Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 11

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Frattanto la situazione di Lorenzo anche in Firenze rendevasi ogni giorno più pericolosa. La città era omai stanca di così disastrosa guerra sostenuta con così infelice successo, le sue truppe erano state assoldate con gravissimo dispendio, i nemici, padroni delle migliori fortezze, avevano successivamente stesi i loro guasti nel Pisano, nell'Aretino, in Val d'Elsa, in Val di Nievole, in Val d'Arno, e nella Lunigiana: quasi niuna provincia era rimasta intatta; il commercio, minacciato nella capitale, era stato ne' più rimoti paesi travagliato dalle confische pronunciate dal papa; tutti sentivano che la guerra non era sostenuta che per la difesa di Lorenzo, ed affatto estranea ai veri interessi dello stato; ognuno voleva porvi fine; e Girolamo Morelli, che risguardavasi come uno degli amici e dei più zelanti partigiani de' Medici, disse a Lorenzo in pieno consiglio: «La nostra città è oggi stanca, più non vuole guerra, più non vuole rimanersi interdetta e scomunicata per difendere il vostro credito[207].»

[207] _Jacopo Nardi Ist. Flor., t. I, p. 12. — Ist. Mich. Bruti, l. VII, p. 172._

In così difficili circostanze Lorenzo dei Medici prese una risoluzione apparentemente ardita, ma che pure era la sola prudente, quella di recarsi egli stesso presso di Ferdinando, di conoscere le segrete sue disposizioni, e di approfittarne per negoziare con lui; metter fine alle lagnanze de' malcontenti di Firenze colla speranza di una prossima pace, e di mostrare nello stesso tempo all'Europa, ch'egli non era altrimenti il tiranno della sua patria, poichè osava, come ogni altro cittadino, porsi tra le mani de' nemici sotto la sola salvaguardia del diritto degli ambasciatori. La sorte provata dal Piccinino alla stessa corte di Napoli dava agli occhi de' meno veggenti tutto il merito di un grande coraggio a cotale condotta, sebbene Lorenzo non si esponesse a verun rischio. Il Piccinino, solo capo della sua armata, non lasciava dietro di sè nè stati, nè vendicatori; la sua morte costava a Ferdinando un delitto e non guerre. Per lo contrario la repubblica di Firenze sarebbe tutta intera sopravvissuta a Lorenzo, avrebbe mostrato più zelo nel punire gli uccisori di quest'illustre cittadino, che nel difenderlo, e Ferdinando non avrebbe raccolto altro frutto da un tradimento, che la vergogna di averlo commesso. Lorenzo, invitato a fare questo viaggio dal duca di Calabria e dal duca d'Urbino[208], aveva già da Napoli ricevuta l'assicurazione di esservi ben accolto, quando il 5 dicembre fece per mezzo del gonfaloniere adunare un consiglio dei _Richiesti_ per comunicar loro le proprie intenzioni[209]. Egli partì lo stesso giorno, ed all'indomani scrisse da Samminiato alla signoria per prendere da lei congedo. Rappresentavasi in questa lettera come una vittima che si offre in sagrificio per calmare la collera di potenti nemici[210]. Giunto a Pisa vi trovò i pieni poteri dei decemviri della guerra per trattare in nome della repubblica poteri che i suoi partigiani non avevano osato domandare al consiglio dei cento, per timore di trovarvi opposizione[211]. Una galera napolitana lo aspettava per ordine di Ferdinando a Livorno, ed il capitano lo ricevette a bordo coi più grandi onori.

[208] La lettera di Lorenzo del 6 di dicembre a questi due duchi ci fu conservata dal Malavolti. _Stor. di Siena, p. III, l. IV, f. 76._ Il Medici dichiara d'intraprendere questo viaggio dietro i loro consiglj, ed in sua assenza loro raccomanda i proprj interessi.

