Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)
Part 9
I ragguardevoli sussidj, che Francesco Sforza mandava a Roma per mantenere di concerto col papa l'armata di Federico di Montefeltro e pagare solo quella di suo fratello Alessandro, non bastavano ancora per procurare un deciso vantaggio al partito d'Arragona. Ferdinando, occupando il 22 aprile la città di Sarno, aveva bensì assoggettata al suo dominio tutta la terra di Lavoro tra il Sarno ed il Volturno[151]; ma la mancanza di danaro lo aveva forzato in appresso a rimanersi inattivo, mentre il Piccinino ed il principe di Taranto occupavano in principio della state Giovenazzo, Trani ed Andria, ed il principe d'Angiò con un'altra armata invadeva tutta la vicina provincia di Montegargano[152]. Non fu che in sul cominciare d'agosto, che Ferdinando si unì ad Alessandro Sforza e passò colla sua armata dalla Campania nella Puglia; dopo tale epoca vide cominciare una serie di prosperi avvenimenti quasi mai turbati da disastri. Egli assediò il castello d'Orsaria, poco lontano da Troja: il duca Giovanni ed il Piccinino, volendo forzarlo a levare l'assedio, si accostarono in modo che il 18 agosto una scaramuccia, cominciata tra le due armate, diventò bentosto una generale battaglia. L'armata degli Angioini, presa due volte alle spalle da Alessandro Sforza, fu all'ultimo disfatta. Soltanto una parte de' fuggitivi potè salvarsi in Troja, e gli altri, inseguiti nella campagna e dispersi, furono fatti prigionieri. Pure il Piccinino, osservando dall'alto delle mura di Troja il disordine dei vincitori sparsi nel piano in traccia di prigionieri e di preda, piombò loro addosso improvvisamente e liberò moltissimi prigionieri[153]. Questo debol vantaggio non bastò a porlo in istato di potersi tenere a fronte del nemico, onde dopo essersi ritirato col duca Giovanni a Luceria, andò a raggiugnere il principe di Taranto, lasciando Troja e quasi tutta la Puglia tra le mani di Ferdinando[154].
[151] _Comm. Pii Papae II, l. X, p 245. — Jovian. Pontanus, l. II, p. 45._
[152] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 735. — Comm. Pii Papae II, l. X, p. 246. — Jovian. Pontanus, l. IV, p. 60._
[153] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 738. — Comment. Pii Papae II, l. X, p. 247-248. — Jovian. Pontanus, l. IV, p. 68-70._
[154] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 748. — Jovian. Pontanus, l. IV, p. 71._
Appena questi due capi del partito angioino erano giunti presso al principe di Taranto, quando un vascello vi recò pure Sigismondo Malatesta, che veniva a chiedere i loro soccorsi. Il principe di Rimini, incaricato dal duca di Calabria d'inquietare il papa ne' proprj stati, era stato sorpreso egli stesso a Mondolfo da Federico di Montefeltro nella notte del 13 al 14 agosto, quattro giorni prima della disfatta di Troja, mentre tornava dall'avere occupata Sinigaglia. Il conte d'Urbino, approfittando della sua vittoria aveva conquistate in settembre quasi tutte le fortezze del Malatesta, non lasciandogli che la sola città di Rimini. Sigismondo ignorava il disastro del duca di Calabria, ed il duca di Calabria non era informato del suo; estremo fu il loro scoraggiamento, quando si trovarono pressochè nel medesimo tempo spogliati de' loro soldati[155].
