Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 2

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Frattanto tutti gl'interessi della Chiesa e della Cristianità erano sagrificati all'ingrandimento de' nipoti. Leonardo della Rovere fu nominato prefetto di Roma, sposò una figlia naturale di Ferdinando, ed in occasione di questo matrimonio Sisto IV abbandonò al re di Napoli il ducato di Sora, Arpino e tutti i feudi che Pio II aveva acquistati alla Chiesa nell'ultima guerra, e che Paolo II aveva così vigorosamente difesi. Nello stesso tempo Sisto condonò a Ferdinando, non senza eccitare violenti lagnanze nel sacro collegio, quel tributo arretrato che aveva fatto temere di guerra tra il re di Napoli e la santa sede[15], e lo dispensò da tale obbligo a vita; formò in tale maniera con danno della sua Chiesa la più stretta alleanza col governo di Napoli. Giuliano della Rovere, che Sisto IV creò cardinale, e che arricchì di beneficj ecclesiastici, fu poi papa Giulio II. Girolamo Riario sposò, pel credito dello zio, Catarina, figlia naturale di Galeazzo Sforza, duca di Milano, che gli portò in dote la contea di Bosco, presso alle Alpi liguri, e ciò che più stimavasi dal papa, la protezione della casa Sforza[16]. Ma ciò non bastava all'ambizione del pontefice; nel 1473 fece comperare per Girolamo, da suo fratello Pietro, pel prezzo di quaranta mila ducati d'oro la città ed il principato d'Imola, ove Taddeo Manfredi, che in allora sosteneva una guerra civile contro sua moglie e suo figlio, a stento si manteneva[17].

[15] _Vitae Roman, Pont. t. III, p. II, p, 1059. — Card. Papiens. Epist. 439, p. 760. — Ann. Eccl. 1472, § 56, p. 247._

[16] _Hieron. de Bursellis Ann. Bonon., p. 901._

[17] _Vitae Roman. Pont., t. III, p. II, p. 1060. — Hier. de Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 900._

Sebbene un tale ingrandimento de' nipoti del papa fosse ancora senza esempio negli annali della Chiesa, poteva fin qui spiegarsi per sola cupidigia ed ambizione. Ma la predilezione di Sisto IV per suo nipote, Pietro Riario, che di semplice frate francescano fu fatto prete cardinale del titolo di san Sisto, patriarca di Costantinopoli ed arcivescovo di Firenze, diede luogo a più odiosi sospetti. Pietro Riario, nella fresca età di 26 anni, non era distinto nè per talenti, nè per virtù; e niuno lo conosceva ancora, quando nel quinto mese del pontificato di suo zio fu nominato cardinale. «D'allora in poi, dice Giacomo Ammanati cardinale di Pavia, fu in corte onnipotente. Il suo rango ed il suo fasto sorpassarono tutto quanto creder potranno i nostri nipoti, e tutto quanto hanno potuto vedere i nostri padri. Quando andava a corte o ne usciva, una quantità di persone d'ogni condizione e d'ogni dignità lo accompagnava, ed anguste erano tutte le strade per la folla che lo precedeva e lo seguiva. In casa sua assai più frequenti erano le udienze che quelle del pontefice. I vescovi, i legati, gli uomini d'ogni qualità riempivano sempre la di lui casa. Diede un convito agli ambasciatori di Francia, che superò in sontuosità tutto ciò che l'antichità ed i gentili conobbero in questo genere. Gli apparecchi si continuarono molti giorni; vi si adoperò tutta l'arte degli Etruschi, ed il paese dovette contribuire tutto quanto aveva di raro e di squisito; ogni cosa facendosi al solo oggetto di ostentare un fasto che non potesse superarsi dalla posterità. L'estensione degli apparecchi, la loro varietà, gli ordini degli ufficiali, il numero de' coperti, il prezzo delle vivande, tutto venne accuratamente notato dagl'ispettori, tutto cantato in versi, sparsi poi con profusione non solo nella città, ma in tutta l'Italia. Si ebbe perfino cura di mandarne alcuni esemplari oltremonti[18].»