[209] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 143._

[210] _Presso Roscoe Life of Lorenzo, t. I, p. 226._

[211] _Epist. Barthol. Scalae apud Roscoe. Appendix XXX, t. III, p. 174._

L'arrivo di Lorenzo de' Medici a Napoli fu un vero trionfo; il secondo figlio del re, Federico, e suo nipote Ferdinando vennero a riceverlo alla riva, e lo stesso monarca mostrò di credersi onorato dalla venuta di un tale ospite[212]. Ebbe con lui lunghe conferenze intorno alla politica d'Italia. Il Medici svelò al re il trattato di già intavolato con Renato II di Lorena, in forza del quale obbligavasi questo duca verso le due repubbliche a condurre sei mila cavalli in Italia per muovere guerra alla casa d'Arragona[213]. Gli comunicò altresì le offerte di Lodovico XI, che sembrava voler far valere a vicenda o i diritti della casa di Lorena, o i suoi proprj sul regno di Napoli. Questo monarca colla sua attività, colle sue complicate negoziazioni, colla sua misteriosa politica faceva in allora illusione a tutta l'Europa, mentre la sua salute andava declinando. L'invasione francese, che rovesciò quindici anni più tardi dal suo trono il re di Napoli, pareva di già minacciarlo. L'appoggio che Ferdinando trovava nella corte di Roma era troppo incerto per equilibrare questo pericolo. Il papa era vecchio ed infermiccio, e, venendo a morte, il di lui successore potev'essere egualmente premuroso di dare stato ai proprj nipoti, e perciò di gittarsi in un opposto partito, che gli offrisse le spoglie di Girolamo Riario e de' suoi amici. Ma Lorenzo de' Medici, presentando questo quadro dell'Europa a Ferdinando, convenne che alla repubblica fiorentina era più facile il vendicarsi che il difendersi. Convenne che quando avesse una volta chiamati gli oltremontani in Italia, non sarebbe più in suo potere il fermarne l'impeto, e che probabilmente non verrebbe a soffrir meno da una guerra, nella quale la Toscana sarebbe la loro piazza d'armi. L'interesse di Ferdinando e de' Fiorentini era troppo conforme, perchè essi non dovessero anteporre una fedele alleanza ad una guerra senza scopo. Era del comune loro interesse di mantenere l'Italia in pace, di chiuderne l'ingresso ai Turchi per mezzo de' Veneziani, ed ai Francesi per mezzo del duca di Milano, di consolidare il governo di quest'ultimo, che nell'ultima rivoluzione era stato scosso, di tenere per lo contrario aperti gli occhi sull'ambizione ed i progressi della repubblica di Venezia, che, dopo avere ricuperata la pace ai confini d'Oriente, poteva dettare leggi ai suoi vicini; all'ultimo di tenere a freno lo spirito turbolento del papa, che per ottenere a suo figlio un piccolo principato aveva colle più funeste pratiche compromessa tutta l'Italia[214].

[212] _Valori in vita Laurentii, p. 34._

[213] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1163. — Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 144._

[214] _Jo. Mich. Bruti Hist. Flor. l. VII, p. 176._

Queste considerazioni non riuscivano nuove a Ferdinando, e fecero sul di lui animo grandissima impressione; ma perchè gli si era sempre parlato dell'odio e del malcontento da Lorenzo eccitato in Firenze, prima di fare fondamento sull'alleanza di questo capo di parte, premevagli di sapere se i Fiorentini non separerebbero i loro interessi da quelli di Lorenzo. A tale oggetto Ferdinando lo trattenne lungamente presso di sè, e nello stesso tempo osservò attentamente se la di lui lontananza dava luogo a qualche movimento. I nemici del Medici colsero quest'occasione per manifestare altamente i loro timori intorno alla di lui sorte, e ricordavano la crudele morte del Piccinino, sperando di suggerire al re il pensiero di trattare nello stesso modo il loro avversario. Nello stesso tempo opponevansi ostinatamente ne' consiglj a tutte le domande de' suoi amici, deplorando la sorte della repubblica, implicata contemporaneamente in due guerre, mentre il suo capo trovavasi assente, imperciocchè nello stesso giorno in cui Lorenzo era partito da Firenze per trattare col re di Napoli, Agostino, figliuolo di Luigi Fregoso, in onta della tregua, si era per sorpresa impadronito di Sarzana, che suo padre, molti anni prima, aveva venduta alla repubblica fiorentina[215].

