Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 20

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«A cagione di questa follìa furono prese ed imprigionate molte persone di qualità della detta città d'Arras, ed altre persone di minor conto; e vennero talmente angustiate e così terribilmente tormentate, che gli uni confessarono essere loro accaduto tal caso, come abbiamo detto, e molti di più confessarono d'avere veduti e conosciuti nelle loro adunanze molti ragguardevoli personaggi, prelati, signori ed altri, governatori di balliagi e di città, val a dire coloro, secondo la fama comune, che gli esaminatori loro nominavano e ponevano in bocca, onde a forza di pene e di tormenti essi gli accusavano e dicevano che veramente gli avevano veduti, e questi, così nominati, venivano subito dopo imprigionati, e posti alla tortura tanto e così lungamente, e tante volte, ch'erano forzati a confessare; e furono quelli che appartenevano al basso popolo giustiziati e bruciati inumanamente. Altre più potenti e ricche persone si ricomperavano a forza di danaro per ischivare le pene e le vergogne che loro si facevano; e tali altri vi furono dei più grandi, che furono ammoniti e sedotti dagli esaminatori, che loro davano ad intendere, e loro promettevano, se confessavano il caso, che non perderebbero nè corpo nè roba. V'ebbero alcuni che soffrirono con maravigliosa pazienza e costanza le pene ed i tormenti, ma nulla confessarono a loro danno... e non devesi qui tacere ciò che molti uomini dabbene hanno abbastanza conosciuto, che questa maniera di accusa fu una cosa inventata da certi scellerati per incolpare, distruggere o disonorare, o per desiderio di vendetta, alcune ragguardevoli persone, contro le quali nudrivano inveterato odio.»

Soltanto a motivo di questo sospetto lo storico ardisce questa volta parlarne liberamente. Quasi ogni anno s'incontrano indizj di somiglianti persecuzioni in uno o in altro luogo; ma i cronicisti, risguardandole come giuste e sante, non le ricordano ordinariamente che con una parola.

I domenicani non volevano acconsentire che la civile autorità riconoscesse le loro sentenze, sebbene all'autorità secolare spettasse l'esecuzione delle medesime. Innocenzo VIII scriveva, il 30 di settembre del 1486, al vescovo di Brescia: «Nostro diletto figlio, frate Antonio da Brescia, inquisitore dell'eretica pravità in Lombardia, avendo condannati alcuni eretici dei due sessi, come impenitenti, ed avendo richiesti gli ufficiali di giustizia di Brescia di eseguire la sua sentenza, abbiamo udito con estrema sorpresa che gli ufficiali avevano ricusato di fare giustizia, e di eseguire i giudizj della santa inquisizione, se loro non facevasi conoscere il processo. In conseguenza vi commettiamo ed ordiniamo colle presenti, di ordinare ed ingiungere agli ufficiali secolari della città di Brescia, di dare esecuzione ai processi che voi avrete giudicati, senza appello e senza che siano altrimenti riveduti, nel termine di sei giorni dopo esserne stati legittimamente richiesti, sotto pena di scomunica, e di tutte le censure ecclesiastiche, che incorreranno per la sola disubbidienza, senza nuova promulgazione[425].»

[425] _Bullarium Rom. Innoc. VIII, Constit. X. — Apud Raynaldum Ann. Eccl. 1486, § 57, t. XIX, p. 377._

