Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)

Part 6

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[89] La bolla riportata da Raynaldo parla delle più alte dignità, ma non della corona. È per altro probabile che sia mancante, poichè non solo il Giannone, ma papa Pio II, dicono espressamente, che Eugenio abilitò Ferdinando a succedere al padre. _Raynal. An. 1444, § 20, p. 304. — Giannone, l. XXVI, c. 2, p. 496. — Pii PP. II, comment., l. I, p. 29._

[90] _Ann. Eccl. 1445, § 1-11, p. 305-310._

[91] _Giannone, l. XXVI, c. 3, p. 499._ — L'annalista della Chiesa, per non mettere Calisto III in troppo aperta contraddizione cogli atti dei suoi predecessori, travisò una parte di questi fatti. Soppresse le prime due bolle di Niccolò V, ma perchè riferisce la terza (_1445, § 3 e 4, p. 427_) colla quale il papa guarentisce la successione di Ferdinando, il diritto di questo principe al trono di Napoli resta, ancora per suo conto, bastantemente stabilito.

Non pertanto Alfonso per meglio provvedere alla sicurezza di suo figliuolo volle procurargli una potente alleanza ne' suoi proprj stati. Il più grande e ricco dei feudatarj del regno era Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto. I suoi tesori, l'estensione de' suoi feudi, il numero dei vassalli e de' soldati che teneva sempre sotto le armi, lo mettevano quasi in istato di dare o di togliere la corona al suo padrone. L'Orsini teneva presso di sè a Lecce Isabella di Clermont, figlia della contessa di Copertino, sua sorella; Alfonso la domandò per suo figliuolo, e gliela fece sposare nel 1444. Maritò nello stesso tempo una delle sue figlie naturali a Martino di Marzano, figlio unico del duca di Suessa, ed un'altra la diede a Lionello, marchese d'Este[92].

[92] _Giannone Ist. civile, l. XXVI, c. 3, p. 496._

Ma quando morì Alfonso, si videro dichiararsi contro il suo figlio quegli uomini medesimi che il monarca credeva di avergli guadagnati. Il primo ed il più accanito di tutti i suoi nemici fu Calisto III, lo stesso ch'era stato suo ministro a Roma, quando non era che vescovo di Valenza, che aveva ottenuta dal suo predecessore la legittimazione di Ferdinando, ed accompagnato lo stesso Ferdinando ne' suoi viaggi. Tostocchè seppe la morte d'Alfonso, pubblicò il 12 luglio del 1458 una bolla, colla quale dichiarava il suo regno devoluto alla santa sede per l'estinzione della linea legittima dell'ultimo feudatario; quasichè la corte di Roma non avesse preventivamente riconosciuti i diritti di Ferdinando, figlio di Alfonso, quelli di Giovanni suo fratello, e quelli di Renato d'Angiò suo rivale. Vietò ai sudditi napolitani di prestare il giuramento di fedeltà a veruno dei pretendenti alla corona; sciolse dagli obblighi loro quelli che già lo avevano prestato; ed invitò tutti coloro che credevano di avere qualche diritto a tale successione, a dedurre i loro titoli innanzi ai tribunali ecclesiastici[93].

[93] _Raynald. An. Eccl., 1458, § 32, 33, p. 517. — Jov. Pontanus de bello Neapolitano, l. I._ Il Pontano, uno de' più illustri letterati del quindicesimo secolo, era segretario di Ferdinando I, quando scriveva questa storia. Lo fu in appresso d'Alfonso II, e di Ferdinando II. Adoperato nelle più onorevoli missioni diplomatiche, ne' più importanti trattati, fu inoltre il maestro di Alfonso II. Successe ad Antonio Beccadelli, conosciuto sotto il soprannome di _Panormitano_, nella presidenza dell'accademia di Napoli, e le sue poesie latine, più che gli altri suoi scritti, formarono la di lui fama. (_Tiraboschi Stor. della Letter. Ital., t. VI, l. III, c. 4, § 29-30, p. 886._) La sua storia della guerra di Napoli divisa in sei libri è scritta con molta eleganza. L'autore ebbe grandissima cura di dipingere i luoghi e gli uomini, indicando con un colpo d'occhio sicuro ciò che caratterizza ogni governo, e mostrando una straordinaria accortezza nell'introdurre ne' suoi racconti il ritratto de' popoli stranieri, o il racconto delle rivoluzioni che si legano ai tempi di cui tratta. L'edizione in 4.º di cui mi sono valso (_Haganovae 1530_) non ha numerate le pagine, onde indicai i fogli per le lettere d'impressione. Fu ristampato nel _Thesaur. Antiq. Ital., t. IX, p. III._

