Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)
Part 15
Ma alla fine del decimoquinto secolo, quando la successiva elezione di molti pontefici, macchiati di vergognosi vizj, recò danno all'opinione della santa sede, e fu in ultimo cagione della rivoluzione che si vide scoppiare in principio del secolo decimosesto, la Chiesa potè riconoscere che i reciproci diritti de' suoi rappresentanti non erano bastantemente stabiliti, o equilibrati con sufficiente saviezza. Non erasi mai più vivamente sentito che sotto Sisto IV il bisogno di porre limiti all'autorità del pontefice con quella de' cardinali; mai non si era fatta più lunga prova di quanto l'influenza di un cattivo pontefice sopra il sacro collegio diventava irresistibile qualunque volta voleva impiegare tutti i mezzi dell'intrigo e della seduzione. Poteva a voglia sua accrescere il numero de' suoi consiglieri, e per tal modo guadagnarsi sempre la pluralità de' suffragj; disponeva egli solo di tutte le grazie ecclesiastiche, e tutti coloro che non erano superiori alla allettatrice seduzione delle ricchezze, degli onori, erano bentosto a lui favorevoli. Finalmente poteva ancora valersi della violenza; ed i cardinali, non essendo al coperto dalle sue vendette, erano stati più volte scomunicati, imprigionati, assoggettati alla tortura, mandati ancora sul patibolo in forza di ordini arbitrarj, soltanto per aver voluto difendere la libertà del collegio; l'idea della sovranità del papa erasi in modo confusa con quella della autorità della Chiesa, che alcuni teologi con piena buona fede giustificavano in seguito tali violenze, ed affermavano come massima incontrastabile che veruna opposizione, neppure quella dell'intero corpo dei cardinali, era legittima contro una volontà qualunque del papa.
Pure questo sovrano pontefice, che su tutti i cardinali esercitava una così illimitata autorità, era ancor esso loro creatura. S'egli nominava, durante il suo regno, i cardinali, essi a vicenda nominavano il suo successore: e perchè d'ordinario non si giugneva alla tiara che in età avanzata, le elezioni del sovrano erano più frequenti che in qualunque altra monarchia elettiva: altronde la podestà pontificia poteva essere spesse volte indebolita dalle infermità, dalla vecchiaja mentre il senato de' cardinali, in gran parte composto d'uomini versati negli affari e negl'intrighi, riuniva le qualità proprie delle aristocrazie, la costanza, la saviezza, l'esperienza e lo spirito di corporazione. Ad ogni vacanza della santa sede, il conclave, prima di nominare il nuovo pontefice, non ommetteva mai di prescrivere limiti alla sua potenza, di correggere gli abusi con nuove leggi, d'imporre condizioni ai candidati, ratificandole con giuramento. Tenendo press'a poco la medesima pratica era stata colle capitolazioni ristretta l'autorità degl'imperatori di Germania, e nello stesso modo _i correttori della promission ducale_ avevano annientate le prerogative dei dogi di Venezia. Ogni vacanza del trono di Polonia era sempre stata contraddistinta da alcune conquiste della nobiltà sui re; e siccome i cardinali rinnovavano i loro tentativi colla medesima costanza, ma più frequentemente; e siccome coloro che, essendo più riputati nel cristianesimo, godevano miglior concetto di virtù e di santità, erano altresì quelli che davano maggiore importanza ai privilegi del loro capo ed alla libertà della Chiesa, doveva credersi che il governo della corte di Roma fosse per diventare assolutamente aristocratico.
Ma i limiti dell'autorità reale venivano garantiti coi giuramenti dei re; e si dovette riconoscere senza dubbio con istupore che questo atto religioso non conservava veruna efficacia sui preti[308]. Una delle prerogative che i papi si erano attribuite, e che diffendevano con maggiore ostinazione era quella di sciogliere i fedeli dagl'imprudenti giuramenti; e forse, in una religione che ammette voti eterni, era necessario che vi fosse nella Chiesa un'autorità che potesse dispensarli. Il papa aveva ricevuto in nome di Dio gli obblighi assunti sotto il giuramento verso la sua Chiesa, ed egli solo, e giudice e parte, poteva dispensarsi.
