Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)
Part 18
Dopo ciò gli emigrati si adunarono a Staggia, posta all'estremo confine del Fiorentino, di dove partirono il 21 di luglio del 1487 con cento fanti, presi al loro soldo, e pochi cavalieri, comandati dal capitano Bruno di Cremona. Invece di tenere la strada principale, presero le poco frequentate delle foreste: ma non pertanto in Siena si era avuta contezza della loro intrapresa, ed erano stati spediti contro di loro molti distaccamenti di truppe, che si avanzarono fino a breve distanza da Staggia, sicchè poterono assicurarsi che non vi si faceva verun movimento. Avevano da prima visitate tutte le macchie presso Siena, e nulla vi avevano scoperto. Queste scolte tornarono perciò in città e riferirono al governo essere false le notizie dategli, e che non si trovavano nemici in verun lato. Un ridicolo accidente aveva sottratta alle loro indagini la piccola truppa degli emigrati. Avevano questi caricati sopra un mulo gli ordigni di cui volevano valersi per atterrare le porte; il mulo si pose in fuga per la foresta, e si trasse dietro tutta la piccola armata affatto fuori della via che doveva tenere. La bestia venne finalmente raggiunta, dopo due ore di faticoso viaggio, ed allora gli emigrati si rimisero in cammino alla volta di Siena, temendo per altro che questo ritardo, che fu loro cagione di prospero successo, non guastasse ogni loro disegno. Tutte le pattuglie erano rientrate in città, eransi levate dalle mura le guardie straordinarie, e dormivano le scolte notturne, quando questo drappello di congiurati arrivò, poco prima che facesse giorno, alla porta di Fonte Branda. I loro complici, che gli aspettavano sulle mura, gli ajutarono a salirle con scale di corda, finchè trenta dei più coraggiosi s'impadronirono della porta, e l'aprirono al rimanente della truppa.
Si era promesso al capitano Bruno che, appena spiegata la sua bandiera in città, verrebbe raggiunto da numerose partite di malcontenti; ma invece niuno appariva, onde questo condottiere, scoraggiato, non ardiva innoltrarsi per le strade. Gli emigrati quasi soli le corsero, gridando i _Nove, popolo, e libertà_. Pochi erano quelli che accorrevano in loro ajuto, ma altronde niuno prendeva le armi per opporsi. Il governo era troppo detestato per trovare difensori, troppo temuto perchè i cittadini ardissero dichiararsi contro di lui. Uno de' suoi capi, Cristoforo di Guiduccio, ingannato dalla voce di coloro che lo chiamavano, supponendoli suoi partigiani, si diede egli stesso in potere de' congiurati che lo uccisero. Altri, non più di quaranta, adunaronsi a Camporeggio; essi potevano pure bastare per iscacciare gli emigrati, che si trovavano dispersi per le strade di una vasta città, e scoraggiati dal vedersi abbandonati, ma quando i partigiani del governo si videro in così piccolo numero, non osarono tentar nulla. Molti di loro rientrarono celatamente nelle proprie case, e deposero le armi per non essere compromessi, ed i capi, trovandosi da tutti abbandonati, uscirono di città. Per tal modo due branchi di uomini si contendevano il possedimento di così potente e bellicosa città. Ognuno conosceva la propria debolezza, e, ignorando quella del nemico, credevasi perduto: finalmente dopo essersi molto aggirate, le varie bande d'emigrati riunironsi di nuovo sulla piazza, e, trovandosi in numero di ottanta, assediarono il palazzo. Matteo Pannilini, capitano del popolo, abbandonato da tutte le sue guardie, erasi chiuso solo nella gran torre, dove si difese qualche tempo; ma infine fu costrette a rendersi prigioniero, cedendo agli emigrati la sede del governo. E per tal modo, quasi senza spargimento di sangue, fu condotta a termine la rivoluzione che rendeva agli esiliati la loro patria[381].