Non contento d'impiegare le armi e le minacce della chiesa per sottomettere il regno di Napoli, cercò Calisto di persuadere il duca di Milano ad assecondare le ambiziose sue viste. Lo Sforza aveva perduti i suoi feudi negli Abbruzzi e nella Puglia, primi frutti delle vittorie di suo padre. Calisto gliene offriva la restituzione, aggiugnendovi nuovi stati, se coll'assistenza sua riduceva il regno sotto il suo dominio, e poteva disporne a favore di Pietro Luigi Borgia, suo favorita nipote. Ma Francesco Sforza, lungi dal dare orecchio a queste proposizioni, si dichiarò fedele all'alleanza contratta colla casa d'Arragona, e disse che ajuterebbe Ferdinando con tutte le sue forze[94]. Del resto Calisto III, che formava così vasti progetti, non ebbe troppo tempo per condurli a maturità; perciocchè quando morì, Alfonso egli era di già oppresso dalla vecchiaja, ed affetto dalla malattia che doveva condurlo al sepolcro. Tenne subito dietro ad Alfonso, e spirò il 6 di agosto[95]. Calisto III, salendo sul trono, aveva annunciate benefiche intenzioni, e fatto sperare un regno virtuoso, ma non tardò a smentirsi; egli non ebbe altra cura che quella d'arricchire i suoi nipoti, niuno de' quali facevasi stimare per talenti o per virtù. Uno di loro, Roderico Lenzuoli, che in questo stesso anno fu fatto dal papa vescovo di Valenza, prendendo il nome di Borgia, diede a questo nome una troppo odiosa celebrità, e fece riverberare sul benefattore la vergogna di cui ricoprì sè medesimo.

[94] _Jo. Simonetae Hist., l. XXVI, p. 685._

[95] _Ann. Eccles. 1458, § 40, p. 520. — Stefano Infessura Diar. Rom., t. III, p. II, p. 1138._

I cardinali diedero per successore a Calisto III Enea Silvio Piccolomini, nato a Corsignano, borgata lontana ventidue miglia da Siena, che poi prese il nome di Pienza, perchè il nuovo papa si fece chiamare Pio II. Era questi uno de' più dotti, de' più penetranti, de' più attivi uomini dei suo secolo. Aveva cominciato a rendersi celebre nel concilio di Basilea, ove si distinse tra gli oppositori della corte di Roma. L'antipapa Felice V lo creò suo segretario, e lo spedì per trattare le cose sue presso Federico III. Questi lo annoverò pure tra i suoi segretari, ed in appresso tra i consultori dell'impero[96]. L'imperatore lo incaricò d'una importante commissione presso Eugenio IV, ed in tale circostanza Enea Silvio si riconciliò colla corte di Roma, e venne ammesso nel numero dei segretari d'Eugenio, prima di avere abdicato lo stesso impiego presso Felice V[97]. Impiegato alternativamente nelle negoziazioni del concilio, dell'imperatore e del papa, corse più volte l'Europa, e si fece vantaggiosamente conoscere per la sua eloquenza, la sua erudizione, la sua destrezza nel trattare gli affari. Eugenio IV lo aveva fatto vescovo di Trieste, Niccolò V gli diede il vescovado di Siena, e Calisto III il cappello cardinalizio[98].

[96] _Vita Pii II per Jo. Anton. Campanum, t. III, p. II, p. 969, 970._

[97] _Ivi, p. 971._

[98] Pio II, nel commentario della propria vita, _l. I, p. 30, 31_, dà curiose notizie intorno al conclave in cui fu eletto.

