Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)

Part 5

Chapter 53,782 wordsPublic domain

Finalmente il re di Napoli, cedendo alle istanze di Calisto III, alle esortazioni di tutti i principi cristiani, che non sembravano occuparsi d'altra cosa che della crociata, e forse per timore d'essere attaccato il primo, quando i Turchi continuassero le loro conquiste, promise di unire quindici galere a quelle del papa; manifestò inoltre l'intenzione di porsi alla testa dell'armata de' principi cristiani, e sotto questo pretesto fece levare grossi sussidj in tutti i suoi stati. Ma qualche tentativo fatto dai Genovesi per ricuperare i loro possedimenti in Corsica riaccese subitamente la di lui collera. Egli rigettò con amaro insulto le istanze che gli faceva il doge di armarsi contro i Turchi; e rinfacciò ai Genovesi d'avere i primi trasportati in Europa gli Osmanli. «Gli è contro di voi, che siete i veri Turchi dell'Europa, disse Alfonso, che ci facciamo un dovere di volgere i nostri primi sforzi, e non ci tratterremo finchè, coll'ajuto di Cristo, non vi avremo ridotti supplichevoli ai nostri piedi. Allora soltanto noi termineremo, a dispetto vostro, la spedizione contro i Turchi dell'Asia, cui ci siamo obbligati.» La lettera scritta con quest'insultante amarezza era lavoro d'uno dei molti dotti addetti alla corte d'Alfonso, e forse di Antonio di Palermo, il quale la scrisse con quel tuono oltraggiante, che caratterizza le contese letterarie del quindicesimo secolo. La risposta della repubblica, scritta dal suo cancelliere Bracelli, è per lo contrario altrettanto nobile che misurata[70].

[70] La lettera d'Alfonso è del 23 luglio del 1456, e trovasi colla risposta negli _Ann. Miniatenses Bonincontrii, t. XXI, p. 159. — P. Bizarro, l. XII, p. 287-291. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 206-210, e gli Ann. Eccles., t._

In questa stessa epoca i Genovesi avevano mandate due galere a Chio con cinquecento uomini di guarnigione, armi d'ogni sorta, e sufficiente quantità di granaglie per approvvigionare non solo quest'isola, ma ancora quella di Rodi. Avevano mandato un vascello, armi, e dugent'uomini di guarnigione a Mitilene, e finalmente due vascelli a Caffa, uno dei quali, il più grande che si fosse fin allora veduto sul Mediterraneo, fu colato a fondo da un fulmine[71].

[71] Lettera di Pietro Fregoso e del consiglio a Calisto III in data dell'11 luglio del 1456. _Ann. Eccl., t. XVIII, p. 458._

Nel susseguente anno Calisto, che aveva rinnovate le sue offerte di mediatore, lusingossi qualche tempo d'avere persuaso Alfonso a fare la pace coi Genovesi; i loro ambasciatori dovevano scontrarsi in Roma con quelli del re di Napoli, ed il trattato pareva ridotto a buon termine, quando un vascello d'Alfonso fu preso dai Genovesi. Sebbene non vi fosse armistizio, il re mostrossi irritato da quest'atto ostile, come se non lo avesse provocato. Gli ambasciatori genovesi abbandonarono Roma senza aver nulla convenuto, e Pietro Fregoso, disperando di trovare soccorso altrove, s'addirizzò al solo nemico che ancora potesse farsi temere da Alfonso, a Carlo VII, re di Francia, protettore e parente di Renato d'Angiò[72].

[72] Lettera di Calisto III al doge. _Ann. Eccl. 1457, § 46, p. 499_, e lettera d'Alfonso al papa. _Ann. Miniat., p. 160._

