Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 13

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E per tal modo l'Italia si trovava divisa in due grandi leghe: la guerra scoppiò in ogni luogo nello stesso tempo, e fu tanto più ruinosa per i popoli, in quanto che la maggior parte de' più piccoli signori era stata ammessa all'alleanza delle grandi potenze. Nello stato della Chiesa i Colonna sortivano dalle loro terre murate per guastare tutte le vicine campagne, e le stesse strade di Roma venivano spesse volte insanguinate dalle zuffe. I Savelli si erano uniti ai Colonna, mentre che gli Orsini, non ascoltando che l'antico loro odio per queste due case, avevano abbracciata la causa del papa. A non molta distanza di là, i Fiorentini avevano armata mano rimesso Niccolò Vitelli nella sua signoria di Città di Castello, cacciandone Lorenzo Giustini, creatura del papa, che per vendicarsi danneggiava le campagne. Finalmente il duca di Calabria, che coll'armata napolitana aveva voluto soccorrere suo cognato, il duca di Ferrara, era stato trattenuto nello stato di Roma dall'armata pontificia, e contribuiva dal canto suo a ruinare il patrimonio di san Pietro[261]. In Romagna, Giovanni Bentivoglio trovavasi coi Bolognesi opposto a Girolamo Riario; Ibletto del Fieschi, sceso dalle montagne della Liguria, guastava i confini del Milanese; e per ultimo Pietro Maria de' Rossi, cui i Veneziani accordavano un annuo sussidio di venti mila fiorini per turbare il governo di Milano nello stato di Parma, portava la desolazione in tutto il vicinato de' suoi numerosi castelli. Sostenne in Torre Chiara, Noceto, Berceto e Preda Balcia, ostinati assedj, e quando il 10 settembre del 1482 morì a Torre Chiara in età di ottant'anni, prese il suo posto suo figliuolo Guido de' Rossi, che mostrò per la medesima causa la stessa ostinazione e lo stesso valore[262].

[261] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 149. — Andrea Navagero Stor. Venez., p. 1171. — Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 416. — Diar. di Roma del notajo di Nantiporto, t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1071._

[262] La guerra di Pietro Maria de' Rossi viene raccontata con una fastidiosa minutezza ne' Giornali di Parma, composti da un partigiano di questa casa (_Rer. Ital., t. XXII, p. 379-398_). Questi giornali finiscono coll'anno 1482. Sono scritti in un barbaro latino, pieni di dicerie popolari o di minutissime circostanze intorno alla amministrazione della giustizia: ma fanno abbastanza conoscere l'anarchia dei paesi governati a nome del duca di Milano, i continui assassinj cui trovavansi esposti, e l'impossibilità in cui si vedevano i cittadini di ottenere giustizia. Tutte queste circostanze sfuggono alla storia, perchè non sono illustrate da verun tratto grande, perchè niuna virtù, niun sentimento generoso risveglia l'interesse in queste piccole città quando hanno perduta la libertà; ma quando uno ha il coraggio di leggere da capo a fondo uno di questi giornali, si persuade che il silenzio degli storici intorno a questi popoli schiavi non prova nè la loro felicità, nè la loro sicurezza. I Parmigiani erano soggetti di quest'epoca a tutte le turbolenze della più faziosa repubblica, senz'essere compensati da verun sentimento nobile e generoso, senza avere una volontà propria, senza meritare che lo storico si fermasse a raccontare i loro mali.