Nel momento della sua coronazione Pio II si trovò senza soldati e senza danaro. Calisto aveva tutto dato ai nipoti, i quali cominciavano di già a vendere le fortezze della Chiesa a Giacomo Piccinino, mentre questi abbandonava la guerra di cui era incaricato contro Sigismondo Malatesta, per approfittare delle rivoluzioni della corte romana. Pio in tale stato di cose sentì la necessità di attaccarsi a Francesco Sforza, che gli accordò i suoi soccorsi a condizione che il papa si riconciliasse col re Ferdinando[99]. Altronde Pio II salendo sul trono pontificio, abbracciava caldamente il progetto di spedire una crociata contro i Turchi, la quale mai non aveva cessato di predicare come vescovo e come legato. Il primo atto del suo pontificato fu quello di convocare pel primo giugno del susseguente anno una dieta dei principi italiani in Mantova, onde occuparsi della guerra sacra; e perchè rendevasi necessaria per tale unione la pace interna, Pio II non ricusò di confermare i diritti di successione di Ferdinando, di già riconosciuti dai suoi predecessori[100]. In ottobre mandò a Napoli il cardinale Latino Orsini a recargli la corona del regno[101], ed approfittò di questa circostanza per fare con Ferdinando un trattato egualmente vantaggioso a lui ed alla Chiesa. Fissò il tributo che i re della Sicilia anteriore dovevano a san Pietro, tributo che da lungo tempo non era stato pagato, e fece rendere alla Chiesa Benevento, Pontecorvo e Terracina[102]. Ammogliò suo nipote, Antonio Piccolomini, con Maria, figliuola naturale di Ferdinando, che gli diede per dote il ducato d'Amalfi, il contado di Celano, e la carica di grande giustiziere del regno[103]. Finalmente si riservò di stendere il trattato di pace tra Sigismondo Malatesta ed il re di Napoli.

[99] _Jo. Simonetae, t. XXVI, p. 687._

[100] _Vita Pii II a Jo. Campano, t. III, p. II, p. 974. — Comment. Pii Papae II, l. II, p. 34-35._

[101] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 688. — Cronico di Bologna, t. XVIII, p. 727._

[102] _Giannone, l. XXVI, c. VI, p. 527. — Campanus vita Pii II, p. 978. — Comment. Pii Papae II, l. II, p. 36._

[103] _Giannone, l. XXVII, Introduzione, p. 550. — Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 688. — Pii II, Comment., l. II, p. 36_. Omette le condizioni relative al suo personale vantaggio.

Ferdinando era di già tranquillo possessore del trono di Napoli, pure don Carlo, conte di Viana aveva trovato tra i baroni Catalani e Siciliani, che formavano la corte d'Alfonso, molti partigiani. Sostenevano questi che il regno di Napoli, essendo stato conquistato dagli Arragonesi, doveva correre la sorte del regno di Arragona. Altronde il conte di Viana era altrettanto stimato per la nobiltà del suo carattere, la sua generosità, e le gentili sue maniere, quanto Ferdinando era odiato per la sua dissimulazione, la sua crudeltà, la sua avarizia. Ma Ferdinando, appena morto il padre, corse la città di Napoli a cavallo per prenderne possesso, e venne salutato dalle acclamazioni del popolo; il conte di Viana non si attentò di lottare contro quello che parvegli il voto nazionale; andò a bordo di un vascello, che trovavasi in porto, insieme a tutti i Catalani che non volevano servire Ferdinando, e ritirossi in Sicilia[104].

[104] _Giannone, l. XXVII, Introd., p. 544. — Jov. Pontanus de Bello Neapolit., l. I, n.º 11. — Jo. Marianae de rebus Hispaniæ, t. XXII, c. 19, p. 56._ — Vedasi il bell'elogio del conte di Viana di Marineo Siculo, che pure lo scrisse per ordine di Ferdinando il Cattolico. _Lucii Marinei Siculi de Reb. Hisp., l. XIII, p. 417, in Hisp. illust., t. I._

Per altro le acclamazioni del popolo non esprimevano il voto nazionale: i baroni napolitani conoscevano abbastanza il carattere di Ferdinando per desiderare ardentemente di sottrarsi al suo dominio; e solo avevano bisogno di tempo per apparecchiare la loro resistenza. Di questi il più diffidente era quello stesso principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini, di cui il nuovo re aveva sposata la nipote. L'Orsini non ardiva di abbandonare la sua residenza di Lecce per venire alla corte; egli stava sempre in guardia contro il ferro ed il veleno degli emissarj di Ferdinando, e risguardava le grazie che da lui riceveva come esche destinate a trarlo in pericolosi lacci. Fu dei primi a formare un partito contro il nuovo re, associandosi in principio col principe di Rossano, poi con Giosia Acquaviva, duca d'Atri, e col marchese di Cotrone. Questi potenti feudatarj mandarono ad offrire a Giovanni di Navarra di porlo in possesso del regno di Napoli, per lo stesso titolo per cui riceveva quello d'Arragona ed il rimanente della fraterna eredità. Fortunatamente per Ferdinando trovavasi in allora Giovanni impegnato in civili guerre co' suoi sudditi di Catalogna e di Navarra. Signoreggiato dalla seconda sua consorte, voleva diseredare il conte di Viana, suo figlio del primo letto, per sostituirgli quel Ferdinando, nato del secondo, ch'ebbe poi il nome di _Cattolico_. Troppo occupato trovandoci degli affari della Spagna per cercarne altri in Italia, Giovanni ricusò di turbare l'amministrazione di suo nipote, dichiarando che non domandava di regnare in Napoli, purchè questo stato si conservasse in un ramo della casa d'Arragona[105].