[308] La più notabile diversità tra gli elettori degl'imperatori, dei re di Polonia, ec. ed il collegio de' cardinali, si è che i primi erano potenti anche dopo l'elezione, e potevano colle armi chiamare l'eletto all'osservanza delle giurate promesse, mentre i cardinali, dopo consacrato il papa, perdevano ogni mezzo di opposizione e di resistenza. _N. d. T._
Bentosto suppose di avere ancora il diritto di sciogliere i giuramenti che legano gli uomini tra di loro, e fu veduto rompere di propria autorità tutti i patti e le alleanze, i giuramenti di fedeltà dei sudditi verso i sovrani, ed i giuramenti di guarentigia dei sovrani verso i sudditi. In forza di questo diritto, ch'egli pretendeva inerente alla sua sede, si dispensò egli stesso il primo da tutto quanto aveva promesso. Quanto più i conclavi furono zelanti nel decimoquinto secolo di volere da cadaun membro del sacro collegio il giuramento d'osservare i patti convenuti qualunque volta dallo Spirito Santo venisse prescelto, altrettanto i papi furono più costanti nell'annullare colla loro suprema autorità i giuramenti emessi come cardinali, sebbene non si fosse ommesso di farglieli rinnovare nell'istante della loro coronazione. Fino nel 1353 Innocenzo VI aveva stabilito con una costituzione lo scandaloso principio, che veruna promessa, verun giuramento, emesso prima di essere papa, poteva limitare l'autorità pontificia, perchè i cardinali, quando la Chiesa era priva del suo pastore, altra autorità non avevano che quella di crearne un nuovo. Questo principio viene rappresentato come una delle invariabili leggi della Chiesa dal suo annalista[309], che scriveva nel diciassettesimo secolo; desso è in vigore anche al presente.
[309] _Rayn. Ann. Eccl. 1353, § 29, t. XVI, p. 1484, § 28, t. XIX, p. 337._
Questa sottigliezza, che faceva perdere di mira i doveri di quello che aveva emesso il giuramento, per mostrare i limiti dei diritti di coloro che lo avevano imposto, non aveva per altro potuto fare ammettere senza opposizione, nemmeno in sul declinare del decimoquinto secolo e nella totale depravazione in cui era caduta la corte di Roma, l'immorale principio che autorizzava lo spergiuro del capo della religione. I prelati i più distinti pei loro lumi, la loro pietà ed i loro costumi, eransi altamente dichiarati contro tanto scandalo. Giacomo Ammanati, cardinale di Pavia, Bessarione, cardinale di Nizza, Giovanni Carvajale, cardinale spagnuolo, avevano costantemente riclamati i giuramenti emessi da Paolo II avanti di esser papa; e l'ultimo erasi immortalato agli occhi della Chiesa colla sua coraggiosa irremovibile opposizione alla costituzione, che doveva annullarli[310].
[310] _Card. Papiens., epist. 182. — Raynald, Ann. Eccl. 1464, § 59-60, p. 167._
Ma il senato de' cardinali partecipava ai vizj di colui che solo aveva l'autorità di nominarne i membri; bisognava veramente che Paolo II e Sisto IV avessero riempito il sacro collegio di loro creature, perchè si potessero in seguito vedere elezioni come quelle d'Innocenzo VIII e di Alessandro VI. Se il poco scrupoloso conclave, che si adunò dopo la morte di Sisto IV, volle ancor esso imporre condizioni al papa che stava per eleggere, lo fece piuttosto per provvedere ai proprj personali interessi che a quelli della Chiesa. I cardinali pretesero prima d'ogni altra cosa l'accrescimento delle loro proprie entrate. Veruno di loro non doveva avere meno di quattro mila fiorini d'entrata, la qual somma doveva essere loro completata dalla camera apostolica, se i loro beneficj non vi ammontavano. Chiedevano inoltre che niuno di loro non potesse essere percosso da censure, da scomunica, o da giudizio criminale, se la sentenza che li condannava non veniva sanzionata dai due terzi delle voci del loro sacro collegio. Una clausola ancora più importante fu quella con cui limitarono il loro numero a ventiquattro. Il futuro pontefice non doveva fare veruna promozione, finchè non si trovassero ridotti al di sotto di questo numero; non poteva dare il cappello a chi non avesse almeno compiuti i trent'anni; non poteva nominare che un solo cardinale nella propria famiglia; tutti coloro che verrebbero innalzati a così eminente dignità dovevano essere prima stati ricevuti dottori in teologia o in diritto, ad eccezione de' soli figli o nipoti dei re, ed ancora questi ultimi dovevano dare prova di una competente istruzione. Per ultimo il papa non doveva d'ora innanzi governare che di concerto coi cardinali; ed in tutte le occasioni importanti, ed in ispecie quando si tratterebbe di alienare qualche feudo della Chiesa, le sue bolle non dovevano avere forza senza la sanzione dei due terzi dei suffragi del sacro collegio[311]. Se le due costituzioni che contenevano tutte queste condizioni fossero diventate leggi della Chiesa, forse la corte di Roma non sarebbesi comportata nè con minore ambizione, nè con minore alterigia, ma fuori di dubbio la sua politica avrebbe dovuto essere più prudente ed i suoi capi non avrebbero dato coi loro costumi quello scandalo che doveva affrettare la riforma[312].