[215] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 143. — Diar. Parm. p. 327. — Machiavelli Ist., l. VIII, p. 403._

Finalmente Ferdinando acconsentì di sottoscrivere, il 6 marzo del 1480, con Lorenzo de' Medici un trattato di pace fra il suo regno e la repubblica fiorentina. Richiese che i Pazzi, tenuti prigione nella torre di Volterra, sebbene non avessero avuto parte nella congiura, fossero liberati; che i Fiorentini pagassero a suo figlio, il duca di Calabria, a titolo di soldo l'annua somma di sessanta mila fiorini. Dal canto suo prometteva la restituzione delle città e fortezze prese ai Fiorentini nella presente guerra, ed i due governi si resero garanti degli stati l'uno dell'altro[216]. Per quanti ostacoli frapponesse il papa a questo trattato, per quanto si mostrasse scontento di non essere stato consultato, per quante premure manifestasse di allearsi colla repubblica di Venezia, la quale aveva egualmente motivo di lagnarsi della mancanza di riguardi per parte de' suoi precedenti alleati, all'ultimo si lasciò comprendere nel trattato di Napoli, e le ostilità, sospese nel precedente anno in forza di una tregua, più non si rinnovarono[217]. La pace pubblicossi ancora in Siena il 25 marzo del 1480[218].

[216] _Scip. Ammirato, p. 145. — Machiavelli l. VIII, p. 405. — Jac. Nardi., l. I, p. 12._

[217] _Jacobi Volaterrani Diarium Romanum, t. XXIII, p. 105._

[218] _Alleg. Allegretti, Diar. Sanesi, p. 799. — Orlando Malavolti, p. III, l. IV, f. 76._

Questa pace accrebbe in Firenze il credito di Lorenzo de' Medici che l'aveva ottenuta. Egli fu ricevuto al suo ritorno come il salvatore della patria. Approfittò di questa riconoscenza del popolo per consolidare la propria autorità: il 12 aprile fece creare una nuova balìa, ma con intenzione di non più crearne all'avvenire, perciocchè il nome e l'autorità delle balìe contribuivano a rendere odioso il potere de' Medici. Fece dunque attribuire questa superiore autorità, ch'egli voleva conservare, ad un corpo permanente nello stato. Fu questo un nuovo consiglio di settanta cittadini, che dovevano, primi fra tutti gli altri, essere consultati intorno agli affari. Vi dovevano essere ammessi i gonfalonieri di mano in mano che uscivano d'ufficio, quando non ne fossero esclusi dalla maggiorità dei voti. Il consiglio de' settanta cominciò un nuovo scrutinio d'elezione per formare in appresso le magistrature, e lo fece durare quattro anni, onde più lungamente mantenersi dipendenti coloro che aspiravano agl'impieghi. Nello stesso tempo adoperò il danaro dello stato per pagare i debiti contratti da Lorenzo de' Medici[219].

[219] _Ist. di Gio. Cambi. Deliz. degli Eruditi, t. XXI, p. 2, 3._

Lorenzo, cui la posterità accordò il nome di _magnifico_, mentre i suoi concittadini e gli scrittori suoi contemporanei non gli davano quest'epiteto che come un titolo d'onore comune a tutti i condottieri, agli ambasciatori, ed ai principi che non ne avevano un altro, Lorenzo meritava questo soprannome, di cui gli diede possesso un errore. La magnificenza apparteneva non meno alla sua politica che al suo carattere: egli amava di dare l'idea di una infinita ricchezza, per sublimare l'opinione del suo potere; e mai non misurava il suo fasto sulle sue entrate. In tempo della sua dimora in Napoli, dopo una ruinosa guerra per lui e per la patria, distribuì doti a moltissime fanciulle della Puglia e della Calabria, che avevano implorata la sua munificenza, e dispiegò in sugli occhi de' Napolitani sia nelle compre, sia nel suo accompagnamento e negli equipaggi tutta la pompa di una ricchezza che non aveva più nulla di reale: sempre egli volle sorprendere ed abbagliare[220].

