Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 16

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Il papa dal canto suo aveva cercati alleati nel restante dell'Italia ed in Francia. Per affezionarsi i Veneziani gli aveva assolti da tutte le censure pronunciate contro di loro da Sisto IV[330]. Aveva voluto far loro sentire essere giunto l'istante di vendicarsi del re di Napoli; ma questa saggia repubblica, che cominciava appena a respirare dopo i mali sostenuti nelle precedenti guerre, non trovò bastantemente valutabili le sue ragioni per entrare in nuove ostilità. Si limitò a cedere al papa il suo generale, Roberto di Sanseverino, che passò al servizio della Chiesa co' suoi due figli e trentadue squadroni di cavalleria[331]. Nello stesso tempo Innocenzo offriva a Renato II, duca di Lorena, che risguardava quale rappresentante della casa d'Angiò, l'investitura del regno di Napoli. Innocenzo non dubitava di non trovare questo principe apparecchiato a tentare un'intrapresa che egli giudicava gloriosa; ma in quel tempo Renato era costretto di trattare alla corte di Francia la causa di nullità del testamento di suo avo, che l'escludeva dalla sua successione. Perciò non ottenne dal re che il meschino soccorso di venti mila franchi in danaro, e di cento lance, per tentare la conquista di un regno cui pretendeva anche lo stesso Carlo VIII; e perchè non voleva depauperare la Lorena per una guerra, da cui probabilmente non isperava felici successi, e che in verun caso non sarebbe favorevole a questo ducato, egli rinunciò alla sua spedizione[332].

[330] _Bulla Innoc. VIII apud Raynald, 1485, § 45, p. 359. — And. Navagero, p. 1192._

[331] _M. A. Sabellico, Dec. IV, t. III, f. 243. — Diar. di Roma del Notajo di Nantiporto, p. 1098. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 277._

[332] _Phil. de Comines, l. VII, c. I, p. 155, t. XII. Mém. pour l'Hist. de France._

Frattanto Ferdinando aveva fatto dichiarare ai suoi baroni d'essere disposto ad ascoltare le loro lagnanze, ed a riformare gli abusi di cui si dolevano. Questi avevano incaricato il conte di Bisignano di esporre i loro gravami; ma perchè in allora speravano di essere sostenuti dal papa, dai Veneziani e dal duca Renato, fecero al re delle domande ch'essi medesimi credevano assolutamente inammissibili. Rispose Ferdinando di essere apparecchiato a segnare la pace alle condizioni che sarebbero proposte dai baroni, ed il suo secondo figlio, Federico, recossi alla loro assemblea con quest'accettazione piena ed intera. L'estrema condiscendenza di Ferdinando, invece di agevolare le negoziazioni, spaventò i confederati, i quali facilmente conobbero, essere intenzione del loro padrone di tutto accordare, di tutto giurare, e di non rispettare verun giuramento. Invece d'accettare la pace alle condizioni da loro stessi proposte, offrirono la corona a Federico d'Arragona, ch'era venuto presso di loro per riconciliarli al re suo padre. Questo virtuoso principe aveva loro inspirato tanto affetto e tanto rispetto, quanto era l'odio e la diffidenza che nutrivano per suo fratello. Se fosse stato il legittimo erede del trono, avrebbe senza dubbio salvata la casa di Arragona dalla sventura ond'era minacciata; ma egli non poteva accettare colpevoli offerte, e preferì di rimanere prigioniere de' ribelli, piuttosto che regnare sopra di loro[333].

[333] _Giannone Ist. Civ. del regno di Napoli, l. XXVII, c. I, p. 612._

Credeva il re che il numeroso partito formato contro di lui sarebbe spinto dalla guerra a vigorose misure, mentre che, continuando a negoziare, il rispetto per l'autorità reale fermerebbe tutti gli sforzi di una lega mal assodata, e che non tarderebbe e sentire gli effetti della discordia. Diede dunque a suo nipote Ferdinando, principe di Capoa, un'armata d'osservazione, incaricata soltanto di contenere i ribelli, mentre affidò il nerbo delle sue forze al duca di Calabria, che marciò verso Roma per unirsi al conte di Pitigliano ed agli Orsini, assoldati dal duca di Milano e dalla repubblica di Firenze[334].