Ma la guerra principale trattavasi ai confini del Ferrarese. Questa per la natura del paese presentava difficoltà che i soldati non sono troppo accostumati a superare. Quasi tutta la campagna situata tra Ravenna, Venezia e Ferrara, è tagliata da infiniti canali, o inondata da acque stagnanti. Tutti i fiumi che scendono dal vasto anfiteatro formato dagli Appennini e dalla lunga catena delle Alpi, si riuniscono all'estremità del mare Adriatico. La ghiaja e la melma, che strascinano giù dalle montagne, alzano il loro letto, ne otturano la foce, gli sforzano a dividersi tra migliaja d'isolette ed a rovesciarsi all'ultimo in vaste lagune, che mancano di bastante fondo per poterle attraversare colle barche, e non pertanto hanno tropp'acqua perchè possano praticarsi dagli uomini o dai cavalli. La strada di Bologna a Ferrara attraversa una parte di questi stagni, ove l'occhio non trova limiti, sebbene altri assai più considerabili stendansi al di sotto di Rovigo intorno a Mesola, ad Adria, a Comacchio, piccole città, che come Venezia sorgono di mezzo alle acque. Le isole formate dall'Adige, dal Po, dal Tartaro e dagli altri fiumi che vi si riuniscono, chiamansi Polesini. Uno de' più grandi e de' più fertili è quello di Rovigo, che viene bagnato dall'Adige e dal Po, e tagliato da numerosi canali. La conquista di questi Polesini, la conquista delle grosse terre poste in mezzo a questi immensi stagni era una difficilissima intrapresa[263]. I Veneziani la tentarono sotto la direzione di un generale cui avrebbesi piuttosto creduto dover combattere per l'opposta lega.

[263] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 230-231._

Il generale cui affidarono il comando delle loro armate fu quello stesso Roberto di Sanseverino, che meno di tre anni prima aveva con felice ardimento posto Lodovico il Moro alla testa della reggenza di Milano. Ossia che così grande servigio gl'ispirasse troppo grandi pretese, ossia che il Moro trovasse pesante ogni riconoscenza, Roberto di Sanseverino venne dichiarato ribelle con i suoi sette figli, tutti abili alle armi, il 27 gennajo del 1482. Egli occupava in allora il castel nuovo di Tortona, dal quale uscì con ottanta cavalieri e molta gente a piedi, e, facendosi strada a traverso ad una piccola armata milanese che veniva ad assediarlo, guadagnò le montagne di Genova, di dove si affrettò di passare a Venezia per offrire i suoi servigj ad una repubblica che faceva la guerra al suo ingrato amico[264].

[264] _Alberti de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 964._

Il Sanseverino seppe in questa difficile campagna sostenere la sua riputazione, sebbene la natura del terreno non gli permettesse nè rapide marce, nè battaglie, nè luminosi fatti. Per attaccare i Polesini adoperò a vicenda, a seconda del bisogno, i battelli e l'infanteria, ora formava trincee con fascine a traverso ai laghi del Tartaro tra Legnago e Rovigo, e così adoperando molti de' suoi capitani occuparono Mellaria, Trecento e Brigantino[265]; ora faceva su per le foci del Po rimontare piccole navi che non avevano bisogno di molto fondo, ed in tal modo Damiano Moro prese Adria, che saccheggiò con estrema crudeltà, uccidendo anche parte degli abitanti. I soldati della repubblica, lungo tempo accostumati alla guerra contro i Turchi, recavano in Italia le feroci abitudini che avevano contratte in Levante. Damiano Moro occupò ancora Comacchio, prendendo d'assalto i tre ridotti che il duca di Ferrara aveva innalzati sul Po alla Pelosella[266].

[265] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 231._

[266] _M. A. Sabellico Dec. IV. l. I, f. 232._

L'armata che la lega aveva mandata nel Ferrarese per difendere il duca Ercole, era comandata da Federico di Montefeltro, duca di Urbino; ma ossia che quest'illustre capitano fosse reso debole dall'età, oppure che cedesse alla superiorità del Sanseverino, parve che durante tutta la campagna rimanesse perdente. Del resto, sebbene numerose fossero le due armate, non si fecero agire da ambe le parti che corpi staccati per piccole spedizioni. Ogni corpo, separato da tutti gli altri da paludi o da canali e da' fiumi, sui quali l'arte non sapeva ancora con facilità gettar ponti, doveva dirigersi a norma delle proprie circostanze, e senza seguire un piano generale.

In questa guerra il ferro nemico era meno formidabile che il clima micidiale cui d'uopo era esporsi in mezzo ai pantani. Perciò spaventosa fu la mortalità de' soldati, de' contadini adoperati ne' lavori, ed ancora degli ufficiali di alto rango. I soli Veneziani perdettero tre supremi generali, Pietro Trivisani, Loredano e Damiano Moro. Assicurasi che le febbri pestilenziali avevano rapiti alle due armate più di venti mila uomini[267].

