Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16)

Part 10

Chapter 103,781 wordsPublic domain

Da circa due anni i venditori d'indulgenze eransi sparsi nella Svizzera, in occasione di un giubileo, ed avevano trovato presso quella semplice gente, che abitava sulle Alpi, quella fermezza di fede, quella cieca confidenza nel papa, quella premura di spogliarsi di tutti i loro beni per acquistare grazie spirituali, che più non conoscevano gl'Italiani, testimonj dei disordini della corte di Roma. Si stabilì nella Svizzera un tribunale di ottanta a cento preti per distribuire le indulgenze della bolla, e decidere nei casi dubbiosi; e Roma vide con maraviglia quanto danaro poteva trarre da quei cantoni, che credeva tanto poveri. Ma quando l'attenzione di Sisto IV fu richiamata sopra gli Svizzeri, osservò in quel popolo altra cosa che lo interessava assai più che il commercio delle indulgenze. Vide quale profitto potrebbe cavare nelle guerre della santa sede da tali fedeli e da tali soldati; loro mandò una bandiera rossa, benedetta colle sue mani, e gli esortò a ricordarsi che il loro dovere gli obbligava a non risparmiare il loro sangue per la libertà della Chiesa. Il suo legato, Guido di Spoleti, vescovo d'Anagni, fece adunare una dieta a Lucerna, e colà in una segreta assemblea, tenuta il 1.º novembre del 1478, propose agli Svizzeri di ajutare un numeroso partito di nobili e di borghesi di Milano, che desideravano di ristabilire una repubblica in Lombardia. D'altro non trattavasi che d'allontanare un fanciullo incapace di governare che in allora era capo della casa Sforza; e Sisto IV, in ricompensa di questa spedizione, loro offriva la divisione degl'immensi tesori ammassati ne' castelli di Pavia e di Milano, cui Guido aggiugneva il pagamento di dieci mila ducati all'anno, per agevolare il loro armamento. Ma i deputati de' cantoni confederati non potevano prendere una così importante risoluzione, senza il consentimento del popolo, e la cosa non era di tale natura da potersi rendere pubblica[179]: perciò il legato, mentre comunicava ai capi i suoi progetti politici, cercava in pari tempo d'eccitare il risentimento de' contadini. La dieta si chiuse senza avere nulla conchiuso; ma era scoppiato il malcontento e l'odio degli uomini d'Uri contro i Milanesi, ed il legato ottenne finalmente di accendere la guerra tra la Svizzera e la Lombardia in occasione che si tagliò un bosco di castagni, nella valle Levantina, di controversa proprietà[180].

[179] _Jo. Muller Geschichte der Schweiz. Buch. V, c. 11, p. 174._

[180] _Ivi, p. 175._

Fin dal 1467 un'antica capitolazione legava la Svizzera alla casa Sforza; per la destrezza di Francesco Simonetta era stata rinnovata il io luglio del 1477 tra Gio. Galeazzo ed i Cantoni. L'antica aveva ricevute alcune modificazioni; erano stati pagati gli arretrati dovuti agli Svizzeri, e terminate tutte le controversie di confine[181], quando nella state del 1478 alcuni sudditi milanesi tagliarono degli alberi in un bosco, che gli Svizzeri pretendevano essere di loro proprietà; Cecco Simonetta, informato dell'irritamento degli uomini d'Uri, offrì di far riconoscere il luogo da arbitri, e dove fosse ritrovata proprietà degli Svizzeri, di compensarne il danno. Ma il vescovo d'Anagni riuscì a rendere inutile la moderazione di questo vecchio e saggio ministro, ed a soffocare le pacifiche rimostranze dei cantoni di Zurigo e di Berna. Il cantone d'Uri dichiarò la guerra al duca di Milano; invitò i suoi alleati a dargli gli ajuti dovutigli in forza del trattato federativo, e tutti i cantoni, sebbene di malavoglia, fecero marciare il loro contingente. In novembre del 1478 passò il san Gottardo un'armata di dieci mila confederati, quando già cominciava ad essere coperto di nevi. Un araldo d'armi era andato a sfidare il duca di Milano, ed il conte Marsiglio Torelli con un'armata di diciotto mila uomini aspettava gli Svizzeri ai confini[182]. Questi frattanto cominciarono a saccheggiare il territorio d'Iragna; avanzaronsi fino a Bellinzona, di cui presero d'assalto il primo ricinto; ed avrebbero colla stessa facilità potuto occupare il secondo, se i loro stessi capi non avessero temuto di esporre al sacco una città che serviva di deposito al loro commercio. I confederati attraversarono in appresso il Cenere, montagna che divide i due laghi, e minacciarono Lugano. Ma dopo avere atterrita la Lombardia con una breve comparsa, perchè un rigorosissimo inverno di già si annunciava sulle alte Alpi, essi le ripassarono prima che troppo alte nevi ne chiudessero il passaggio[183].

