Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)
Part 14
In Toscana trattavasi la guerra ancora più mollemente e più vilmente. I Fiorentini non avevano verun altro nemico che Agostino Fregoso, nuovo signore di Sarzana, che i Genovesi stessi non ajutavano scopertamente. Ragguardevole era l'armata destinata contro di lui, e tale da poter prendere Sarzana dopo un breve assedio; pure non lo intraprese, e si limitò a meschine scaramucce[286]. I Sienesi si erano alleati ai Fiorentini, e non avevano altri nemici che i loro emigrati, i quali si erano chiusi in Monte Reggioni, ove tentarono invano di forzarli[287]. Sarebbesi detto che i soldati altro mezzo più non conoscevano per entrare in una piazza che quello di aspettare pazientemente l'istante in cui piacerebbe al nemico di uscirne.
[286] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 156._
[287] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 157. — Allegretto Allegretti Diari Sanesi, p. 812._
Cotale maniera di guerreggiare dovette parere assai strana a Renato II, duca di Lorena, che i Veneziani chiamarono quest'anno in Italia per prendere il comando della loro armata. Il loro trattato con questo pretendente al regno di Napoli, ch'essi volevano contrapporre a Ferdinando, fu stipulato il 30 aprile, o secondo altri il 9 maggio del 1483. Renato obbligavasi di condurre mille cinquecento cavalli, e mille pedoni, e gli era stato promesso il soldo di diciassette ducati e mezzo al mese per ogni lancia, formata secondo l'uso francese di sei uomini a cavallo. Vi si era aggiunta una gratificazione di dieci mila ducati all'anno _per la tavola_ del principe[288]. Rinaldo non arrivò a Venezia che assai tardi e con molta difficoltà. Il papa, informato della sua venuta, aveva minacciata la scomunica a tutti i principi della Germania che gli accorderebbero il passaggio, onde il Lorenese fu costretto di entrare lungo la strada in varj negoziati, e di abbandonare spesse volte la via più breve. Era da poco giunto nel campo veneziano, ed appena aveva avuto il tempo di studiare questo sistema di guerreggiare, tanto diverso dal suo, quando ebbe notizia della morte di Lodovico XI re di Francia, accaduta il 30 agosto del 1483. Siccome questo monarca aveva cercato di togliergli la successione della casa d'Angiò, ordinando ingiusti testamenti al suo avo ed al suo prozio, Renato tornò subito ne' suoi stati, per tentar di ricuperare, durante la minorità di Carlo VIII, ciò che gli aveva fatto perdere la politica di Lodovico XI[289].
[288] _Marin Sanuto, t. XXII, p. 1226. — And. Navagero Stor. Venez., p. 1182. — Petri Cyrnæi de bello Ferrar., p. 1213. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 236._
[289] _And. Navagero, p. 1185. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 237._
Un'altra guerra sostenevasi con maggior vigore dalla repubblica di Venezia, ed era quella che facevagli il papa coi fulmini della Chiesa. Sisto IV aveva pubblicato il 24 maggio, giorno della Pentecoste, una bolla contro Venezia, per la quale ordinava a tutti i religiosi di uscire tre dì dopo da questa città scomunicata. Il consiglio dei dieci, avutone avviso, fece tenere d'occhio tutti coloro che giugnevano da Roma, per sorprendere questa bolla nelle loro mani. Pose sotto la responsabilità de' parrochi tutte le carte che potrebbero trovarsi alle porte delle loro chiese, ed ordinò al patriarca ed a tutti gli ecclesiastici veneziani di mandare, senza aprirle, agl'inquisitori di stato qualunque bolla fosse loro diretta dalla santa sede. Quest'ordine fu scrupolosamente eseguito, e la scomunica non dissuggellata fu mandata al consiglio dei dieci dal patriarca, senza che verun Veneziano ne avesse contezza[290]. Il consiglio ordinò a tutti i cardinali e prelati dipendenti dalla signoria, sotto pena di confisca de' loro beneficj, di adunarsi a Venezia il 15 di luglio in concilio provinciale. Nello stesso tempo mandò a Girolamo Lando, patriarca titolare di Costantinopoli, un appello al futuro concilio della sentenza di scomunica. Il patriarca, ammettendo l'appello, sospese l'interdetto, e mandò allo stesso papa una citazione al futuro concilio. Si trovarono persone abbastanza coraggiose per affiggere questa citazione sul ponte sant'Angelo, ed alle porte del Vaticano e della Rotonda. Per altro quest'ardimento costò la vita alle guardie notturne, che il papa fece appiccare per avere mancato di vigilanza[291]. Tutti i preti veneziani, che si trovavano a Roma, furono chiamati, sotto comminatoria di perdere i loro beneficj; ed il papa oppose a quest'ordine un editto, in forza del quale i prelati ed i preti che abbandonassero Roma, potrebbero essere venduti come schiavi[292].