[267] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 233._

Lo stesso duca Ercole cadde gravemente ammalato nel momento in cui avrebbe avuto maggior bisogno di tutta la sua forza fisica e morale per difendersi. Frattanto la di lui sposa Eleonora d'Arragona supplì col suo coraggio a tutto quanto poteva operare il duca. Avrebbe voluto ravvivare lo zelo de' suoi sudditi per la casa d'Este con tutti i mezzi che potevano agire sull'immaginazione, e non trascurò nemmeno l'entusiasmo religioso. Fece venire da Bologna un eremita, il quale co' suoi sermoni incoraggiava il popolo a combattere come in una guerra sacra. Costui predicò otto volte di seguito innanzi ad un'assemblea sempre più numerosa; ma quando i Ferraresi cominciavano ad animarsi per i suoi sermoni, dichiarò che si disponeva a creare una flotta di dodici galeoni, che romperebbero l'armata veneziana occupata nell'assedio di Figheruolo. Tutta la città udì con istupore questa promessa; egli solo il buon eremita non dubitava d'avere il potere de' miracoli. Nel giorno stabilito spiegò dall'alto del suo pulpito dodici bandiere coperte di croci, sulle quali erano dipinti Gesù Cristo, la Vergine e quaranta santi. Scese in allora in mezzo alla sua greggia, si fece portare innanzi i suoi stendardi, ed uscì di città, accompagnato da tutto il popolo. Tenne la destra riva del Po per giugnere al campo della Stellata, di dove voleva indirizzare un sermone a Roberto di Sanseverino accampato sull'opposta sponda. Durante tutto il cammino aveva sempre cantate orazioni ed antifone alle quali rispondeva il popolo. Federico d'Urbino, vedendo giugnere questa strana processione, si fece a ridere, e conobbe che niuno utile partito poteva cavarsi da un uomo più d'ogni altro acciecato dalla sua credula superstizione. «Mio padre, gli disse, i Veneziani non sono invasi dal demonio; invece di esorcizzarli, tornatevene a Ferrara, e dite a madama Eleonora, che per iscacciare i suoi nemici abbiamo bisogno di danaro, d'artiglieria e di uomini, e non di preghiere.» L'eremita tornò a Ferrara a capo chino colle sue bandiere[268]. Frattanto Figheruolo fu preso il 29 giugno dopo cinquanta giorni d'assedio[269]. Vennero ancora in mano de' nemici Lendenara e la Badia, ed all'ultimo, il 17 agosto, anche Rovigo, capitale del Polesine ed antico patrimonio della casa d'Este[270].

[268] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1218._

[269] _Petri Cyrnei de bello Ferrar., p. 1202. — And. Navagero Stor. Venez., p. 1174. — Alb. de Ripalta Ann. Placent., p. 966. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 233._