[155] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 742. — Cron. di Bologn., t. XVIII, p. 745. — Guernieri Bernio Cron. di Agobbio, p. 1003. — Comment. Pii Papae II, l. X, p. 258._
Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, presso al quale trovavansi adunati tutti questi generali, cominciò da quell'istante a risguardare gli affari della casa d'Angiò come disperati, e si affrettò di conchiudere con Ferdinando un trattato, che da lungo tempo aveva segretamente intavolato. Dopo la battaglia di Sarno egli non aveva spinta la guerra con molto vigore; aveva dati consiglj al duca di Calabria che avevano ritardato i suoi progressi, e non avevalo ajutato co' suoi immensi tesori tuttavia intatti. Vero è che non era da sperarsi che un principe assai vecchio, e febbricitante la maggior parte dell'anno, spiegasse l'attività propria della gioventù; e gli Angioini, temendo d'inimicarselo, scusavano le sue infermità, e la sua intempestiva avarizia. Intanto Ferdinando aveva incaricato il cardinale di Ravenna, ed Antonio Trezzo, ambasciatore del duca di Milano, di fargli le più vistose offerte: egli chiamavalo sempre suo zio, e parlavagli sempre del rispetto e dell'amore che per lui conservava sempre; e non solo gli prometteva la conservazione di tutti i feudi e giurisdizioni possedute dall'Orsini sotto il regno di Alfonso, ma gli rendeva inoltre la carica di capitano generale, cui andava congiunto il pagamento di cento mila fiorini. E perchè il principe di Taranto potesse onoratamente ritirarsi dall'antica sua alleanza, Ferdinando offriva un salvacondotto al duca di Calabria, al Piccinino ed alla loro armata, purchè nel termine di quaranta giorni evacuassero gli stati del principe e s'incamminassero alla volta degli Abruzzi[156]. A tali condizioni fu sottoscritta la pace a Biseglio in Puglia il 13 settembre del 1462, ed il papa ed il duca di Milano si fecero garanti per il re.
[156] _Jov. Pontanus Neap. belli, l. IV, p. 72. — Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 743. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 747. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 894. — Comment. Pii Papae II, l. X, p. 250._
In fatti il principe d'Angiò ed il Piccinino presero i quartieri d'inverno negli Abruzzi, che nella susseguente primavera (del 1463) furono il teatro della guerra. Le spedizioni del Piccinino non avevano oramai altro scopo che quello di trovare sussistenza alle sue truppe; ed il duca di Calabria, caduto sotto la dipendenza del suo generale, era obbligato di ruinare affatto i suoi sudditi pel di cui amore aveva creduto di salire sul trono. Per tale motivo Celano fu abbandonato al saccheggio, e Sulmona, presa dal Piccinino, non si sottrasse al sacco che con una contribuzione[157]. Ma malgrado questi parziali vantaggi il Piccinino risguardava come affatto prossima la ruina del suo padrone, e non volendo trovarvisi avviluppato, sottoscrisse il 10 agosto una separata convenzione con Alessandro Sforza, in conseguenza della quale passò colla sua armata ai servigj di Ferdinando, che gli accordò la città di Sulmona con molte castella, e novanta mila fiorini d'oro all'anno[158]. La città dell'Aquila, minacciata dalle armi di Alessandro Sforza, capitolò, ed il suo esempio fu seguito dalla maggior parte degli Abruzzi: all'ultimo Marino Marzano, duca di Svessa e principe di Rossano, ne' di cui feudi trovavasi in allora il duca di Calabria, capitolò dopo gli altri; onde lo sventurato duca d'Angiò, dopo essere stato accolto con entusiasmo da un grossissimo partito, e proclamato in tutte le province, si vide abbandonato dalla fortuna, tradito dagli amici, e forzato a cercarsi un asilo in vicinanza degli stati cui pretendeva, nell'isola d'Ischia, che gli fu data per tradimento insieme al castello dell'Ovo in faccia a Napoli da due Catalani malcontenti di Ferdinando[159].
[157] _Jov. Pontanus, l. IV, p. 77, 78._
[158] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 747. — Cron. di Bolog., p. 752. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 897. — Comment. Pii Papae II, l. XII, p. 319._
[159] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 748._
Intanto Sigismondo Malatesta, il solo alleato che restasse alla casa d'Angiò in Italia, veniva caldamente inseguito da Federico da Montefeltro: egli aveva di già perduti Fano e Sinigaglia e quasi tutti i suoi castelli, ed aveva più volte invocata la clemenza del pontefice. Gli ambasciatori veneziani peroravano a suo favore; quelli di Firenze lo raccomandavano alla generosità di Pio II, e rappresentavano che Sigismondo, spinto agli estremi, potrebbe dare in mano ai Turchi il suo porto di Rimini[160]. Il papa finalmente risolvette d'accordargli la pace in ottobre del 1463, ma riducendo il suo territorio a cinque miglia di raggio intorno a Rimini, e quello di suo fratello, Domenico Malatesta, ad un eguale raggio intorno a Cesena. Alla morte di questi due principi, le due loro città dovevano ricadere sotto l'immediato dominio della Chiesa romana[161].