[105] _Giannone Ist. civ., l. XXVII, c. I, p. 552._

I baroni napolitani respinti dal re di Navarra, si volsero a Giovanni, figliuolo di Renato, duca di Calabria, che allora governava Genova, e che non aveva accettato quel governo, che per cogliere le occasioni di far rivivere le antiche pretese della casa d'Angiò sopra le due Sicilie[106]. Persuasero facilmente questo duca ad approfittare delle circostanze, che sembravano favorevoli; ma non pertanto siccome la precedente guerra, e la malattia contagiosa che aveva travagliata Genova, non gli permettevano di potere disporre di numerose forze, o di molto danaro, volle, prima d'impegnarsi in questa spedizione, guadagnare, se gli fosse possibile, l'amicizia del potente suo vicino, il duca di Milano. Gli mandò in qualità di ambasciatori il vescovo di Marsiglia e Giovanni Cossa, barone napolitano, che per attaccamento al partito d'Angiò trovavasi omai da circa diciannove anni in esilio. Gli fece ricordare l'antica alleanza tra le due famiglie: Sforza Attendolo, padre del duca di Milano, era morto combattendo per la casa d'Angiò, ed egli medesimo aveva perduto per questa causa tutti i suoi stati del mezzogiorno dell'Italia. Il duca di Calabria lo supplicava in nome dell'antica loro amicizia di appoggiare quelle stesse pretese, di cui egli medesimo aveva sostenuta la giustizia colle armi alla mano, e di preferire ad una nuova ed affatto impolitica alleanza, quella di un mezzo secolo, che sarebbe suggellata da lunghe affezioni, e da doverosa riconoscenza. Offriva di sposare egli medesimo Ippolita, figliuola del duca di Milano, ch'era destinata al figlio di Ferdinando di lei molto più giovane; e prometteva di restituire alla casa Sforza tutto ciò ch'ella aveva già posseduto nel regno di Napoli, aggiugnendovi nuovi stati, ed attenendosi in ogni cosa ai suoi consigli[107].

[106] _Jovianus Pontanus de bello Neapol., l. I, n. 111. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1132._

[107] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 692._

Francesco non disaminò lungamente queste proposizioni: conosceva le pretese della casa d'Orleans sul ducato di Milano; vedeva che questa aveva posta in Asti una guarnigione francese; vedeva altri francesi padroni di Genova; e se ancora il regno di Napoli cadeva nelle mani de' Francesi, prevedeva distrutta la propria indipendenza e quella degli altri principi d'Italia. Nella sua risposta al duca Giovanni di Calabria frammischiò destramente alle proteste di amicizia, alcuni rimproveri, perchè il duca gli avesse dissimulata l'impresa di Genova. Dichiarò altronde, che qualunque si fossero i diritti dei pretendenti alla corona di Napoli, egli non si permetterebbe di giudicarli, e che la sua condotta non poteva essere diretta che dai trattati che aveva stipulati. L'alleanza conchiusa nel 1455 fra tutti gli stati d'Italia non lasciavagli, egli diceva, l'arbitrio della scelta. Che se la casa di Arragona veniva attaccata nel regno di Napoli, egli si troverebbe obbligato a difenderla, e che tutta l'Italia, vincolata dallo stesso trattato, abbraccerebbe egualmente la causa di Ferdinando; onde invitava il duca Giovanni a riflettervi maturamente, prima di tentare un'impresa, che probabilmente sarebbe al di là delle sue forze. Per la stessa ragione, soggiugneva, non era più in tempo d'accettare per sua figlia l'onorevole parentado della casa d'Angiò, perchè ella era stata solennemente promessa ad Alfonso, figlio di Ferdinando, e che, qualunque si fossero gli avvenimenti, egli sarebbe fedele mantenitore delle sue promesse[108].