[311] _Ann. Eccles. 1484, § 28-39, p. 337._
[312] Intorno alle vere cause della così detta Riforma leggasi l'eccellente _Storia delle Variazioni delle chiese protestanti_ di Bossuet. _N. del T._
Dopo essersi tutti i cardinali vincolati con giuramento all'osservanza di queste condizioni, quando fossero chiamati alla sede pontificia, procedettero a raccogliere i suffragi. Attivissime pratiche, e liberalissime promesse avevano di già predisposta l'elezione[313], ed i suffragi si riunirono a favore di Giovanni Battista Cibo, genovese, cardinale prete del titolo di santa Cecilia, che fu proclamato il 29 agosto del 1484 sotto il nome d'Innocenzo VIII[314]. Nel giorno della sua installazione confermò con nuovo giuramento il trattato fatto coi cardinali, e si obbligò sotto pena di spergiuro e di anatema a non assolversi da sè medesimo, nè a farsi da altri assolvere. Pure tostocchè si sentì sicuro sul trono, abolì ed il trattato ed i suoi giuramenti, come contrarj al diritto della santa sede[315].
[313] _Diario di Stefano Infessura, p. 1190._
[314] _Diar. di Roma del Notajo di Nantiporto, p. 1091._
[315] _Raynald. Ann. Eccl. 1484, § 41, p. 340._
Ma Innocenzo VIII andava debitore della tiara a molti segreti trattati fatti con ogni cardinale; e questi trattati, perchè dovevano avere immediata esecuzione, vennero più scrupolosamente osservati. Quegli de' membri del conclave che lo aveva servito con maggiore attività e zelo, era il cardinale Giuliano di san Pietro _ad Vincula_, che poi fu papa sotto nome di Giulio II. Questo guerriero prelato aveva domandato in premio non beneficj ecclesiastici ma fortezze. In fatti ne ottenne molte per sè medesimo e per suo fratello Giovanni della Rovere, che Sisto IV aveva fatto principe di Sinigaglia e prefetto di Roma: questo stesso Giovanni fu da Innocenzo VIII eletto capitano generale della Chiesa, di modo che il potere ed il favore della corte di Roma non uscirono dalla casa del precedente pontefice. Tutti gli altri cardinali ebbero prelature ed abazie per prezzo de' loro suffragi. Gli scrittori contemporanei chiamano simoniaca un'elezione apparecchiata con questi mercati, che non fu possibile di tenere celati[316]: ma un panegirista d'Innocenzo VIII, enumerando queste medesime liberalità, le adduce quali testimonianze dell'animo riconoscente del nuovo pontefice[317].