[181] _Ivi, p. 169._

[182] _Muller Geschichte der Schweiz Buch. V, c. 11, p. 177. — Diarium Parmense, t. XXII, p. 290._ Muller scrisse Borelli invece di Torelli, errore corso senza dubbio nel copiare i proprj manoscritti.

[183] _Jo. Muller Geschichte dar Schweiz B. V, c. 11, p. 178._

Gli Svizzeri non avevano lasciati in val Levantina che dugento uomini somministrati dai cantoni d'Uri, di Zurigo, di Lucerna e di Schwitz, e la milizia della valle, che si univa a così debole guarnigione, non eccedeva i quattrocento uomini. Il conte Marsiglio Torelli credette di potere facilmente distruggere questa piccola truppa, ed impadronirsi di Giornico, fortezza che sarebbe diventata la chiave del passaggio del san Gottardo. Avanzossi fino a Poleggio con circa quindici mila uomini; Enrico Troger, comandante di Giornico, ritirossi all'avvicinarsi di forze tanto superiori, ma ebbe l'avvedutezza di deviare dal proprio letto le acque del Ticino, facendo che si spargessero sulle praterie che occupano il fondo della valle. L'acutissimo freddo della notte rese questo bacino una sola lastra di ghiaccio. Gli Svizzeri, ritiratisi sulle alture, eransi tutti provveduti di ferri da ghiaccio, ed aspettarono, prima di attaccarla, che la cavalleria milanese si avanzasse incautamente su questo piano di ghiaccio. Mentre i cavalli cadevano ad ogni passo, che gli uomini, appoggiati alle loro lance, potevano a stento reggersi in piedi, i montanari piombarono sopra di loro, correndo su quel ghiaccio colla medesima facilità, come se fosse stato une prateria. I Milanesi, non potendo valersi delle loro armi, rinculavano ed avrebbero voluto fuggire; ma i cavalli, che cadevano sotto di loro, chiudevano tutti i passaggi. Più di mille cinquecento furono uccisi, e non fu piccolo il numero de' prigionieri: la buona artiglieria caduta nelle mani del vincitore servì ad armare i bastioni di Giornico, ed i soldati si divisero tra di loro un ricco bottino[184].

[184] _Muller Geschichte der Schweiz Buch. V, c. 11, p. 181. — Diar. Parmense, t. XXII, p. 291. — Albert. de Ripalta An. Plac., t. XX, p. 958. — Bern. Corio Stor. Milan., p. VI, p. 991._

Frattanto Cecco Simonetta desiderava ardentemente la pace, e fece riaprire le negoziazioni: que' cantoni, le di cui città sono sovrane, non desideravano meno di lui di terminare una guerra, che danneggiava il loro commercio, e costrinsero gli abitanti d'Uri alla moderazione. Il bosco controverso fu ceduto agli Svizzeri, loro pagata l'indennizzazione di alcune migliaja di fiorini, e ristabilita la buona armonia tra i due stati. Ma questa breve spedizione rialzò l'opinione degli Svizzeri in tutta l'Italia, ed accrebbe agli occhi di Sisto IV il vantaggio della loro alleanza[185].

[185] _Muller Geschichte der Schweiz Buch. V, c. 11, p. 182. — Diar. Parmense, p. 303._

Altre pratiche del pontefice avevano nello stesso tempo suscitati nemici domestici alla reggenza di Milano ed ai Fiorentini. Sisto aveva fatti entrare nella Lunigiana Roberto di Sanseverino, Luigi Fregoso ed Ibletto dei Fieschi; e mentre che questi capitani con truppe genovesi prendevano de' castelli ai Malaspina ed attaccavano Sarzana[186], i fratelli Sforza, zii del giovane duca, lasciavano il luogo del loro esilio, scorrevano la Toscana con minaccioso apparato, ed all'ultimo si aggiugnevano al Sanseverino[187]. I Fiorentini, adombrati dalla comparsa di questi nuovi nemici, chiamarono al loro soldo molti rinomati condottieri. I Veneziani loro cedettero Carlo da Montone e Deifobo dell'Anguillara. Roberto Malatesta, signore di Rimini, Costanzo Sforza, signore di Pesaro, ed uno de' Manfredi, signori di Forlì, abbandonarono le bandiere del papa per militare sotto le loro[188].