Così non fu nè la barbarie de' secoli di mezzo, nè un ardente ed entusiasta zelo, in un tempo in cui la religione riscaldava tutti gli animi, che accesero i roghi dell'inquisizione. Non fu nè meno la necessità di difendere la Chiesa contro i progressi de' novatori, come fu da taluno supposto. Le più furiose persecuzioni e le più implacabili, che macchiano la storia del clero, sono anteriori di quarant'anni alle prime prediche della riforma; esse sono contemporanee del più grande incremento delle lettere, della filosofia, della coltura dell'umana ragione, prima di quest'epoca memorabile; esse cominciano pure dall'istante in cui la corte di Roma era giunta all'estremo grado di corruzione, e sono la nuova e spaventosa conseguenza dei compensi, che questa stessa corruzione aveva fatto adottare ai credenti. Agli occhi di Sisto IV, d'Innocenzo VIII, di Alessandro VI, si cancellava la macchia del delitto pel rigore con cui si conservava la purità della fede. Bastava una persecuzione per lavare la vergogna di mille spergiuri, di mille impurità, di mille delitti. Coloro che in gioventù, o in matura età avevano ceduto alla forza del temperamento, o ai furori dell'ambizione e della vendetta, potevano di tutto ottenere il perdono, se negli estremi istanti della loro vita accendevano il rogo per i Giudei, per i Mori, per gli eretici. Questa spaventosa morale, dominante in Ispagna, predicata in Italia, sostenuta in tutta la cristianità dalle bolle dei papi, stendevasi rapidamente verso i paesi meno illuminati. Difficil cosa è il prevedere quale sarebbe stato il termine di questa spaventosa progressione, se la rivoluzione di una parte della Germania contro la tirannia di Roma non avesse, dopo una lunga lotta, costretti i papi a rinunciare a questa sanguinaria intolleranza, ch'era per loro diventata lo scopo unico della religione[426].

[426] A difesa della chiesa romana ho di già indicata la _Storia delle rivoluzioni delle chiese protestanti_ di monsignor Bossuet, cui di nuovo per l'ultima volta rimetto il lettore cattolico. _N. d. T._

Il collegio de' cardinali, così zelante di mantenere la purità della fede, non ebbe appena notato lo spergiuro del capo della Chiesa, che, nel mese di marzo del 1489, Innocenzo VIII, in disprezzo de' suoi giuramenti, aggiunse sei nuovi cardinali al concistoro, sebbene questo collegio non si fosse ridotto al di sotto di ventiquattro membri; per lo contrario l'annalista ecclesiastico approva tale condotta, perchè le condizioni imposte dai cardinali, mentre la Chiesa era priva del suo pastore, sono dichiarate nulle da una costituzione d'Innocenzo VI. Ma lo stesso annalista Raynaldi, sempre così affezionato alla santa sede, disapprova che «con un vergognoso esempio di disprezzo per la disciplina ecclesiastica, Innocenzo VIII avesse nominato cardinale il figlio adulterino di suo fratello, ed il cognato ancora fanciullo del suo proprio bastardo[427].» La seconda di queste elezioni, che muove l'indignazione di così ortodosso scrittore della Chiesa, è quella di Giovanni, figliuolo di Lorenzo de' Medici, che fu poi Leon X. In fatti non aveva che tredici anni, e lo scandalo di dare alla Chiesa un principe così giovane era uno di quelli, contro i quali il giuramento d'Innocenzo VIII avrebbe dovuto metterlo in guardia. Per altro provò qualche vergogna di un'elezione disapprovata da molti membri del sacro collegio, ed impose per condizione al giovanetto Medici di non prendere l'abito della sua fresca dignità, e di non venire a Roma per sedere in concistoro prima che passassero altri tre anni, ed avesse compiuto il sedicesimo anno[428].

[427] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1489, § 19, p. 396._

[428] _Ann. Eccl. ex Burchardi Diariis, 1489, § 21, p. 397. — Istorie di Gio. Cambi, t. XXI, p. 63._ — La cerimonia dell'invio del cappello e della consacrazione di Giovanni de' Medici si fece nell'abbadia di Fiesole il 9 gennajo del 1492. — _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 186_; e più circostanziatamente _Roscoe Life of Lorenzo Appendix, § 65_. — Roscoe ha pure riprodotta una lettera di Lorenzo a suo figlio intorno ai suoi doveri ed alla condotta da tenersi nel sacro collegio, dov'era il più giovane, non solo de' cardinali presenti, ma di quanti cardinali vi erano stati in addietro. _Ivi, § 66, t. IV, p. 89._

La stretta alleanza tra Lorenzo dei Medici ed Innocenzo VIII, conseguenza della debolezza del papa, veniva in tal modo ad innalzare sopra nuovi fondamenti la grandezza della casa de' Medici. Frattanto Lorenzo andava ogni dì più aggravando il giogo de' suoi concittadini: in principio del 1489 osò castigare con una ributtante insolenza il gonfaloniere Neri Cambi, che usciva allora di carica, per avere sostenuti i diritti della sua magistratura, ed ammoniti, senza avere prima consultato Lorenzo, alcuni gonfalonieri delle compagnie, che non si erano prestati a fare il loro dovere. Si trovò che tale condotta era troppo orgogliosa in faccia a Lorenzo, _principe del governo_, e questo nome di principe, fin allora sconosciuto ad una libera città, cominciò a pronunciarsi in Firenze[429].