[220] _Valori in vita Laurent., p. 35. — Diar. Parmense, t. XXII, p. 335._

Il trattato di pace che assodava la sua potenza non lasciava di esporre la sua patria al più terribile pericolo che mai corso avesse. Ferdinando vi si era, più che per altro titolo, determinato per dare tempo al duca di Calabria di stabilire il suo credito in Siena, riducendo questa inquieta repubblica nell'assoluta dipendenza della corona di Napoli. Questo progetto era stato segretamente concepito dal re Alfonso quando questi era venuto in Toscana nel 1446, e fu dal medesimo ripreso nel 1452 e 1466; ma non mostrossi mai tanto vicino alla sua esecuzione che allora quando Lorenzo, sagrificando la sua patria alla sua personale sicurezza e l'interesse dei secoli a quello del momento, aveva acconsentito a favoreggiarlo cercando una pace che il duca di Calabria desiderava più di lui.

Siena aveva colle sue leggi consacrata l'esistenza di tutti i partiti che l'avevano successivamente dominata, ed i suoi cittadini si trovavano divisi in molti ordini, che piuttosto erano fazioni, e che portavano il nome di _Monti_. Il primo, e quello che aveva risvegliata la più costante gelosia, era quello dei nobili, un tempo proprietarj di tutto il territorio. Vennero successivamente privati di tutte le loro fortezze, ed in pari tempo esclusi da tutte le magistrature. Il seguente era il _Monte dei Nove_, che formava a Siena una nobiltà popolare, press'a poco uguale a quella degli Albizzi e del loro partito in Firenze. Erano uomini cui le antiche ricchezze, acquistate colla mercatura, avevano procacciato un'antica riputazione, di cui continuavano ad avere il godimento per un diritto ereditario. L'ordine, o _Monte dei Dodici_ era il più immediato rivale di quello dei _Nove_, ed era composto di ricchi mercanti, contando di quest'epoca circa quattrocento uomini atti ad entrare ne' consiglj, dai quali erano però costantemente tenuti lontani dalla gelosia del governo. Il restante della nazione era diviso tra i due ordini o monti novissimi, dei _riformatori_ e del popolo.

Dopo il 27 novembre del 1403 tenevansi coalizzati i tre ordini dei _nove_, dei _riformatori_ e del _popolo_. Avevano questi soli parte nel governo, dopo l'esclusione degli altri due. La signoria veniva composta di nove priori, tre d'ogni monte, e di un gonfaloniere di giustizia, somministrato a vicenda dai tre ordini[221]. Questa forma di governo erasi mantenuta con maggiore stabilità che verun'altra delle precedenti, malgrado le pratiche di Pio II, ch'era nobile sienese della casa Piccolomini. Chiesto aveva questo papa che si restituissero in tutti i diritti di cittadinanza i nobili ed il monte dei dodici; nel 1458 era stata esclusa la sua domanda, ma nello stesso tempo si cercò di appagarla, ammettendo i membri della famiglia Piccolomini nell'ordine del popolo. Nel susseguente anno eransi accordati alcuni pubblici impieghi all'ordine dei nobili[222], ma si era costantemente negato lo stesso favore al Monte dei Dodici[223], ed alla morte di Pio II, accaduta nel 1464, i nobili erano stati di nuovo privati degli onori loro accordati dietro istanza del pontefice[224].

[221] _Orlan. Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. X, f. 194._

[222] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. IV, f. 60-61._

[223] _Ivi, f. 64._

[224] _Ivi, f. 69._

Comunque imprudente fosse tale esclusione, i Sienesi non avevano motivo di pentirsi d'essersi attenuti a ciò ch'essi chiamavano la _Trinità_ del loro governo. Le tre fazioni riunite pareva che avessero confusi tra di loro i reciproci interessi; e la loro amministrazione era stata bastantemente buona, onde le ricchezze e la popolazione si andassero visibilmente accrescendo. Siena intanto si ornava di sontuosi palazzi, che mostravano ad un tempo i progressi dell'opulenza, delle arti e del gusto; la repubblica non era stata frequentemente agitata da interni movimenti, aveva preso parte in poche guerre straniere e sebbene ecclissata dalla magnificenza di Firenze, potente vicina, e cagione ai Sienesi di continua diffidenza, ella conservava esternamente l'onore della sua indipendenza, e nell'interno la pace e la prosperità.

