Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 17

Chapter 173,715 wordsPublic domain

Aveva allora Genova per doge quello stesso Paolo Fregoso, suo arcivescovo, che due volte nel 1464 erasi assiso sul trono ducale; che vi si era mantenuto con inauditi assassinj, e che si era dato alla pirateria, quando n'era stato discacciato. Era tornato in patria nel 1479 col resto della sua famiglia. Suo nipote Battista era stato allora proclamato doge; lo stesso Paolo era stato decorato da Sisto IV del cappello cardinalizio, ed incaricato del comando della flotta, mandata contro i Turchi. Ma nè questi onori, nè il rango che occupava nella Chiesa e nella patria, nè l'ascendente che aveva sul doge Battista Fregoso, suo nipote, erano bastanti a soddisfare l'ambizioso arcivescovo. Accusò Battista presso i capi della sua fazione di durezza, di arroganza, d'ingiustizia; pretese che questo doge negoziasse coll'imperatore per assoggettargli Genova, onde averla in appresso da lui in feudo, si associò Lazzaro Doria, il quale aveva come lui molti faziosi sotto i suoi ordini, ed essendo il doge suo nipote venuto a visitarlo nell'arcivescovado il 25 di novembre del 1483, lo fece arrestare, e gli chiese, a nome di tutta la famiglia, di deporre la corona imperiale, e nol rilasciò che dopo fattisi consegnare il palazzo pubblico e le fortezze. Dopo ciò, avendo Paolo Fregoso adunato un consiglio di 300 cittadini, si fece coi loro suffragi proclamare doge di Genova[355].

[355] Battista Fregoso scrisse egli medesimo la storia di questa rivoluzione, e fece il quadro dei delitti e de' vergognosi vizj di suo zio nel suo libro: _de Facti et dictis mirabilibus. — Uberti Folietae, l. XI, p. 650. Agost. Giustiniani An., l. V, f. 241. — Pietro Bizarro Hist. Genuens., l. XV, p. 356._

Questo capo di faziosi, destro ed intraprendente, era uno de' più formidabili avversarj che i Fiorentini potessero avere in tempo che cercavano di ricuperare Sarzana. Più non trattavasi di contrastare al solo Agostino Fregoso il possesso della piccola città di cui riclamavano il dominio, ma al doge, e nello stesso tempo alla banca di san Giorgio. Questa compagnia mercantile, sotto colore d'amministrare le entrate de' creditori dello stato di Genova, aveva un governo rappresentativo, un tesoro, un'armata, ed un sistema di libertà e d'amministrazione migliore d'assai che quello della repubblica, nel di cui seno era instituita[356]. Agostino Fregoso, che non sentivasi abbastanza forte per difendere solo Sarzana, aveva ceduto a questa banca tutti i suoi diritti.

[356] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 428._

La banca di san Giorgio possedeva egualmente il forte castello di Pietra santa, che signoreggia il passaggio della Lunigiana sulla strada di Firenze a Sarzana[357]. Questo castello è posto in una fertile pianura, coperta di uliveti, e chiusa tra le montagne ed il mare. Le acque, che non vi trovano facile scolo, vi formano alcuni pantani, che infettano l'aria di questa campagna. Pietra Santa era stata fabbricata nel XIII.º secolo da un podestà fiorentino; l'avevano posseduta a vicenda i Pisani ed i Lucchesi, e dalla repubblica fiorentina era stata venduta l'anno 1343. La banca di san Giorgio vi teneva allora una guarnigione di trecento uomini; ed ai Fiorentini riusciva difficile l'attaccare Sarzana senza possedere Pietra Santa. Ma questi, che pure non si risguardavano in guerra coi Genovesi, non vollero cominciare le ostilità contro questa fortezza. Accadde però che un convoglio, accompagnato da debole scorta, passando presso le mura di Pietra Santa, fu svaligiato dalla guarnigione. Dopo ciò si credettero in diritto i Fiorentini d'assediarla, e la guerra invece di essere diretta contro Agostino Fregoso, diventò aperta tra i due stati[358]. Dal canto loro i Genovesi mandarono Costantino Doria con una flotta di dieci galere e quattro vascelli rotondi per guastare Livorno, Vado e tutte le coste della Toscana[359].