[429] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 184-186. — Istorie di Gio. Cambi, t. XX, p. 39._ Questo storico era figlio del gonfaloniere Neri Cambi ammonito in quest'occasione.

La conseguenza di questo cambiamento fu di privare la storia di Firenze di ogni movimento e di ogni interesse. Tutta la politica della repubblica si concentrò nel gabinetto di Lorenzo de' Medici, e si trovò per conseguenza sepolta nel silenzio e nel segreto. I suoi encomiatori scrissero, ch'egli aveva mantenuto l'equilibrio d'Italia, che aveva dissuaso Innocenzo VIII dal muovere guerra a Ferdinando, dopo averlo scomunicato nel 1489, e dichiarato decaduto dal trono[430], che aveva impedito al duca di Calabria di prendere colle armi la difesa di Giovanni Galeazzo Sforza, suo genero, contro Lodovico il Moro, per ultimo che costantemente era stato il garante ed il mediatore della pace d'Italia. Quest'azione continua di Lorenzo dei Medici è possibile, non improbabile; ma non trovasene indizio negli storici fiorentini. Questa repubblica, centro in altri tempi di tutte le negoziazioni d'Italia, pareva che si andasse rendendo straniera a tutti i grandi interessi di questa contrada. I suoi annali sono vuoti. Scipione Ammirato passa rapidamente sui nomi di molti gonfalonieri senza contrassegnare la loro amministrazione con veruno avvenimento[431]. Anche gli altri storici passano quest'epoca sotto silenzio, più non si sentendo tirati a scrivere la storia, quando gl'interessi della patria più non erano quelli di ogni cittadino.

[430] _An. Eccl. Raynaldi, 1489, § 8 e 9, p. 394._

[431] _Scipione Ammirato, t. XXVI, p. 184-185._

In questo universale silenzio richiama la nostra attenzione un avvenimento quasi domestico. Lorenzo de' Medici, sempre impegnato nel commercio ch'egli non esercitava personalmente, nè conosceva, lasciava i suoi affari nelle mani di commessi e di agenti stabiliti in varie piazze dell'Europa. Questi, risguardandosi quali ministri di un principe, si trattavano con ridicolo lusso, ed aggiungevano la negligenza alla prodigalità. Le immense sostanze che Cosimo aveva lasciate ai suoi nipoti furono dissipate da un lusso insensato; ma lungo tempo le obbligazioni de' ricevitori della repubblica cuoprirono il vuoto delle operazioni della banca. Tutte le entrate dello stato erano così distrutte, passavano in totalità nelle mani dei commessi della casa dei Medici, e venivano dissipate, come gli altri beni di questa casa, prima di essere riscosse. Giunse l'istante in cui tali ruinose operazioni non si poterono continuare, e giunse in mezzo alla pace, che avrebbe dovuto metter fine alle ristrettezze delle finanze della repubblica. Il 13 agosto del 1490, la signoria ed i consigli furono costretti a nominare una commissione di diciassette membri, onde ristabilire l'equilibrio tra le monete, le gabelle e tutte le finanze dello stato. Tale era la corruzione in cui caduta era questa nobile città, che questa commissione non si vergognò di disonorare la patria con un fallimento, per risparmiarlo alla casa Medici. Il debito pubblico, il di cui merito era fissato al tre per cento, si ridusse a non rendere che l'uno e mezzo, e, la diffidenza accrescendo ancora questa riduzione, i _luoghi di monte_, ossia le azioni di cento scudi, che prima di questo editto si vendevano a ventisette scudi, caddero ad undici e mezzo. Le pie istituzioni fatte dalla repubblica o da moltissime famiglie per pagare doti alle figlie che si maritavano, furono soppresse; e soltanto ne fu promesso il frutto dopo vent'anni, in ragione del sette per cento[432]. Poco dopo questi magistrati, che si facevano chiamare i _Riformatori_, screditarono le monete in corso, dichiarando che più non si riceverebbero nelle pubbliche casse, che colla perdita del quinto del loro valore. Intanto la signoria continuava ella stessa a darle in pagamento al corso plateale, onde questo scredito fu una fraudolente invenzione di accrescere di un quinto le entrate dello stato, senza che emanasse un'apposita legge dai consigli che potevano avere il diritto di stabilire le imposte[433]. Essendosi per tal modo salvata a spese della patria la fortuna di Lorenzo de' Medici, egli sentì quanto fosse imprudente consiglio il lasciarla ancora esposta in un ruinoso commercio, ed impiegò i capitali, che gli erano rimasti, nell'acquisto di vasti poderi[434].