[316] _Stefano Infessura Diar. Rom., p. 1190._ — Lettere di Guid'Antonio Vespucci a Lorenzo de' Medici, in cui racconta a quale prezzo il cardinale Giuliano aveva acquistati per Giovanni Battista Cibo i voti di varj suoi colleghi. Presso _Roscoe Append., n.º 44, t. IV, p. 7._
[317] _Onofr. Panvino Vite de' pontefici, p. 466._
Innocenzo VIII non rassomigliava al suo predecessore, e non pertanto il confronto con un uomo così odioso, quale fu Sisto IV, non riesce a suo vantaggio. Debole, corrotto, senza carattere, senza viste profonde e costanti, Innocenzo fa governato da indegni favoriti, e la di lui amministrazione fu macchiata da ogni sorta di vizj. Egli aveva sette figli naturali avuti da diverse donne, e diede alla Chiesa il nuovo scandalo di riconoscerli pubblicamente. Il maggiore de' suoi figli, per la piccolezza della statura detto Franceschetto, fu poi la radice dei duchi di Massa e di Carrara della casa Cibo. Una delle figliuole d'Innocenzo era maritata ad un banchiere, che fu incaricato dell'erario della corte: gli altri non figurano nella storia[318]. Non l'ambizione o la passione della guerra, ma l'avarizia, la dissolutezza, ed una sfacciata venalità caratterizzano la nuova corte. Innocenzo VIII fece da sè poco male, ma lasciò tutto fare agli altri, e la sua indolenza non fu ai popoli meno fatale di quel che lo fosse stato il turbolento governo del suo predecessore.
[318] _Diar. di Roma di Stef. Infessura, p. 1190._ — Onofrio Panvino non parla che dei due figli maggiori, _p. 466._
Ferdinando, re di Napoli, rallegrossi assai per l'elezione del cardinale Giovanni Battista Cibo, ch'egli risguardava come una creatura di suo padre e sua: infatti il Cibo, sebbene genovese, era stato allevato alla corte di Alfonso, ed aveva da Ferdinando ricevuto il suo primo vescovado, quello d'Amalfi[319]. Ma i papi poche volte mostraronsi riconoscenti ai sovrani che posero i fondamenti della loro fortuna; spesso desiderarono di far sentire il nuovo loro potere a quelli cui furono sottomessi, oppure si offesero perchè il rispetto non succedeva abbastanza rapidamente al tuono di benevolenza e di protezione.
[319] _Raynald. Ann. Eccl. 1484, § 47, p. 341._
L'odio che nel regno di Napoli erasi manifestato contro Ferdinando, quando era salito sul trono, non si era affatto spento nel lungo suo regno. Si confessava la destrezza della sua politica, il vigore con cui manteneva la propria autorità, l'ordine e la giustizia che faceva osservare ne' suoi stati; ma veniva invece accusato di estrema avarizia, d'inflessibile crudeltà, ed in particolare della mala fede e della perfidia di cui erano stati vittima i suoi vassalli e gli stranieri. L'odio, che mantenevasi nel cuore dei Napoletani contro Ferdinando, crebbe assai quando il suo primogenito, Alfonso, duca di Calabria, cominciò ad avere parte col padre nella pubblica amministrazione. «Niun uomo (scrive Filippo di Comines) è stato più crudele, più vizioso, più maligno, più goloso di lui. Il padre era più pericoloso, perchè niuno in lui conosceva la sua collera, perciocchè accarezzandole tradiva le persone.... Da lui non si ottenne giammai nè grazia, nè misericordia, come mi raccontarono i prossimi suoi parenti ed amici; e non mai ebbe pietà nè compassione del suo povero popolo rispetto al pagare le imposte. Egli faceva tutto il commercio del regno, fino a dare in custodia al popolo i majali, e glieli faceva ingrassare per venderli a miglior prezzo, e se alcuni morivano glieli faceva pagare. Ne' luoghi in cui si fa l'olio d'ulivo, come nella Puglia, egli e suo figlio lo comperavano, e così il grano prima che si raccogliesse, ed in appresso lo rivendevano a più caro prezzo che potevano. E se tale mercanzia abbassava di prezzo, obbligavano il popolo a comperarla; nel tempo ch'essi volevano vendere le loro derrate verun altro che loro poteva vendere[320].»
[320] _Mémoires de Philippe de Comines, l. VII, c. XIII. Collect. des Mémoires pour l'Histoire de France, t. XII, p. 208._
Questi monopolj avevano renduta più intima l'amicizia e la confidenza tra Ferdinando e Sisto IV; andavano d'accordo nel calpestare i loro popoli, nel fare violentemente un commercio ruinoso pei loro sudditi. Innocenzo VIII, salendo sul trono, fece cessare questo scandaloso traffico, ma in pari tempo ruppe le relazioni d'amicizia e di buona vicinanza formate da Sisto; riclamò con alterigia il tributo pecuniario che il regno di Napoli doveva alla santa sede, rivocando la grazia accordata a Ferdinando di convertire, fin ch'esso viveva, tale tributo nella somministrazione d'una cavalla[321]. Manifestò scopertamente il suo malcontento verso quella casa d'Arragona, cui andava debitore della sua grandezza; fece valere l'alto dominio della santa sede sul regno; invitò i baroni napolitani a presentargli le loro lagnanze contro Ferdinando, e si eresse in qualche modo giudice delle controversie tra il monarca ed i sudditi.