[357] Pietra Santa è la più grossa terra della Versilia, ed ha il nome di città, sebbene, forse a cagione del suo clima insalubre, sia poco popolata. È distante sette miglia da Massa da Carrara, 16 da Lucca, e venti circa da Pisa. _N. d. T._

[358] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 431. — Scip. Ammirato, l. XXV, p. 163. — I. Mich. Bruti, l. VIII, p. 198._

[359] _Uberti Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 651. — P. Bizarro, l. XV, p. 357. — Agost. Giustiniani Ann., l. V, f. 241._

Il cattivo aere di Pietra Santa fece nell'assedio di questa piccola città, cominciato nella stagione delle febbri, perdere molta gente. Furonvi poche azioni militari; non per anco erano state piantate le batterie contro le mura, e di già i tre capitani de' Fiorentini, i conti di Pitigliano e di Marciano e Rannuccio Farnese, erano ammalati, e la maggior parte de' soldati incapaci di servire; onde il 10 ottobre stavano omai per levare l'assedio[360], quando i Fiorentini mandarono alla loro armata considerabili rinforzi con tre nuovi commissarj. Questi si sforzarono di far capire ai soldati che in un clima caldo e malsano l'autunno era la stagione di cominciare non di terminare la campagna, e li persuasero a restare tuttavia sotto Pietra Santa, ed il 21 e 22 ottobre li condussero all'assalto di due ridotti, di cui s'impadronirono, l'uno al _salto della Cervia_, e l'altro nella valle di _Corvara_; per mezzo di questi la guarnigione aveva potuto mantenersi in comunicazione colle montagne. In uno di questi attacchi fu per altro ucciso il conte di Marciano, i tre nuovi commissari, Guicciardini, Gianfigliazzi e Pucci, furono assaliti dalla febbre epidemica, onde fu mandato in loro vece Bernardo del Nero. Arrivò questi al campo il 2 di novembre, quando la guarnigione era omai ridotta a mancare di vittovaglia; si diede l'assalto alla piazza il 5 novembre, ed i Fiorentini rimasero padroni di un bastione. Allora Lorenzo de' Medici, che non s'avvicinava di buon grado agli accampamenti quando poteva esporsi a qualche rischio, recossi a quello di Pietra Santa immantinenti per ricevervi la capitolazione, che fu soscritta l'otto di novembre[361].

[360] _Scip. Ammir., l. XXV, p. 163._

[361] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 164. — Machiavelli Istor., l. VIII, p. 434. — P. Bizarro, l. XV, p. 358. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 242._

Intanto i Fiorentini avevano assoldate diciotto galere catalane, capitanate da Requenseno e da Villa-Marina; avevano formato un partito tra gli emigrati genovesi, nemici di Paolo Fregoso, e volevano attaccare questo doge nella sua capitale. Bernardo del Nero potè a stento tenere riunita l'armata che aveva presa Pietra Santa, e che trovavasi indebolita e scoraggiata da sempre rinascenti malattie. Non pertanto apparecchiavasi a continuare la campagna, quand'ebbe notizia che gli emigrati genovesi erano stati disfatti il 22 di dicembre; onde s'arrese alle istanze de' soldati, e li pose ne' quartieri d'inverno[362].

[362] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 166._

Lodovico il Moro, reggente di Milano, ed il papa offrivano alle due repubbliche la loro mediazione: proponevano, o di lasciare ai Genovesi il possedimento di Sarzana, ed ai Fiorentini quello di Pietra Santa, o di cambiare queste due piazze l'una per l'altra, onde ogni repubblica riavesse ciò che le spettava. Nella prima supposizione i Genovesi domandavano che i Fiorentini evacuassero Sarzanello, fortezza attigua a Sarzana, sempre da loro posseduta. Questi ricusavano di farlo, ove non venissero rimborsati del prezzo d'acquisto pagato al Fregoso per ambidue. Tali pretese, sebbene opposte, non sembravano difficili ad accordarsi, onde in tutto il 1485 le ostilità rimasero sospese, tanto più che la guerra di Napoli e della Chiesa richiamava l'attenzione e le forze de' Fiorentini[363]. Le nuove negoziazioni intavolate dal papa nel 1486 tornarono infruttuose; si stracciò il trattato sottoscritto colla sua mediazione; i due popoli si accusarono vicendevolmente di mala fede, e ripresero nuovamente le armi[364].