[432] _Istorie di Gio. Cambi, t. XXI, p. 54._

[433] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 185. — Machiavelli, l. VIII, p. 448._

[434] _Ann. Bononienses Hier. de Bursellis, t. XXIII, p. 906._

Gli annali di Bologna, repubblica per tanti anni alleata di Firenze, e che aveva avuto in Italia quasi la stessa considerazione, erano egualmente senza interesse, dopo che un potente cittadino aveva abusato del credito acquistato con lunghi servigi dalla sua famiglia, impadronendosi di tutto il potere. Giovanni Bentivoglio occupava in Bologna, fino dal 1462, precisamente lo stesso grado, che Lorenzo de' Medici aveva a Firenze. Come Lorenzo, egli era circondato di artisti e di distinti letterati, che con un efimero splendore abbagliavano i Bolognesi intorno alla perdita della loro libertà. Come Lorenzo, aveva contratti parentadi con famiglie sovrane: Annibale, il primogenito de' suoi quattro figli, aveva sposata la figliuola di Ercole, duca di Ferrara[435]; Violanta, una delle sette sue figlie, sposò, nel 1480, Pandolfo Malatesta, signore di Rimini; ed abbiamo di già parlato dell'altra sua figlia Francesca, moglie del principe di Faenza, da lei assassinato. Come il Medici, anche il Bentivoglio dava ai popoli splendide feste, e loro presentava, in cambio dei perduti diritti, lo splendore e lo spettacolo di una corte: ornava, come egli, la sua residenza di sontuosi edificj, di palazzi e di chiese, unico argomento degli annali di Bologna[436]. Il Bentivoglio superava il Medici in virtù militari; poteva egli stesso comandare le sue armate; faceva fare ai suoi figli il mestiere di condottiere, ed egli non era costretto di fidarsi totalmente a braccia mercenarie, per difendere il suo stato; ma il Bentivoglio per molti altri rispetti era inferiore al Medici. Egli non aveva quel gusto, quell'eleganza, che fecero dimenticare nel Medici l'oppressore della repubblica fiorentina, per non ravvisare in lui che il protettore delle lettere. Al Bentivoglio mancavano però quella facilità di carattere, quella dolcezza nel privato conversare co' suoi famigliari, che guadagnarono a Lorenzo tanti illustri amici, la di cui testimonianza non lascia di fare illusione anche al presente.

[435] _Ann. Bonon. Hier. de Bursellis, p. 908._

[436] _Ivi, p. 903, 906, et passim._

Per altro la grandezza del Bentivoglio risvegliava tanta gelosia in Bologna, quanta il Medici in Firenze: la famiglia dei Malvezzi nella prima città, siccome quella de' Pazzi nell'altra, non sapeva ridursi a scendere al grado di suddita, dopo avere gustata l'eguaglianza. Giulio, figlio di Virgilio Malvezzi, e Giovan Filippo e Girolamo, figli di Battista Malvezzi, ordirono una congiura per uccidere Giovanni Bentivoglio. Furono scoperti, il 27 di novembre del 1488, prima di averne tentata l'esecuzione: molti loro compagni fuggirono, come pure Girolamo e Filippo Malvezzi, ma Giovanni Malvezzi, Giacomo Barzellini, ed altri diciotto loro complici furono appiccati; tutti i membri della numerosa famiglia Malvezzi vennero esiliati nella susseguente mattina, sebbene non avessero avuto parte nella congiura, ed i loro beni furono confiscati. Perfino due monache che trovavansi nel convento di sant'Agnese, furono trasportate a Modena, perchè portavano quell'odiato nome; e la congiura dei Malvezzi, cagionando la ruina di una casa, che in opinione ed in ricchezze aveva in Bologna il secondo posto, non servì che ad accrescere la potenza di coloro contro i quali era diretta[437].