[334] _Giannone Istor. Civ., l. XXVIII, c. I, p. 614._

Niuna segnalata azione ebbe luogo in questa guerra: Roberto di Sanseverino volle farsi strada a traverso agli stati della Chiesa per raggiugnere nel regno di Napoli i baroni che lo aspettavano; ma il duca di Calabria, rinforzato dagli Orsini, si propose di trattenerlo[335]. I Fiorentini, sempre lenti a porsi in movimento, non agirono vigorosamente che nella campagna del 1486. Allora estesero le loro pratiche a tutte le città della Chiesa che confinavano col loro territorio. I Baglioni dovevano far ribellare Perugia, e ristabilirvi il governo repubblicano; i figli di Niccolò Vitelli, di fresco morto, dovevano coll'ajuto de' loro partigiani ricuperare la signoria di Città di Castello; Giovanni dei Gatti dovea tentare di far valere i diritti di sua famiglia sopra Viterbo; le città d'Assisi, Foligno, Montefalco, Todi, Spoleti ed Orvieto avevano tutte nel loro seno un partito che manteneva intelligenze coi Fiorentini[336]. Vero è che niuna di queste trame fu condotta a felice fine; ma il papa, che n'era informato, costretto per tenere tutte queste città in dovere a dividere le sue forze, non potè somministrare ai baroni napolitani i promessi sussidj.

[335] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 171._

[336] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 173._

Frattanto le due armate del duca di Calabria e del Sanseverino, che si erano lungo tempo minacciate, scontraronsi all'ultimo l'8 maggio del 1486 al ponte di Lamentana. Si attaccò la zuffa tra i due corpi di cavalleria, ma con tanto poco ardore militare, che, per quanto si disse, non vi furono nè morti, nè feriti. Siccome però il duca di Calabria aveva fatti dei prigionieri al Sanseverino, e cacciatolo fuori del campo di battaglia, si suppose che fosse rimasto vittorioso[337]. Allora s'accostò a Roma, e gli Orsini, che tenevano le sue parti, gettarono la città in grandissima confusione, perciocchè quanto meno la guerra era pericolosa pei soldati, altrettanto riusciva ruinosa per i popoli.

[337] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 173. — M. A. Sabellico, Dec. IV, l. III, f. 243._

Il pericolo di tutto lo stato della Chiesa, il guasto delle campagne, la ruina della medesima capitale, facevano di già che il debole Innocenzo si pentisse d'essere entrato in una lotta superiore alle sue forze. Accendendo un'imprudente guerra, egli non aveva prese le necessarie misure per sostenerla; diffidava di tutti, e colla sua irresoluzione lasciava sfuggire gli estremi partiti che avrebbe potuto prendere. Lorenzo de' Medici accrebbe ancora la sua irrisolutezza ed i suoi timori facendogli venire tra le mani false lettere di Roberto di Sanseverino, che dovevano farlo sospettare traditore[338]. I cardinali lo andavano tutti confortando a metter fine ad una guerra ruinosa; il solo cardinale Balue che, come Francese, trovavasi di contrario sentimento a tutto il sacro collegio, gli ricordava i passi fatti dalla corte di Roma presso il re di Francia, e protestava che il papa non poteva, senza disonorarsi, abbandonare un'impresa, per la quale tutta la Francia aveva di già prese le armi. Il vice cancelliere, Roderigo Borgia, gli rispose con così violenti modi, che a stento si potè impedire che i due cardinali non venissero alle mani[339].