[290] _And. Navagero, p. 1183. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 237._
[291] _And. Navagero, p. 1184._
[292] _Ivi._
Questa violenta lotta col capo della Chiesa non recava verun biasimo ai Veneziani, perciocchè l'impetuoso carattere di Sisto IV, le sue ingiustizie, la sua cieca tenerezza per Girolamo Riario, che tutta l'Italia risguardava per suo figliuolo, e figliuolo nato da un incesto, avevano distrutto ogni rispetto dei popoli per la tiara. Qualunque genere di scandalo infamava la sua condotta; vedevasi sempre circondato da giovani favoriti, che altro merito non avevano che quello dell'avvenenza, ed a cui egli prodigava i tesori della Chiesa. Questo stesso anno, il 19 novembre 1483, offese tutto il sacro collegio, accordando il vescovado di Parma ed il cappello cardinalizio ad un giovanetto che non giugneva ai vent'anni, e che, uscito di bassa condizione, era prima stato paggio del conte Girolamo, in appresso cameriere del cardinale di san Vitale. Sisto IV, sorpreso dalla sua bellezza, lo volle per suo prelato di camera, accumulò sopra di lui i più ricchi beneficj, lo creò castellano di Sant'Angelo, ed all'ultimo gli conferì la porpora. Pure si trovò che questo Giacomo di Parma era un giovane di buon carattere, ed assai costumato, e che altro difetto non aveva che di essere sommamente ignorante[293].
[293] _Stef. Infessura Diario Rom., p. 1158. — Jac. Volaterr., Diar. Roman., p. 191. — Raphael Volaterr. apud Rayn. 1484, § 24, p. 336._
Nel 1484 i guasti della guerra si estesero sopra nuove province: i Veneziani vollero farne sentire il peso a Ferdinando, che nulla fin allora aveva sofferto, armarono una flotta di trent'una galere, di cui diedero il comando a Giacomo Marcello, e la mandarono nel golfo di Taranto, ove attaccò Gallipoli. Questo ammiraglio fu ucciso verso la fine di maggio in un assalto che diede alla piazza, la quale capitolò lo stesso giorno col di lui successore, Domenico Malipieri. Questi diligentemente fortificò la nuova conquista, soggiogò in appresso le piccole città ed i castelli del vicinato, ed in giugno occupò inoltre Policastro e Cero nella Calabria. I suoi soldati, accostumati alla guerra dei Turchi, trattavano con orribile barbarie i paesi che saccheggiavano, e non pertanto davano infinita pena a Ferdinando, il quale conosceva il malcontento de' suoi baroni, e sempre temeva di vederli uniti agli stranieri per sottrarsi alla sua autorità[294].
