Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 19

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[400] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1198._

Il giorno 15 dello stesso mese la regina si congedò dagli abitanti di Nicosia, i quali piansero dirottamente, perchè con lei perdevano perfino l'ombra della loro indipendenza. Essi vedevansi privati della sola loro protettrice, nello stesso tempo che perdevano i vantaggi pecuniarj, che una corte procurava alla loro città, spargendovi qualche danaro. Catarina, accompagnata da suo fratello, da un consigliere e dal provveditore dell'isola, scortata da tutta la nobiltà cipriota e da un corpo di cavalleria, si avviò alla volta di Famagosta. Colà fu ricevuta sulle galere di Venezia con rispetto e con reale pompa; ella approfittò di questa pubblica cerimonia per raccomandare i suoi sudditi alla signoria di Venezia per bocca del conte di Zaffo, suo cugino, e per riclamare a favore dei Ciprioti la conservazione delle loro leggi e de' loro privilegj. Il 26 di febbrajo l'insegna di san Marco fu posta sul palazzo di Famagosta, e su tutte le fortezze. Pure la regina non partì colla flotta che il quattordici di maggio. Arrivò a Venezia il sei di giugno, ed il venti dello stesso mese le fu ceduto in sovranità la terra d'Asolo con un'entrata di otto mila ducati. La piccola corte della regina di Cipro in Asolo deve qualche celebrità letteraria ai Dialoghi del Bembo. L'elegante finzione degli Asolani rappresentava verosimilmente le costumanze di quella corte; è presumibile che Catarina dimenticasse le noje, le cure e le umiliazioni della sua reale servitù, in mezzo a' ragionamenti di amore e di galanteria, nelle dispute in allora di moda intorno alla metafisica della passione amorosa[401].

[401] _And. Navagero Stor. Ven., p, 1199._ Era cosa ovvia il credere, che nella storia di questo stesso Bembo, di cui si comincia a far uso in quest'epoca, si dovessero trovare molte particolarità intorno alla rivoluzione di Cipro. Ma per lo contrario fu assai conciso, _l. I, p. 13_. La sua politica non gli acconsentì giammai di descrivere con estensione un avvenimento, che poteva procacciare qualche biasimo al suo governo.

Nello stesso anno richiamò a sè gli sguardi dell'Italia un altro avvenimento relativo alla politica del Levante ed alle imprese dei Turchi[402]. Gem, o Zizim, figlio di Maometto II, fratello e rivale del sultano Bajazette II, fece il suo ingresso in Roma, mettendosi sotto la protezione del papa. Aveva posto in campo per succedere a suo padre una pretesa spesso allegata dai principi greci di Bisanzio. Egli era _porfirogeneta_, val a dire, nato mentre suo padre era sul trono, e per questo rispetto superiore a suo fratello maggiore, Bajazette, che diceva nato da un semplice privato. Questa vana distinzione bastava per uno stato dispotico, dove non si riconoscevano che i diritti fondati nella forza. Ma questa mancò a Zizim, il quale, vinto in Asia nel 1482 in una sanguinosa battaglia, fu costretto ad imbarcarsi in Cilicia, ed a rifugiarsi in Rodi, per implorare colà la protezione de' cavalieri di san Giovanni[403]. Questi non osarono di tenere in sui confini dell'Asia un ospite, che poteva chiamare sopra di loro tutte le forze del gran signore; perciò lo mandarono in Francia, facendolo attentamente custodire nell'Alvergna in una commenda del loro ordine. Bajazette offrì immense somme, reliquie senza numero, ed amplissimi privilegj per averlo nelle sue mani; ma i principi cristiani non furono così privi d'onore di acconsentire a tanta indegnità: ad ogni modo riesce difficile l'intendere, per quali giusti motivi non fu mai permesso a Zizim di recarsi alla corte di Cait-Bai, soldano d'Egitto[404], il quale, avendo un'accanita guerra con Bajazette, lo chiedeva per procacciare favore alle sue armi; e per quale motivo lo negassero egualmente a Mattia Corvino, re d'Ungheria, che col di lui mezzo sperava di fare una diversione negli stati del suo nemico. Sisto IV scrisse al gran maestro di Rodi ed a Lodovico XI, esortandoli a ritenere questo principe in Francia ed a non lasciarlo partire per le armate cui veniva chiamato[405]. Innocenzo VIII ricusò ancor esso di affidare questo principe a Ferdinando, re di Arragona e di Sicilia, all'altro Ferdinando, re di Napoli, a Mattia Corvino, al soldano ed al principe di Caramania; ma in pari tempo aveva chiesto che fosse a lui consegnato, per essere certo che Zizim non entrerebbe ne' paesi turchi senza essere spalleggiato da una lega di tutta la Cristianità[406].