[338] _Rayn. Ann. Eccl. 1486, § 16, p. 368._

[339] Rodrigo Borgia prese a dire che il santo padre non doveva abbadare ad un ubbriaco; rispose il cardinale di Balue a quest'insulto, attaccandolo ancora più direttamente intorno ai costumi, alla nascita ed alla fede del _marrano_, o miscredente spagnuolo. _Stefano Infessura Diar. Rom., t. III, p. II, p. 1204-1205._

Ferdinando ed Isabella, re di Arragona e di Castiglia, cercavano per mezzo dei loro ambasciatori di ristabilire la pace nel mezzodì dell'Italia. La riunione dei due regni dava loro una grande preponderanza nella politica dell'Europa. Ferdinando era inoltre re di Sicilia, ed aveva per conseguenza un diretto interesse ad allontanare dal regno dell'altro Ferdinando, suo cugino, i pretendenti Francesi, che potevano far vacillare il suo proprio dominio. D'altra parte doveva temere per la Sicilia un'invasione de' Turchi, che avrebbero così potuto fare una potente diversione alla guerra ch'egli portava nel regno musulmano di Granata. Premeva dunque ai re di Spagna che l'Italia si mantenesse in pace per parer formidabile agli stranieri; quindi offrirono la loro mediazione tra il papa ed il re di Napoli. Il vescovo d'Oviedo e Francesco di Roxas vennero a Roma per trattare, e furono dopo alcun tempo raggiunti da don Inigo de Mendoza, conte di Tendilla, e tutte le parti parvero ugualmente premurose di accettare la loro mediazione[340].

[340] _Rayn. Ann. Eccl. 1486, § 1, 2, p. 366._

Ferdinando di Napoli accordò al papa tutte le sue domande. Si obbligò di pagare alla Chiesa l'annuo tributo con tutti gli arretrati; riconobbe come vassalli immediati della Chiesa e le città dell'Aquila e tutti i baroni che avevano fatto omaggio al papa de' loro feudi. Convenne soltanto che i censi annualmente pagati alla Chiesa da questa città e da questi baroni si ricevessero in conto del tributo di cui dichiaravasi debitore verso la santa sede. Non solo si accontentò di perdonare a tutti i suoi baroni, ma li dispensò ancora di venire a rendergli omaggio a Napoli, loro permettendo di trattenersi nelle loro fortezze, in mezzo ai proprj vassalli, e non pertanto offrendo garanti della loro sicurezza i re di Arragona e di Castiglia, il duca di Milano e Lorenzo de' Medici. Questo trattato, senza essere partecipato ai cardinali, fu sottoscritto in Roma l'undici agosto, ed immediatamente pubblicato[341].

[341] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1211. — Diar. del Notajo di Nantiporto, p. 1103. — Rayn. Ann. Eccl., § 13 e 14, p. 368._

I due confidenti di Ferdinando, che avevano mantenuta coi ribelli una segreta corrispondenza, non erano esplicitamente compresi nel trattato. Perciò Ferdinando, ricevendo il 13 agosto la notizia della soscrizione della pace, per mescolare il terrore alla speranza, fece arrestare Francesco Coppola, conte di Sarno, i conti di Carinola e di Policastro suoi figliuoli, Antonio Petrucci, suo segretario, e due de' loro confidenti. I loro beni, che, per quanto si diceva, ammontavano a trecento mila ducati, furono confiscati, e pochi giorni dopo si fecero perire tutti questi prigionieri fra i più crudeli supplicj[342]. I baroni, ch'erano stati in guerra col re, credettero, per pochi istanti, di essere stati dal trattato di pace abbandonati alla sua vendetta, fors'anche per una segreta collusione delle stesse potenze che avevano guarentita la loro sicurezza. Il gran siniscalco, Pietro di Guevara, morì di dolore vedendo l'avvilimento in cui era caduto il suo partito. Antonio di Sanseverino, principe di Salerno, troppo ben conoscendo Ferdinando per non fidarsi giammai alla sua fede, passò in Francia, e dopo lunghe pratiche ottenne finalmente di suscitargli contro un vendicatore[343]. Gli altri baroni, ritirati nelle loro terre, furono qualche tempo dal re risparmiati, onde cominciarono a lusingarsi che la loro causa non fosse agli occhi del re la medesima che quella del conte di Sarno e del Petrucci.