Ma l'esistenza di due partiti, formati di persone che non avevano parte nel governo, era necessariamente pericolosa alla repubblica. Fra costoro gli ambiziosi stranieri non mancavano mai di partigiani; questi erano i segreti agenti del duca di Calabria, e questi egli cercava di far rientrare nella signoria. Domandò prima il richiamo di tutti coloro ch'erano stati esiliati nel 1456[225]. Non avendo potuto ottenerlo seminò la discordia fra i tre ordini che governavano in comune; ne armò due contro il terzo, ed il 22 giugno del 1480 i cittadini dei Nove e del popolo presero le armi, e furono secondati dalle armi del duca di Calabria che occupavano la piazza pubblica. Un consiglio generale, da cui esclusero tutti coloro che non erano loro devoti, e che non pertanto trovossi tuttavia formato di quattrocento quarantadue membri, dietro inchiesta del gonfaloniere di giustizia, escluse per sempre dal governo il Monte de' riformatori[226]. Questa violenta rivoluzione, che feriva un terzo de' cittadini della repubblica, e gli spogliava di quella partecipazione alla sovranità di cui erano in possesso da settantasette anni, era stata apparecchiata con tanta segretezza, e così prontamente eseguita, che non vi fu effusione di sangue. Il duca di Calabria, che l'aveva diretta e sostenuta co' suoi soldati, erasi allontanato da Siena il giorno in cui doveva scoppiare, onde non essere accusato di farla da padrone nella repubblica; ma al suo ritorno fu dai nuovi magistrati accolto quale benefattore dello stato. Aveva con loro convenuto di formare un Monte nuovo che tenesse luogo di quello de' riformatori, e partecipasse per un terzo alle pubbliche onorificenze. Questo nuovo ordine, cui diedesi il nome di _Monte degli aggregati_, fu composto di un limitato numero di gentiluomini conosciuti pel loro attaccamento al duca di Calabria, di varj membri del Monte dei dodici e di quello dei riformatori, che una privata ambizione staccava dai loro confratelli; finalmente delle famiglie ch'erano state escluse nel 1456 dal Monte dei nove e da quello del popolo, per avere voluto di concerto con Giacomo Piccinino assoggettare la repubblica al re Alfonso. Così i cinque antichi ordini avevano concorso alla formazione del nuovo Monte[227].

[225] _Orlando Malavolti, p. III, l. IV, f. 76. — Allegr. Allegretti Diari Sanesi, p. 800._

[226] _Orlando Malavolti, f. 97. — Allegr. Allegretti, p. 803._

[227] _Orlando Malavolti, p. III, l. V, f. 78. — Jacobi Volaterrani Diarium Romanum, p. 108._

Il nuovo governo, stabilito dalla violenza, era circondato di nemici, ed aveva perciò maggiore bisogno di tenersi affezionato il duca di Calabria, mostrandosi sempre dipendente dalla sua volontà. Malvagi cittadini, che si lusingavano di ammassare più grandi ricchezze, d'esercitare maggiori poteri, di soddisfare più facilmente tutte le loro passioni sotto la protezione di un tiranno, piuttosto che nella loro patria ancora libera, non avevano mal calcolato supponendo che questa rivoluzione obbligherebbe in breve i Sienesi a darsi da sè stessi al duca di Calabria. Tutti gli amici della libertà erano atterriti; nè il timore era in Firenze meno grande che in Siena. Se l'acquisto che il re di Napoli aveva fatto vent'anni prima di alcuni deboli castelli nelle Maremme toscane aveva cagionato tanto spavento, come sperare di salvare la libertà di Firenze una volta che tutto intero lo stato di Siena sarebbe tra le mani di così formidabile vicino? Ma un inaspettato avvenimento, che strinse di terrore il rimanente dell'Italia, liberò Siena e Firenze da quasi inevitabile servitù, richiamando il duca di Calabria a difendere i proprj focolari.

CAPITOLO LXXXVIII.