[18] _Papiens. Card. Epist, 548 ad Francis. Gonzagam cardinalem, p. 821. — Ann. Eccles. 1474, § 22-23, p. 256. — Onofrio Panvinio Vita di Sisto IV ad calcem Platinae, edit. Ven. 1730, p. 456._

Pochi giorni dopo questo banchetto, il di cui fasto insultava ai voti di povertà dell'ordine di san Francesco, in cui era stato allevato il cardinale Riario, Eleonora d'Arragona, figlia di Ferdinando, promessa sposa al duca di Ferrara, giunse a Roma, accompagnata da Sigismondo, fratello d'Ercole, per recarsi presso al consorte; in tale occasione il cardinale Riario spiegò un fasto più stravagante. Per ricevere Eleonora fece innalzare sulla piazza de' santi Apostoli un palazzo tutto risplendente d'oro e di seta. Tutti i vasi destinati al servigio di questa corte, e perfino gli utensili più vili erano d'argento o dorati[19]. Le feste succedevano alle feste, onde il cardinale Riario trovò d'avere spesi in brevissimo tempo cento mila fiorini, e contratti debiti per altri sessanta mila. Per supplire a così disordinate spese, che uguagliavano o superavano l'entrate de' più ricchi sovrani, Riario aveva riunite le più opulenti prelature della Cristianità. Patriarca titolare di Costantinopoli, possedeva nello stesso tempo tre arcivescovadi ed innumerabili altri beneficj.

[19] _Diario di Stefano Infessura, p. 1144. — Gio. Battista Pigna, l. VIII, p. 789._

Bentosto Pietro Riario volle mostrare all'Italia tutta il lusso ostentato in Roma. Recossi con real fasto a Milano, ove giunse il 12 settembre del 1473. Vi fu ricevuto col titolo di legato di tutta l'Italia datogli da Sisto IV. Colà volle far prova di magnificenza in concorso di Giovanni Galeazzo, che non era di lui meno vano. Fu creduto inoltre che si fossero promessi reciproca assistenza nel progetto di farsi, uno re d'Italia, e l'altro papa. Di là il Riario andò a Venezia per cercarvi non solo lo splendore degli onori che gli si tributavano, ma ancora la voluttà. Assicurasi che si abbandonò ad ogni eccesso, oltre le forze della sua costituzione. Spossato da scandalosi stravizj, per altro meno ruinosi ai popoli del suo fasto, morì pochi giorni dopo il suo ritorno a Roma, il 5 gennajo del 1474, dopo di avere dato all'Italia nello spazio di diciotto mesi uno spettacolo il di cui scandalo era fin allora sconosciuto. Con costui ebbe principio il _Nipotismo_, che per lo innanzi si erano avute poche occasioni di rimproverare alla corte di Roma[20].

[20] _Diario di Stef. Infessura, p. 1144. — Roman. Pont. Vitae, p. 1060. — Bernard. Corio Hist. Milan., p. VI, p. 976._

Sisto IV pareva che non potesse dispensarsi dall'avere un favorito, onde prodigargli tutte le ricchezze della Chiesa. Quando perdette Pietro Riario, pianse amaramente, e si affrettò di sostituirgli un altro suo nipote, che la sua giovinezza aveva fin allora tenuto lontano dalla fortuna. Era questi Giovanni della Rovere, fratello di Leonardo e di Giuliano. Sisto IV gli fece sposare Giovanna di Montefeltro, figlia di Federico, conte d'Urbino, il più dotto ed il più virtuoso di tutti i feudatarj della Chiesa. Perchè questa figlia d'un principe non isposasse un semplice particolare, il papa staccò dall'immediato dominio della santa sede, e diede in feudo a Giovanni della Rovere, le città di Sinigaglia e di Mondavio col loro territorio. Richiedevasi per convalidare queste cessioni il consenso del concistoro de' cardinali, e non fu facile l'ottenerlo. Il cardinale Giuliano, fratello del nuovo principe, adoperò le più vive istanze per persuadere i suoi colleghi; il papa acquistò con ricchi beneficj un dopo l'altro i loro voti; onde i più caldi sostenitori degl'interessi della Chiesa furono all'ultimo strascinati dal voto della pluralità[21]. In appresso volle Sisto IV dare nuovo lustro alla dignità del principe che aveva di fresco aggregato alla sua famiglia. Federico di Montefeltro, che faceva prosperare il suo piccolo stato, risguardavasi come uno de' migliori generali d'Italia; aveva sempre sotto i suoi ordini una buona armata, che manteneva come un condottiere, ricevendo il soldo da qualche più potente sovrano. La posizione de' suoi stati nella vicinanza di Roma dava maggior prezzo alla sua alleanza; e il papa per affezionarselo maggiormente lo decorò del titolo di duca d'Urbino, il 21 agosto del 1474, colla pompa medesima e colle cerimonie, che avevano tre anni prima accompagnata la nomina di Borso d'Este al ducato di Ferrara[22]. Bentosto il genero di Federico passò ad una nuova dignità; perchè, essendo morto l'11 novembre del 1745 il di lui fratello Leonardo, gli successe nella carica di prefetto di Roma.