[402] Gem in lingua turca è il nome di una specie di uva squisitissima; e Gemm è un nome magico applicato d'ordinario a Salomone. Demetrio Cantemir pende dubbioso tra le due etimologie, ed osserva che verun altro Turco ebbe questo nome. Zizim, egli dice, è un vocabolo corretto dagli Europei, _l. III, c. II, § 6. Nota._

[403] _Rayn. Ann. Eccl. 1482, § 35, p. 312. — Turco Graeciae Hist. Politica, l. I, p. 30. — Demet. Cantemir, l. III, c. II, § 7 ed 8, p. 128._

[404] Cait-Bai, il più accorto e più famoso soldano d'Egitto, era originario della Circassia, ed il suo nome è tartaro. _Cait_ in quel linguaggio significa conversione: e _Bai_ ricco. _Demet. Cantemir, l. III, c. II._

[405] _Ann. Eccl. 1481, § 36, p. 313._

[406] _Ivi 1485, § 11 e 12, p. 351._

Bajazette dal canto suo aveva spediti altri ambasciatori a Carlo VIII, per ottenere dal re la promessa di ritenere Zizim in Francia. A tal patto Bajazette offriva un'assai ragguardevole pensione, e guarentiva alla Francia il possedimento di Terra santa, tosto che fosse tolta al soldano d'Egitto dalle armi riunite de' Francesi e de' Turchi. Ma Carlo VIII, d'accordo col gran maestro Francesco d'Aubusson, aveva di già acconsentito alle inchieste del papa, e Zizim era di già in cammino alla volta di Roma[407].

[407] _Ivi 1489, § 1, p. 393._

Vi fece il suo ingresso il 13 di marzo del 1489; era a cavallo col turbante in capo, tra Francesco Cibo, figlio del papa, ed il priore d'Alvergna, nipote del gran maestro d'Aubusson, ed ambasciatore di Francia. Trovavasi in allora in Roma un ambasciatore del soldano d'Egitto, per ridurre i principi cristiani ad unirsi col suo signore contro Bajazette. Questi andò ad incontrare Zizim; quando lo vide, smontò da cavallo, e si prostrò a terra; tre volte baciò il suolo, innoltrandosi verso di lui, poi baciò i piedi del suo cavallo e lo seguì fino al suo palazzo[408].

[408] _Diario di Stef. Infessura, p. 1225._

All'indomani il papa tenne concistoro per ricevere Zizim in pubblica udienza. Invano era stato questo principe istrutto degli atti rispettosi che i monarchi cristiani rendono al sommo loro pontefice, che non volle innanzi a lui abbassare l'orgoglio del sangue ottomano. Tenendo in capo il suo turbante, che gli Asiatici non sogliono mai deporre, e che risguardano come un simbolo della loro religione, attraversò la sala senza chinarsi, salì sul trono, ove stava Innocenzo, e lo abbracciò, toccando colle sue labbra la spalla destra del papa in segno di amicizia, piuttosto che di rispetto, lo che fece in appresso con tutti i cardinali. Il suo interprete disse al papa, che si rallegrava di trovarsi con lui, ma che avrebbe piacere di conferire seco più segretamente intorno ai comuni loro interessi. Il papa rispose confortandolo a darsi coraggio, poichè soltanto per il bene di Sua Nobiltà (titolo che la corte di Roma giudicò conveniente di dargli) era stato condotto in quella capitale[409]. Ma il maggior bene che Zizim doveva trovare in Roma, altro non era che una onorevole prigionia. Bajazette II pagava ogni anno prima al re di Francia, poi ad Innocenzo VIII, quaranta mila ducati per la pensione di suo fratello. Il godimento di quest'entrata non era stato l'ultimo de' motivi che aveano persuaso Innocenzo a domandare Zizim, comperando in certo qual modo l'assenso del gran maestro d'Aubusson col mandargli il cappello cardinalizio[410]. Pure Bajazette, non credendosi perciò sicuro della sorte di suo fratello, sebbene prigioniere, cercò i mezzi di farlo perire. Un gentiluomo della Marca d'Ancona, detto Cristoforo Macrino del Castagno, promise a Bajazette di avvelenare una fonte, dalla quale attignevasi l'acqua per le mense d'Innocenzo e di Zizim; il veleno non doveva manifestare i suoi effetti che dopo cinque giorni; ma il reo fu scoperto prima che dar potesse esecuzione al suo delitto, in maggio del 1490, e fu condannato ad orribile supplicio. Altri attentati simili furono egualmente prevenuti, e se non altro la vita di Zizim fu posta in salvo[411].

