Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)

Part 8

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Il Piccinino per approfittare di questa vittoria inseguì i suoi nemici nello stato della Chiesa, e sparse il terrore e la desolazione intorno a Roma. Ma Francesco Sforza, che risguardava la guerra del regno come un affare suo proprio, quand'ebbe notizia dei vantaggi degli Angioini, mandò danaro, artiglieria e soldati ai suoi due fratelli, al papa, ed a Ferdinando, e li pose in istato di rifare l'armata. I partigiani arragonesi rinvennero dal loro terrore, il Piccinino tornò ai suoi quartieri d'inverno in Puglia, i fratelli Sforza si accantonarono nelle vicinanze di Roma, e terminò la campagna, senza che la sorte della guerra fosse decisa[132].

[132] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 717. — Jov. Pontanus de bello Neapolit., l. I, p. 31, 33._

Durante l'inverno Ferdinando, trovandosi affatto privo di danaro, fu forzato di ricorrere all'affetto de' suoi sudditi per rimontare l'armata; nel che gli riuscì utilissima la popolarità e la naturale eloquenza della regina, che a questi pregj aggiugneva quello di una singolare bellezza. Isabella di Clermont, quarta figlia di Tristano, conte di Copertino, e di Catarina, sorella del principe di Taranto, univa il coraggio, la presenza di spirito e la costanza nelle avversità alle più dolci virtù femminili, alla modestia, alla grazia, e ad una divozione forse alquanto superstiziosa. Fece portar seco nelle chiese, nelle strade, nelle pubbliche piazze i suoi figliuoli, il maggiore dei quali non aveva più di dodici anni; e colà domandava con dignitosa confidenza ai cittadini di contribuire alla difesa dei nipoti d'Alfonso, il benefattore del regno, alla difesa di principi nati Italiani e loro concittadini, la di cui signoria doveva loro esser cara, all'espulsione di que' francesi rinomati per la loro arroganza, i quali vorrebbero introdurre fra di loro lingua e costumanze straniere. Niuno poteva resistere a così nobile interceditrice; e perchè rimaneva poco danaro ne' forzieri de' privati, tutti affrettavansi di mandare ai regj commissarj, cavalli, muli per le bagaglie, armature, abiti pei soldati, cuoj per gli equipaggi, tele per le tende, infine tutto ciò che adoperarsi poteva in un grande pubblico bisogno[133]. Isabella non visse abbastanza per vedere Ferdinando rendersi indegno di quell'affetto del popolo ch'ella cercava di riconciliargli. Gli aveva già dati sei figli, quando morì in sul finire della guerra.

[133] _Jov. Pontanus, l. I, p. 32._

CAPITOLO LXXVIII.

_La repubblica di Genova, sollevata dalle pratiche dell'arcivescovo Paolo Fregoso, si sottrae al dominio de' Francesi, ed ottiene sopra il re Renato una luminosa vittoria. — Disastro del partito angioino nel regno di Napoli. — Tirannide di Paolo Fregoso a Genova. Questa repubblica si assoggetta al duca di Milano. — Ultimi anni e morte di Cosimo de' Medici_.

1460 = 1464.