Malgrado l'inconsiderata maniera con cui Renato erasi nel 1458 ritirato dalla guerra di Lombardia, egli non aveva rinunciato ai suoi diritti sul regno di Napoli. Di conformità alla fatta promessa egli aveva mandato ai Fiorentini suo figlio Giovanni, duca di Calabria, per assumere il comando delle loro truppe. Giovanni era giunto a Firenze il 7 febbrajo del 1454, e dopo le più onorifiche accoglienze, gli era stato consegnato in mezzo a splendide feste il bastona del comando[73]. Pure i trattati di pace avevano di già avuto cominciamento, e la pace si pubblicò in Firenze il 14 aprile seguente, senza che il duca Angiovino di Calabria avesse potuto prestare alcun servigio ai suoi alleati. Ma sebbene gli dovesse spiacere il vedere la repubblica fiorentina contrarre un'alleanza col suo competitore, non manifestò verun malcontento per una condotta renduta necessaria dalla presente posizione degli affari; egli si trattenne un anno in Toscana, come portava il suo trattato, e quando partì, accettò un regalo di venti mila fiorini oltre ciò che gli era dovuto; e tornò in Francia nel maggio del 1455[74].

[73] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 78._

[74] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 81. — Istor. di Gio. Cambi, delizie degli Erud., t. XX, p. 333._

A questo stesso principe ed a Carlo VII ricorse Pietro Fregoso, il quale sentiva che i patimenti di così lunga guerra avevano resa la sua autorità odiosa ai suoi concittadini; circondato da aperti e da segreti nemici, più non sapeva come loro resistere, e non pertanto era deliberato di non cedere loro la vittoria. Propose adunque di porre la repubblica sotto la salvaguardia di un potente protettore, e con un trattato, conchiuso in febbrajo del 1458, trasferì a Carlo VII la signoria di Genova, riservando alla sua patria i diritti ed i privilegj di città libera, quali erano di già stati enumerati in somigliante concessione fatta a Carlo VII, il 25 ottobre del 1396[75]. Propriamente parlando altro non era che l'autorità del doge che veniva in tal modo accordata ad un sovrano straniero, ed almeno, secondo l'intenzione del consiglio, la repubblica doveva sussistere colla stessa libertà e giurisdizione sotto la temporaria magistratura di un delegato del re di Francia, come sotto quella di un Fregoso o di un Adorno. Giovanni d'Angiò, duca titolare di Calabria, venne, in conformità di questo trattato, ad assumere il comando dei soli nemici che il suo rivale avesse ancora in Italia. Giunse a Genova l'undici maggio del 1458, ed i magistrati vennero a giurargli fedeltà a nome del popolo ne' giardini Fregoso posti nel sobborgo di san Tommaso. Dal canto suo il duca di Calabria, prima di essere ammesso entro le mura, giurò di rispettare le leggi ed i privilegj dei Genovesi, gli statuti e l'indipendenza della banca di san Giorgio; e dopo ciò divise con Pietro Fregoso la cura della difesa della città[76].

[75] Veggasi nel tomo VII la p. 406.

[76] _ Uberti Folietae, l. X, p. 604. — Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 263. — P. Bizarro, l. XIII, p. 291. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 211. O._ — Fregoso aveva convenuto per sè medesimo la cessione di quattro castelli presso Avignone, e 30,000 ducati in danaro. _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 725._

Giovanni d'Angiò aveva seco condotte dieci galere francesi e molte truppe per metterle di guarnigione in Genova ed in Savona[77]. Credeva perciò il Fregoso che il re di Napoli non avrebbe ardito di attaccare un così potente protettore; ma parve per lo contrario che Alfonso raddoppiasse i suoi sforzi per sottomettere i suoi avversarj, in ragione della loro ostinazione. Bernardo di Villa Marina, suo ammiraglio, aveva svernato con venticinque navi a Porto Fino; in primavera Alfonso gliene mandò altre dieci, che avevano a bordo armi, munizioni, e truppe da sbarco, prese tra le scelte della sua armata. Questa flotta venne a bloccare il porto di Genova quasi subito dopo l'arrivo di Giovanni d'Angiò. Giovanni Antonio del Fiesco, Raffaello e Bartolommeo Adorno, scesero dal canto loro dalle montagne per assediare la città; e Pietro Spinola, egualmente esiliato, fece prendere le armi ai suoi vassalli e partigiani. D'altra parte Giovanni d'Angiò aveva fatti entrare nel porto tutti i vascelli genovesi, e lo aveva poi chiuso con forti catene e con tarroloni galleggianti; aveva posto di guarnigione i suoi Francesi in tutte le fortezze insieme ai soldati del Fregoso, ed aspettava con coraggio un prossimo assalto, quando il primo di luglio l'una e l'altra armata ricevette con eguale sorpresa la notizia della morte d'Alfonso, accaduta il 27 di giugno. La flotta degli assedianti si disperse all'istante, alcuni de' vascelli entrarono ne' porti della Catalogna, altri in quello di Napoli, di dove erano usciti, e l'armata de' malcontenti ritirossi in pari tempo nelle montagne; Barnabò e Raffaello Adorno morirono dopo pochi giorni, o per le sostenute fatiche, cui non erano accostumati, o per dolore di vedersi strappata di mano una vittoria, che credevano sicura. I Genovesi, maravigliati di così improvvisa liberazione, appena potevano goderne essi medesimi, perchè la carezza e la cattiva qualità delle vittovaglie di cui eransi alimentati in tempo dell'assedio, la miseria, le fatiche e le cure della guerra, avevano generata entro le loro mura una malattia contagiosa, che uccise più gente assai che non il nemico che si era di fresco ritirato[78].