[21] _Card. Papiens. Epist. 589-590, p. 838, 839._ Le citazioni del Raynaldi non si riferiscono esattamente a queste lettere. Indica l'ultima come fosse la 588 e 589. — _Vitae Rom. Pont., t. III, p. II, p. 1062._

[22] _Card. Papiens. Epist. 568, p. 832. — Raynal. Ann. Eccl. 1474, § 21, p. 256. — Vitae Roman. Pontif., t. III, p. II, p. 1062._

L'altro fratello della Rovere, quel cardinale Giuliano, che in età avanzata doveva poi mostrarsi il più bellicoso pontefice, apprendeva in questi tempi l'arte militare nello stato della Chiesa. La città di Todi fu la prima scena delle sue imprese. Erasi veduto ripullulare in questa città l'antica discordia de' Guelfi e dei Ghibellini, che doveva credersi affatto spenta dopo avere per tre secoli tenuta l'Italia divisa. Era stato ucciso Gabriele Castellani, capo de' Guelfi del paese, e Matteo Canali, capo de' Ghibellini, erasi in certa maniera fatto sovrano di Todi. Tutta la provincia si era sollevata per questo avvenimento; e la memoria delle antiche offese aveva risvegliati gli odj con tanto furore, come se le due fazioni discutessero tuttavia i diritti dell'Impero e della Chiesa. Gli abitanti di Spoleti, il conte Giordano Orsini ed il conte di Pitigliano erano accorsi in ajuto de' Guelfi; e Giulio da Varano, signore di Camerino, erasi dichiarato pel contrario partito. Per altro le opinioni che avevano in addietro dato origine a queste fazioni erano affatto dimenticate, ed i Guelfi erano così lontani dall'essere i campioni dei diritti della Chiesa, che il legato del papa abbracciò la difesa dei Ghibellini. Questi entrò in Todi alla testa della sua piccola armata, ne scacciò i contadini che v'erano stati introdotti, punì i sediziosi colla prigione o coll'esilio, e ridusse di nuovo la provincia nell'assoluta dipendenza della santa sede. Da Todi Giuliano condusse la sua armata a Spoleti. Quando lo videro avanzarsi si ritirarono l'Orsini ed il Pitigliano, e la città capitolò: ma non furono poi osservate le condizioni accordate agli abitanti dal cardinale legato; i soldati, a dispetto de' suoi ordini, svaligiarono i cittadini. Pure in appresso la Chiesa non punì i soldati per la loro insubordinazione, ma insevì contro gli abitanti di Spoleti, cui il cardinale non credevasi obbligato a nulla, da che la loro capitolazione non era stata osservata. Molti di loro furono posti in prigione, altri esiliati, e venne abolita la loro giurisdizione sopra la provincia[23].

[23] _Roman. Pont. Vitae, t. III, p. II, p. 1061. — Onofrio Panvino, Vita di Sisto IV, p. 457._

Più non restava a Giuliano della Rovere per ultimare la campagna che di sottomettere Niccolò Vitelli, principe di Tiferno, o Città di Castello. Il Vitelli non assumeva che il titolo di vicario della santa Chiesa; dichiaravasi apparecchiato ad ubbidire agli ordini del papa; ma intanto manteneva nella sua piccola sovranità un'indipendenza, che per molte generazioni vi avevano mantenuta ed a lui trasmessa i suoi antenati. Egli respinse la forza colla forza, ottenne un vantaggio sopra le truppe del cardinale Giuliano, e nello stesso tempo chiese ajuto ai Fiorentini. Questi non vedevano senza inquietudine il torbido governo del pontefice e de' suoi nipoti, e quel cambiamento nell'amministrazione della Chiesa, che pareva formarne una monarchia militare. Avevano essi ragione di temere per Borgo san Sepolcro, città vicinissima al teatro della guerra, che si erano fatta cedere dai papi, e che poteva essere loro ritolta. Vi mandarono adunque una piccola armata, comandata da Pietro Nasi; fecero in pari tempo passare alcuni soccorsi al Vitelli, ed eccitarono in tal modo la collera del pontefice, che più loro non perdonò d'averlo fermato nell'esecuzione de' suoi progetti[24]. Il cardinale, perduta la speranza di sottomettere il Vitelli colla forza, gli accordò un'onorata capitolazione. Duecento soldati della Chiesa vennero ricevuti in Città di Castello in segno di sommissione; ma non fu cambiato il governo, e venne riconosciuta la sovranità del Vitelli. Del resto tale trattato fu altamente biasimato dal sacro collegio. I più virtuosi cardinali erano quelli che più s'interessavano per l'ingrandimento del temporale dominio della Chiesa. Avevano sperato che Città di Castello sarebbe ridotta sotto il diretto dominio della santa sede; e risguardarono la cessione fatta al Vitelli, come contraria alla dignità ed alla sovranità del papa[25].