Finchè la repubblica di Genova si tenne ferma nell'amore del partito d'Angiò, questo poteva facilmente ricevere soccorsi dalla Francia; le galere della repubblica erano sempre apparecchiate a trasportare soldati e munizioni dalla Provenza in Calabria, ed i porti della Liguria offrivano ai Provenzali un comodo scalo. Genova pareva soddisfatta del dominio della Francia, e Luigi della Vallée, che vi era stato mandato per governatore quando era partito il duca Giovanni, non aveva in verun modo ecceduti i suoi diritti, od offesi gli spiriti tanto irritabili di questa repubblica. Pure la lontananza di tanti cittadini aveva considerabilmente scemate ne' precedenti anni le pubbliche entrate; i flagelli della guerra e della peste avevano esausto il tesoro, e le frequenti spedizioni nel regno di Napoli richiedevano nuove spese, cui non sapevasi come supplire. Si ricorreva a prestiti forzati, a contribuzioni arbitrariamente imposte sui più agiati cittadini; e tali imposte, che mettevano il privato interesse in immediata opposizione coll'autorità, erano cagione di grandissimo malcontento. I consiglj più volte trattarono dei mezzi di rimettere l'ordine nelle finanze. Proponevano i nobili di accrescere le gabelle sui generi di consumo; i plebei all'opposto di assoggettare alle imposte generali tutti coloro che avevano ottenuti privilegj d'esenzione. Queste contese tra i privilegiati ed il popolo riaccesero bentosto gli antichi odj. Il governatore francese piegava a favorire i nobili, e fu questo per i plebei un motivo di far rivivere le parti degli Adorni e de' Fregosi, i di cui capi erano stati esiliati. Il re di Francia aveva chiesto ai Genovesi di armare alcune galere contro gli Inglesi, ed aveva con ciò cagionato un nuovo malcontento. Molti ricchi mercanti genovesi erano stabiliti in Londra, e la repubblica non voleva comprometterli[134]. Ogni giorno si adunavano nuovi consigli, ed interminabili erano le loro dispute, quando in un'assemblea del 9 marzo del 1461 un uomo oscuro, di cui non si seppe nemmeno il nome, gridò doversi colle armi e non con vane discussioni sostenere i diritti del popolo; uscì nello stesso tempo furibondo dal consiglio, e trascorrendo il sobborgo di santo Stefano chiamava i cittadini alle armi[135].

[134] _P. Bizarri S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIII, p. 303. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 214._

[135] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 719. — Uberti Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 612. — P. Bizarri, l. XIII, p. 304. — Giustiniani, l. V, f. 213._

Coloro che si adunarono a bella prima a queste sediziose grida non furono molti; ma il comandante ed i magistrati credettero di poterli ridurre colla dolcezza, e mentre negoziavano altri malcontenti si unirono ai corpi di già formati. La notte incoraggiò i ribelli; tutta la città fu in armi, e Luigi della Vallée ritirossi senza combattere nella fortezza del Castelletto, incaricando i magistrati di continuare le pratiche che parevano promettere felice esito. Ma intanto Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, entrò in città con una truppa di contadini addetti alla sua fazione. Paolo era fratello di quel Pietro Fregoso, ch'era stato ucciso due anni prima; nè meno questi di lui violento, nè meno ambizioso, nè meno sanguinario, non aveva potuto, essendo ecclesiastico, compensare i suoi vizj con un'alta riputazione militare. In pari tempo, ma per un'altra porta, entrò in città Prospero Adorno con altri contadini devoti alla sua famiglia. I plebei avevano appena ottenuta la vittoria, che già si dividevano tra le due antiche fazioni; e lo stesso giorno in cui i Francesi eransi rifugiati nel Castelletto, vi fu più d'una zuffa tra gli Adorni ed i Fregosi in diversi quartieri della città[136].

[136] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 720. — Uberti Folietae, l. XI, p. 613. — P. Bizarro, l. XIII, p. 504._