[342] _Ann. Napolitani di Raimo, t. XXIII, p. 238._

[343] _Mémoires de Philip. de Comines, l. VII, c. II, p. 138._

Frattanto Ferdinando, dopo essersi accertato che il re di Spagna, il duca di Milano e Lorenzo de' Medici non si curerebbero punto dell'esecuzione delle sue promesse, non tardò a violarle tutte sfrontatamente. Nel mese di settembre fece entrare nell'Aquila quello stesso conte di Montorio, ch'egli aveva fatto arrestare un anno prima, ma che in appresso aveva saputo interamente affezionarsi. Il conte piombò all'impensata sui soldati d'Innocenzo VIII, parte ne uccise e parte obbligò a fuggire; fece giustiziare l'arcidiacono, capo del partito della Chiesa, e rappresentante del papa all'Aquila, e tutta senza riserva sottomise la città al potere del re[344].

[344] _Stef. Infessura Diar. di Roma, t. III, p. II, p. 1214. — Raynald. Ann. Eccl. 1486, § 19, p. 369._

Nè i baroni si sottrassero lungo tempo alla perfidia del re; il 10 ottobre, o secondo altri il 10 giugno seguente, fece arrestare i principi d'Altamura e di Bisignano, i duchi di Melfi e di Nardo, i conti di Morcone, di Lauria, di Melito, di Nola, e molti altri gentiluomini. È comune opinione che tutti questi signori furono immediatamente uccisi, e che i loro corpi, chiusi entro sacchi, vennero gettati in mare. Ma Ferdinando, per tenere a freno i loro partigiani, volle far credere che li custodiva come ostaggi, e faceva, per accreditare questa voce, portare ogni giorno vittovaglie alla loro prigione. Poco dopo vennero pure imprigionati le consorti ed i figli di que' signori, e confiscate tutte le loro sostanze. La sola principessa di Bisignano potè salvarsi, fuggendo, colla sua famiglia. Nello stesso tempo il re fece perire Marino Marzano, duca di Suessa, che da circa venticinque anni languiva nelle carceri[345].

[345] _Giannone Ist. Civile, l. XXVIII, c. I, p. 618._

Il re, più non avendo che temere per parte de' suoi baroni, depose ogni avanzo di rispetto per il papa. Continuò a disporre, senza consultarlo, di tutti i beneficj ecclesiastici de' suoi stati; ricusò l'annuo tributo che si era obbligato di pagare, e quando fu da Innocenzo VIII mandato alla sua corte il vescovo di Cesena, per lamentarsi intorno a questi due punti, rispose Ferdinando, che meglio del papa conosceva i proprj sudditi, e che meglio di lui sapeva quali fossero degni di avanzamento; soggiunse di essere senza danaro, e che altronde aveva sostenute tante spese per la Chiesa, che ben meritava di godere di una più lunga esenzione[346]. Roberto di Sanseverino, sapendo che il trattato di pace non conteneva veruna clausola a suo favore, si pose in cammino per passare colla sua cavalleria nel territorio di Venezia, risoluto di farsi strada colle armi. Aveva di già passato Todi e Borgo san Sepolcro, quando il duca di Calabria si fece ad inseguirlo; e perchè il duca incoraggiava a resistere tutte le città, cui il Sanseverino si avvicinava, cominciò bentosto a guadagnare qualche marcia. Giovanni Bentivoglio e i Bolognesi chiusero all'ultimo il passaggio al generale del papa, il quale fu forzato di abbandonare tutti i suoi equipaggi e la maggior parte della sua armata, mentre con soli cento cavalleggeri si sottrasse ai suoi nemici, ed entrò nello stato veneziano[347].

[346] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1218. — Raynald. Ann. Eccl., 1487, § II, p. 382._

[347] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 176. — M. A. Sabellico, d. IV, l. III, f. 243. — Hier. de Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 906._