[409] _Diar. Burchardi ap. Rayn. Ann. Eccl. 1489, § 2 e 13, p. 393. — Stef. Infessura Diar. di Roma, p. 1225. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1244. — Diar. Romano del Notajo di Nantiporto, p. 1106._

[410] _Diar. di Stef. Infessura, p. 1224._

[411] _Ann. Eccl. 1490, § 5, p. 498. — Diar. di Stef. Infessura, p. 1231._

Non era difficile il trovare in Roma uomini apparecchiati a commettere così esecrande azioni; nè quella città aveva mai avuti tanti scellerati, nè era stata giammai travagliata da tanti delitti. Gli assassini camminavano a viso scoperto senza avere dato soddisfacimento nè alla famiglia di cui avevano versato il sangue, nè alla giustizia. Il papa, o i suoi ministri, loro vendevano bolle d'assoluzioni, colle quali le loro offese, e quelle di un determinato numero de' loro complici erano annullate; e quando rimproveravasi al vicecameriere questa venalità della giustizia, rispondeva parodiando le parole del Vangelo: _Il Signore non vuole la morte del peccatore, ma piuttosto che paghi e viva_[412].

[412] _Et cum semel interrogaretur vicecamerarius quare de delinquentibus non fieret justitia, sed pecunia exigeretur, respondit me presente, videlicet_: Deus non vult mortem peccatoris, sed magis ut solvat et vivat. _Stef. Infessura Diar. Romano, p. 1226._

Il cattivo esempio dato dal clero era così scandaloso, che Innocenzo VIII si vide costretto a rinnovare, il 9 aprile del 1488, una costituzione di Pio II, colla quale si vietava ai preti di tenere macello, alberghi, case di giuoco e di postribolo, o di fare per danaro il mezzano e l'agente delle cortigiane. Se dopo tre ammonizioni non abbandonavano una così vergognosa vita, il papa li privava del diritto dell'esenzione del foro secolare, e vietava loro d'invocare il beneficio del clero nelle cause criminali nelle quali potrebbero trovarsi compromessi[413].

[413] _Constitutio apud Raynaldum Ann. Eccl. 1488, § 21, p. 392._ — Quella di Pio II era del 7 maggio del 1463.

Innocenzo VIII non aveva provveduta di principati la sua numerosa famiglia; ma avea diviso tra i suoi figliuoli le immense ricchezze della Chiesa, accordandone la maggior parte a Franceschetto Cibo, suo figliuol primogenito. Era questo Franceschetto, che, per ammassare più danaro, aveva renduta la giustizia così indegnamente venale. Aveva nel 1490 convenuto coi giudici del papa, che la corte apostolica non riceverebbe che il pagamento delle condanne al di sotto di cento cinquanta ducati, e che sarebbero a suo profitto tutte le maggiori di questa somma[414].