[437] _Hier. de Bursellis, p. 907-908. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 281. — Stef. Infessura, Diario di Roma, p. 1222._

La città di Perugia, che molto tempo aveva figurato tra le repubbliche della Toscana, non andava esente da turbolenze press'a poco simili, sebbene avesse perduta la sua indipendenza, la sua popolazione e l'antica sua ricchezza. Sempre divisa tra le due fazioni degli Oddi e de' Baglioni, la loro guerra civile aveva avuto fine nel 1489 coll'esilio dei primi, e di tutti i superstiti della famiglia di Braccio da Montone[438]. Questi esiliati, coll'ajuto del duca d'Urbino, e col segreto assenso d'Innocenzo VIII, trovarono mezzo di tornare in Perugia il 6 giugno del 1491, alle quattr'ore di notte. Molto si ripromettevano dalle intelligenze che credevano di trovare in città; ma per lo contrario, appena scoperti, vennero caldamente attaccati da tutti i cittadini. All'incirca cinquanta degli emigrati rientrati furono uccisi in questa zuffa, altri cento di già coperti di ferite furono fatti prigionieri, e subito appiccati. Il protonotaro Fabricio ed un altro prelato, chiamato Ridolfo, principali capi della fazione degli Oddi, furono uccisi; ed il papa, udendo la sconfitta della parte ch'egli aveva mostrato di spalleggiare, non si mostrò difficile ad accordare ai figli dei vincitori i beneficj de' preti morti in questa battaglia[439].

[438] _Stef. Infessura, Diario di Roma, p. 1222._

[439] _Ivi, p. 1237. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 96._

Per ultimo la città di Genova non era in allora più libera delle altre repubbliche sue alleate. La rivoluzione dell'ottobre del 1488 l'aveva assoggettata al duca di Milano, ed Agostino Adorno la governava a suo nome; ma perchè poco prima una fazione aveva implorata la protezione del re di Francia, offrendogli la signoria della loro patria, Lodovico il Moro, per conciliare queste pretese con quelle del potente suo vicino, aveva domandato di tenere Genova come un feudo mobile della corona di Francia, ed infatti ne aveva avuta l'investitura a tal patto nel 1490[440].

[440] _Barth. Senaregae de Reb. Genuens., t. XXIV, p. 525. — Philiph. de Comines, Mémoires, l. VII, chap. III, p. 151._

Gli altri stati dell'Europa, distrutti in tale epoca da intestine guerre, esercitavano poca influenza sulla politica italiana; quindi il riposo che si godeva in sul declinare del quindicesimo secolo, quel riposo tanto vantaggioso alle lettere ed alle arti, e che fu celebrato da tutti gl'Italiani in confronto alle lunghe e sanguinose guerre che dovevano cominciare tra poco, non era altrimenti il frutto della politica di un uomo, ma il risultamento di un'unione di circostanze che non potevano lungamente durare. La Francia, di dove il turbine doveva bentosto piombare sull'Italia, non era per anco apparecchiata a sostenere la premeditata guerra. Nella sua giovinezza Carlo VIII aveva di già concepito il progetto di conquistare il regno di Napoli, progetto che eseguì in breve con un successo affatto sproporzionato alle sue forze ed a' suoi talenti[441]. Ma la rivalità fra la signora di Beaujeu, sua sorella, governatrice del regno, ed il duca d'Orleans, la guerra contro il duca di Bretagna, e l'altra contro Massimiliano, figliuolo di Federico III, che per parte di sua moglie aveva ereditata la casa di Borgogna, tenevano in allora la Francia occupata in troppo pressanti interessi, perchè si potesse prevedere, che tutt'ad un tratto porrebbe da banda ogni altro pensiero per iscendere con tutte le sue forze in Italia.