All'ultimo il partito degli Adorni pareva omai riconciliato coi Francesi per l'intromissione degli Spinola e della nobiltà; ed omai vedevasi il popolo generalmente disposto a cacciare fuori di città Paolo Fregoso, che credevasi non respirare che il desiderio di vendicare suo fratello. Ma i segreti agenti del duca di Milano, e quelli del Fregoso si sparsero tra il popolo, esortandolo a diffidare delle pratiche della nobiltà, ed a non perdere l'occasione di ricuperare la sovranità, scacciando gli stranieri e ricostituendo la repubblica. Con questi loro maneggi la sedizione si rinnovò con maggior furore che mai, ed il basso popolo prese ad assediare il Castelletto. In pari tempo Paolo Fregoso approfittò di questo rinascente favore per trattare coll'Adorno; gli rappresentò che uguali erano i loro interessi, essendo capi l'uno e l'altro del partito popolare, e perciò perpetuamente in guerra col partito dei nobili, o con quello de' forestieri; che uguali essendo le forze loro, sarebbe stato prudente consiglio l'avvicendare fra di loro l'autorità ducale, anzichè disputarsela più lungamente colle armi alla mano. Non solo propose di alternare in tal modo la magistratura, ma poichè era pur forza che l'uno o l'altro cedesse al suo rivale l'onore di regnare il primo, dichiarò di essere apparecchiato a dare l'esempio della moderazione, portando Prospero Adorno sul trono ducale, ed a contentarsi del credito che gli dava la sua dignità di arcivescovo di Genova. Durante questo trattato, Prospero e Paolo erano stati forzati ad uscire di città, dove otto capitani del popolo, nominati da un'assemblea popolare, esercitavano temporariamente la sovranità. Ma da che la convenzione proposta dal Fregoso fu da loro sottoscritta, i due rivali rientrarono assieme in Genova, i capitani del popolo abdicarono la loro magistratura, e Prospero Adorno, spalleggiato egualmente dalle due fazioni, venne eletto con unanimità di suffragj; cosa in Genova assai infrequente[137].

[137] _Cron. di Bologna, p. 736. — Uberti Folietae, l. XI, p. 614. — P. Bizarro, l. XIII, p. 306. — A. Giustiniani, l. V, f. 215._

Ma rendevasi necessario lo scacciare i Francesi dal Castelletto; e siccome mancavano per tale intrapresa l'artiglieria ed il danaro, Prospero e Paolo s'addirizzarono a Francesco Sforza, che aveva fin allora diretta la rivoluzione, e che più ardentemente ancora dei Genovesi desiderava di scacciare i Francesi dalla Liguria. Il duca di Milano poco allora temeva di eccitare in tale occasione la collera del re di Francia, perchè si era guadagnata l'amicizia del Delfino, che fu poi Lodovico XI, il quale faceva causa comune con tutti i nemici di suo padre[138]. Il duca fece dunque passare a Genova artiglieria e danaro, e fu dato vigorosamente principio all'assedio della fortezza. Vedendosi bentosto rinascere l'antica diffidenza e nimicizia tra Prospero Adorno e Paolo Fregoso, il duca chiamò il Fregoso a Milano, per lasciare che Prospero d'altro non si occupasse che della guerra cogli stranieri[139].

[138] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 721._

[139] _Uberti Folietae, l. XI, p. 615. — Bernard. Corio Ist. Milan., t. VI, p. 955._

Frattanto Carlo VII adunava un'armata nelle province meridionali della Francia, per trasportare la quale furono apparecchiati dieci vascelli lunghi, ed il vecchio re Renato s'incaricò di condurla. Era composta di sei mila soldati quasi tutti gentiluomini, armati di caschetto e di corazza come i cavalieri, ma disposti a combattere a piedi, perchè i cavalli potevano essere poco utili nel paese montuoso in cui dovevano operare. Renato venne in luglio a prendere lingua a Savona, la quale erasi mantenuta fedele ai Francesi, e colà fu raggiunto da quasi tutta la nobiltà genovese che aveva dal canto suo fatti armare i suoi vassalli. L'avvicinamento di così formidabile armata atterrì Genova. Francesco Sforza vi aveva di già mandato Marco Pio, signore di Carpi, con un ragguardevole corpo di cavalleria, e vi fece subito tornare Paolo Fregoso, che aveva saputo riconciliare coll'Adorno. Paolo colla truppa dello Sforza ed il fiore della gioventù genovese, s'incaricò della difesa delle montagne, e Prospero, della città. Questi faziosi magistrati della difesa, per procurarsi danaro in così critica circostanza, fecero imprigionare trenta dei più ricchi cittadini di Genova, loro chiedendo per liberarsi un'arbitraria contribuzione. Ma tra i furori della guerra civile, conservavasi in Genova un così vivo sentimento del rispetto dovuto alle leggi, che fra que' trenta prigionieri non se ne trovò un solo che non si dichiarasse apparecchiato a soffrire ogni cosa, piuttosto che incoraggiare una tale violazione della pubblica libertà, pagando vilmente una taglia[140].