[160] _Comm. Pii Papae II, l. X, p. 266-272._
[161] _Jo. Simonetæ, l. XXX, p. 749. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 753. — Ist. Bresc., t. XXI, p. 897. — Guern. Bernio Cron. d'Agob., p. 1006. — Comm. Pii Papæ II, l. XI, p. 298. — Scip. Claramontii Hist. Cæsenæ, l. XVI, p. 424. — Thes. Burmani, v. VII, p. II._
Mentre ciò accadeva, Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, morì il 16 novembre nel suo castello d'Alta-Mura; si ebbe grandissima cura di dire ch'era morto di vecchiaja, ma pure si vociferò bentosto ch'era stato strozzato da' suoi servitori, guadagnati da Ferdinando. Il re diffidava tuttavia di questo principe, che manteneva sempre corrispondenza col duca di Calabria. Quand'ebbe avviso della sua morte, si affrettò di recarsi ne' suoi feudi per prendere possesso della sua eredità come marito di sua nipote: vi trovò grandissimi tesori in danaro, in mercanzie di ogni sorta, in superbe razze di cavalli, in numerose greggie, oltre quattro mila uomini di buone truppe. Le ricchezze mobiliari del principe di Taranto si valutarono un milione di fiorini, ed i suoi feudi, che vennero riuniti alla corona, erano i più ricchi ed i più vasti del regno di Napoli. Così Ferdinando, per la morte d'un uomo, che egli temeva più d'ogni altro, diventò tutt'ad un tratto il più ricco e potente sovrano dell'Italia[162].
[162] _Giorn. Napolet., t. XXI, p. 1133. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 753. — Jov. Pontanus, l. V, p. 84. — Jo. Simonetae, l. XXX, p. 750._
La morte del principe di Taranto terminò di rovesciare le speranze della casa d'Angiò: il vecchio re Renato era partito da Marsiglia con dieci galere in primavera del 1464 per soccorrere suo figliuolo; ma dopo averlo raggiunto all'isola d'Ischia, ed aver seco deliberato intorno allo stato dei loro affari, essi convennero che sarebbe cosa inutile lo spargere altro sangue ed erogare altri tesori per una causa di già perduta. Si rimbarcarono adunque e tornarono in Francia, abbandonando, dopo una guerra di sei anni, un paese nel quale avevano fatto risplendere il loro valore e la loro lealtà; ma dove nè il coraggio, nè le più dolci virtù gli avevano preservati da una lunga serie di calamità[163].
[163] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 761. — Jov. Pontani, l. VI, p. 91. — Giannone Istor. Civ. del Regno, l. XXVII, c. I, p. 551-560._
Sarebbesi detto che i Francesi, disgustati delle guerre d'Italia, volevano perfino privarsi della possibilità di tornare in questo paese. Altro non restava in poter loro che Savona, ove Lodovico XI manteneva una guarnigione che gli costava assai senza promettergli verun vantaggio. Risolse di cederla allo Sforza per riacquistare in tal maniera l'amicizia di questo principe, col quale aveva avute anteriori relazioni. Si fece un trattato in forza del quale, non solo Corrado Foliano, ufficiale del duca di Milano, fu posto in possesso di Savona in principio di febbrajo del 1464, ma vennero inoltre trasfusi nel duca di Milano tutti i diritti che il re di Francia aveva acquistati sopra Genova col suo trattato coi Genovesi: e questo singolare trattato, che chiamava Francesco Sforza a far valere diritti che aveva fin allora combattuti, fu dagli ambasciatori francesi comunicato a tutte le corti d'Italia[164].