[294] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1188. — Petri Cyrnæi de bello Ferrariensi, p. 1217. — Ann. Placent., p. 975. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 240._
Nello stesso tempo facevasi la guerra nello stato di Roma con estremo furore. Da un canto Niccolò Vitelli, abbandonato dai Fiorentini, era stato cacciato da Città di Castello, e rimesso in suo luogo Lorenzo Giustini; dall'altro canto Sisto IV e Girolamo Riario avevano perseguitati i Colonna con un accanimento non appoggiato a verun motivo politico. Il Riario rifiutò tutte le offerte di accomodamento fattegli da que' potenti signori; e quando gli proposero di porre in mano del papa tutte le loro fortezze, il Riario ripose, che non voleva entrarvi che per una breccia che avrebbe aperta col suo cannone. Alcuni scrittori di un'epoca posteriore supposero questa guerra cagionata dal possesso del contado di Tagliacozzo, che la casa Orsini riclamava dalla casa Colonna[295]; ma di ciò non trovasi cenno nelle memorie di quel tempo, e tutto fa travedere nella condotta del Riario un personale risentimento. Durante la state la metà de' palazzi di Roma vennero lordati da frequenti assassinj; il papa fece bruciare molte contrade per essergli sospetti alcuni de' loro abitanti. Il palazzo del protonotaro, Luigi Colonna, e quello del cardinale della stessa famiglia, furono per suo ordine inceneriti. Il protonotaro, arrestato nel primo, non erasi arreso che sulla fede di Virginio Orsini; e Virginio, conducendolo in prigione, potè a stento impedire a Girolamo Riario che non l'uccidesse. Niuna confessione poteva da lui esigersi, perciocchè tutta la sua condotta era palese; pure il papa ordinò che si assoggettasse alla tortura, soltanto per rendere il suo supplicio più crudele; e questa tortura fu talmente atroce, che quando ne fu staccato, si trovò moribondo, e gli fu tagliata la testa. Intanto la Cava, Marino e gli altri feudi di casa Colonna furono conquistati da Girolamo Riario[296].
[295] _Jo. Mich. Bruti, l. VIII. — Rayn. Ann. Eccl. 1484, § 14, p. 354._
[296] Stef. Infessura descrive circostanziatamente questa guerra, _p. 1158-1182_: può ancora vedersi _Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 196-198. — Diario di Roma del notajo di Nantiporto, p. 1086-1087._
In Lombardia la guerra non faceva verun progresso; la lega, avendo assai più cavalleria che non i nemici, ne approfittava per guastare i territorj di Bergamo, di Brescia e di Verona, fino alle porte di queste tre città[297]. Ma non pareva che tali operazioni potessero giovare alla liberazione del duca di Ferrara, e questi, spossato dal soggiorno nel suo stato di tante armate, bramava la pace a qualunque condizione. La lega, che si era formata senza sufficienti motivi, trovavasi divisa da mille diversi interessi, ed era facile il prevederne il prossimo scioglimento. Il papa in tutte le sue guerre non aveva altra mira che l'ingrandimento di Girolamo Riario; meditava allora nuovi progetti sulla Romagna, e voleva assicurare al prediletto suo figlio l'eredità di Roberto Malatesta, e quella di Costanzo Sforza, morti l'uno e l'altro al suo servigio. Il secondo era stato rapito da una malattia il 17 luglio del 1483, e suo figlio Giovanni, erede del principato di Pesaro, era tuttavia fanciullo[298]. Ma questo possedimento non poteva essere assicurato al Riario che dal consentimento de' Veneziani e de' Fiorentini; e Sisto IV, che lo sentiva, entrò con loro in segrete negoziazioni, per fare una pace a sè solo vantaggiosa.
[297] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 423. — Petri Cyrnæi de bello Ferrar., p. 1214-1215. — Marin Sanuto, p. 1229._
[298] _Jacobi Volaterr. Diar. Rom., t. XXIII, p. 188._
Dall'altro canto il duca di Calabria aveva potuto vedere chiaramente, dopo che la guerra di Ferrara lo aveva chiamato in Lombardia, che Giovanni Galeazzo Sforza, duca di Milano, cui da lungo tempo era stata promessa in matrimonio la sua figlia, non aveva veruna parte nel governo del proprio ducato, sebbene non gli mancasse l'età, mentre che l'ambizioso Lodovico il Moro, zio di questo duca, si arrogava solo tutta l'autorità. Alfonso ne aveva con qualche vivacità manifestato il proprio malcontento allo stesso Moro, il quale, avendo perciò concepito una segreta diffidenza verso il suo alleato, cercava di ravvicinarsi ai Veneziani[299]. D'altra parte i Fiorentini, che da lunga tempo contribuivano alla guerra, non potevano sperarne vantaggio, e non vi avevano verun reale interesse. Mentre si esaurivano di gente e di danaro per mantenere una lontana armata, si acconsentiva che fossero oppressi dalle truppe che occupavano Sarzana, non permettendosi loro di richiamare in Toscana il conte di Pitigliano, quello dei loro capitani in cui più fidavano, e venivano in ogni cosa sagrificati ai loro alleati. Per tal modo più non restava tra i coalizzati un interesse comune, e tutti erano disposti a separarsi gli uni dagli altri. Teneva tuttavia unita questa lega il marchese Federico di Mantova per la considerazione che gli dava la sua età ed i suoi talenti; ma questi morì il 15 di luglio, ed il maggiore de' suoi figli, Giovanni Francesco II, che gli successe, non aveva che diciott'anni[300].