Giammai la santa sede aveva fatta una più vergognosa pace di quella che aveva soscritta allora Innocenzo VIII. Senza aver provata veruna grande disfatta, che potesse rendere ragione di tanta debolezza, egli aveva sagrificato il generale venuto a servirlo dall'altra estremità dell'Italia, aveva abbandonati tutti gli obblighi contratti con Renato di Lorena e colla corte di Francia, ed aveva fatti strascinare in prigione e morire tra i supplicj uomini che d'altro non erano colpevoli che di avere sostenuto il suo partito, e ch'egli aveva solennemente promesso di difendere. Perdeva il tributo del regno di Napoli, e la presentazione ai beneficj che conservava il solo Ferdinando; e per colmo di vergogna tutti questi oltraggi gli venivano fatti in onta di un trattato solennemente giurato, ed annunciato a tutta l'Europa, senza ch'egli osasse manifestare il più leggiere risentimento. Innocenzo VIII, che pure fece qualche debole tentativo per farsi pagare da Ferdinando, non fece un cenno per salvare gli sgraziati, vittime del loro attaccamento alla santa sede. Non perciò ommise di conservare col re di Napoli relazioni di buona vicinanza, non invocò la garanzia dei mediatori del trattato di Roma, e bentosto gettossi totalmente tra le braccia di uno di loro. Egli sentiva la propria debolezza, aveva bisogno di trovare della forza, desiderava di essere guidato come un cieco, e scelse per suo confidente e per sua guida quello in cui aveva trovata la più vigorosa opposizione, Lorenzo de' Medici, l'alleato ed il salvatore di Ferdinando.

Questo illustre capo della repubblica fiorentina aveva trovato un ragionevole malcontento nello stesso consiglio dei settanta, ch'egli aveva creato, quando avea voluto persuadere i Fiorentini ad assecondare Ferdinando in una ingiusta oppressione, inimicandosi la Chiesa, la di cui nimicizia era sempre formidabile. Il suo storico Valori protesta che mai non parlò con tanta eloquenza, come quando trasse nella sua opinione i suoi colleghi a favore del re di Napoli[348]. Non aveva altresì avuto mai bisogno di maggiore artificio, quanto in questa circostanza, in cui voleva al proprio personale vantaggio far sagrificare il vero interesse ed i principj della repubblica. Lorenzo riuscì ad ottenere alla sua famiglia l'amicizia di Ferdinando coi beneficj, quella d'Innocenzo VIII col fargli paura: ma nè l'uno nè l'altro erano i veri alleati che doveva procacciarsi Firenze; da nessuno di loro poteva la repubblica ripromettersi costanza di affetto o uniformità di politica. Firenze era decaduta dalla sua grandezza dopo che aveva abbandonato il sistema degli Albizzi, e che più non faceva causa comune con tutti i popoli liberi. I Medici umiliati, vedendosi considerati nelle altre repubbliche come semplici cittadini, manifestavano della gelosia contro Venezia, ispiravano diffidenza verso Genova, Lucca e Siena: finalmente riponevano ogni loro arte nel mantenere uno spirito di rivalità tra la loro patria e le città libere. Dopo tale epoca Firenze più non ebbe partigiani ereditarj nel rimanente dell'Italia; sapevasi ovunque che la sua alleanza dipendeva dai segreti intrighi del gabinetto, e che era variabile come gl'interessi del giorno, come i favori dei principi; coloro che soffrivano per la più giusta causa non erano più sicuri de' suoi ajuti; ed a vicenda più non pensarono a soccorrerla che quando sentironsi invitati da un interesse presente.

[348] _Valori in vita Laurenti, p. 53. — Roscoe Life of Lorenzo de Medici, t. II, c. VI, p. 27._

La vanità di Lorenzo de' Medici era soddisfatta, qualunque volta trattava coi principi, e Ferdinando aveva per lui tutti i riguardi riservati ai sovrani. Suo figlio Pietro venne accolto alle nozze d'Isabella d'Arragona con Giovanni Galeazzo con maggiore rispetto assai che non gli ambasciatori della repubblica[349]. Dal canto suo Innocenzo VIII non istringeva alleanza con Firenze ma coi Medici. Suo figlio, Franceschetto Cibo, sposò Maddalena, figliuola di Lorenzo e della Clarice Orsini. In quest'occasione Clarice fu pomposamente ricevuta alla corte di Roma, come suo padre, Virginio Orsini, sebbene dal principio di questo pontificato fosse sempre stato in guerra colla santa sede. Tutti gli Orsini, ch'erano stati perseguitati con accanimento, furono richiamati al favore ed all'onnipotenza in Roma. Finalmente il papa promise al fratello di sua nuora, al secondo figlio di Lorenzo de' Medici, un cappello cardinalizio. Questi, la di cui fortuna cominciava in tale maniera, doveva un giorno essere il papa Leon X; in allora era un fanciullo, nè mai la prima dignità della Chiesa erasi ottenuta in più tenera età. Il matrimonio di Franceschetto Cibo con Maddalena de' Medici non si celebrò che in novembre del 1487, e la consacrazione di Giovanni de' Medici venne differita fino al principio del 1492[350].

