano in mille modi, ci presenta sotto variate forme questi sforzi dei popoli e degl'individui per iscuotere il giogo della tirannide. Noi vi vediamo a vicenda aperte ribellioni e congiure; vediamo cospirare a vicenda a favore d'una stirpe reale, o di un sovrano risguardato come più legittimo, ed in favore della repubblica; vi vediamo tutte le lotte, quella della sublime lealtà, quella della fiera nobiltà e quella della libertà. Malgrado i diversi principj che servono di fondamento alla politica d'ogni uomo, non avvene alcuno, che non debba in così vasto numero di cospirazioni trovarne una che non gli sembri legittima; non avvene alcuno, che non debba associarsi di cuore a qualcuna delle intraprese tendenti a rimettere o il governo reale dell'antica dinastia, o la vecchia aristocrazia, o la libertà, o il regno glorioso d'un condottiere, o il dominio della Chiesa; non avvene alcuno, che ardisca considerare il potere, qualunque egli siasi, come sempre ugualmente sacro; ed un più liberale sentimento dovrebbe insegnargli, che tutte le congiure meritano un certo grado d'ammirazione[48], quando ancora appariscono colpevoli ai suoi occhi, per lo scopo che si propongono i congiurati; imperciocchè in tutte si trova un grande sagrificio di sè medesimo ad un interesse più sublime di sè, un grande sagrificio della sua persona ad una nobile causa, un grande spaventoso pericolo, posto in non cale a fronte di lontane speranze[49].

[48] Ciò sarà, quando uno cospira contro un usurpatore a favore del legittimo antico governo, che per secoli aveva formata la felicità d'un popolo, ma non quando la cospirazione tende a rovesciare il legittimo regnante per sostituirvi l'anarchia o un tiranno. _N. d. T._

[49] Le difficoltà infinite che incontra il cospiratore, l'evidente pericolo di morte, ed anche d'infamia pubblica per le arti del tradimento che è forzato usare, devono ritrarre chiunque da così enorme attentato; ed il nostro autore, ponendo in vista al lettore tutti questi pericoli, le difficoltà e la mala riuscita che le congiure sortono quasi sempre, tende ad incutere un salutare terrore in chiunque osasse soltanto pensare a fare novità contro uno stabile legittimo governo. _N. d. T._

Tra le congiure che scossero l'Italia nel 1476, la prima a scoppiare fu quella di Ferrara. Niccolò d'Este, figlio del marchese Lionello, viveva in allora a Mantova presso suo cognato; molti emigrati ferraresi lo avevano seguito, risguardandolo come il rappresentante ed il legittimo erede di Lionello e di Borso, i due più amabili principi che avesse fin allora prodotti la casa d'Este, e gli andavano insinuando che tutto il popolo era partecipe del loro attaccamento e del loro rammarico. In ciò confidando, Niccolò cercava i mezzi di rientrare in Ferrara, non dubitando, che, ove giugnesse una volta a superare le mura della città, non fosse da tutto il popolo salutato per sovrano. Il marchese di Mantova, suo cognato, permettevagli d'adunare soldati nel suo territorio, e Galeazzo Sforza, sempre geloso de' suoi vicini, sebbene non covasse verun progetto contro di loro, gli somministrava danaro, e prometteva soccorsi. Frattanto la città di Ferrara trovavasi accidentalmente aperta; eransi in più luoghi atterrate le sue mura, per rifabbricarle dietro un nuovo piano; e Niccolò aveva ogni giorno fedeli avvisi di ciò che facevasi nella corte di suo zio. Seppe che il primo settembre del 1746 Ercole uscirebbe di buon mattino di città per recarsi alla sua casa di Belriguardo; e lo stesso giorno giunse da Mantova a Ferrara con cinque vascelli aventi a bordo cinquecento uomini d'infanteria; entrò per la breccia, che aprivasi nelle mura di mano in mano che si andavano rifacendo, e corse subito le strade, facendo ripetere innanzi a lui il suo grido di guerra: _La vela!_ In pari tempo promise al popolo di rendergli l'abbondanza, mentre che la cattiva amministrazione d'Ercole aveva fatto crescere il prezzo del frumento; annunciò l'arrivo di quattordici mila uomini, che gli avevano dati per quest'intrapresa il duca di Milano ed il marchese di Mantova, ed invitò i cittadini a prendere le armi, senza aspettare che le truppe straniere gli sforzassero a riconoscerlo per loro legittimo sovrano.