[321] _Rayn. Ann. Eccl. 1485, § 40, p. 358._
Un atto di violenza, esercitato nel seguente anno (1485) dal duca di Calabria, somministrò al papa l'occasione di dispiegare tutte le sue pretese. La città dell'Aquila negli Abruzzi, approfittando della sua forte posizione in mezzo alle montagne, della ricchezza del suo territorio e de' suoi numerosi abitanti, aveva conservati, sotto la protezione del re di Napoli, tutti i privilegj di una repubblica; nominava i suoi magistrati, riscuoteva le sue imposte; non permetteva alle truppe reali d'alloggiare entro le sue mura; e di propria autorità faceva trattati ed alleanze ancora coi nemici del re. In tal maniera era alleata della casa Colonna, i di cui feudi stendevansi lungo i suoi confini; nè questa alleanza era stata distrutta dalla guerra che Ferdinando aveva fatta ai Colonna d'accordo con Sisto IV; e perchè Innocenzo VIII non aveva che a lodarsi di questa potente casa, e cercava di rifarla con tutto il suo credito della passata persecuzione, i Colonna davano alla città dell'Aquila un nuovo appoggio presso la corte di Roma[322].
[322] Il Muratori pubblicò una raccolta degli storici originali dell'Aquila. _Antiq. Ital. Med. Aevi, t. VI, p. 485-1032. — Diario di Stef. Infessura, p. 1181-1194._
La famiglia dei Lalli, conti di Montorio, esercitava nell'Aquila da oltre un secolo, e fino dai tempi di Giovanna I, un'autorità non minore di quella dei Medici in Firenze. Il suo capo era in allora messer Pietro Lallo. Meditando il duca di Calabria di spogliare gli abitanti dell'Aquila di tutti i loro privilegj, giudicò conveniente di privarli in principio del loro primo magistrato. Teneva Alfonso accantonata a Cività di Chieti l'armata che aveva ricondotta dalla guerra di Ferrara, ed invitò il conte di Montorio a recarsi presso di lui per trattare intorno agli affari della provincia. Il conte non aveva mai avuto nemmeno il pensiero di nuocere al governo, onde ubbidì senz'alcun sospetto. Il duca di Calabria lo fece arrestare il 28 giugno del 1485[323], obbligò la di lui moglie a recarsi a Napoli, e nello stesso tempo fece marciare verso l'Aquila un corpo di truppe, che, entrato un poco alla volta, per non dare sospetto, si trovò padrone della piazza, prima che gli abitanti incominciassero a diffidare di nulla. Per altro i magistrati aquilani supplicarono rispettosamente il duca di richiamare le truppe, in conformità dei loro privilegj. Replicarono più volte, ma sempre senza effetto le loro istanze; finalmente il 25 ottobre ordinarono a tutti i borghesi di prendere le armi; attaccarono nelle strade i soldati napolitani, parte ne uccisero, altri posero in fuga, e dichiarando allora che il re Ferdinando aveva perduta ogni sovranità sopra di loro per averne abusato, si diedero alla Chiesa, a condizione che proteggesse la loro libertà[324].
[323] _Antiq. Ital., t. VI. Cron. Aquilana, § 70, p. 923. — Nicc. Machiavelli, l. VIII, p. 436._
[324] _Cron. Aquil., § 72, p. 924._
Innocenzo VIII non si mostrò difficile ad accettare l'offerta degli abitanti dell'Aquila; prese sotto la sua protezione il conte e la contessa di Montorio, fece passare, attraverso ai feudi dei Colonna, de' soldati nell'Abruzzo; eccitò i baroni del regno ad unirsi per la difesa della loro libertà in una confederazione generale, di cui voleva esser egli capo, e si apparecchiò alla guerra. Seppe bentosto che Ferdinando, per far dimenticare il malcontento e l'insurrezione dell'Aquila, aveva il 16 di novembre ridonata la libertà al conte di Montorio, dopo averlo guadagnato al suo partito; ma il papa scrisse a questo signore per felicitarlo, senza perciò rinunciare a' suoi apparecchj di guerra[325].