[349] _Istor. di Giovanni Cambi, t. XXIV, p. 39._

[350] _Machiavelli Ist., t. VIII, p. 435. — Scip. Ammirato, l. XXV, p. 177. — Jo. Mich. Bruti, l. VIII, p. 209. — Diario di Stefano Infessura, t. III, p. II, p. 1215. — Diar. di Roma del Notajo di Nantiporto, p. 1106._

Lorenzo de' Medici erasi appena riconciliato colla Chiesa, quando rendette ad Innocenzo VIII un eminente servigio, terminando per lui onorevolmente una piccola guerra, che minacciava di tirarsi dietro grandi disastri. La città d'Osimo nella Marca aveva provata una rivoluzione, in seguito della quale aveva scosso il giogo del dominio ecclesiastico, e Boccolino Guzzoni, uno de' suoi cittadini, erasene fatto dichiarare signore. Questo piccolo sovrano, abbandonato alle sole piccole sue forze, sarebbe stato facilmente ricondotto all'ubbidienza verso la Chiesa, ma di que' tempi Bajazette II, rimasto vincitore nelle guerre civili de' Turchi, aveva ripreso il progetto di penetrare in Italia. Alcuni branchi di avventurieri musulmani avevano fatti varj sbarchi nella Marca d'Ancona, avevano tentato di sorprendere Fano, ed avevano trovato negli stati del papa corrispondenti e partigiani, come ne avevano prima trovato in quelli di Ferdinando[351]. Boccolino, che appena poteva sperare di trovare alleati in Italia, fece offrire a Bajazette II di tenere da lui in feudo la città di Osimo, e mandò suo fratello a Costantinopoli, mentre che un agente del sultano venne a Venezia per condurre a buon termine questo trattato. Giace la città di Osimo a qualche distanza dal mare, ed Innocenzo VIII, per comprimere una ribellione che poteva avere così funeste conseguenze, aveva subito spedito nella Marca il cardinale Giuliano della Rovere, che aveva troncate le comunicazioni di Boccolino col mare; in appresso lo aveva assediato in Osimo, piazza abbastanza forte e che vigorosamente si difendeva: e se la guarnigione turca, che vi si aspettava, fosse entrata entro le sue mura, è probabile assai che difficilmente si sarebbero scacciati i Turchi dagli stati della Chiesa[352]. Lorenzo de' Medici interpose la sua mediazione per terminare questa pericolosa guerra: mandò il vescovo di Arezzo a Boccolino, e lo persuase a vendere al papa la città di Osimo per sette mila fiorini. Boccolino venne in seguito a Firenze, ove fu ben accolto; ma quando passò di là a Milano, fu arrestato mentre entrava in questa città, ed appicato senza formalità di giudizio, e senza avere riguardo alla protezione di Lorenzo, o forse con segreta sua intelligenza[353].

[351] _Roscoe Life of Lorenzo, c. VI, p. 31._

[352] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1213. — Marin Sanuto vite dei duchi, p. 1241. — Rayn. An. Eccl., 1486, § 32, p. 371._

[353] _Stef. Infessura, p. 1217. — Raynald. An. Eccl., 1487, § 7, p. 381._

Omai non restava altra guerra in Italia che quella tra le repubbliche di Firenze e di Genova, la quale non era stata terminata dal trattato di Bagnolo del 1484, e non lo fu in quello di Roma del 1486. Il primo aveva lasciato ai Fiorentini il diritto di procurarsi colle armi la restituzione di Sarzana, che loro aveva tolto Agostino Fregoso; e questi a tale oggetto avevano preso al loro soldo il conte Antonio di Marciano e Rannuccio Farnese, e gli avevano mandati in Lunigiana nel settembre del 1484[354].

[354] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 162._