[414] _Stef. Infessura Diar. Romano, p. 1232._

Per rendere ancora più ignominiosa la venalità della giustizia della corte di Roma, Domenico di Viterbo, scrivano apostolico, d'accordo con Francesco Maldente, fabbricarono false bolle, colle quali Innocenzo permetteva per danaro i più vergognosi disordini. Per altro la frode venne scoperta; furono imprigionati i falsarj e confiscati i loro beni, che produssero alla camera apostolica dodici mila ducati. I parenti de' colpevoli speravano tuttavia di sottrarli alla pena capitale. Maestro Gentile di Viterbo, medico, padre dello scrivano apostolico, offrì col mezzo di Franceschetto Cibo cinque mila ducati per salvare la testa di suo figlio: aveva offerto tutto ciò che possedeva. Ma il papa rispose, che, trovandosi compromesso il suo onore, non poteva fargli grazia a meno di sei mila ducati; e perchè non si potè trovare questa somma, i due falsarj furono giustiziati[415].

[415] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1229. — Rayn. Ann. Eccl. 1490, § 22, p. 402._

Quando gli scrittori contemporanei fanno un così odioso quadro della corruzione del clero, quando i medesimi papi prendono parte a tanti delitti, quando lo sregolamento de' loro costumi, o i figli naturali che essi arricchiscono coi tesori della Chiesa, più non sono oggetti di scandalo, accanto a delitti ancora più gravi, si sarebbe tentati di supporre che la religione avesse perduto ogni potere, e che i preti, che tuttavia l'invocavano, o i sovrani ed i popoli, che la mantenevano colle loro leggi, altro non fossero che sfrontati ipocriti, che facevano traffico del Cristianesimo pei loro privati interessi. Ma qualora si prendano ad esaminare più da vicino le passioni che agitavano l'Italia, o i pregiudizj che la signoreggiavano, si comprende bentosto che la religione nulla aveva perduto del suo impero, sebbene fosse stata interamente staccata dalla morale. La credenza che il papa ed i suoi prelati potevano soli disporre delle chiavi dell'inferno e del paradiso non si era indebolita; tuttavia universale era l'orrore che si aveva per ogni opinione d'indipendenza in materia di fede, perchè dannata come eretica; la giustizia di Dio, pervertita tra le mani degli uomini, più non era che la guarenzia della fede, non quella della probità e dell'onore.

Fu in questo depravato secolo, fu sotto il pontificato di Sisto IV, l'istigatore di tanti delitti, che l'inquisizione venne introdotta nella Spagna, e che questo sanguinario tribunale ricevette una legislazione assai più formidabile ed atroce, che non quella ond'era diretto tre secoli prima nella sua prima istituzione contro gli Albigesi. Dal 1478 al 1482 i tribunali stabiliti in Castiglia per esaminare la fede dei nuovi convertiti fecero bruciare due mila persone; altri prevenuti in assai più copioso numero perirono nelle prigioni; altri, e questi furono trattati con maggiore indulgenza, vennero segnati con una croce color di fuoco sul petto e sulle spalle, dichiarati infami, e spogliati d'ogni loro avere. I nuovi tribunali non perdonarono neppure ai morti; si estrassero le loro ossa dai sepolcri per essere bruciate, si confiscarono i loro beni ed i loro figli furono notati d'infamia. Coloro che avevano nelle loro famiglie il sangue di qualche Moro o di qualche Giudeo, fuggivano da quella terra di proscrizione, sicchè nella sola Andalusia rimasero deserte cinque mila case[416]. Cento settanta mila famiglie giudee, che formavano ottocento mila individui, furono scacciati dal territorio della Spagna; e non pertanto la maggior parte dissimulò la propria religione per conservare la patria, mentre altri moltissimi vennero dichiarati schiavi, e venduti al pubblico incanto[417].