[363] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 167._

[364] _Ivi, p. 173. — Uberti Folietae, l. XI, p. 652._

In sul finire di maggio del 1487, i Genovesi sorpresero la fortezza di Sarzanello; ma non poterono occupare la rocca dove i Fiorentini si erano ritirati. Firenze mandò subito in sul luogo tutti i suoi condottieri, cioè il conte di Pitigliano, il signore di Piombino, quello di Faenza, e gli Orsini. La loro armata rientrò il 15 aprile in Sarzanello, e vi fu fatto prigioniero co' suoi nipoti Giovanni Luigi del Fiesco, che comandava i Genovesi[365]. Il Pitigliano assediò subito Sarzana; alzò tre ridotti fra la città e la Magra; aprì una batteria di otto bombarde, che fecero nel corpo della piazza una breccia praticabile; e già stava per ordinare l'assalto, quando Lorenzo de' Medici, avvisato che gli abitanti erano in procinto di arrendersi, accorse per ricevere la loro capitolazione, che fu conchiusa il 22 maggio del 1487, e l'armata vittoriosa si obbligò a rispettare le proprietà degli abitanti[366].

[365] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 178._

[366] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 179. — Uberti Folietae, l. XI, p. 653._

Invece di continuare la guerra dopo questa vittoria, o di terminarla con una buona pace, Lorenzo de' Medici non lasciò che un migliajo di soldati a Sarzana, e si unì a Lodovico il Moro per persuadere Paolo Fregoso ad assoggettare di nuovo Genova al duca di Milano. Sebbene l'avanzata età del cardinale Fregoso cominciasse a calmare le sue passioni, la duplice dignità d'arcivescovo e di doge non aveva potuto ridurlo a rinunciare al carattere di capo di fazione. Suo figliuolo naturale, Fregosino, camminava come lui, sempre circondato da un branco di banditi, avvezzi a disprezzare tutte le leggi per soddisfare a qualunque sua voglia. Un consiglio de' dieci, nuovamente instituito in Genova per reprimere tali disordini, aveva fatto arrestare Tommaso Fregoso. Il cardinale o suo figlio, prendendo le difese del loro congiunto, fecero assassinare Angelo Grimaldi, uno de' decemviri e Tobia Lomellini[367]. In pari tempo entrarono in trattato con Lodovico il Moro per dargli in mano Genova alle stesse condizioni più volte pattuite coi duchi di Milano, e più volte violate; ma essi cercarono in questa nuova convenzione per la loro famiglia, quella guarenzia che non potevano trovare per la loro patria. La figlia naturale dell'ultimo duca, Chiara Sforza, vedova di Pietro del Verme, fu data in matrimonio a Fregosino, figliuolo dell'arcivescovo; le nozze si celebrarono con regale fasto a Milano, in luglio del 1487, alla presenza degli ambasciatori della repubblica: per tal modo la libertà della repubblica era per essere sagrificata al vergognoso matrimonio di due bastardi[368].

[367] _Ubert. Folieta Hist. Genuens., l. XI, p. 654._

[368] _Diario del Notajo di Nantiporto, p. 1105. — Barthol. Senaregae Comment. de reb. Gen., t. XXIV, Rer. Ital., p. 513._

Ma l'alleanza di Paolo Fregoso col duca di Milano eccitò la diffidenza di tutti i Genovesi, ed i nemici del doge approfittarono di questa pubblica disposizione per riunirsi contro di lui. Ibletto e Giovanni Luigi del Fiesco, due fratelli, che avevano contribuito alla sua grandezza, apparecchiaronsi ad abbattere l'idolo da loro innalzato, e si volsero a Battista Fregoso, che il cardinale, zio, teneva esiliato nel Friuli, dopo averlo tradito, e cacciato dal palazzo ducale cinque anni prima. Si addirizzarono inoltre a Giovanni e ad Agostino Adorno, capi dell'opposta fazione, che vivevano ritirati a Selva, e con questi fissarono il giorno in cui attaccherebbero all'impensata l'odiato doge[369].