[24] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 113._ Spedirono nello stesso tempo un'ambasciata a Lodovico XI per domandare la sua protezione. _Continuat. de Monstrelet. Chr. Vol. III, f. 179._

[25] _Epist. Card, Papiens. 570, p. 833. — Raynald. Ann. 1474, § 17, p. 256._

Se i Fiorentini avevano concepita dell'inquietudine per i movimenti dell'armata del cardinale Giuliano ai loro confini, avevano ancora più forte motivo di porsi in guardia dell'alleanza strettissima del papa col re di Napoli; particolarmente dopo che questi due sovrani eransi attaccati a Federico d'Urbino, che fin allora era stato quasi sempre capitano della repubblica. I Fiorentini avevano veduto con istupore disporsi il duca Federico a fare un viaggio a Napoli, ed avevano cercato di ritenerlo, osservandogli che se ponevasi una volta tra le mani di Ferdinando, riceverebbe il trattamento fatto al Piccinino[26]. Ma quando seppero per lo contrario che Federico era in Napoli festeggiato ed onorato assai, ed inoltre nominato generale della lega del re e del papa, credettero che fosse tempo di cautelarsi contro l'ambizione di così formidabili vicini. Da un canto nominarono loro capitano Roberto Malatesta, principe di Rimini, e dall'altro canto spedirono Tommaso Soderini a Venezia per conchiudervi una più stretta alleanza con questa repubblica[27].

[26] _Machiavelli, l. VII, p. 345._

[27] _Scip. Amm., l. XXIV, p. 113._

I Veneziani trovavansi in allora più stretti che mai dalle armi turche, e vedevansi in pari tempo compromessi per gli affari di Cipro con i due più potenti stati d'Italia. Ferdinando sperava sempre di far ottenere la corona di quel regno a suo figlio naturale, don Alfonso, che aveva fatto adottare dalla regina Carlotta, legittima sorella di Giacomo, e che aveva promesso sposo all'altra Carlotta, figliuola naturale dello stesso Giacomo. Inoltre i Genovesi, sudditi del duca di Milano, non potevano darsi pace della perdita di Famagosta, e minacciavano d'attaccare l'isola di Cipro con truppe milanesi, per ricuperare quella fortezza[28]. I Veneziani, inquieti per le pretensioni de' loro rivali, colsero avidamente l'occasione di confederarsi con tutto il settentrione dell'Italia. In Milano ed in Venezia le negoziazioni furono destramente condotte, ed il 2 novembre del 1474 le due repubbliche sottoscrissero con Galeazzo Sforza una lega difensiva per venticinque anni. Fu convenuto che ognuna delle potenze contraenti manterrebbe anche in tempo di pace tre mila cavalli e due mila fanti sul piede di guerra. In una guerra continentale dovevano riunire tra di loro ventun mila cavalli e quattordici mila fanti, in modo per altro che i Veneziani ed il duca di Milano contribuissero ognuno come tre, ed i Fiorentini come due. Finalmente nelle guerre marittime, i Fiorentini ed il duca di Milano obbligavansi a somministrare ciascheduno ai Veneziani cinque mila fiorini al mese. Fu inoltre convenuto che s'inviterebbero il duca di Ferrara, il papa ed il re Ferdinando ad entrare in questa alleanza. In fatti il primo vi prese parte il 13 febbrajo seguente; ma il papa ed il re Ferdinando si limitarono a dare generali assicurazioni di mantenersi amici delle parti contraenti, senza voler prendere verun positivo impegno[29].