[108] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 693._

Francesco Sforza, che, ricusando la sua assistenza al duca Giovanni, conservava nel suo discorso tanta lealtà e moderazione, stava per altro contro di lui apparecchiando segrete pratiche, che prevennero l'attacco del regno di Napoli. Pietro Fregoso, quello che nel precedente anno aveva data Genova ai Francesi, lagnavasi di già amaramente che non venivano osservate le condizioni stipulate a favor suo e della patria. Lo Sforza l'accolse nello stato di Milano, gli permise di ragunare armi, di soldarvi gente col danaro mandatogli da Ferdinando, di darne il comando a Tiberto Brandolini, uno de' suoi luogotenenti, e d'invadere lo stato di Genova, in febbrajo del 1459, con una ragguardevole armata. Nello stesso tempo Villa Marina bloccava con dodici galere di Ferdinando la città dal lato del mare; e Giovann'Antonio del Fiesco venne ad ingrossare il campo del Fregoso co' suoi parenti ed amici. Pure entro le mura di Genova non si fece verun movimento; tutto il popolo pareva affezionato ai Francesi, ed i cittadini supplivano le parti de' soldati che mancavano al duca di Calabria, schivando soltanto di venire a battaglia fuori delle mura: ma il Fiesco per provocarli ad una sortita s'avvicinò tanto alle mura, che fu ucciso con un colpo di colombrina. Quest'accidente riuscì funesto al suo partito: credendo i suoi parenti di avere tutti eguali diritti alla di lui eredità, partirono all'istante alla volta dei varj castelli della sua famiglia, ad oggetto di acquistarne il possesso colle armi. Il Fregoso, indebolito dalla loro dispersione, s'allontanò da Genova, e dopo avere levate contribuzioni a Sesto ed a Chiavari, tornò in Lombardia[109].

[109] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 694. — Uberti Folietae Genuens. Hist., l. XI, p. 608. — P. Bizarro, l. XIII, p. 295. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 212._

Il duca Giovanni erasi meritato l'affetto che i Genovesi gli mostravano; aveva saputo adottare le loro costumanze, ed i sentimenti degl'Italiani; sentiva di non essere in Genova che il magistrato di una libera città, ed invece di comandare come padrone, faceva dipendere le proprie decisioni dalle deliberazioni del senato e del popolo. Infatti fu al senato di Genova ch'egli partecipò le proposizioni fattegli dal principe di Taranto; dichiarò, che, sebbene credesse di avere di già soddisfatto al proprio dovere, rispingendo lontano dalle mura d'una città da lui amata, il nemico che minacciava di ridurla, dopo averla saccheggiata, in servitù, non farebbe la spedizione cui era chiamato per riavere l'eredità dei suoi maggiori, senza il consentimento de' Genovesi. Del resto credeva vantaggioso alla loro repubblica ed a sè stesso di rovesciare sopra la casa d'Arragona il peso di una guerra, colla quale questa da tanto tempo opprimeva la Liguria, e di restituire al commercio ed all'attività de' Genovesi le fertili province, rese quasi deserte da Alfonso e da suo figlio Ferdinando. Questo discorso e la modestia del duca di Calabria eccitarono un universale entusiasmo; il senato votò a favore del principe d'Angiò, con un decreto che venne sanzionato dal consiglio, l'armamento di dieci galere e di tre grandi vascelli da trasporto, il pagamento degli equipaggi per tre mesi, e inoltre un sussidio di sessanta mila fiorini da prendersi sulla banca di san Giorgio[110]. Dal canto suo il re Renato aveva fatto armare a Marsiglia una flotta di dodici galere, che mandò a raggiugnere quella di suo figlio.