[164] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 752. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 755._
Il duca di Milano, dopo essersi in tal modo posto al sicuro dai risentimenti della Francia, non dubitò di conseguire in breve la signoria di Genova. I quattro anni ch'erano decorsi dopo la cacciata dei Francesi, erano stati per Genova una continua serie di sedizioni, di violenze, di assassinj. Luigi Fregoso, ch'era stato riconosciuto per doge, era un uomo dolce e giusto, ma debole, che, cercando di rimettere in città la calma e l'impero delle leggi, trovavasi sempre contrariato dal violento suo cugino Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova. Questi adunava intorno a sè tutti i faziosi, nudriti nelle guerre civili, tutti gli assassini amnistiati, che avevano valorosamente combattuto per la loro fazione, ma che in tempo di pace non avevano nè entrate, nè industria alcuna per supplire ai loro bisogni o ai loro vizj. L'arcivescovo andava loro sempre ricordando ch'erano essi che avevano scacciati da Genova i Francesi, i nobili e gli Adorni; che questa triplice vittoria erasi conseguita coi pericoli e col sangue loro; ma che un'ingrata patria condannava, lui a timide funzioni ecclesiastiche in mezzo ai suoi preti, essi al disprezzo ed alla miseria. Pure se volevano dargli fede, non sarebbe per altri ma per loro che avrebbero combattuto. Coloro che gli avevano offesi non oserebbero più alzare gli occhi in faccia loro, e le ricchezze sarebbero proprietà de' più valorosi. Avendo con simili ragionamenti infiammate le passioni di questi formidabili partigiani, egli condusse il 14 maggio del 1462 ad attaccare il palazzo pubblico; vi sorprese il doge, suo cugino, che di lui non diffidava, e, scacciatolo, si fece proclamare doge. Ma questa violenza eccitò un movimento generale d'indignazione; tutte le persone dabbene, tutto il popolo si mostrarono così alieni da un prelato che tanto bruttamente turbava la pubblica tranquillità ed oltraggiava le leggi, ed il numero de' suoi partigiani fu così debole in confronto del partito contrario, che Paolo Fregoso spaventato abdicò volontariamente, prima che passasse un mese, l'usurpata autorità. Otto capitani del popolo presero subito il suo luogo, e pochi giorni dopo, l'otto giugno seguente, Luigi Fregoso venne per la terza volta decorato della corona ducale[165].
[165] _Uberti Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 620. — P. Bizarri S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIII, p. 313. — Ag. Giustiniani Ann., l. V, f. 217._
Per altro Paolo Fregoso non aveva abdicato che per aver tempo di ragunare nuove forze con nuove pratiche, ed avanti che terminasse l'anno sorprese suo cugino con un branco di scellerati, lo fece condurre avanti alla fortezza del Castelletto, e, fatta piantare una forca, minacciò di far appiccare il doge, se non gli si aprivano le porte della fortezza. Luigi non resistette, e la fortezza fu consegnata all'arcivescovo, il quale ottenne bolle dal papa, in data del 31 gennajo del 1463, con cui Pio II, dopo alcune ammonizioni, lo riconosceva doge di Genova e lo scioglieva tanto dai proprj giuramenti che dalle censure ecclesiastiche, che potevano impedire ad un prelato l'esercizio delle funzioni civili e militari[166].
[166] _Rayn. Ann. Eccl. 1462, § 51, t. XIX, p. 123. — Uberti Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 621. — Comm. Pii Papae II, l. XI, p. 292, 293. — P. Bizarri Hist. Gen., l. XIII, p. 315. — Ag. Giustiniani Ann., l. V, f. 218._
In questa seconda amministrazione Paolo Fregoso diede libero corso alle sue passioni ed alla sua cupidigia. Aveva preso per suo aggiunto un uomo nè meno di lui violento, nè meno ambizioso, e questi era Ibletto del Fiesco, cui diede il comando di quella truppa di facinorosi, che lo servivano come guardie e come soldati. L'autorità delle leggi e quella de' magistrati furono in città sospese; i partigiani dell'arcivescovo entravano di qualunque ora del giorno nelle case dei ricchi, per prendere il danaro, le mercanzie, le donne che volevano rapire. Ogni giorno veniva macchiato dalla morte di qualche cittadino, che aveva osato di resistere a queste violenze, o che spirava vittima di qualche antica nimicizia. Sarebbesi detto che la città era stata presa d'assalto, se il saccheggio, autorizzato dal capo della religione e della giustizia, invece di essere passaggero, non si fosse protratto per molti mesi[167]. Tutta la nobiltà, tutti coloro che avevano di che vivere, uscirono di città per sottrarsi a tanta tirannide. Le città delle due Riviere più non riconoscendo in alcun modo l'autorità della repubblica, e non sapendo come conservarsele fedeli, spiegarono le insegne del duca di Milano. Questi sedusse Prospero Adorno, Spineta Fregoso e Jacopo del Fiesco, e diede a questi potenti cittadini nuovi feudi in Lombardia, per legarli più strettamente al suo partito; all'ultimo guadagnò lo stesso Ibletto del Fiesco, ch'era stato fin allora l'agente ed il ministro dei furori dell'arcivescovo. Fece in pari tempo avanzare contro Genova Jacopo da Vimercato con una potente armata, cui si unirono Paolo Doria e Girolamo Spinola con tutti i vassalli di queste due nobili case[168].