[28] _Vitae Roman. Pont., l. XXIV, p. 113._

[29] _Gio. Batt. Pigna Storia de' Principi d'Este, l. VIII, p. 794._

Ma sebbene l'Italia si trovasse divisa tra due leghe rivali, che si adocchiavano, e che cercavano vicendevolmente di nuocersi, l'interna sua pace non venne altrimenti turbata; le più minacciose negoziazioni non ebbero alcun risultato. La storia di Firenze per più anni consecutivi non offre niuna interessante memoria, e lo stesso può dirsi press'a poco di quella di Milano, essendo tutti gl'interessi e tutta l'attività degl'Italiani diretti verso il levante. La guerra de' Turchi teneva occupati tutti gli spiriti, ed inattive tutte le forze. Soltanto il papa, sempre più alienandosi dai Veneziani, andava a poc'a poco ritirandosi dalla lotta. Nel 1472 la flotta pontificia aveva a tutto potere ajutata quella della repubblica; nel 1473 non aveva fatta che una vana mostra della sua forza ne' mari di Rodi; ed il terzo anno più non ebbe parte in una guerra, cui la santa sede era immediatamente interessata.

Prima che terminasse il 1473, Maometto II aveva spedito in Moldavia un'armata comandata da Solimano, beglierbey di Romania. Il sovrano, che aveva i titoli di palatino e di wayvoda della Moldavia, era Stefano, degno successore del feroce Blado Dracula. Ma perchè le enormi sue crudeltà erano eccitate dal più caldo zelo religioso, Sisto IV, mandandogli parte del danaro prodotto dalle indulgenze, chiamavalo in tutte le sue lettere _il suo prediletto figlio, il vero atleta di Gesù Cristo_[30]. Stefano non si attentò di dare battaglia ai Turchi per difendere il suo paese; egli al contrario lo guastò prima di loro con tale attività, che i Musulmani, avanzandosi, bentosto mancarono di ogni mezzo di sussistenza. Dopo che la loro armata, spossata dalla fame e dalla malattia, ebbe perduto il coraggio e le forze, il vayvoda l'attaccò il 17 di gennajo presso alla palude di Rackovieckz e totalmente la disfece. Ebbe in appresso l'atrocità di far impalare tutti i prigionieri, ad eccezione d'alcuni ufficiali generali; e lo stesso storico, che racconta tale barbarie, aggiugne immediatamente; «che lungi dall'abbandonarsi all'orgoglio per così grande vittoria, egli digiunò quattro giorni a pane ed acqua, e fece pubblicare in tutto il suo stato, che niuno avesse l'audacia di ascrivergli questo felice avvenimento, ma che ognuno ne dasse tutta la gloria a Dio[31].» Il vayvoda continuò la guerra ne' due susseguenti anni, senza venire a battaglia; ma la sua cavalleria leggiera, volteggiando sempre intorno all'armata musulmana, gli tolse migliaja di prigionieri, che Stefano fece scorticare vivi o impalare[32].

[30] Bolla del gennajo 1476. _In Lib. Bullarum, l. XXIII, p. 91. — Ann. Eccl. Rayn. 1476, § 5, p. 265._

[31] Lo storico Michele Michovias era contemporaneo, e canonico di Cracovia in principio del XVI secolo. _Chron. Polon., l. IV, c. 70. Rayn. Ann. Eccl. 1474, § 10, p. 254. — Andrea Navagero Stor. Venez., p. 1144._ Stefano, Vayvoda di Valacchia e di Moldavia, è uno degli eroi favoriti di Dlugoss, storico polacco, suo contemporaneo. Nel 1467 aveva sconfitto Mattia Corvino (_l. XIII, p. 418_); nel 1469 aveva vinto Pietro, suo emulo, ed in appresso i Cosacchi Zaporovi, ed aveva esercitate su gli uni e su gli altri le più orribili crudeltà. Ivi, p. 445-450. Aveva poi fatto la guerra a Radul, figlio di Blado Dracula, vayvoda di Bessarabia, e l'aveva forzato a darsi in braccio ai Turchi, _p. 508, 516_. Finalmente la sua vittoria presso le paludi di Rackowieckz, e presso il fiume Berlad, sopra il Beglierbey di Romania, il supplicio di tutti i prigionieri, il digiuno de' vincitori a pane ed acqua, sono raccontati colle medesime circostanze da Dlugoss e da Michovias. _Hist. Polon., l. XIII, p. 526. — Demet. Cantemir, l. III, c. 1, § 29, p. 111._