[381] _Orl. Malavolti, p. III, l. V, f 92-93. — All. Allegretti Diar. Sanesi, t. XXIII, p. 822. — Stef. Infessura Diario di Roma, t. III, p. II, p. 1217._
Perchè la rivoluzione di Siena era stata operata da tutti gli ordini, tutti furono da principio chiamati a parte dalla suprema autorità. Si voleva che la repubblica fosse governata da quattro monti, ognuno de' quali darebbe al consiglio generale cent'ottanta consiglieri. Gli ordini dei gentiluomini e dei Dodici non furono contati che per un monte complessivamente; i Nove, il Popolo ed i Riformatori erano gli altri tre[382]. Questa divisione era saggia e press'a poco in ragione del numero de' cittadini che ogni monte aveva precedentemente scelto, sotto il nome di _riseduti_, per esercitare le magistrature; ma non fu lungamente mantenuta: una balìa, formata di ventiquattro cittadini, venne autorizzata ad esercitare per cinque anni un potere dittatoriale, ed il nuovo governo di Siena, come quello cui succedeva, credette di non potere fondare sopra solide basi la sua autorità, se non privando i suoi nemici del diritto di cittadinanza, esiliandoli, e mandandone inoltre alcuni al supplicio[383].
[382] _Orland. Malavolti, p. III, l. VI. f. 94._
[383] _Orl. Malavolti, p. III, l. VI, p. 95._
In questo tempo di pace generale per l'Italia, non furono le sole repubbliche travagliate da interne rivoluzioni; anche i piccoli principati vennero turbati da congiure; ed in quelle che scoppiarono in Romagna, nel 1488, si credette di ravvisare la conseguenza delle pratiche di Lorenzo de' Medici, ed il risentimento di un uomo, che dopo molti anni, vendicava antiche ingiurie.
Quel Girolamo Riario, figlio o nipote, e favorito di Sisto IV, che dieci anni prima era stato l'anima della congiura de' Pazzi, erasi, dopo l'elezione d'Innocenzo VIII, ritirato nel suo principato di Forlì e d'Imola. Era inoltre rimasto depositario di castel sant'Angelo; ma sua moglie aveva consegnata quella fortezza ai cardinali, il 25 agosto del 1484, contro il pagamento di grossa somma di danaro[384]. Questa principessa, figlia naturale dell'ultimo duca di Milano, aveva procacciata al Riario la protezione di casa Sforza. Dall'altro canto Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro, onnipossente alla corte d'Innocenzo VIII, era sommamente interessato alla difesa del principe di Forlì, suo cugino. Per tali motivi i molti nemici che questi si era fatti in tempo del pontificato di Sisto IV, non osarono di attaccarlo scopertamente, ma è probabile che avessero parte in una cospirazione formata in casa sua. Cecco dell'Orso, capitano delle sue guardie, Luigi Panzero e Giacomo Ronco, suoi ufficiali, determinarono d'ucciderlo, sebbene non avessero, che si sappia, verun altro motivo di odio, che quello di non aver potuto da lui ottenere il loro soldo arretrato, mentre venivano stretti al pagamento delle proprie loro contribuzioni.
[384] _Stef. Infessura Diar. Romano, t. III, p. II, Rer. Ital. p. 1187._
Il 14 aprile del 1488, mentre stava pranzando la famiglia del Riario, i tre congiurati entrarono nella sua camera, sotto colore di parlargli delle loro incumbenze, ed avendolo trovato solo, lo pugnalarono, si divisero le sue vesti e gittarono giù dalla finestra il suo corpo spogliato. Il popolaccio, invitato dalle loro grida a vendicarsi del suo tiranno, strascinò questo corpo pei capelli per tutte le strade della città. Catarina Sforza sua vedova ed i suoi figliuoli vennero subito imprigionati, e la fortezza, di cui aveva il comando un luogotenente fedele al Riario, ebbe l'intima di arrendersi. I congiurati scrissero il 19 aprile a Lorenzo de' Medici di averlo liberato di un uomo che più d'ogn'altro meritava il suo odio, ed in pari tempo gli chiedevano ajuto[385].
[385] La loro lettera è stampata in _Roscoe, Appendix n.º 71, p. 101_. Marin Sanuto accusa formalmente Lorenzo de' Medici di essere stato l'istigatore di tale attentato, _p. 1244_.
Il comandante della rocca, non lasciandosi atterrire dalle grida del popolo nè dalla morte del suo padrone, ricusò di aprirla agli assedianti, se prima non ne aveva l'ordine dalla medesima Catarina Sforza, quando si trovasse libera. Dal canto suo questa promise agli insorgenti di persuadere il castellano a cedere ad una sorte inevitabile, purchè potesse parlargli. Siccome si ritenevano i di lei figli in ostaggio, non si ebbe difficoltà di lasciarla entrare nella rocca; ma vi fu appena ricevuta, che fece far fuoco contro gli assedianti. Si minacciò di far morire i suoi figli; ed essa rispose: «se voi gli uccidete, tengo un figlio in Imola, ne porto un altro in seno, che cresceranno per essere i vindici di tanto delitto[386];» onde il popolaccio atterrito non eseguì la sua minaccia.