[110] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 696. — Bern. Corio Ist. Milan., p. VI, p. 951. — Uberti Folietae Genuens. Hist., l. XI, p. 609. — P. Bizarro, S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIII, p. 298. — Agust. Giustiniani Annal., l. V, f. 212. A._

Ferdinando, avuto avviso di questi apparecchi, si sforzò di ritenere a Genova il duca di Calabria, suscitandogli in questa città nuovi travagli. Mandò danaro a Pietro Fregoso, e lo pose in istato di rimontare la sua armata, chiedendogli soltanto di rientrare nello stato ligure, prima che Giovanni s'imbarcasse. Il Fregoso attraversò effettivamente l'Appennino, scese nella valle della Polsevera, e s'accampò a sole quattro miglia da Genova; ma gli fu opposto lo stesso sistema di difesa adoperato contro di lui con sì buon effetto in primavera. Veruna banda di soldati non uscì dalle mura; il Fregoso non trovava chi combattere; non poteva lungo tempo mantenere la sua armata in quelle sterili montagne, ed il danaro ricevuto dal re di Napoli era omai consumato. Frattanto udì con piacere che la flotta provenzale, unita a quella di Genova era uscita dal porto ed aveva fatto vela alla volta di Livorno. Credendo di trovare la guarnigione della città molto indebolita dalla lontananza di tanti soldati, osò nella notte del 13 di settembre di tentare la scalata; questa gli riuscì, ed i suoi soldati penetrarono fino a Pietra-Minuta, la prima delle colline poste entro il circondario delle mura esteriori. Il duca Giovanni, sempre padrone del ricinto interno, sortì con tutta la guarnigione addosso al nemico, abbandonando la città alla buona fede de' cittadini; e ben poteva farlo, perchè egli era così amato, e tanto temuto era Pietro Fregoso, che un solo degli antichi partigiani di quest'ultimo non si mosse in suo favore. Allo spuntare del giorno fu data una sanguinosa battaglia tra le due mura. Ogni partito aveva per difendersi il vantaggio del terreno, e quando tentava di attaccare provava egualmente crudeli perdite: ma il Fregoso, avuto improvvisamente avviso che Paolo Adorno era in quell'istante entrato in porto con una galera, e che gli Adorni prendevano le armi, volle con un ardito colpo decidere la sua sorte prima che giugnessero. Discese da Pietra-Minuta ed attaccò la porta di san Tommaso, ove fu respinto; allora tenendo dietro alle mura dell'antica città, s'avvide che la porta della Vaccheria era aperta, e l'attraversò arditamente colla cavalleria che lo seguiva. Ma mentre introducevasi in città fu chiusa questa porta, ed egli trovossi separato dalla sua armata. In quel momento non aveva con sè che tre cavalieri, onde, vedendosi perduto, ripose ogni speranza nella bontà del suo cavallo, che spinse di galoppo verso le strade più lontane dalla zuffa per uscire dalla porta orientale. Gli riuscì infatti di lasciarsi molto a dietro il piccolo numero de' soldati che l'avevano conosciuto e lo inseguivano; ma la porta orientale si trovò chiusa, e quando di là volle recarsi alla porta di sant'Andrea, cominciò ad essere dall'alto delle case assalito a colpi di pietre. Scorrendo sempre di galoppo le strade deserte, ove non era preveduto il suo arrivo, ma sempre inseguito da Giovanni Cossa, che due volte lo raggiunse con un colpo di mazza, egli fu finalmente oppresso dai sassi e rovesciato da cavallo presso al pretorio. Quando fu rialzato dal suolo, non rispose una sola parola a coloro che lo interpellavano, e morì dopo poche ore[111].

[111] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 698. — Cron. di Bol., t. XVIII, p. 731. — Uberti Folietae, l. XI, p. 611. — P. Bizarro Hist., l. XIII, p. 300. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 213. D. E._

Quando l'armata di Pietro Fregoso si trovò separata dal suo capo, e quando seppe subito dopo la di lui morte, coloro che la componevano perdettero il coraggio, e non pensarono che a salvarsi colla fuga, ma la maggior parte non si sottrasse ai nemici che gl'inseguivano; e quasi tutta la cavalleria e la metà dei pedoni rimasero prigionieri. Masino Fregoso, fratello di Pietro e Rinaldo del Fiesco, essendo stati presi colle armi in mano, furono condannati come capi di ribelli all'ultimo supplicio. Sigismondo, figliuolo di Tiberio Brandolini, che fu preso nello stesso tempo, venne posto in prigione, perchè serviva nell'armata del duca di Milano, allora in pace collo stato di Genova, onde queste ostilità vennero risguardate come una violazione del diritto delle genti. Ma tutti gli altri soldati furono lasciati liberi, dopo avere giurato di non più servire contro la casa d'Angiò[112].