[186] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 131. — Alb. de Ripalta An. Plac., p. 958._

[187] Il 27 di gennajo. _Diar. Parm., p. 295. — Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 132._

[188] _Ivi, p. 133._

In ragione che lo spirito militare andava in Italia rinascendo, il governo fiorentino sentiva ch'eragli pericoloso il rimanervi del tutto straniero. Il duca di Ferrara, generale della repubblica, era stato incaricato di respingere il Sanseverino, mentre che i suoi avversarj, i duchi d'Urbino, e di Calabria, non uscivano dai loro quartieri d'inverno. Lo fece effettivamente, ma con tanta lentezza e così mollemente e con tanto timore d'un nemico troppo di lui più debole, che impiegò tre settimane nello scorrere la costa da Pisa a Sarzana, lunga cinquanta sole miglia: egli mai non raggiunse, mai non vide il Sanseverino, cui permise di acquistare l'avvantaggio di due o tre marce. Dopo questa spedizione, nella quale non fu dato un solo colpo di lancia, tornò colla stessa lentezza ad occupare i confini del Sienese. Il duca di Ferrara non avrebbe osato tenere una così vergognosa condotta, se avesse dovuto darne conto ad un governo militare; ma poco sentiva i rimproveri che potevano essergli dati dai Medici, e dal loro consiglio di mercanti[189].

[189] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 134. — Diar. Parm., p. 303._

Un impreveduto disordine indebolì nell'aprirsi della nuova campagna l'armata fiorentina. Vi si vedevano riuniti il conte Carlo di Montone cogli ultimi avanzi della scuola di Braccio, suo padre, e Costanzo Sforza coi soldati di Sforza Attendolo, suo avo. La loro rivalità aveva cominciato da circa un secolo, ed avrebbe dovuto spegnersi per la morte de' loro capi e pel cambiamento di tutta la loro organizzazione. Pure fu impossibile di farli combattere sotto le medesime insegne. Violenti contese, sfide, duelli, facevano temere una generale battaglia tra i due corpi. Fu forza separarli[190]: Montone con Roberto Malatesta fu mandato nello stato di Perugia, sua patria, ove sperava trovare partigiani, e dove effettivamente una ventina di castelli si sottomisero a lui o a suo figliuolo Bernardino; ma la sua morte accaduta in Cortona il 17 di giugno, distrusse tutte le speranze che cominciavansi a fondare sopra di lui[191].

[190] _Machiavelli Istor., l. VIII, p. 394._

[191] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 136._

L'altra armata sotto gli ordini di Ercole d'Este fu ancora più sgraziata: durante la prima metà della campagna si tenne vergognosamente inattiva. Avendola Ercole lasciata il 10 agosto sotto gli ordini di suo fratello Sigismondo, per tornare ne' suoi stati, fu dal duca di Calabria sorpresa il 7 di settembre al Poggio Imperiale e sgominata totalmente quasi senza avere combattuto[192]. I castelli di Poggi Bonzi e di Colle di Val d'Elsa trattennero per altro i Napolitani, avendo ambidue sostenuto un ostinato assedio. Ma perchè i Fiorentini non fecero veruno sforzo, dovettero capitolare prima che terminasse la campagna. Quello di Colle fu l'ultimo ad arrendersi il 14 di novembre; e dopo questa conquista il duca di Calabria pose le sue truppe ai quartieri d'inverno[193].

[192] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 138. — Allegretto Allegretti Diar. Sanese, t. XXIII, p. 793. — Jo. Michaelis Bruti Hist. Flor., l. VII, p. 170._

[193] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 142. — Allegretto Allegretti, p. 795._