[386] _Bayle, Dictionnaire critique_ alla parola _Sforza_ (Catarina) fa che questa principessa dia un'immodesta risposta, diventata celebre; e si appoggia alle autorità del _Machiavelli, l. VIII, p. 443_; di _G. M. Bruto, l. VIII, p. 213_, e del _Muratori Ann. d'Ital_. che segue una cronaca MS. di Bologna; ma il Bayle, che amava lo scandalo, non fece parola del racconto assai più naturale e più onesto della maggior parte degli storici contemporanei, quali sono _Stefano Infessura_, ch'egli conosceva, _t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1220. — All. Allegretti, Diar. Sanesi, t. XXIII, p. 823. — Hier. de Bursellis, Ann. Bononienses, p. 907. — Bernardino Corio, Stor. di Milano, p. VI, p. 1025. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 280. — Ricordanze di Tribaldo de' Rossi, Deliz. degli Erud., t. XXIII, p. 240._
Gli uccisori di Girolamo Riario avevano pure implorata la protezione d'Innocenzo VIII; e questo papa, sperando di ricuperare col loro ajuto la sovranità d'un'importante città, aveva ordinato al governatore di Cesena di condurre loro tutti i soldati che potrebbe adunare, e tutta la sua artiglieria. Nello stesso tempo Lodovico Sforza mandava in ajuto di sua nipote un'armata milanese, che di già aveva ragunata, di concerto con Giovanni Bentivoglio, ai confini della Romagna. Quest'armata, entrando in Forlì per la rocca, piombò all'impensata sui soldati della Chiesa, e tutti li fece prigionieri. Sei de' principali di loro furono tagliata loro la testa, fatti a pezzi per ordine di Bergamino, generale de' Milanesi. Il governatore di Cesena ed il restante de' soldati furono poi cambiati col figliuolo di Girolamo Riario, che questo governatore faceva custodire nella sua rocca di Cesena. I congiurati si rifugiarono a Siena con tutti i loro effetti preziosi. Catarina Sforza ebbe, quale tutrice de' suoi figli, il governo del principato di Forlì; e papa Innocenzo VIII, sempre apparecchiato ad intraprendere progetti arditi, e sempre atterrito di continuarli, tostochè incontrava qualche opposizione, non osò lagnarsi di ciò ch'era stato fatto ai suoi soldati, i quali non avevano altro delitto che di avere eseguiti i suoi ordini[387].
[387] _Diar. di Stef. Infessura, p. 1219-1220._
Ma le cospirazioni si moltiplicavano in Romagna con una sorprendente rapidità. Il 29 di aprile Ottaviano Riario, giovane figlio del conte Riario, era stato proclamato signore di Forlì e d'Imola, ed il 31 di maggio Galeotto Manfredi, signore di Faenza, perdette la vita per le mani di Francesca sua moglie, figlia di Giovanni Bentivoglio. Costei, credendosi posposta ad un'amante, e divorata da cupa gelosia, si finse ammalata ed invitò Galeotto a venire a trovarla. Stavano nascosti sotto il suo letto tre assassini; un quarto si slanciò sopra Manfredi nel momento in cui entrava nella camera. Ma perchè questo signore era dotato di singolare forza e destrezza, stava per atterrare il suo assalitore, prima che gli altri, usciti di sotto al letto, avessero avuto tempo di alzarsi in piedi; quando sua moglie balzò dal letto, prese una spada e gliela immerse nel seno; poi seco prese i suoi figliuoli e riparossi nella rocca[388].
[388] _Ivi, p. 1221. — Hier. de Bursellis Ann. Bonon., p. 907. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 280. — J. Mich. Bruto, l. VIII, p. 214. — P. Bembi, Hist. Venet., l. I, p. 10._
Giovanni Bentivoglio, padre di Francesca, era in allora a Forlì con Bergamino, comandante dell'armata milanese. L'uno e l'altro accorsero subito in ajuto di questa sposa delinquente, ed entrarono senza trovare opposizione in Faenza. Non pertanto quegli abitanti erano affezionati alla famiglia di Manfredi, ed avevano veduto con orrore l'assassinio di Galeotto. I coraggiosi contadini di Val di Lamone, recaronsi in città, e sospettando tutti il Bentivoglio o il Bergamino di aspirare alla signoria di Faenza, gli attaccarono furiosamente. Bergamino fu ucciso in battaglia, ed il Bentivoglio fatto prigioniere.