_Maometto II occupa Otranto; Sisto IV spaventato fa la pace col Fiorentini, ed il duca di Calabria abbandona Siena per liberare Otranto. Morte di Maometto II. Nuova guerra accesa in tutta l'Italia da Sisto IV pel ducato di Ferrara. Passa da uno all'altro partito; e all'ultimo muore di dolore per essersi fatta la pace_.

1480 = 1484.

Maometto II mai non faceva la pace con un principe cristiano, che per attaccarne più vantaggiosamente un altro; perciò contavasi che nel lungo suo regno aveva soggiogati due imperi, dodici regni e più di dugento città. Nel 1480 apparecchiò nello stesso tempo due spedizioni: destinata era una di queste, sotto gli ordini del pascià Mesithes, di greca origine, e della stirpe de' Paleologhi, a togliere Rodi ai cavalieri di san Giovanni di Gerusalemme; ma il gran maestro d'Aubusson respinse gloriosamente i Turchi, che dopo avere assediata la capitale dal 23 maggio al 22 agosto, furono costretti a ritirarsi perdenti[228]. L'altra armata di Maometto si adunò alla Valona sotto gli ordini del suo gran visir Achmet Giediko Breche-Dente, nativo d'Albania. Venne a prenderla a bordo una flotta di cento vascelli; quella de' Veneziani, ch'era di sessanta vele, la scortava, mostrando d'impedirle che entrasse nell'Adriatico[229]; improvvisamente i Turchi sbarcarono sulla costa d'Italia presso di Otranto il venerdì 28 luglio dopo avere attraversato il mare Adriatico, che in questo luogo non ha più di cinquanta miglia di larghezza.

[228] _Epist. Petri d'Aubusson ad Pontif. 13 septem. 1480. — Raynald 2-13, p. 286. — Jacobi Volater. Diar. Rom., p. 106. — Ann. Turcici Leunclavii, p. 258. — Diarium Parm. p. 344. — Turco Graeciae Hist. Polit., l. I. p. 26. _

[229] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, t. XXII, p. 1213._

Gli abitanti d'Otranto, sebbene non apparecchiati a quest'attacco, difesero vigorosamente le loro mura; ma non potevano lungamente resistere: Achmet Giedik aveva sbarcata molta artiglieria, che bentosto aprì larghe brecce nelle mura, e la città fu presa d'assalto l'11 agosto del 1480[230]. La popolazione, secondo il Sanuto, ammontava a ventidue mila uomini; dodici mila furono uccisi nel primo furore della vittoria; ma i fanciulli che potevano essere vantaggiosamente venduti, e coloro che furono creduti abbastanza ricchi per poter pagare una grossa taglia, furono fatti schiavi[231]. L'arcivescovo ed i preti, principale oggetto dell'odio dei Turchi, furono crudelmente tormentati, ed il culto cristiano profanato con ogni sorta d'oltraggi e di vituperi[232].

[230] _Demetrius Cantemir, l. III, c. I, § 32, p. 111._

[231] _Marin Sanuto Vita dei Duchi di Venez., t. XXII, p. 1213._ Pure il Giannone riduce i morti a soli ottocento, _l. XXVIII. Introd., p. 602_.

[232] _Jac. Volterrani Diar. Roman.; l. II, p. 110. — Diar. Parm., p. 346-352._ Dugento vent'anni dopo quest'avvenimento, la leggenda se ne impossessò, e vi frammischiò il suo maraviglioso; Francesco Maria d'Asti, nel 1700 arcivescovo d'Otranto, scrisse che ottocento martiri preferirono il supplicio all'abjurare, e che condotti in sul luogo in cui dovevano morire, Antonio Primaldi, rimasto capo del clero, dopo la morte dell'arcivescovo Stefano, fu il primo a perdere la testa; ma che il suo corpo, invece di cadere morto, restò in piedi malgrado tutti gli sforzi de' Turchi per atterrarlo, e che coi suoi gesti continuò ad esortare i suoi compagni alla costanza finchè tutti ebbero subito lo stesso supplicio; che allora, dopo gli altri, acconsentì di essere collocato tra gli estinti. _Franc. Mariae de Aste in Memor. Hydrunt. Eccles. Epit., l. II, c. II, p. 11. — In Burm. Thes. Antiqu. et Hist. Ital., t. IX, p. VIII._