Se due ruinose campagne facevano vacillare la potenza di Lorenzo de' Medici, e prevedere l'imminente sua ruina, egli era ancora più spaventato dalle rivoluzioni che nello stesso tempo rovesciavano la potenza del suo più fedele alleato. Roberto di Sanseverino, dopo la sua spedizione di Lunigiana, erasi ritirato nelle montagne che dividono gli stati di Parma e di Genova. Colà aveva collocato il suo campo presso Borgo di Val di Taro in modo da tenere in iscacco i Fiorentini e la duchessa di Milano. I cognati della duchessa stavano presso il Sanseverino, ed il suo campo era il centro de' loro segreti maneggi. Uno di loro, il duca di Bari, morì subitamente il 27 di luglio, non senza sospetto che fosse stato avvelenato dagli altri due[194]. Prima che passasse un mese, Lodovico Sforza, che gli succedeva nel ducato di Bari, presentossi improvvisamente col Sanseverino e colla sua armata alle porte di Tortona, che gli furono aperte il giorno 23 d'agosto[195]; ne prese possesso a nome del duca Giovanni Galeazzo, suo nipote, e della duchessa Bona; dichiarò ch'era servitore dell'uno e dell'altra, e che, lungi dal prendere le armi contro di loro, non avanzavasi che per liberarli dai loro nemici, ed in particolare dai loro infedeli ministri. I popoli, sempre disposti a dar colpa ai ministri dei mali che soffrono, secondavano con piacere una rivoluzione che non sembrava diretta contro il loro sovrano; e tutte le terre murate si affrettavano di mandare le chiavi a Lodovico. Uno storico contemporaneo assicura che gli si arresero in un sol giorno quarantadue castelli[196]: ma, ciò che era più importante, era favoreggiato alla corte della duchessa da un partito assai potente. Trovavasi questa corte divisa in due fazioni. Da una banda Cecco Simonetta, più sovrano che ministro, esercitava un potere avvalorato da cinquant'anni di favore sotto tre successivi regni; suo figlio Antonio, suo fratello Giovanni, suo amico Orfeo da Ricavo, e tutti i vecchi consiglieri, per la maggior parte innalzati alle cariche sotto di lui, lo risguardavano quale loro capo e loro oracolo. Dall'altra banda Antonio Tassini, nudrito nel favore della nuova corte, erasi formato un partito di tutti gl'invidiosi del ministro, di tutti coloro che si lusingavano d'ingrandirsi in un cambiamento di cose. Il Tassini era un Ferrarese di vile condizione: ricevuto prima come cameriere presso il duca Galeazzo, era in appresso passato ai servigj della duchessa, di cui aveva saputo in modo guadagnarsi l'animo, ed ispirarle tanta confidenza, e forse amore, che altri in fuor di lui più non era dalla duchessa consultato negli affari di stato. Il cancelliere Simonetta vedeva non senza dispetto innalzarsi sulle proprie ruine così indegno rivale; ed il Tassini, forse offeso dal disprezzo del vecchio ministro, aveva per lui concepito un implacabile odio. Sperando di rovesciarlo, aveva intavolata qualche relazione coi cognati della duchessa, e quando Lodovico il Moro presentossi sotto Tortona, il Tassini persuase la duchessa a chiamarlo alla sua corte. «Il partito che voi prendete, le disse il Simonetta quando n'ebbe sentore, costerà a voi l'impero, a me la vita[197]»; e tale profezia non tardò ad avverarsi. Lodovico Sforza entrò in Milano il giorno 8 settembre, protestò di giugnervi come servitore della duchessa e come suo fedele custode[198], ma il giorno 11 Cecco Simonetta venne arrestato col suo figlio, fratello ed amici[199].

[194] _Diar. Parm., p. 315. — Alb. de Ripalta Ann. Plac., p. 958._

[195] _Diar. Parm., p. 316. — Bernard. Corio Ist. Milan., p. VI, p. 992._

[196] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 959._

[197] _Machiavelli Istor., l. VIII, p. 402. — Bern. Corio Ist. Mil., p. VI, p. 993._

[198] _Diar. Parm., t. XXII, p. 318._

[199] _Ivi, p. 319._

Il Simonetta, tradotto al castello di Pavia, vi fu da principio trattato con molti riguardi; ma in ottobre Lodovico Sforza gli mandò uno de' suoi segretarj ad avvisarlo, che se voleva ricuperare la libertà doveva comperarla rilasciandogli circa quaranta mila fiorini, che teneva presso alcuni banchieri a Firenze. «Io sono stato illegalmente carcerato, rispose il Simonetta, la mia casa è stata saccheggiata, ed io venni coperto d'obbrobrj; tale fu la ricompensa ch'io mi ebbi per avere con fedeltà e con zelo servito lo stato di Milano. Se ho commesso qualche mancamento mi s'infligga il meritato castigo; ma la sostanza che io ho ammassata con onorate fatiche e con lunghi risparmj passerà a' miei figli. Dio mi ha bastantemente favorito prolungando la mia vita fino a questo giorno, altro adesso non bramo che la morte[200]». Dopo ciò il Simonetta fu trattato con estremo rigore, assoggettato ad indegna tortura per istrappargli la confessione di delitti, dei quali nè pure sospettavasi reo: sua moglie, ch'era della casa Visconti, impazzì per disperazione, ed, il 30 ottobre del 1480, il Simonetta fu decapitato nel castello di Pavia[201].