[270] _Marin Sanuto, p. 1220._

Frattanto il duca di Calabria era entrato nello stato romano coll'armata napolitana che voleva condurre a Ferrara. Il papa gli aveva da principio opposto Girolamo Riario, nominato gonfaloniere della Chiesa; ma non si fidando pienamente della capacità del nipote, aveva chiesto ai Veneziani e da loro ottenuto Roberto Malatesta, che, venuto a portargli un rinforzo di due mila quattrocento cavalli, prese il comando di tutta l'armata. Il Malatesta godeva opinione di essere uno de' migliori capitani del secolo, e costrinse il duca di Calabria ad accettare la battaglia il 21 agosto a Campo Morto presso Velletri. Teneva nella sua armata Gian-Giacomo Piccinino, figlio di quel Piccinino che Ferdinando aveva con tutta perfidia fatto perire; lo chiamò alla testa delle sue truppe: gli disse essere venuto il momento di vendicare la morte di suo padre, ucciso a tradimento dal suo nemico; e gli affidò nello stesso tempo il comando dell'ala destra, che doveva entrare per la prima in battaglia contro i Napolitani. Il valore e lo sdegno del Piccinino e de' soldati di suo padre, che aveva sotto le sue insegne, contribuirono potentemente alla vittoria[271]. Fu per altro vivamente contrastata; si pugnò da ambo le parti con un accanimento poco comune nelle guerre d'Italia, e più di mille rimasero sul campo di battaglia, ragguardevolissimo numero per piccole armate, e per combattenti coperti di ferro. Finalmente i Napolitani furono rotti; il duca di Calabria fu salvato dai Turchi che aveva presi al suo soldo ad Otranto, e che per lui combattevano valorosamente; ma Roberto Malatesta gli fece moltissimi prigionieri, tra i quali si trovarono trecento sessanta gentiluomini[272]. Alcune compagnie di Turchi furono pure avviluppate e deposero le armi; ma le riebbero poscia dallo stesso papa; e furono impiegate a Roma per contenere il popolo in occasione di feste e di ceremonie pubbliche; nè pare che siasi pur cercato di convertirle[273]. Dopo la vittoria di Campo Morto molti castelli dei Colonna, dove i Napolitani avevano guarnigioni, furono ripresi dalla armata della Chiesa; ma non fu permesso al Malatesta di approfittare lungo tempo de' suoi vantaggi: richiamato a Roma, vi morì il 10 o l'11 di settembre, meno di un mese dopo la sua vittoria, non senza violenti sospetti che fosse stato avvelenato da Girolamo Riario. Questo conte e tutta la corte di Roma non dissimularono la loro gioja per tale morte. Veruna ricompensa, soleva dire il Riario, sarebbe bastata all'ambizione di Roberto, e coloro cui aveva renduto così importante servigio avrebbero dovuto sopportare il peso della sua arroganza. Per altro gli fu innalzata in Roma una statua di bronzo col motto di Cesare per iscrizione: _veni, vidi, vici_. Ma in pari tempo Girolamo Riario si accostò a Rimini per togliere quella città alla casa Malatesta. Roberto, che aveva quarant'anni quando morì, non aveva avuto prole da sua moglie, figlia di Federico, duca d'Urbino. Lasciava soltanto un figliuolo naturale, Pandolfo, che destinava suo successore, in conformità del diritto di successione ammesso nella sua famiglia, ove l'eredità era quasi sempre stata trasmessa di bastardo in bastardo. Morendo, confidò questo figlio alla protezione di suo suocero, il duca d'Urbino, sebbene questi comandasse l'armata nemica. Ma per una singolare fatalità il duca d'Urbino moriva lo stesso giorno a Ferrara, raccomandando a suo genero la difesa della sua famiglia, e l'amicizia di suo figliuolo Guid'Ubaldo, nominato suo successore. La moglie di Roberto ricevette nello stesso tempo a Rimini la notizia della morte del padre e del marito, e trovò ne' Fiorentini, contro de' quali questo marito aveva ultimamente combattuto, protezione contro la Chiesa per la quale Roberto aveva trionfato[274].

[271] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., l. XX, p. 967._

[272] _Diar. Rom. Steph. Infessurae, t. III, p. II, p. 1156_ (Questa parte è in latino). _Diario di Roma del notajo di Nantiporto, t. III, p. II, p. 1077. — Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 178. — Petri Cyrnei de bello Ferrar., p. 1204. — And. Navagero, p. 1176. — Marin Sanuto, p. 1222. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 234. — Scip. Ammirato, l. XXV, p. 151. — Machiavelli, l. VIII, p. 417._

[273] _Diario del notajo di Nantiporto, p. 1078-1081._

[274] _Machiavelli, l. VIII, p. 419. — Scip. Ammirato, l. XXV, p. 152. — Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 179. — And. Navagero Stor. Venez., p. 1177. — Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1157. — Marin Sanuto Vite, p. 1224. — Diario Rom. del notajo di Nantiporto, p. 1078. — Allegretto Allegretti Diari Sanesi, p. 811._