[369] _Barth. Senaregae, p. 514. — Ubert. Folietae, l. XI, p. 653._

Giovan Luigi del Fiesco s'internò tra le montagne per armare i suoi vassalli, ed unire alle milizie tutti i soldati vagabondi che gli verrebbe fatto di ritrovare. Ibletto, incaricato di raccogliere truppe negli stessi sobborghi di Genova, nascose le sue pratiche cogli apparecchi di continue feste, e di un dissipamento che dava a tutti nell'occhio. Il doge lo fece interpellare sul conto de' soldati che gli si vedevano intorno, ed Ibletto rispose ch'erano antichi suoi compagni d'armi, che approfittavano della presente pace d'Italia, per darsi buon tempo alcuni giorni con lui. Ma questo sospetto, manifestato da Paolo Fregoso, fece sentire ad Ibletto che non poteva protrarre più oltre l'esecuzione de' suoi progetti; onde la stessa sera, in agosto del 1488, sorprese porta delle Capre presso santo Stefano, vi si fortificò con un centinajo di soldati, facendo nello stesso tempo avvisare i suoi compagni dell'accaduto, e caldamente pregandoli ad accorrere in suo ajuto. Pietro Fregoso non credette di doverlo attaccare prima del giorno; ignorava le forze del suo nemico e le disposizioni della città, e non voleva spogliare le fortezze di soldati, nell'istante in cui forse pensavasi a sorprenderle; questo ritardo fu la salvezza de' congiurati. Prima del giorno Gian Luigi del Fiesco entrò in città colla piccola armata raccolta nelle montagne. Vi entrarono pure Agostino e Giovanni Adorno con tutta la loro fazione da lungo tempo oppressa: e Battista Fregoso non aveva tardato ad unirsi co' più inveterati nemici della propria casa, per vendicarsi della perfidia di suo zio. La loro armata trovavasi di già superiore d'assai a quella del doge, onde in sul fare del giorno, attaccò il palazzo del pubblico. Paolo, troppo tardi conobbe, che la perdita di una notte era stata cagione della sua ruina; fuggì con suo figlio nella cittadella, mentre che il suo amico Paolo Doria ritardava la marcia degli aggressori con artificiose proposizioni, e lo sottraeva in tal modo al pugnale di Battista Fregoso, infiammato da desiderio di vendetta[370].

[370] _Barthol. Senaregae de reb. Genuens., p. 515. — Uberti Folietae, l. XI, p. 655._

I nemici del cardinale, poichè si videro padroni del palazzo, cercarono di dare una nuova forma alla repubblica. Non vollero nominare il doge, perchè questa suprema dignità avrebbe risvegliata la rivalità degli Adorni e de' Fregosi, ed avrebbe inoltre scontentati i Fieschi, esclusi dalla loro nobiltà da una magistratura popolare. Il senato prescelse adunque dodici cittadini, cui diede prima il nome di capitani, poi di riformatori della repubblica di Genova. I capi delle due popolari fazioni, quelli di tutte le famiglie nobili, e quelli che per qualsiasi titolo avevano la confidenza de' loro concittadini, trovaronsi riuniti in questo nuovo consiglio[371].

[371] _Barth. Senaregae, p. 515._

Il primo ordine emanato da questi magistrati fu quello di attaccare la fortezza. Il cardinale non erasi accontentato di questa, ma aveva alloggiati soldati nelle vicine case, cacciandone gli abitanti; aveva barricate le strade, ed erasi posto in istato di sostenere un lungo assedio. Le battaglie date all'intorno della fortezza ridussero i Genovesi nella più spaventosa desolazione. Ogni palazzo veniva a vicenda attaccato e difeso coll'artiglieria; quando l'un partito o l'altro era forzato ad evacuarlo, vi appiccava, ritirandosi, il fuoco, ed in mezzo alle zuffe ed agl'incendj, vedevansi gli abitanti, le donne ed i fanciulli, contrastare ai soldati, che saccheggiavano le case, i loro mobili e le loro ricchezze. La devastazione s'andava ogni dì più allargando, e questa doviziosa città, così rinomata per la sua magnificenza, sembrava minacciata di distruzione dai suoi medesimi cittadini[372].