[167] _Uberti Folietae, l. XI, p. 621. — Jo. Simonetae, l. XXX, p. 753. — P. Bizarri, l. XIV, p. 316. — Agost. Giustiniani Ann., l. V, f. 219._
[168] _Uberti Folietae, l. XI, p. 622. — Jo. Simonetae, l. XXX, p. 754. — Bern. Corio Stor. Milan., p. VI, p. 963. — P. Bizarri S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIV, p. 317._
Paolo Fregoso si conobbe troppo debole per resistere a questo turbine; pure non volle porgere orecchio ai negoziati che Francesco Sforza era disposto ad aprire con lui, nè rinunciare al suo principato, nè esporsi ad essere oppresso dal popolo, se aspettava il nemico in città. Era in sua mano la fortezza del Castelletto, ch'egli risguardava come il pegno del futuro suo ritorno in Genova. Ne affidò la custodia a Bartolommea, vedova del doge Piero suo fratello, ed a Pandolfo, altro suo fratello. Diede loro cinquecento de' suoi migliori soldati per difendersi; indi, presi seco gli altri facinorosi più attaccati alla sua persona, s'impadronì di quattro vascelli che si trovavano nel porto, li provvide di armi e di munizioni, ed uscì di Genova per esercitare la pirateria, finchè una più propizia sorte gli permettesse di venire a riprendere e la mitra pontificale, e la corona ducale, ch'era forzato a deporre momentaneamente[169]. Infatti lo vedremo ricuperare in appresso tutta la sua grandezza, ed inoltre aggiugnervi nel 1480 la porpora cardinalizia, sotto il titolo di sant'Atanasio.
[169] _Uberti Folietae, l. XI, p. 622. — Jo. Simonetae, l. XXX, p. 754. — P. Bizarri Hist. Gen., l. XIV, p. 317. — Agost. Giustin., l. V, f. 219._
Partito Paolo Fregoso, Ibletto del Fiesco occupò una delle porte, ed i giardini di Carignano; e da quella banda il 13 aprile del 1464 introdusse in città Jacopo Vimercato. Questo generale assediò subito il Castelletto, che per altro difficilmente avrebbe preso; ma dopo quaranta giorni la vedova Fregoso glielo vendette per quattordici mila fiorini d'oro, introducendovi i soldati milanesi di nascosto di suo cognato, che doveva dividerne con lei la custodia[170]. Frattanto si spedirono a Milano ventiquattro deputati dalla repubblica per deferire la signoria a Francesco Sforza alle medesime condizioni convenute col re di Francia e per prestare in sua mano il giuramento di fedeltà[171].