Don Sigismondo, fratello del duca, al primo sentore di questo tumulto, erasi frettolosamente chiuso in Castelvecchio con donna Leonora d'Arragona sua sposa; ma non vi aveva vittovaglie per tre giorni. Ercole, cui alcuni fuggiaschi avevano annunciato l'ingresso in Ferrara di una numerosa armata, omai rinunciava alla speranza di riprendere la città, ed adunava soltanto i suoi soldati a Reggenta ed a Lugo per difendere queste due fortezze. Intanto niun Ferrarese aveva ancora prese le armi per unirsi a Niccolò, il quale vedendo d'aver corse invano tutte le strade, chiamando il popolo in suo soccorso senza che alcuno si muovesse, cominciava a scoraggiarsi. Eransi contati i soldati che lo seguivano, e sprezzavasi il loro piccolo numero; non vedevasi giugnere l'armata ch'egli aveva annunciata, e cominciavasi a non dare più fede alle sue parole. Don Sigismondo, testimonio della mala riuscita del suo avversario, si fece ancor egli a chiamare i Ferraresi in ajuto del loro sovrano. Corse il borgo del Leone, e la grande strada della Giudecca, e tutti gli abitanti presero per lui le armi. Di mano in mano che Niccolò vedeva ii popolo attrupparsi, egli abbandonava i quartieri della città uno dopo l'altro senza venire alle mani. Finalmente riconoscendo la sua impresa disperata, uscì di Ferrara, attraversò il Po e fuggì colla sua gente. Ma i contadini, di già contro di lui sollevati, occupavano tutti i passaggi per fermarlo. Egli cadde infatti in loro potere colla maggior parte di coloro che lo accompagnavano, e fu ricondotto a Ferrara. Il duca Ercole, suo zio, lo fece subito decapitare, e la stessa sorte toccò ad Azzo d'Este suo cugino. Vennero appiccati venticinque de' suoi complici; e così severa giustizia atterrì tutti i nemici del duca Ercole, la di cui successione, assicurata lo stesso anno dalla nascita di suo figlio Alfonso, più non venne in seguito contrastata[50].

[50] _Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 250, 251. — Diario Sanese di Allegretto Allegretti, t. XXIII, p. 776._ — Gio. Battista Pigna, che nel 1572 dedicò la sua storia dei principi d'Este ad Alfonso II, la chiude col 21 luglio del 1476, epoca della nascita del figlio d'Ercole, che fu poi Alfonso I. Termina cinque settimane prima della morte di Niccolò, ch'egli stesso indubitatamente risguarda come una macchia alla memoria d'Ercole. Il Pigna è un adulatore de' suoi principi, ed uno scrittore credulo; tutta la prima parte della sua storia non è meno favolosa che la genealogia innestata, quasi nella stessa epoca, dall'Ariosto e dal Tasso ne' loro poemi. Ma gli ultimi quattro libri, che comprendono gli anni 1472 al 1476, sono di grandissimo ajuto alla storia d'Italia: sono elegantemente scritti; gli avvenimenti delle altre parti dell'Europa, ed in particolare quelli che si riferiscono alla casa d'Este in Germania sono introdotti con arte; e quando la gloria della casa d'Este non è compromessa, i fatti vengono giudicati con abbastanza di buona critica e d'imparzialità.

I primi movimenti contro Galeazzo Maria Sforza scoppiarono in Genova, e furono quasi simultanei colla congiura di Ferrara. In forza del trattato che Genova aveva fatto col duca Francesco Sforza, quando si pose sotto la sua signoria, questa repubblica, lungi dal rinunciare alla sua libertà, pareva averla vie meglio consolidata. Vero è che aveva ammessi nelle sue mura un governatore ed una piccola guarnigione; ma questa straniera forza era appena bastante per comprimere i tumultuosi movimenti delle fazioni, per impedire quelle rivoluzioni, quelle frequenti convulsioni, che ne' precedenti anni avevano esaurita la città d'uomini e di danaro. Altronde il duca si era obbligato a non accrescere il numero dei soldati, nè le fortificazioni della cittadella.

Riceveva annualmente da Genova un tributo di cinquanta mila ducati, somma appena bastante al mantenimento della guardia della città e delle fortezze. E non solo non aveva il diritto di accrescere questa contribuzione, ma non poteva nemmeno immischiarsi nel modo di levarla. Così non poteva aver parte alla legislazione, all'amministrazione della giustizia, ed al governo interno della città[51].

[51] _Ant. Galli Comm. Rer. Gen. ab anno 1476 ad an. 1478, Rer. Ital., t. XXII, p. 263._