Tutto sembrava riuscire prosperamente alla lega del papa e de' Veneziani, perciocchè mentre che il duca di Calabria era battuto a Campo Morto, Roberto di Sanseverino aveva passato il Po presso Ferrara; aveva fortificato il ponte gettato sul fiume, e si era impadronito del barco che Borso d'Este aveva formato e circondato di mura in distanza di un miglio dalla capitale. Questo ricinto, con amenissimi boschetti, con canali e getti d'acqua, e riempito di bestie selvatiche, era stato guastato dai nemici. Tra questo ed il ponte aveva il Sanseverino innalzato un fortino i di cui bastioni e rivellini erano circondati di fosse, di modo che gli assalitori erano protetti nelle loro scorrerie fino alle porte della città da una fortezza[275]. I Fiorentini, scoraggiati da così infelici avvenimenti, parevano disposti a ritirarsi dalla lega: e Costanzo Sforza, ch'essi avevano chiamato per essere loro generale, non aveva mai potuto ridursi ad uscire dalle mura di Pesaro[276]. Ma mentre che i Veneziani vedevansi vicini a dividere le loro conquiste, il papa aveva di già intavolato un segreto trattato con Ferdinando, e mandatogli perciò il 14 d'ottobre a Napoli il cardinale di san Pietro _ad vincula_. Pare che Sisto IV si fosse adombrato dell'ingrandimento de' Veneziani ai confini dello stato della Chiesa, che si avvedesse che la loro ambizione non rispetterebbe lungamente il trattato di divisione, ed è probabile che Girolamo Riario avesse di già provato dal canto loro qualche mortificazione. Per lo meno questi mostrossi dispostissimo a distruggere l'opera fin allora promossa con tanto ardore. Le due armate intesero con eguale sorpresa che il 28 di novembre era stata conchiusa una tregua tra il papa e Ferdinando, cui tenne dietro bentosto una pace sottoscritta il 12 di dicembre nella stessa camera del papa. Questo trattato guarentiva lo stato del duca di Ferrara, la restituzione di tutte le conquiste reciprocamente fatte, una alleanza per vent'anni tra le parti contraenti, alleanza nella quale sarebbero ammessi i medesimi Veneziani, purchè vi acconsentissero avanti il termine di trenta giorni, e per ultimo un annuo sussidio di quaranta mila ducati, da pagarsi in comune a Girolamo Riario a titolo di soldo. Le differenze tra i Fiorentini ed il papa venivano poste in arbitrio degli ambasciatori di Spagna[277].

[275] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 235._

[276] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 153._

[277] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 181. — Diar. di Roma del notajo di Nantiporto, t. III, p. II, p. 1080. — Machiavelli, l. VIII, p. 420. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1225._

Nella conchiusione delle condizioni di questa nuova alleanza, Sisto IV mostrò lo stesso calore che aveva mostrato nella precedente. Scrisse subito al doge di Venezia per intimargli di accettare la pacificazione d'Italia, di restituire le conquiste, e di astenersi dal tormentare più oltre la città di Ferrara, dipendente dall'alto dominio della santa sede, la quale Sisto prendeva sotto la speciale sua protezione[278]. Scrisse in pari tempo al duca di Ferrara per accertarlo della sincerità della sua riconciliazione, ai Ferraresi per esortarli ad una vigorosa difesa, ai Bolognesi ed a Giovanni Bentivoglio per incoraggiarli a sostenere la casa d'Este[279]. Prima che potesse aver avuto riscontro dal senato di Venezia, permise al duca di Calabria di attraversare il territorio della Chiesa per passare a Ferrara, e lasciò che Virginio Orsini ed altri capitani dell'armata della Chiesa, che partirono da Roma il 30 dicembre, entrassero al di lui servigio[280]. Finalmente il 10 gennajo del 1483 addirizzò all'imperatore ed a tutti i principi d'Europa una specie di manifesto contro i Veneziani, accusandoli di colpevole ostinazione nel continuare la guerra, promettendo di punirli con tutte le pene ecclesiastiche di sua facoltà, come infatti il 10 giugno seguente fulminò la scomunica contro i capi della repubblica, ed interdisse tutto il territorio[281].

[278] _Epist. Pontificis apud Petrum Cyrnaeum de bello Ferrar., p. 1209, 1210. — And. Navagero Stor. Venez., p. 1179._

[279] _Ann. Eccl. Rayn. 1482, § 17, 18, p. 309._

[280] _Steph. Infess. Diar. Rom., p. 1157. _

[281] _Bulla excomun. ap. Rayn. 1483, § 8-16, p. 319._

La maraviglia de' Veneziani non fu minore della loro indignazione, vedendo dal papa punita come un delitto la guerra cui erano stati da lui medesimo incoraggiati, e ch'egli aveva con loro fin all'ultimo sostenuta. Richiamarono da Roma il loro ambasciatore, Francesco Diedo, e si apparecchiarono a far testa anche soli a tutta l'Italia[282].