Antonio Boscoli, commissario della repubblica fiorentina presso Galeotto Manfredi, era in allora a Faenza. Gl'insorgenti gli mostrarono grandissimo rispetto, e gli chiesero la protezione del suo governo. I Fiorentini avevano veduto con viva inquietudine le negoziazioni di Galeotto Manfredi coi Veneziani per la vendita di Faenza; perchè i Veneziani, acquistando questa città, sarebbero diventati confinanti con Firenze, ed il governo del Medici doveva temere la vicinanza di così potenti rivali. Perciò tutta l'armata che stava adunata a Sarzana, fu subito spedita in soccorso di Faenza, sotto il comando del conte di Pitigliano e di Ranuccio Farnese. Questa trattenne i Bolognesi, che dal canto loro si armavano per liberare il capo della loro repubblica. Giovanni Bentivoglio fu ritenuto come ostaggio a Modigliana, finchè venne ristabilito l'ordine nel principato, che probabilmente egli aveva voluto invadere. Sedici cittadini, de' quali otto di Faenza, ed otto di Val di Lamone, vennero incaricati della reggenza e della tutela del giovanetto Astorre di Manfredi. Allorchè questo governo fu stabilito, il Bentivoglio riebbe la libertà, dopo avere avuto un abboccamento con Lorenzo de' Medici a Caffaggiuolo. Gli fu renduta la figliuola; e questa rivoluzione, mettendo Faenza sotto la protezione de' Fiorentini, accrebbe la loro influenza in Romagna[389]. La rivoluzione di Forlì non era loro riuscita inutile. In tempo delle turbolenze, prodotte dalla morte di Girolamo Riario, i Fiorentini avevano ricuperato Pian Caldoli, che il Riario ingiustamente riteneva[390]. Poco dopo riuscirono a fare sposare alla di lui vedova Giovanni de' Medici, nato da un fratello del vecchio Cosimo, e padre di un altro Giovanni, che si rendette famoso nelle guerre d'Italia col suo valore, colla sua ferocia e coll'attaccamento ch'ebbero per lui le bande nere. Per tal modo Forlì ed Imola si trovarono sotto la dipendenza di un Medici, e Catarina Riario entrò in quella stessa famiglia, che il suo primo marito aveva tentato di distruggere.
[389] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 183. — Roscoe, Life of Lorenzo de' Medici chap. VIII, p. 174. — Diari Sanesi di Alleg. Allegretti, p. 823._
[390] _Ricordanze di Tribaldo de' Rossi, Deliz. degli Erud., t. XXIII, p. 241._
CAPITOLO XC.
_La Regina Catarina Cornaro abbandona l'isola di Cipro ai Veneziani. — Zizim a Roma. — Apparente tranquillità di tutta l'Italia. — Stato dell'Europa, e pronostici di nuove burrasche. — Morte di Lorenzo de' Medici e di Innocenzo VIII_.
1488 = 1492.
La repubblica di Venezia non aveva voluto immischiarsi nelle piccole guerre che agitarono l'Italia nel corso del precedente periodo. Innocenzo VIII si era mostrato difficile ad assolverla dalle censure così ingiustamente contro di lei pronunciate da Sisto IV; aveva voluto imporle onerose condizioni, obbligarla a non prendere parte nelle presentazioni de' beneficj, e vietarle di percepire verun imposta dagli ecclesiastici[391]. Vero è che Innocenzo VIII rinunciò in appresso a così fatte pretese, quando volle trarre la repubblica nella guerra di Napoli; ma i Veneziani, posti in guardia da una precedente esperienza del poco fondamento che potevano fare sull'alleanza di Roma, non vollero dare ajuto ai nemici di Ferdinando, qualunque si fosse l'odio che contro di lui conservassero per la guerra di Ferrara. Essi continuarono a mantenere contro il papa l'indipendenza delle loro prerogative ecclesiastiche. Il vescovado di Padova, cui volevano traslocare il vescovo di Belluno, essendo stato dalla corte di Roma dato nel 1485 al cardinale di Verona, non solo rifiutarono il possesso della nuova sede al candidato pontificio, ma lo costrinsero a rinunciarvi coll'apprensione delle altre sue entrate[392]. Avendo il loro ambasciatore a Roma, Ermolao Barbaro, ottenuto da Innocenzo VIII il patriarcato d'Aquilea, il consiglio dei dieci mostrò ancora un maggiore malcontento per essersi fatta così importante nomina senza il suo parere. Nè la riputazione del nuovo patriarca, il primo letterato di Venezia e forse dell'Italia, nè la distinta carica che suo padre aveva nello stato, sottrassero l'uno e l'altro a severissime ammonizioni, ed a una umiliazione, che fu poco dopo cagione della loro morte[393]. Finalmente in tempo della guerra di Napoli i Veneziani non acconsentirono che il papa riscuotesse decime sul loro clero, e si opposero colla stessa fermezza ad ogni usurpazione de' loro diritti.