[170] _Uberti Folietae Hist., l. XI, p. 623. — P. Bizarri Hist. Gen., l. XIV, p. 318. — Ag. Giustin., l. V, f. 219._
[171] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 757._
Le rivoluzioni, che dopo avere ruinata la repubblica di Genova finirono col precipitarla sotto un giogo straniero, avevano cominciato in tempo delle guerre del regno di Napoli. Per iscacciare la casa d'Arragona la repubblica aveva vuotati i suoi tesori, e versati torrenti di sangue, e finalmente soggiacque essa medesima alle turbolenze che aveva voluto eccitare nelle lontane provincie. Aveva in appresso abbandonata una causa abbracciata con tanto ardore; aveva sperimentata tutta la violenza del governo d'un capo di faziosi, ed era stata all'ultimo costretta per trovar pace, di rinunciare alla libertà. Nello stesso tempo la repubblica di Firenze si sottrasse alle stesse violenti convulsioni, perchè cercò d'isolarsi dalla grande contesa che divideva tutta l'Italia. Aveva da prima preso un interessamento, quasi così vivo come la repubblica di Genova, per l'ingrandimento della casa d'Angiò, ed era stata in sul punto di entrare nella medesima guerra; ma la prudenza di uno de' suoi cittadini l'aveva ritenuta nella neutralità, evitando ad un tempo gli esterni pericoli e le grandi commozioni interne. Per altro non si sottrasse alle disgrazie attaccate all'impero delle fazioni, e se non perdette la sua libertà, la vide per lo meno crudelmente compromessa da quei medesimi ch'eransi sollevati nel suo seno come difensori e protettori del popolo.
La forma legale del governo di Firenze si avvicinava assaissimo alla democrazia; niun corpo nello stato aveva uno stabile potere, veruno nominava i suoi proprj membri, veruno conservava spirito ed interessi indipendenti da quelli del popolo. I consiglj, la magistratura, lo stesso capo dello stato, tutto continuamente mutavasi, tutto si rinnovava con somma rapidità, e tutti i cittadini dovevano la volta loro comandare, ed essere comandati. E per impedire che lo spirito di corpo non si perpetuasse ne' consiglj, per impedire che il favore, od i maneggi restrignessero le elezioni ad una sola classe di cittadini, ad un piccolo numero di persone, erasi preferita la sorte alla scelta, e la repubblica riceveva il suo governo dall'estrazione d'una lotteria.
Questa esagerata ricerca dell'eguaglianza fra i cittadini fu propriamente ciò che la distrusse. La repubblica non sarebbe stata mai più chiamata a violare le proprie leggi, se si fosse accontentata di far eleggere il proprio gonfaloniere, i priori, i consiglj dai suffragj del popolo; e se, considerando alcuni di questi mandati del popolo come irrevocabili, avesse, almeno ne' consiglj, conservati fino alla morte coloro che vi fossero stati una volta collocati dal voto dei loro concittadini. Sarebbesi in tale maniera data un'áncora che l'avrebbe tenuta ferma nelle agitazioni popolari, ed avrebbe conservata nello stesso corpo la tradizione de' suoi interessi e della sua politica. Ma nella forma del governo adottato dalla repubblica era impossibile il ripromettersi dai suoi magistrati, sempre nuovi, unione ne' sistemi, costanza ne' progetti, e combinazioni politiche che richiedessero molti anni per la loro esecuzione. Formavasi subito fuori del governo un partito, una fazione che diventava il vero centro dell'autorità, il vero governo della repubblica. Questo partito, per darsi un'esistenza legale, ricorreva al parlamento di tutta la nazione. Con un atto della sua sovranità il parlamento sospendeva la costituzione e creava una _balìa_, come i Romani creavano un dittatore, per salvare la repubblica con un'autorità superiore alle leggi. Formava questa _balìa_ o commissione con un determinato numero di cittadini, i più distinti, i più attivi del partito dominante, e talvolta il loro numero ammontava a parecchie centinaja. In appressa il parlamento affidava a questi cittadini il diritto di riempire a loro scelta le borse da cui si dovevano levare a sorte i nomi de' magistrati, di scegliere ancora ogni due mesi in queste borse i nomi di coloro che dovevano aver luogo nella signoria, lo che dicevasi fare le elezioni a mano, d'esiliare senza forma di giudizio coloro che si risguardavano come pericolosi pel partito dominante, e finalmente di trovare con mezzi arbitrarj il danaro necessario ai bisogni dello stato. La creazione d'una balìa era una tirannide stabilita in una repubblica, ed era errore grossolano del legislatore l'averla renduta necessaria. Tale era non pertanto l'incostanza del governo costituzionale, che quando spirava la balìa (giacchè non era mai creata che per un tempo limitato) la repubblica era sempre minacciata di ricadere nella anarchia.