[282] _And. Nav., p. 1180. — Marin Sanuto, p. 1227. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 236._

L'ultimo giorno di febbrajo erasi adunato in Cremona un congresso de' nemici di Venezia sotto la presidenza di Francesco Gonzaga, signore di Mantova e legato del papa. Trovaronsi colà il duca di Calabria, il duca di Ferrara, Lodovico Sforza il Moro, reggente di Milano, con due dei suoi fratelli, Lorenzo de' Medici, Giovanni Bentivoglio, il marchese di Mantova, Gian Jacopo Trivulzio e molti altri capitani di minor conto[283]. Erasi proposto d'invadere nello stesso tempo i dominj della repubblica dalla banda del Milanese, del Mantovano e della Romagna. Ma di quei tempi era, per così dire, ammesso nel diritto pubblico di poter fare la guerra per conto de' suoi alleati, senza prendervi parte in nome proprio; e nè il duca di Milano, nè il marchese di Mantova vollero tra i primi dichiararsi direttamente nemici dei Veneziani, di modo che la dieta si sciolse senza aver niente conchiuso. Questa riserva per altro non impedì che la guerra si stendesse ancora ai confini che si erano voluto preservare. Roberto di Sanseverino entrò nel Milanese il 12 di luglio, sperando di ravvivare lo zelo de' partigiani della duchessa Bona. Lodovico il Moro fece a vicenda guastare i territori di Bergamo e di Brescia; ma nè l'una, nè l'altra spedizione ebbero importanti risultamenti[284].

[283] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 155. — Alb. de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 970. — Bern. Corio Stor. Milan., p. VI, p. 1004._

[284] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1184. — Petri Cyrnei de bello Ferrar., t. XXI, p. 1213. — M. A. Sabellico Dec. IV. l. II, f. 257._

Questa guerra, cui vedevansi prender parte le prime potenze d'Italia, era da ambidue le parti così mollemente trattata, e con una tale viltà, che forma un sorprendente contrapposto colle guerre che i Francesi dovevano tra poco portare in Italia. Non ebbero luogo nè battaglie generali, nè assedj di città; attaccavansi soltanto deboli castelli, ed accadeva qualche leggiere scaramuccia tra piccoli corpi. Le due armate chiudevansi ne' loro trinceramenti poco distanti gli uni dagli altri, si minacciavano senza mai venire alle mani, e si assoggettavano nel proprio campo alla mortalità, inevitabile conseguenza del clima mal sano delle foci del Po, senza esporsi ad onorata morte in battaglia. Il popolo di Ferrara, oppresso dagli alloggi de' soldati, dalle contribuzioni, dai saccheggi, omai più non si mostrava disposto a nuovi sagrificj per la casa d'Este, sebbene niuna cosa annunciasse il fine d'una guerra che non era illustrata da verun fatto glorioso. Il duca di Calabria aveva saccheggiato il territorio di Brescia, ed i Milanesi quello di Bergamo; il marchese di Mantova aveva presa Asola, castello sul fiume Chiesa che un tempo appartenne ai suoi antenati. Nello stato di Parma, i Rossi, più non potendo resistere alle superiori forze mandate contro di loro, si erano ritirati verso le montagne di Genova: di là erano passati a Venezia, e quel senato, per indennizzarli dei feudi che avevano perduto, aveva loro assegnato un grosso soldo. Ma questi piccoli vantaggi della lega, che prendeva il titolo di santa perchè aveva alla testa il papa, non arrecavano sollievo al duca di Ferrara. Il nemico stava costantemente accampato alle porte della sua capitale, ed i suoi sudditi erano stati due anni consecutivi privati di ogni raccolto. Per altro il Sanseverino non aveva mai osato di aprire le sue batterie contro le mura della città; come il duca di Calabria, con un'armata più forte, non aveva saputo, nè costringere i Veneziani ad una battaglia per far loro levare l'assedio, nè attaccare il ridotto innalzato tra il parco ed il fiume. Mancavano in allora all'arte della guerra i mezzi di giugnere ad operazioni decisive; non si attaccavano che i luoghi non difesi, e non sapevasi sforzare il nemico a venire a battaglia, nè aprire le mura di una piazza in cui si chiudeva[285].

[285] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 239._