[200] _Diar. Parm., t. XXII, p. 343. — Bern., Corio, p. VI, p. 993, 994._

[201] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., p. 961. — Diar. Parm., p. 354. — Bern. Corio, p. 997._ Il Corio era presente ed attore in questi avvenimenti; ma egli non li racconta di buona fede, per non far torto alla riputazione di Lodovico il Moro.

La predizione che il Simonetta aveva fatta alla duchessa avverossi a puntino, ed il Tassini, che lo aveva soppiantato, non godette lungamente del suo trionfo. Il 7 d'ottobre Lodovico il Moro fece dichiarar maggiore suo nipote, Giovanni Galeazzo Maria; pretese che questo principe, sebbene non ancora giunto ai dodici anni, fosse di già in istato di governare, e con questo pretesto privò la duchessa d'ogni partecipazione agli affari. Lo stesso giorno venne arrestato Antonio Tassini e chiuso nel castello di Porta Zobia: Gabriele, padre del Tassini, ch'era stato creato consigliere ducale, fu arrestato nello stesso tempo; e spogliati ambidue de' loro beni, furono esiliati dal ducato di Milano. La duchessa Bona, irritata ed umiliata, uscì il 2 novembre da Milano per ritirarsi a Vercelli; ma in appresso si stabilì in Abbiate Grasso, ove visse totalmente lontana dagli affari[202].

[202] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., p. 961. — Diar. Parm., p. 351. — Bern. Corio Istor. di Milano, p. VI, p. 998. — Machiavelli Ist., l. VIII, p. 403._

Lorenzo de' Medici, tanto sventurato nelle sue prime campagne, tanto sventurato nell'alleanza su cui aveva fondate le principali sue speranze, non si scoraggiava, e cercava nella stessa Italia e fuori soccorsi contro la potente lega che lo attaccava. Di concerto coi Veneziani tentò di far rivivere l'antico partito d'Angiò per opporlo nel regno di Napoli all'eccessiva potenza di Ferdinando. Gl'inviati delle due repubbliche andarono a cercare in Lorena l'erede del vecchio re Renato, e lo trovarono apparecchiato ad entrare negl'intrighi e nelle guerre d'Italia per far rivivere diritti che davano maggior lustro alla sua casa.

Viveva tuttavia il vecchio Renato, conte di Provenza, il rivale d'Alfonso e di Ferdinando. Egli non morì che il 10 di luglio del susseguente anno nella sua contea; ma era sopravvissuto a tutta la sua discendenza maschile, ed arrivato ad un'età nella quale mancavagli la forza e la volontà di entrare in nuovi travaglj. Il generoso suo figlio, Giovanni, duca di Calabria, era morto nel 1470, lasciando, del suo matrimonio con Maria di Borbone, due figli, il maggiore dei quali, chiamato ancor esso Giovanni, non gli sopravvisse che pochi giorni, e l'altro, Niccolò, morì di venticinque anni nel 1473 senza aver avuta prole[203]. Ma una figliuola di Renato, Jolanda, erasi maritata con Terry, conte di Vaudemont, e gli aveva portati i diritti che aveva sua madre sopra la Lorena. Da questo matrimonio, cui Renato aveva di mala voglia acconsentito per ricuperare la libertà, era nato Renato II, duca di Lorena, che, per la morte de' suoi cugini Giovanni e Niccolò, diventava pure l'erede di tutti i diritti della casa d'Angiò sul regno di Napoli. Vero è che il vecchio Renato non aveva perdonato a questo suo nipote i suoi natali dal sangue di Vaudemont, ed il 22 luglio del 1474 aveva fatto un testamento per privarlo della propria eredità, chiamandovi Carlo del Maine, figliuolo d'un altro conte del Maine, suo minor fratello[204]. Questi fu quel Carlo che chiamò erede di tutti i suoi diritti Lodovico XI, con suo testamento del 10 dicembre del 1481, e che morì nel susseguente giorno.