[325] Lettera d'Innocenzo VIII al conte di Montorio per felicitarlo intorno alla ricuperata libertà. _Ann. Eccl. 1485, § 41, p. 358._
Mentre Innocenzo VIII eccitava i baroni napolitani a prendere le armi contro il loro re, questi gl'invitava a Napoli ad una adunanza del suo parlamento. Soltanto tre grandi signori ebbero il coraggio d'intervenire, il conte di Fondi, il duca d'Amalfi ed il principe di Taranto: tutti gli altri ricusarono di porsi tra le mani del re, fermamente persuasi che avrebbe fatto a tutti tagliare il capo[326]. Invece di prendere la strada di Napoli si adunarono tutti presso il duca di Melfi nella città dello stesso nome, sotto pretesto di assistere alle nozze di Trajano Caracciolo, suo figlio. Si trovò a quest'adunanza il grande ammiraglio del regno, Antonio di Sanseverino, principe di Salerno; il grande contestabile, Pietro del Balzo, principe d'Altamura; il grande siniscalco, Pietro di Guevara, marchese del Vasto; Girolamo Sanseverino, principe di Bisignano; Andrea Matteo Acquaviva, duca d'Atri; il duca di Melfi; quello di Nardo; i conti di Lauria, di Melito, di Nola, ed altri gentiluomini di minore importanza. Questi signori erano determinati di non soffrire più oltre l'oppressione in cui languivano; erano entrati in corrispondenza con Innocenzo VIII; avevano altresì delle intelligenze con due confidenti del vecchio re, di cui il duca di Calabria era geloso, e che voleva perdere; uno era Francesco Coppola, conte di Sarno, che aveva amministrati i danari del re nel di lui commercio di monopolio; l'altro Antonio Petrucci, che il re aveva fatto suo segretario. Avevano ambidue ammassate in corte grandi ricchezze, che solleticavano la cupidigia d'Alfonso[327].
[326] _Diario di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1196._
[327] _Giannone Istor. Civile del Regno di Napoli, l. XXVIII, c. I, p. 610._
Questi, conoscendo l'universale malcontento della nobiltà, tenne per indubitato che l'adunanza di Melfi terminerebbe con una ribellione. Volle perciò prevenire i faziosi colla rapidità de' suoi attacchi. Piombò all'improvviso sul conte di Nola, occupò tutte le sue fortezze, e sorprese la consorte e due figli del conte, che mandò prigionieri a Napoli. Era sua intenzione di fare lo stesso rispetto agli altri malcontenti, prima che avessero riunite le loro forze; ma la ribellione, affrettata da questa violenza, scoppiò contemporaneamente in tutto il regno, ed il duca di Calabria si vide sforzato ad usare ogni riguardo verso nemici assai più numerosi ch'egli non aveva creduto.
Sebbene fosse di già scoppiata la guerra, nè il re, nè i suoi baroni, nè il papa trovavansi apparecchiati a combattere; perciò si prese da ogni parte a negoziare, piuttosto per guadagnar tempo e per ingannarsi gli uni gli altri, che per riconciliarsi. Gli ambasciatori di Ferdinando si presentarono alla fine d'agosto a Firenze ed a Milano, per domandare a questi due stati i soccorsi che erano obbligati di somministrare in forza del loro trattato d'alleanza[328]. Lodovico Sforza, la di cui oscura politica pareva non avere altro scopo, che di sorprendere e di confondere i suoi alleati, evitò per qualche tempo, sotto diversi pretesti, di annunciare ciò che voleva fare. Ma la repubblica fiorentina, strascinata da Lorenzo de' Medici, promise al re una vigorosa assistenza, e s'incaricò d'attaccare il papa negli stati medesimi della Chiesa, mentre che Ferdinando combatterebbe contro i suoi baroni. Lo Sforza essendosi in ultimo dichiarato per lo stesso partito, assoldarono a comuni spese il conte di Pitigliano, il signore di Piombino, e tutti i capitani della casa Orsini; ed in novembre attaccarono Innocenzo VIII[329].
[328] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 169._
[329] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 171._