[140] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 723. — Uberti Folietae, l. XI, p. 616. — P. Bizarri, l. XIII, p. 308. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 216._

Il re Renato aveva passata la notte a Varagine, di cui si erano impadronite le sue truppe da sbarco; di là si erano avanzate, senza incontrare resistenza, fino a san Pier d'Arena, e la flotta francese stava pure in faccia a questo sobborgo. Se questa avesse forzato l'ingresso del porto, e se l'armata avesse dato un assalto quando arrivò, forse la città, spaventata e scoraggiata, sarebbe stata presa: ma gli emigrati, che seguivano il campo francese, sperando di ricondurre l'ordine nella loro patria per mezzo di negoziazioni, supplicarono il re a non adoperare subito la forza, e questi, che nutriva pei Genovesi affetto e riconoscenza, si lasciò facilmente piegare[141]. Però il terzo giorno, 17 di luglio, quando s'avvide che i suoi nemici accrescevano i loro apparecchi di difesa, ordinò di attaccare le alture. L'armata francese, partendo dal convento di san Benigno, si mosse in tre colonne, per occupare verso il levare del sole la montagna che signoreggia questo convento. La prima eminenza fu dai Francesi forzata con poca perdita, e respinta la prima divisione genovese; ma la disposizione del terreno rendeva facile ai Genovesi la difesa nel ritirarsi, mentre che i Francesi, di già oppressi dal caldo e dal peso delle loro armi, si vedevano sempre innanzi scoscese balze che dovevano superare. Paolo Fregoso aveva avuta la precauzione di far apparecchiare sulle alture rinfreschi e viveri per i suoi soldati, mentre che i Francesi, esposti ad un ardente sole, cominciavano a soffrire la sete. Non pertanto la battaglia fino a mezzogiorno mantenevasi indecisa, quando tre soldati dello Sforza, celebri pel loro valore, giunsero da Milano a Genova, e corsero nel campo di battaglia annunciando l'imminente arrivo di Tiberto Brandolini con un numeroso corpo di cavalleria. I combattenti credettero questa cavalleria di già entro il recinto delle mura: il nome dello Sforza venne ripetuto dai Genovesi con grandi acclamazioni; si credette bentosto di ravvisare questo rinforzo in una truppa di contadini della Polsevera, che si avvicinavano; i Francesi si scoraggiarono, e cominciarono a voltare le spalle. Il loro corpo di riserva tentò invano di sostenerli; perchè tutti i contadini ed i borghesi armati adunati sulle alture, che fin allora non avevano osato di cimentarsi nella battaglia, si precipitarono sui nemici fuggiaschi. I Francesi vennero rovesciati dal pendìo delle colline e spinti fino alla riva del mare. Si dice che Renato, il quale, stando sulla sua flotta, vedeva la loro disfatta, non volle far avanzare i suoi vascelli per riceverli, dichiarando che cavalieri che fuggivano non meritavano nè compassione nè soccorso. La sconfitta fu compiuta, e questa battaglia fu forse la più sanguinosa che siasi data in tutto il secolo in Italia. Si trovarono sul campo di battaglia due mila cinquecento morti, oltre un ragguardevole numero di fuggitivi che si erano annegati gettandosi in mare per raggiugnere le loro navi. Il peso delle armi non permise che un solo si salvasse a nuoto, onde tutti coloro che non perirono furono fatti prigionieri[142].