[391] _And. Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1192._
[392] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1193._
[393] _P. Bembi Rer. Venet. Histor., l. I, p. 16. In Thesaur. Antiq. Ital., t. V, p. I._
Questa guerra di Napoli, che durò pochi mesi, avrebbe probabilmente guastata lungo tempo l'Italia, se i Veneziani avessero voluto prendervi parte, ponendo in tal modo in equilibrio le due parti. Ebbero bentosto motivo d'essere contenti della presa risoluzione, quando si trovarono impegnati ai confini d'Italia in una piccola guerra, che ben poteva diventare egualmente importante. Sigismondo, conte del Tirolo, uno dei duchi d'Austria, aveva delle pretese opposte a quelle della signoria rispetto ai confini de' suoi stati nella contea d'Arco e nel Cadorino, e rispetto ai diritti sulle miniere di ferro di quest'ultimo distretto. Avendo determinato di farli valere colle armi, nel 1487 si assicurò di tutti i mercanti veneziani venuti alla fiera di Bolzano, e di tutto il ferro lavorato in Cadore, dichiarando in pari tempo la guerra alla repubblica di Venezia. Sette mila fanti e cinquecento cavalli tedeschi bruciarono il distretto di Roveredo, ed assediarono nella rocca Niccolò Priuli, che n'era governatore, il quale non si arrese che dopo una vigorosa resistenza[394]. In principio i Veneziani opposero a quest'invasione Giulio Cesare di Varano, signore di Camerino; in appresso diedero il comando della loro armata a quello stesso Roberto di Sanseverino, che l'aveva con sì felice successo diretta nella guerra di Ferrara. La morte di questo vecchio generale, che tanta parte aveva avuto in tutte le rivoluzioni d'Italia, fu il più notabile avvenimento della guerra del Tirolo. Dopo avere ottenuto qualche vantaggio sui Tedeschi, cadde in un'imboscata, che gli avevano tesa, e fu ucciso il 9 d'agosto del 1487 in riva all'Adige, che voleva passare per assediar Trento[395]. Allora i Veneziani si ritirarono a Serravalle, e, rompendo ogni comunicazione colla Germania, costrinsero bentosto i Tirolesi a chiedere la pace, necessaria al sostentamento della loro industria. Questa fu convenuta il 14 di novembre dello stesso anno, a condizione che fosse restituito tutto quanto era stato preso dall'una e dall'altra parte[396].
[394] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1194. — P. Bembi Rer. Venet., l. I, p. 2. — Spiegel der Ehren B. V, c. XXXIV, p. 967._
[395] _And. Navagero, p. 1195. — P. Bembi Rer. Ven., l. I, p. 8. — Spiegel der Ehren B. V, c. XXXIV, p. 968._
[396] _And. Navagero, p. 1196. — Stef. Infessura Diar. Roman., p. 1217. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 279. — P. Bembi, l. I, p. 16._
Circa lo stesso tempo la sola apparenza d'una guerra turca servì di pretesto alla repubblica per assoggettare all'immediato suo dominio l'isola di Cipro, che, dopo la morte di Giacomo di Lusignano, altro più infatto non era che una provincia veneziana. L'imperatore turco, Bajazette II, aveva fino nel 1486 apparecchiato un grosso esercito per attaccare Cait-Bay, soldano d'Egitto. E questi, che tutto sentiva il pericolo che soprastava al suo regno, se i porti di un'isola, posta in faccia alle sue coste, fossero in potere de' suoi nemici, aveva invitata la regina Cornaro a porsi in sulle difese. La repubblica le aveva subito mandati cinquecento Stradioti dalla Morea, e trecento arcieri di Candia, per guardare le sue fortezze[397].