[416] _Marinæus Siculus de reb. Hispan., l. XIX, c. 22, p. 481. — Ann. Eccl. Rayn. 1483, § 47-48 e 328. — Mariana, l. XXIV, c. XVII, p. 106._

[417] _Mariana Hist. de las Hespanas, l. XXVI, c. I, p. 142. — Rayn. Ann. 1492, § 8, p. 408._

«Questa severità nel punire gli apostati neofiti della razza giudea, dice l'annalista della Chiesa, Raynaldo, ottenne presso alla gente dabbene la più alta gloria ad Isabella, regina di Castiglia; altri però la calunniarono. Si diede voce che, non per vendicare le ingiurie dell'offesa divinità, ma per adunare dell'oro, e per accumulare ricchezze, procedevasi ne' giudizj con tanta severità. La stessa regina, avendo dato a conoscere di temere che quest'accusa non giugnesse alle orecchie del papa, Sisto IV scacciò dal suo cuore così ingiusto sospetto, ed applaudì alla di lei pietà colla sua lettera del 25 febbrajo 1483[418].»

[418] _Eytat apud Raynaldum Ann. Eccl. 1483, § 49, p. 329._

Gli scrittori italiani del quindicesimo secolo, non meno che quelli del diciasettesimo, mai non parlavano di tali persecuzioni senza approvarne altamente la massima. I più moderati, i più umani contentavansi soltanto di biasimare le circostanze dell'esecuzione. Così Bartolommeo Senarega, storico di Genova, che vide trattenersi in quella città molte migliaja di giudei, e che fu commosso dai loro patimenti, ci offre nella sua narrazione un'adequata misura delle opinioni degli uomini i più filosofi e più tolleranti del secolo. «La legge del loro esilio, egli scrive, parve a prima vista lodevole, perchè tendente a conservare l'onore della nostra religione; ma in sè forse conteneva tanto quanto di crudeltà, qualora per lo meno vogliamo considerare i Giudei come uomini creati dalla divinità, non quali feroci belve. Non potevansi senza compassione osservare le loro miserie: molti di loro perivano di fame, in particolare i fanciulli ed i bambini lattanti; le madri, che potevano appena reggersi in piedi, portavano nelle loro braccia i bambini affamati e perivano assieme; molti soggiacevano al freddo, altri alla sete, l'agitazione del mare e la navigazione, cui non erano accostumati, aggravavano tutte le loro infermità. Io non dirò con quanta crudeltà ed avarizia fossero trattati dai loro condottieri. Molti vennero annegati dalla cupidigia dei marinai, molti costretti a vendere i loro figli, perchè non avevano onde pagare il noleggio; arrivarono a Genova in grosso numero, ma non fu loro permesso di trattenersi lungamente, perchè in forza di antiche leggi i Giudei viaggiatori non potevano rimanervi più di tre giorni. Pure si diede loro licenza di riparare le navi e di rifarsi per alcuni giorni dai patimenti della navigazione. Voi gli avreste creduti spettri; tanto eran magri, pallidi, cogli occhi sprofondati, e non distinguibili dagli estinti che pel movimento, sebbene si reggessero in piedi a stento. Molti di loro spirarono presso al molo, perchè questo quartiere, circondato dal mare, era il solo in cui fosse ai Giudei permesso di riposarsi. Non si avvertì a bella prima che tanti infermi e moribondi dovevano risvegliare il contagio; ma in primavera si manifestarono più ulceri, che non s'erano mostrate nell'inverno; e questa malattia, lungamente nascosta in città, fece nel susseguente anno scoppiare la peste[419].»

[419] _Barth. Senaregae de Rebus Genuenses, t. XXIV, p. 531._

I preti non avevano risvegliato questo zelo persecutore soltanto nella Spagna; anche il clero d'Italia si sforzava di emulare nelle sanguinarie sue vendette con quello al di là de' Pirenei. Ogni anno facevasi circolare qualche nuova storia di un fanciullo cristiano rubato dai Giudei, e fatto lentamente perire sotto il coltello nel giorno di Pasqua, bevendo un dopo l'altro il suo sangue; e con queste terribili novelle si andava ispirando ai popoli lo stesso furore contro di loro[420]. A Firenze fra Bernardino d'Asti, francescano, predicò contro i Giudei una non piccola parte della quaresima del 1487. Raccomandò che si avesse cura di mandare tutti i fanciulli della città alla predica che intendeva di fare il 12 di marzo: e quando n'ebbe raccolti da due in tre mila, disse loro che gli aveva prescelti per essere i suoi soldati; ordinò loro di andare ad orare ogni mattina al santo Sagramento nella cappella della Chiesa, affinchè ispirasse agli adulti la santa risoluzione di scacciare i Giudei; dovevano perciò recitare un_ pater noster_ e tre _ave Maria_ stando inginocchiati. Il susseguente mattino tutti questi fanciulli si affollarono infatti nella chiesa, e ne uscirono per mettere a ruba il quartiere de' Giudei. La signoria potè difficilmente trattenerli; volle ammonire il predicatore, il quale rispose che gli ordini di Dio erano superiori a quelli de' magistrati, e che niente potrebbe rimuoverlo dal dire sul pergamo tutto ciò che credeva conveniente alla salvezza del popolo. Convenne all'ultimo farlo uscire dalla città con grave scandalo dello scrittore, che lasciò memoria di quest'avvenimento[421]. Fra Bernardino andò a terminare la quaresima a Siena, ove cercò di ammutinare nella stessa maniera il popolo contro i Giudei[422].