[203] _Contin. Monstrelet, vol. III, f. 174._

[204] _Ivi, f. 187._

Ma il diritto delle genti non accorda ai monarchi la facoltà di disporre arbitrariamente della successione de' loro stati; successione regolata dalle leggi di ogni popolo; e l'ordine immutabile stabilito per l'eredità è la sola garanzia delle monarchie contro le guerre civili. Perciò non sogliono vedersi testamenti di tale natura, che quando il contratto tra il sovrano ed il suo popolo viene infranto da una conquista, e che il monarca spossessato più non trasmette ai suoi eredi che un vano titolo. Il regno di Napoli era un feudo femminino, e finchè viveva un discendente in linea diretta dell'ultimo sovrano, i collaterali non potevano avervi verun diritto. I Veneziani, i Fiorentini e tutta l'Italia, riconoscevano in Renato II l'erede della casa d'Angiò, e per questo titolo gli offrivano di ajutarlo a conquistare il regno di Napoli, e dal canto suo lo trovavano dispostissimo ad adoperarvisi con tutte le sue forze.

Mentre che da loro agitavansi quest'importanti negoziazioni, Lorenzo dei Medici ricevette inaspettatamente dal duca di Calabria e dal duca d'Urbino, suoi avversarj, proposizioni di pace. Lo stesso Lodovico il Moro, reggente di Milano, ch'egli credeva suo nemico, vi aveva qualche parte. Questi, dopo avere prese le redini del governo, aveva adottate le affezioni de' suoi predecessori; voleva salvare Firenze, di cui conosceva utile l'alleanza, e staccarla da Venezia; voleva inoltre staccare il re di Napoli dal papa, e già vedeva germogliare tra di loro i semi della divisione. Il 24 novembre, quando meno si aspettava, andò un trombetta ad annunciare a Firenze, ch'era stata sottoscritta una tregua tra il re di Napoli, il papa e la repubblica, per trattare la pace[205].

[205] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 142. — Alleg. Allegretti Diari Sanesi, t. XXIII, p. 797._

Ferdinando non nudriva verun personale risentimento contro Lorenzo dei Medici; la guerra che gli faceva era puramente politica, e poteva terminarla senza rancore, tostocchè avesse in vista nuovi progetti d'ingrandimento. Padrone dell'Italia meridionale, desiderava di dilatare i suoi confini verso l'Italia superiore. La rivoluzione gli aveva di già data molta influenza sopra la Lombardia; la repubblica di Genova poteva quasi risguardarsi come da lui dipendente; il duca di Calabria formava già su quella di Siena progetti cui pareva favoreggiare un potente partito, e poteva sperare che entro pochi mesi questo stato lo riconoscerebbe per suo sovrano. Non conveniva dunque a Ferdinando di continuare d'accordo con Sisto IV una guerra, di cui questi avrebbe per lo meno voluto dividere i frutti. Tornava assai meglio al re il lasciare a Firenze un governo che s'andava ogni giorno più indebolendo per l'odio di una numerosa fazione, di porre frattanto un piede stabile in Toscana, aspettare gli avvenimenti, e soprattutto la morte del pontefice. Diverse affatto erano le disposizioni di Sisto IV; egli sentivasi umiliato dallo stesso male che aveva voluto fare ai Fiorentini, non meno che dai rimproveri e dalle minacce di tutta la Cristianità; non poteva perdonare a Lorenzo nè la morte di tanti amici di Girolamo Riario, nè gli scandalosi processi che avevano palesati all'Europa le loro congiure, nè il terrore del giovane cardinale suo nipote. Era stato sforzato a dichiarare a quali condizioni farebbe la pace, ed umilianti erano tutte quelle che aveva osato di proporre. Voleva che Lorenzo ed i Fiorentini fabbricassero una cappella, e che fondassero legati di messe per le anime di coloro ch'erano morti nella congiura de' Pazzi; voleva che la repubblica domandasse solennemente perdono alla Chiesa per avere attentato alla vita di persone sacre, l'arcivescovo ed i suoi preti; e finalmente voleva che restituisse alla santa sede Borgo san Sepolcro, Modigliana e Castro Caro, sebbene queste città fossero state dai Fiorentini legittimamente acquistate molto tempo avanti la presente guerra[206].

[206] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 136._