[397] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1193._
Pure la spedizione turca venne protratta fino al 1488. In quell'anno un esercito, che facevasi ammontare ad ottanta mila uomini, andò ad attaccare il soldano in Palestina. Mentre attraversava la Caramania, dove aveva occupate le città di Adena e di Tarso, fu nel mese di agosto sconfitto dai Mamelucchi, alle falde del monte Aman, nella stessa angusta valle dell'Isso, renduta celebre dalla vittoria di Alessandro. La flotta ottomana venne pure parte dispersa e parte distrutta da una burrasca, ed il Turco rinunciò all'impresa d'Egitto[398].
[398] _And. Navag., p. 1197. — Rayn. Ann. Eccl. 1488, § 9, p. 389._
In tempo di questa breve guerra Francesco Priuli aveva protette le coste dell'isola di Cipro con ventisette galere. Quando la vide terminata, suppose di potere ricondurre la sua flotta a Venezia, ed era di già giunto in Istria, quando ricevette l'ordine di ritornare all'abbandonata stazione. Il senato sapeva, che, abusando dell'autorità usurpata in Cipro, aveva renduta la sua autorità odiosa non meno ai popoli che alla regina, e non ignorava che questa impazientemente soffriva l'esclusione da ogni amministrazione governativa, i severissimi ordini, che le venivano dati, e la diffidenza che di lei si mostrava. Il senato aveva veduti i Ciprioti pronti a sagrificarsi per Carlotta di Lusignano, per Luigi di Savoja, per Alfonso, bastardo di Napoli; finalmente per qualunque avrebbe cercato di restituire al regno la sua antica indipendenza, facendoli entrare nel numero de' popoli liberi, dal quale non sapevano tollerare di essere diffalcati. La prima guerra marittima poteva rendere ai Ciprioti questa libertà, ed essi erano apparecchiati a rivolgersi agli stessi infedeli per ottenerla, se non trovavano protezione presso qualche stato cristiano. D'altra parte la regina era tuttavia giovane, era bella e poteva portare una ricca dote ad un nuovo sposo; si andava dicendo che Federico, secondo figliuolo di Ferdinando, ne chiedeva le nozze, e se veniva ad avere figliuoli, tutti i diritti, che la repubblica credeva di avere acquistati per mezzo suo, sarebbersi perduti. Sostenevano i legisti veneziani, che il figlio di Giacomo Lusignano aveva ereditata la corona di suo padre; che, essendo questi morto in età fanciullesca, sua madre era stata la di lui erede; che finalmente la loro repubblica ereditava dalla madre, perchè questa era stata dichiarata figlia di san Marco. Ma se costei passava a seconde nozze, tutti gli sforzi fatti per istabilire i diritti di Catarina ad altro non avrebbero giovato, che ad assicurare quelli di un altro marito e de' suoi figli.
Giorgio Cornaro, fratello della regina, venne dunque spedito in Cipro a bordo della flotta del Priuli. Il consiglio dei dieci, i di cui formidabili ordini vincevano ogni considerazione di parentela o di personale ambizione, l'aveva incaricato, sotto la sua responsabilità, di ricondurre sua sorella a Venezia. La flotta era giunta presso l'isola di Rodi, ed il Cornaro si recò presso la regina il 24 gennajo del 1489[399]. Le comunicò gli ordini che aveva avuti, le fece sentire la sua dipendenza e la necessità di quest'ultimo sagrificio, conseguenza di tutti gli altri; cercò di calmare, come meglio poteva, il suo dolore ed il suo rammarico; le fece sentire che sarebbe inutile di giustificare la sua condotta in faccia al consiglio dei dieci, com'ella voleva fare, da che tutti conoscevano la di lei innocenza; ed all'ultimo da lei ottenne la promessa di perfetta sommissione ai voleri della repubblica. Ne spedì subito la notizia al capitano generale, che si era trattenuto ad Almizza, e che dietro quest'avviso venne a dar fondo nella rada di Famagosta il 2 di febbrajo del 1489[400].
[399] _And. Navagero Stor. Ven., p. 1197. — P. Bembi Hist. Ven., l. I, p. 12._