[141] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 723. — Uberti Folietae, l. XI, p. 617._

[142] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 725. — Uberti Folietae, l. XI, p. 618. — P. Bizarri, l. XIII, p. 309. — Ag. Giustiniani, l. V, f. 216. — Crist. da Soldo, t. XXI, p. 893. — Comment. Pii Papae II, l. V, p. 126. — Bernard. Corio p. VI, p. 956._

Ma appena dalle armi riunite di Prospero Adorno e di Paolo Fregoso erasi ottenuta così luminosa vittoria, che la gelosia di questi due rivali scoppiò con nuovo furore. Prospero ordinò alle porte di non lasciar entrare il Fregoso, o i suoi partigiani; questi attraversarono il porto colle barche, e quando furono in città ricusarono d'uscirne. Dalle negoziazioni si venne alle armi, e lo stesso giorno, ch'era stato illustrato da così micidiale battaglia contro i Francesi, i vincitori ne attaccarono fra di loro un'altra entro le mura sotto gli occhi dell'armata milanese, che non volle prendervi parte, dichiarando di avere avuto ordine di soccorrere unitamente gli Adorni ed i Fregosi, e di non sapere quale scegliere fra di loro. Finalmente Prospero Adorno dovette uscire di città con tutti i suoi partigiani, e Paolo, credendo la dignità ducale incompatibile con quella di arcivescovo, la fece dare a suo cugino Spineta Fregoso. Il re Renato, più non potendo difendere il Castelletto, sperò d'avere trovato all'arcivescovo un nemico nella sua famiglia, dando in mano il Castelletto a quel Luigi Fregoso ch'era stato doge dal 1448 al 1450. Ma Paolo, sicuro della sua superiorità, richiamò anche Luigi nel suo partito, facendolo nominare doge invece di Spineta. Renato lasciò il comando di Savona a quello stesso Luigi della Vallée che aveva avuto il comando di Genova, e tornò in Francia, ove la morte di Carlo VII, accaduta il 22 di luglio[143], gli aveva fatto perdere quegli in cui principalmente confidava. Lodovico XI, che succedeva a Carlo, era sempre stato come Delfino l'alleato dei nemici di suo padre; non pertanto dichiarò agli ambasciatori di Francesco Sforza, che oramai, come re di Francia, punirebbe le ostilità che aveva incoraggiate prima di regnare[144].

[143] _Enguerr. de Monstrelet. Chron. v. III, f. 87._

[144] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 726. — Uberti Folietae, l. XI, p. 619-620. — P. Bizarri, l. XIII, p. 311. — Giustiniani, l. V, f. 217._

La ribellione di Genova era sommamente dannosa al partito angioino che combatteva a Napoli, perciocchè lo privava degli annui sussidj, d'una ragguardevole flotta, ed inoltre della cooperazione dell'armata disfatta sotto Genova, che Renato avrebbe condotta a suo figliuolo nel regno di Napoli, se avesse ottenuto a Genova lo sperato successo. Intanto continuavasi la guerra nel regno di Napoli, e Pio II, ausiliario interessato di Ferdinando, prendeva possesso in proprio nome dei feudi che il suo generale, Federico di Montefeltro, toglieva agli angioini. Nello stesso tempo faceva dare a suo nipote, per compensarlo de' suoi servigj, Castiglione della Pescaja in Toscana, tuttavia occupato da una guarnigione napolitana[145].

[145] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 727. — Aug. Dathi Fragm. Hist. Senensis. Rer. Ital., t. XX, p. 61. — Comment. Pii Papae II, l. IV, p. 107._

In tutta questa campagna la guerra si trattò quasi soltanto nella Puglia. Ferdinando era venuto a gittarsi in Barletta; egli possedeva anche Trani; ma tutto il rimanente era nelle mani del duca di Calabria. Questi disponevasi ad assediare in Barletta il monarca arragonese, ma l'arrivo di Alessandro Sforza interruppe i suoi disegni, oltrechè bentosto vide con maraviglia armarsi contro di lui un altro nemico. Giorgio Castriotto, detto Scanderbeg l'eroe della Cristianità, lasciando le guerre dei Turchi in Epiro, sbarcò in Puglia con ottocento Albanesi per soccorrere il figliuolo di quell'Alfonso d'Arragona da cui era stato più volte soccorso. I soldati francesi del duca di Calabria volgevano con rincrescimento le armi contro questo valoroso campione della fede, e Ferdinando, avendo con questi diversi sussidj ricuperata la superiorità, assediò e prese la città di Gesualdo, indi quella di Nola, sotto gli occhi degli Angioini; poi prese i quartieri d'inverno[146].