[372] _Uberti Folietae, l. XI, p. 656. — Barth. Senaregae, p. 516. — P. Bizarri, l. XV, p. 363._

Mentre queste pratiche si andavano prolungando, i magistrati eransi rivolti al papa, loro concittadino, per implorarne la protezione, ed al re di Francia Carlo VIII, cui offrivano la signoria della loro città a quelle medesime condizioni che l'aveva avuta suo padre. Dall'altro canto Paolo Fregoso aveva domandato ajuto al duca di Milano, il quale fece avanzare verso la Liguria Gian Francesco di Sanseverino, conte di Cajazzo, figliuolo di Roberto, ch'era morto nel precedente anno. Nello stesso tempo alcuni ambasciatori milanesi arrivarono a Genova, e la loro mediazione fu accettata dalle due parti. Proposero di dividere la repubblica tra gli Adorni ed i Fregosi; di cedere ai primi Savona con tutta la riviera di Ponente; di conservare ai secondi Genova e la riviera di Levante; per ultimo di riconoscere la suprema signoria del duca di Milano sopra l'una e l'altra parte[373]. Questa proposizione, che sagrificava la gloria e l'esistenza stessa della nazione a vantaggio dei capi di partito, venne rigettata dall'uno e dall'altro egualmente, pure accrebbe la reciproca diffidenza. Ma Battista Fregoso era odioso e sospetto a Lodovico il Moro; gli ambasciatori milanesi lavoravano nascostamente a staccare da lui i suoi nuovi compagni, e da questi ottennero infatti che fosse loro sagrificato. Battista venne arrestato nella casa di Agostino Adorno, dov'erasi recato senza verun sospetto, e fu portato a bordo di una galera, che partì alla volta d'Antipoli nel Friuli, luogo del suo precedente esilio, dal quale era partito poche settimane prima. Gli altri capi avevano acconsentito alle nuove proposizioni degli ambasciatori milanesi. Agostino Adorno doveva per dieci anni tenere in Genova l'autorità ducale, col titolo di luogotenente del duca di Milano; Ibletto e Giovan Luigi del Fiesco dovevano conservare tutte le loro onorificenze ed il loro credito. Il cardinale Paolo Fregoso doveva abdicare la carica ducale, e consegnare ai Milanesi il Castelletto e le altre fortezze. Gli si prometteva in ricambio un'annua pensione di sei mila fiorini, e mille si promettevano a suo figlio Fregosino, finchè il papa gli dasse in beneficj ecclesiastici una rendita eguale a questa somma. A tali condizioni poteva Paolo Fregoso trattenersi in Genova, purchè si limitasse alle sue incumbenze ecclesiastiche; ma costui era troppo orgoglioso per ubbidire dove aveva comandato. Uscendo dal Castelletto, in ottobre del 1488, s'imbarcò con tutti i suoi effetti sopra due galere che si era fatto apparecchiare, delle quali, sopraggiunte da violente burrasca presso le coste della Corsica, una perì con tutto il carico, l'altra, dopo avere perdute tutte le sue antenne, si sottrasse, può dirsi per miracolo, alla tempesta, ed approdò a Cività Vecchia; indi Paolo Fregoso passò a Roma, che più non abbandonò fino alla sua morte, accaduta il 2 di marzo del 1498[374].

[373] _Uberti Folietae, l. XI, p. 657. — Barth. Senaregae, p. 517._

[374] _Uber. Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 657. — Barth. Seneragae, t. XXIV, p. 518. — P. Bizarro, l. XV, p. 366._

La repubblica di Firenze non aveva motivo di lodarsi di questa rivoluzione, cui aveva contribuito, tenendo viva una piccola guerra nei confini della Liguria. Il duca di Milano non fu appena padrone di Genova, che manifestò il suo rincrescimento per la perdita di Sarzana e di Pietra Santa, e si fece ad apparecchiare i mezzi di riavere quelle due città[375]. Ma Lorenzo de' Medici, ostinandosi a diffidare di ogni repubblica, temeva assai meno le pratiche e le trame di un vicino principe, che l'esempio di libertà e d'indipendenza, che altri cittadini potevano dare ai Fiorentini. Oramai Perugia, Bologna e Genova non potevano per questo rispetto cagionargli veruna inquietudine. Venezia veniva sempre risguardata come una potenza nemica; e per ultimo le due repubbliche, che dividevano con Firenze la sovranità della Toscana, andavano ogni giorno perdendo la loro importanza. Pareva che quella di Lucca non ad altro mirasse che a farsi dimenticare, più non vedevasi rammentata da veruno scrittore del secolo: e perchè il suo governo vietò con gelosa diffidenza la pubblicazione di tutte le storie nazionali, appena ci possiamo accorgere della sua esistenza. In quello stesso tempo la repubblica di Siena faceva tristamente parlare di sè, consumando nel suo seno le proprie forze.