[299] _Nicc. Machiavelli, l. VIII, p. 423._
[300] _Marin Sanuto, p. 1231._ Una delle sue figliuole era maritata con Guid'Ubaldo, duca di Urbino, l'altra col conte di Gorizia.
I Veneziani, sebbene più deboli dei loro alleati, avevano il vantaggio grandissimo di far muovere a voglia loro tutte le proprie forze; inoltre avevano l'altro di avere alla testa delle loro armate Roberto di Sanseverino, che si dava a conoscere non meno esperto politico, che valoroso generale. Roberto, abbandonando le negoziazioni intavolate col conte Riario, s'accostò a Lodovico il Moro, che risguardava come assai più potente[301]. Le sue relazioni col Moro cagionarono da principio non leggiere sospetto alla signoria, onde il doge propose al consiglio dei dieci di far arrestare il Sanseverino. Ma bentosto questo generale diede a vedere d'aver saputo ben conoscere i veri interessi della repubblica ed i proprj. Un'assemblea, tenutasi a Bagnolo il 7 agosto, conobbe gli articoli ch'egli aveva convenuti con Lodovico il Moro, e gli accettò lo stesso giorno. Invano il legato del papa e Girolamo Riario vollero intorbidare la negoziazione, perchè non conteneva a favore del figlio di Sisto IV veruno de' vantaggi che gli erano stati precedentemente promessi; invano dichiararono, che la signoria, dopo avere separatamente offesi tutti i confederati, l'aveva finalmente presa contro lo stesso Dio, allorchè aveva sprezzate le ammonizioni e gl'interdetti del papa e confiscati i beneficj ecclesiastici. Con tale condotta, soggiugnevano, erasi renduta per sempre indegna di ottenere la pace[302]. Gli altri confederati non vollero più oltre continuare le ostilità, da cui non isperavano verun vantaggio, e, malgrado gli ottenuti successi, acconsentirono che i Veneziani guadagnassero assai più colla pace, che non avrebbero potuto perdere continuando la guerra.
[301] _And. Navagero, p. 1189._
[302] _And. Navagero, p. 1190._
In forza del trattato di Bagnolo il duca Ercole d'Este fu obbligato a ristabilire la repubblica di Venezia in tutte le prerogative che aveva precedentemente esercitate in Ferrara e nel suo distretto, ed a cederle il Polesine e tutto il territorio di Rovigo. Le altre conquiste che i Veneziani avevano fatte nel territorio del duca di Ferrara dovevano essergli rendute entro dodici giorni dopo la soscrizione della pace. Dal canto loro il duca di Milano ed il marchese di Mantova dovevano rendere ai Veneziani tutte le terre da loro occupate ne' dominj della repubblica. Le città che i Veneziani tenevano nel regno di Napoli dovevano essere riconsegnate a Ferdinando entro un mese, e questi in compenso doveva render loro tutti i privilegj mercantili di cui godevano ne' suoi stati. Tutte le parti contraenti obbligavansi in ultimo a prendere parte in una lega comune per difesa de' loro rispettivi stati, Roberto di Sanseverino era dichiarato capitano generale di questa lega; per tale titolo doveva ricevere un soldo di cento quaranta mila ducati, de' quali cinquanta mila dovevano pagarsi dal duca di Milano, altrettanti dalla repubblica di Venezia, e gli altri quaranta mila dal papa, dal re di Napoli, dai Fiorentini e dal duca di Ferrara[303].