[146] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 729. — Jovian. Pontanus, de bello Neapol., l. II, p. 34-42. — Comment. Pii Papae II, l. VI, p. 165._

Ma sebbene il duca di Calabria non avesse in questa campagna conservati i vantaggi avuti nella precedente, non pertanto sembrava tuttavia in migliore situazione di Ferdinando. Lodovico XI cercava colle promesse, colle minacce, con tutto il credito della sua potente monarchia, di staccare Francesco Sforza dalla alleanza del re di Napoli; nello stesso tempo minacciava Pio II di far adunare un concilio in Francia, se questo papa prodigava al bastardo d'Arragona i sussidj che la Cristianità aveva somministrati per combattere i Turchi. Pio II non sapeva risolvere; scriveva al duca di Milano che la guerra di Napoli era un'idra rinascente; che i tesori della Chiesa erano esauriti dalle stesse vittorie; che il suo dovere non meno che il suo interesse lo chiamavano alla neutralità tra i principi cristiani. Francesco Sforza ch'era il solo appoggio di Ferdinando, trovavasi egli stesso circondato soltanto di partigiani della casa d'Angiò. I Fiorentini e Cosimo de' Medici, suoi più antichi alleati, il senato di Milano e la stessa sua consorte, Bianca Visconti, gli facevano calde istanze, perchè abbandonasse un principe che non poteva sostenersi sul trono, ed assicurasse ai proprj figli la potente protezione della casa di Francia. Queste istanze raddoppiarono quando Francesco Sforza, in principio d'agosto, fu assalito da violenti dolori articolari e da idropisia. Bianca Visconti, che aveva quasi perduta ogni speranza della sua guarigione, lo supplicava a non lasciare la di lui famiglia impegnata in così pericolosa guerra, e di accordare piuttosto la mano di sua figlia Ippolita al duca di Calabria, che nuovamente l'aveva richiesta. La voce della morte dello Sforza divulgatasi ne' suoi stati cagionò un ammutinamento in Piacenza, che potè fargli sentire quali rivoluzioni scoppierebbero alla sua morte[147]. Suo figlio naturale, Sforzino, cercava egli medesimo di sedurre un corpo di truppe per condurlo agli Angioini[148]. Ma Francesco Sforza, irremovibile nel suo piano di politica, e fedele ai suoi impegni, che risguardava come sacri, respinse tutte le istanze de' suoi amici e della sua famiglia, e dichiarò che si conserverebbe alleato di Ferdinando fino alla morte.

[147] _Ant. de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 907._

[148] _Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 739-756._

Quando il duca di Milano entrò in convalescenza, fece arrestare, in febbrajo del 1462, il conte Tiberio Brandolini, uno dei migliori suoi generali, che sospettava essere stato partecipe della sollevazione di Piacenza, ed avere in appresso trattato col Piccinino e col duca di Calabria per passare ai servigj della casa d'Angiò. Già da sei mesi teneva pure in prigione suo figliuolo Sforzino, cui non fece grazia della vita che dietro le istanze della consorte[149]. Il Brandolini fu condannato a perpetua detenzione; ma il 12 settembre del susseguente anno si tagliò egli stesso la gola, siccome attestarono i suoi carcerieri[150]. Così scomparivano a poco a poco que' famosi condottieri, la di cui mala fede ne rendeva egualmente pericolosa l'alleanza e l'inimicizia. La potenza loro, indipendente da quella dei sovrani, aveva fatto tremare l'Italia, e la loro vita non era protetta dalle leggi sociali, che essi medesimi conculcavano. Francesco Sforza, il più bravo e più fortunato condottiere, ne fece perire molti in forza di accuse che nel sistema di guerra allora in vigore non risguardavansi come criminose nè disonoranti: pare che conoscendoli meglio degli altri per avere lungo tempo vissuto tra di loro, egli fosse più diffidente e geloso de' loro progetti e della loro grandezza.

[149] _Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, p. 1002._

[150] _Ann. Foroliviens., t. XXIII, p, 226. — Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 734._