[441] _Phil. de Comines Mémoires, l. VII, chap. V, p. 158._

Massimiliano, che dal canto suo vi doveva portare la guerra ora come rivale, ed ora come alleato del monarca francese, trovavasi in allora implicato in contese ne' Paesi Bassi. In luglio del 1477 egli aveva sposata Maria, erede della Borgogna, l'aveva perduta il 28 marzo del 1482, e dopo tale epoca i suoi sudditi avevano cominciato a contrastargli la reggenza de' suoi stati, ed il diritto di allevare suo figliuolo Filippo. Massimiliano fu tenuto nove mesi loro prigioniere a Bruges; ed allora poco pensava a far valere i diritti di re de' Romani, acquistati nel 1484, od a scendere in Italia per proteggere Innocenzo VIII, che caldamente lo invitava nel 1490[442].

[442] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1490, § 5, 6 e 7, p. 498. — Spiegel der Ehren. B. V, c. XXXII, p. 936, c. XXXV, p. 978._

Federico III, suo padre, giunto all'estrema vecchiaja, dopo cinquant'anni di regno, non poteva mostrare quel vigore, di cui non aveva nemmeno date prove in gioventù. Egli non aveva saputo nè respingere i Turchi, nè farsi rispettare dai Tedeschi, nè conservare i diritti della sua corona. Trattando ingiuste guerre contro Mattia Corvino, l'eroe dell'Ungheria, non aveva saputo difendere contro il medesimo la propria eredità. L'Austria era invasa, ed egli andava errando d'una in altra città imperiale, o d'uno in altro convento, vivendo alle spese di coloro che gli davano ospitalità[443].

[443] _Spiegel der Ehren. der Erzhauses von Oesterreich, B. V, c. XXXI, p. 926._ — Il Fugger enumera ventisei diverse guerre fatte da questo sovrano. _Ivi, B. V, c. XLI, p. 1073._

Mattia Corvino, re d'Ungheria, il solo che avesse avuta la gloria di fermare Maometto II in mezzo alle sue conquiste, e con ciò forse quella di avere salvata la cristianità, si era trovato più implicato nella politica d'Italia che verun altro de' suoi predecessori, tranne Luigi il Grande della casa d'Angiò. La sua alleanza con Venezia, il suo matrimonio con Beatrice d'Arragona, figlia di Ferdinando, e cognata d'Ercole, duca di Ferrara, la sua ubbidienza ai voleri del papa, e le sue guerre coll'imperatore, aveva moltiplicate le sue relazioni cogli Italiani; ma egli morì il 5 d'aprile del 1490[444]. Cinque pretendenti si presentarono per avere la sua corona. Giovanni Corvino, suo figlio bastardo, era fra tutti quello che per avere ereditate quasi tutte le paterne virtù, pareva assistito da migliori diritti: non pertanto gli fu preferito Uladislao, re di Boemia, e figlio del re di Polonia. Ma tale elezione fu cagione all'Ungheria di estreme ruine. I Tedeschi, i Polacchi, i Turchi ed i malcontenti Ungari se ne contesero le province; tutte le chiese cristiane furono incenerite fino a Varadino, la Croazia e la Transilvania furono saccheggiate nel 1491, e Schabatz, il baluardo della Cristianità, fu assediato dai Musulmani. Alba reale e Schabatz non vennero per altro in potere dei Turchi; ma Paolo di Kinitz, che fece levare l'assedio nel susseguente anno, macchiò la sua vittoria, trattando i suoi prigionieri con ispaventose crudeltà[445].

[444] _Bonfinius de reb. Hung., D. IV, l. VIII, p. 672. — An. Eccl., 1490, § 10, 11, p. 399. — Marin Sanuto vite dei Duchi di Venezia, p. 1247. — Diar. Ferrar., p. 281. — Spiegel der Ehren, B. V, c. XXXVIII, p. 1023._

[445] _Bonfinius Rer. Ung., D. V, l. II, p. 717. — An. Eccles., 1491 § 14, p. 405. — Spiegel der Ehren, B. V. c. XXXVIII, p. 1024._