[32] _Rayn. Ann. Eccl. 1476, § 6 e 7, p. 265._

Il beglierbey di Romania, avendo rifatta la sua armata dopo la disfatta di Rackovieckz, venne in principio di maggio del 1474 ad assediare Scutari, una delle più forti città che i Veneziani possedessero nell'Albania[33]. Assicurano i Latini, che Solimano aveva sotto i suoi ordini sessanta mila uomini, capitanati da sette sangiaki. Antonio Loredano era incaricato della difesa di Scutari col titolo di capitano e di conte della città. Deboli erano le mura di Scutari, onde furono bentosto aperte dall'artiglieria turca, che di que' tempi era molto superiore a quella de' Cristiani. Ma il Loredano faceva innalzare ripari di terra dietro le cadute mura, ed approfittava della vantaggiosa posizione del terreno, che in tutte le città dell'Albania è più forte delle mura. Il provveditore Lunado Boldù volle gettare un rinforzo nella piazza, ma la sua piccola armata fu posta in fuga. Gli assediati avevano consumati i loro approvigionamenti, e mancavano talmente di acqua, che la piccola razione che davasi ancora ai soldati doveva asciugare in tre giorni l'ultima cisterna, quando circa la metà di agosto Solimano diede un assalto. Fu valorosamente sostenuto otto ore; i Turchi vi perdettero tre mila uomini, e ritirandosi dalla battaglia, risolsero altresì di levare l'assedio[34].

[33] Marino Barlesio, quello che scrisse la vita di Scanderbeg, comincia la sua storia del secondo assedio di Scutari sua patria con una buona descrizione di quella città. Ci fa sapere ch'era stata data in pegno alla signoria di Venezia da Giorgio Balsitsch, principe epirota, contemporaneo d'Amurat II e di Scanderbeg; che la città, ruinata dalle precedenti scorrerie dei Turchi, più non dilatavasi sulle due rive dell'antico lido del Lodrino, che in addietro gettavasi nella Bogiana, e che oggi bagna Lisso, e sbocca in mare dieci miglia al di sotto. Scutari trovavasi in allora chiusa presso al confluente dei due fiumi, nel recinto medesimo che serviva di fortezza alla città nei tempi della sua più grande prosperità. _Marinus Barletius de Scodrensi expugnatione, l. I, p. 391, edit. Basil., f. 1556. Ad calcem Laonici Chalcocondylæ._

[34] _Marin. Barletius de Scodrensi expugn., l. II, p. 393. — Coriol Cepio de reb. Venet., l. III, p. 367._

L'armata turca, che tenne assediata Scutari, aveva fatta una prodigiosa perdita per le malattie generate dal terreno pantanoso in cui trovavasi accampata. Il Sabellico porta tale perdita a sedici mila uomini; ma l'armata veneziana non aveva meno sentita l'influenza dell'aria infetta. Gritti e Bembo erano stati mandati i primi con sei galere alla foce della Bogiana, fiume che, ricevendo le acque del lago Scutari, gettasi in mare tra Dulcigno ed Alessio. Pietro Mocenigo era più tardi venuto nella stessa rada colla flotta che aveva sottomessa l'isola di Cipro; tutti e tre caddero successivamente ammalati, e furono costretti di farsi portare a Cattaro. I marinai ed i soldati furono ancora più esposti a questa fatale influenza. L'armata che Boldù ragunò in Albania, ed alla quale si unì Giovanni Czernowitsch, aveva molti valorosi epiroti, ma non trovossi mai abbastanza forte per misurarsi coi Turchi; e mentre che stava aspettando rinforzi, la malattia gli rapiva i soldati che di già aveva. Finalmente gli abitanti di Scutari, quando fu appena partita l'armata musulmana, corsero in folla sulle rive della Bogiana per dissetarsi dopo una così lunga e crudele privazione; e molti caddero vittima della loro avidità; perchè appena avevano spenta la sete, che le loro membra s'irrigidivano, ed essi cadevano di subita morte[35].

[35] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1141-1143. — Coriol. Cepio, l. III, p. 363-368. — Rayn. Ann. Eccl. 1474, § 12, 13, p. 254. — M. A. Sabellico, Dec. III, l. X, f. 220-221._

La repubblica di Venezia testificò ai valorosi abitanti di Scutari, ed al loro comandante la riconoscenza dovuta alla loro fedeltà. Fece appendere l'insegna de' primi nella chiesa di san Marco, come testimonio della costanza loro, e creò cavaliere il Loredano, che rapidamente promosse poi alle cariche di provveditore e di capitano generale[36].

[36] _And. Navagero Stor. Ven., p. 1143. — M. A. Sabellico Dec. III, l. X, p. 222._