[303] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1190. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1232. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 241. — Diar. Rom. di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1180. — Bernard. Corio Ist. Milan., p. VI, p. 1014._
I più deboli potentati d'Italia trovaronsi da questo trattato sagrificati ai più forti: il duca di Ferrara doveva rinunciare alle province che formavano l'antico patrimonio della famiglia d'Este, e sulle quali i Veneziani mai non avevano avuto alcun titolo; onde non senza estrema ripugnanza si assoggettò a così dura condizione[304]. I Rossi, conti di san Secondo, nello stato di Parma, che i Veneziani avevano consigliati a prendere le armi contro il duca di Milano, si trovarono spogliati di tutti i loro feudi. Il marchese di Mantova non aveva preso parte alla lega che per ricuperare Asola e gli altri castelli che gli erano stati tolti dai Veneziani; ma dopo essersene impadronito, era forzato a restituirli[305]. Nè in questo trattato di pace i Fiorentini erano meglio trattati di quel che lo fossero stati durante la guerra. Nulla veniva stipulato a loro favore, e nè pure la restituzione di Sarzana. Non pertanto il più scontento di tutti era il papa; aveva lungamente sperato d'arricchire il figliuolo o colle spoglie del duca di Ferrara, o con quelle dei Veneziani; si era in ultimo ridotto a fargli assicurare i piccoli principati della Romagna, che punto non dubitava che non venissero sagrificati alla sua ambizione; sperava in particolare che Girolamo Riario ottenesse il rango che si era fatto dare il Sanseverino, di generale della lega; e questo rango e questo soldo dovevano indenizzarlo delle pretese cui era forzato di rinunciare.
[304] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 277._
[305] _De bello Ferrariensi, t. XXI, p. 1218._ — Questo piccolo libro di un prete corso affatto divoto del duca di Ferrara, sebbene durante la guerra sia sempre vissuto in Venezia, contiene molte circostanze relative alla prima campagna; è più breve intorno alla seconda, ed affatto incompleto rispetto alla terza. Termina alla pace.
Finiscono pure alla pace di Bagnolo del 7 agosto 1484 gli Annali di Piacenza, composti da Antonio e da suo figlio Alberto di Ripalta. Questi due uomini avevano parte nel governo municipale, ma di una città suddita, ove verun sentimento gli affezionava piuttosto ad un partito che ad un altro; onde tutti i loro elogj sono sempre pel vincitore, e la declamazione o la pedanteria vi si trovano invece d'ogni nobile ed elevato sentimento. Pare che i due Ripalta avessero nel loro paese opinione di buoni retori; lo che non ci dà una vantaggiosa idea dello stato delle lettere in Piacenza. Gli Annali di Antonio vanno dal 1401 al 1463, in cui morì. Alberto proseguì da quest'epoca fino al 1484. Questi Annali trovansi nel _t. XX Rer. Ital., p. 839-978._
La notizia di una pace, che tanto male corrispondeva ai suoi ambiziosi progetti, fa un colpo di fulmine per questo turbolento pontefice. Da qualche tempo era tormentato dai dolori della gotta, che poi lo presero al petto. Gli ambasciatori, che portavano le condizioni della pace di Bagnolo, vennero introdotti all'udienza del pontefice la sera di mercoledì 12 agosto. Dopo aver udita la lettura del trattato, si dolse che le condizioni erano meno vantaggiose di quelle che gli erano state offerte dai nemici. «Questa, che voi mi annunciate, disse loro, è una pace di vergogna e d'ignominia, piena di confusione e di obbrobrio, e che coll'andar del tempo sarà più cagione di male che di bene. Io non posso, miei figli, nè approvarla, ne benedirla[306].» Gli ambasciatori accorgendosi, che il vecchio, afflitto da questa notizia, andava perdendo le forze, che oppresso dall'angoscia pareva aver la lingua imbarazzata, gli dissero che speravano di trovare altra volta sua santità più tranquilla, ma che intanto lo pregavano di benedire una pace che più non poteva mutarsi. Il papa, svolgendo allora a stento la sua mano gottosa dalla fascia che la sosteneva, fece un movimento che gli uni presero per un rifiuto, gli altri per una benedizione degli ambasciatori o della pace medesima. Ma egli più non parlò, e morì nella susseguente notte del giovedì 13 agosto, poco dopo la mezza notte; mal soffrendo di lasciare in pace quell'Italia, che in tempo del suo regno aveva costantemente tenuta in guerra[307].