[420] _Raynaldi Ann. Eccl._ A Trento nel 1475, § 37; nella Marca nel 1476, § 20; a Megalopoli l'anno 1492, § 9, ec. — _Il continuatore delle Cronache di Monstrelet., vol. III, f. 195._

[421] _Ricordanze di Tribaldo de' Rossi. Deliz. degli Erud., t. XXIII, p. 238._

[422] _Alleg. Allegretti Diar. Sanese, p. 823._

In aprile del 1492 un Francescano, spagnuolo, tentò di eccitare in Napoli la stessa persecuzione contro i Giudei. Dopo avere invano esaurite tutte le fonti della sua eloquenza ed innanzi alla corte ed innanzi al popolo, tentò altresì di far parlare i morti; fece comparire l'ombra di san Cataldo, patrono della città di Taranto, che aveva vissuto nel quinto secolo; fece dissotterrare una cassetta, entro la quale aveva chiuse certe sue profezie scritte sopra lamine di piombo, nelle quali erano prenunciate la ruina del regno di Napoli e la vicina morte del re, se non si affrettava a cacciare i Giudei dal suo regno; e perchè Ferdinando non gli prestava intera fede, diffuse nella corte di Roma e per tutta l'Italia queste profezie, che furono bentosto spiegate colla espulsione della casa d'Arragona dal trono di Napoli[423].

[423] _Jovian. Pontanus de Sermone, l. II, c. ult., p. 1623. — Bayle Diction. crit., art. Cataldus. — Mémoires de Philippe de Comines, l. VII, c. XIV, p. 213._

Nello stesso tempo i tribunali ecclesiastici eccheggiavano di accuse di sortilegi; e lo spettacolo degli sventurati, che perivano tra le fiamme come maghi o come eretici, si faceva ogni dì più frequente[424].

[424] Difficilmente potrebbe trovarsene un più spaventoso esempio di quello della persecuzione di Arras nel 1459, contro gl'infelici accusati di _vaudoisie_. Ecco il come viene raccontato da Monstrelet. _Cronique du roi Charles VII, t. III, f. 84._ «In quest'anno nella città d'Arras, nel paese d'Artois, avvenne un terribile e compassionevole caso, che chiamossi, non saprei per quale ragione, _vaudoisie_. Ma si dicevano essere alcune persone d'ambo i sessi che si trasportavano, per virtù del demonio, dai luoghi in cui si trovavano, e subito giugnevano in luoghi solitarj, ne' boschi o ne' deserti, ove raccoglievansi in grandissimo numero, uomini e donne, e colà trovavano un diavolo in forma d'uomo, di cui non vedevano mai il volto; e questo diavolo dava loro i suoi comandi ed ordinanze, e come ed in qual modo dovevano essi adorarlo e servirlo. Poi facevasi da ciascuno di loro baciare il deretano, indi contava a ciascheduno un poco di danaro, ed all'ultimo loro somministrava vino e cibi in grande abbondanza, di cui essi si nutrivano: indi tutt'ad un tratto ognuno s'avvicinava ad una, ed in quell'istante spegnevasi la luce, e conoscevansi l'un l'altro carnalmente, e ciò fatto si trovavano tutti nello stesso luogo di dove erano da prima partiti.»