[375] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 182._

Poichè il duca di Calabria ebbe abbandonata quella città nel 1480, essa fu costantemente agitata dalla più spaventosa anarchia. Furiosi demagoghi avevano a vicenda esiliati, proscritti, precipitati dalle finestre del palazzo, e fatti morire sul patibolo tutti coloro che per i loro natali, per singolare ingegno, o per importanti servigi, renduti alla repubblica, si erano distinti in faccia ai loro concittadini. Gli ordini, ossia i Monti dei nove, dei dodici, dei riformatori, dei gentiluomini, ora gli uni, ora gli altri esposti alla persecuzione, erano stati talora affatto esclusi dal supremo governo, talora aboliti o proscritti. Nel 1482 la repubblica aveva riconosciuto il solo ordine del popolo, cui si erano riuniti tutti gli altri[376]. Ma questa prudente risoluzione, che doveva distruggere tutte le distinzioni tendenti soltanto a perpetuare i tumulti, era stata abolita nel 1484 dagli stessi democratici. Avevano voluto nuovamente segregare dalla loro corporazione tutti coloro che avevano qualche pretesa aristocratica, facendo appunto che questi aboliti diritti formassero un titolo d'esclusione, e lo stabilimento di quest'oligarchia affatto plebea era stato lordato col sangue di nuove vittime[377]. Ogni giorno andava crescendo il numero degli esiliati da Siena; questi più non vivevano isolati ne' luoghi del loro esilio, ma si adunavano negli stati limitrofi in ragguardevoli corpi di truppe, e spaventavano il governo rivoluzionario coi frequenti tentativi che facevano per tornare in patria, o per forza o per sorpresa. Lorenzo de' Medici era alleato di questo governo anarchico; egli aveva persuasi i Fiorentini a rinunciare all'antica loro massima di non cercare amici che tra gli amici della giustizia, dell'onore e della libertà. I suoi trattati venivano sempre suggeriti dall'interesse del momento, dalla gelosia, dal desiderio d'indebolire i suoi vicini, e per ultimo dalla politica, le di cui viste sono troppo più corte che quelle della morale. Nel 1482 aveva sagrificati gli alleati sienesi, padroni di Monte Reggioni, i quali, rimasti privi tutt'ad un tratto de' suoi ajuti, erano stati costretti di abbandonare quel castello ai loro nemici[378]; ed egli aveva il 14 di giugno del 1483 conchiusa una lega per venticinque anni, a nome de' Fiorentini, col popolaccio che tiranneggiava Siena[379]; ma gli emigrati non avevano perciò ommesso di cercare di occupare prima il castello di Saturnia, poi la città di Chiusi, ed all'ultimo la terra di San Quirico.

[376] _Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. V, f. 86._

[377] _Ivi, f. 92._

[378] _Orl. Malavolti, p. III, l. V, f. 85. — Alleg. Allegretti Diar. Sanesi, p. 811-813._

[379] _Orl. Malavolti, l. V, f. 87._

Questi emigrati Sienesi appartenevano a tutti i partiti, a tutti i _Monti_, secondo l'abituale linguaggio di Siena. Molti di coloro ch'erano stati mandati dopo gli altri in esilio, avevano partecipato alla proscrizione, ed ancora al supplicio delle prime vittime. Il giusto odio che li teneva divisi, formava la speranza degli oppressori della loro patria. Essi lo sentirono, dimenticarono tutte le offese che la sorte aveva di già vendicate, e presero la risoluzione di unirsi contro i soli nemici, de' quali non devonsi mai scordare le scelleratezze, cioè quelli che sono sempre possenti. Nicolò Borghesi e Neri Placidi sottoscrissero in Roma, a nome dell'ordine dei Nove, la pace con Lorenzo e con Guid'Antonio Boninsegni, rappresentanti del monte dei Riformatori. Nello stesso tempo Lionardo, figliuolo di Battista Bellanti, appartenente ancor esso all'ordine dei Nove, il di cui padre era perito sul patibolo, fece in Pisa la pace con Bartolommeo Sozzini e con Niccolò Severini del monte de' Dodici, i quali avevano avuto parte in queste crudeli esecuzioni. Obbligaronsi tutti ad operare di concerto pel vantaggio di tutti gli esiliati, ed a non avere in avvenire altro scopo, che quello di liberare la loro patria del giogo tirannico sotto cui gemeva[380].

[380] _Orl. Malavolti, p. III, l. V, f. 93._