[306] _Jacobi Volaterrani Diar. Rom., p. 199._ Questo Giornale termina colla vita di Sisto IV. L'autore, ch'era scrivano apostolico, ci somministra frequentemente curiose particolarità intorno alle cerimonie religiose, alla corte, ed ancora ai sermoni dei cardinali, dei quali ci dà quasi sempre una breve analisi. Era affezionato a Sisto IV, e gli si mostra generalmente parziale; pure non fu abbastanza destro per palliare i vizj del suo padrone. Questo Giornale è stampato nel _t. XXIII Rer. Ital., p. 87-200._
[307] _Diar. Rom. Jacobi Volaterrani, p. 200. — Diario del Notajo di Nantiporto, p. 1088. — Diario di Stefano Infessura, p. 1182. — Rayn. Ann. Eccl. 1484, § 18-21, p. 335. — Ann. Bonon. Fr. Hieron. de Bursellis, t. XXIII, p. 904. — Machiavelli Istor. Fior., l. VIII, p. 427. — Scipione Ammirato, l. XXV, p. 162. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1234_.
Questo papa che quasi costantemente tenne l'Italia in guerra amava egli stesso i sanguinosi spettacoli: onde negli ultimi mesi della sua vita ebbe due volte avviso che alcuni soldati della sua guardia a piedi erano convenuti di battersi a steccato chiuso per qualche contesa accaduta tra di loro, e che perciò avevano scelto un luogo rimoto fuori di Roma. Fece loro sapere che voleva essere testimonio del loro duello, onde si battessero presso la scala del suo palazzo nella piazza di san Pietro, e che non cominciassero avanti ch'egli ne dasse loro il segno dalla finestra. Si affacciò infatti alla finestra all'ora destinata, e quando vide che i combattenti erano apparecchiati, stese la destra, diede loro la benedizione, fece il segno della santa croce e gl'invitò a cominciare. Nel primo e più lungo di questi duelli uno de' combattenti fu ucciso in sul luogo dopo aver date e ricevute molte ferite; nel secondo i combattenti furono ambidue feriti così gravemente che non poterono continuare fino alla morte di uno di loro, e si dovette portarli fuori dello steccato. Il papa, dice il giornalista romano, prese molto gusto in questo spettacolo, e mostrò desiderio di vederne degli altri. _Stefano Infessura Diar. Rom., t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1184._
CAPITOLO LXXXIX.
_Elezione d'Innocenzo VIII; questo papa fa scoppiare la guerra tra Ferdinando ed i suoi baroni. — Il cardinale Paolo Fregoso, doge di Genova. — I Fiorentini conquistano Sarzana. — Anarchia e pacificazione di Siena. — Congiure contro Girolamo Riario e contro Galeotto Manfredi_.
1484 = 1488.
La costituzione politica della Chiesa romana non era fondata sopra basi incontestabili. I diritti e le prerogative del papa, dei cardinali, dei vescovi non avevano limiti abbastanza determinati per impedire ogni conflitto di giurisdizione. Pure questa costituzione nel suo totale era quella d'una monarchia temperata e non di uno stato dispotico. L'autorità del papa era bilanciata non solo da quella de' concilj, stati generali della Chiesa, che si adunavano assai di rado, ma ancora da quello dei cardinali il di cui collegio permanente doveva irrevocabilmente essere il consiglio de' pontefici, di modo che supponevasi concorrere a tutte le loro importanti determinazioni. Il papa sempre li chiamava suoi fratelli; aggiungeva sempre in tutte le bolle, talvolta ancora senz'averli consultati, la formola, _col parere de' nostri fratelli_, onde dare a tutto quanto egli ordinava l'autorità del sacro collegio.