[77] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 683._

[78] _Jo. Simonetae vita Franc. Sfortiae, l. XXVI, p. 684. — Uberti Folietae Genuensis Hist., l. XI, p. 605. — P. Bizarro S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIII, p. 292. — Agostino Giustiniani Ann. di Genova, l. V, f. 211. P. — Pandolfo Collenuzio Ist. di Napoli, l. VI, f. 201-206._

Alfonso, allorchè morì in età di sessantatre anni otto mesi e ventisette giorni[79], regnava in Arragona dal 1416 in avanti; ma soltanto dopo avere portata la guerra in Corsica del 1420, e sopra tutto dopo essere stato adottato da Giovanna II di Napoli, aveva acquistata in Italia una potenza preponderante. Credeva di avere assicurata la successione di suo figliuolo naturale Ferdinando coi suoi trattati con quasi tutti i principi d'Italia, e coll'investitura successivamente ottenuta da due papi. L'ordine da lui posto in questa successione sembravagli conforme alla giustizia, poichè non disponeva a favore del suo bastardo che del regna di Napoli, conquistato da lui medesimo, mentre lasciava tutti i suoi stati ereditarj al fratello Giovanni, re di Navarra. Costui trovavasi allora in lite con suo figliuolo del primo letto, don Carlo, che portava il titolo di conte di Viana, ed era venuto a cercare asilo alla corte di Napoli. Il conte di Viana era in Roma nel principio di maggio del 1458 quando Alfonso infermò, ed avutane notizia si affrettò di restituirsi a Napoli. Era meritamente amato dal popolo e dalla nobiltà; ed Alfonso non lo vide ritornare senza inquietudine, temendo, qualora egli morisse a Castelnovo, che gli Arragonesi ed i Catalani, di guarnigione in quel castello, non si dichiarassero per il conte di Viana figlio ed erede presuntivo del nuovo loro re. Ammalato com'egli era gravemente, fece spargere voce della sua convalescenza; si fece trasportare a Castel dell'Ovo sotto pretesto di mutar aria, e nello stesso tempo diede il comando del castello, che abbandonava, a suo figlio Ferdinando. Lo stesso giorno sottoscrisse il testamento con cui chiamava Ferdinando suo figlio legittimato alla corona di Napoli, e lasciava la corona d'Arragona, di Catalogna, di Valenza, delle isole Baleari, di Sardegna e di Sicilia, a suo fratello, il re di Navarra, in conformità delle costituzioni degli stessi regni. Ventiquattr'ore dopo morì[80].

[79] Secondo il _Bonincontri Ann. Miniatens., t. XXI, p. 162_. — Colla morte di Alfonso finiscono questi annali di un merito assai disuguale: pure contengono importantissime notizie intorno ad alcune parti della storia del regno di Napoli. Le cose di Samminiato non occupano che la minor parte del libro.

[80] _Giannone Istor. civ. del regno di Napoli, l. XXVI, c. VII, p. 540._

La posterità conservò ad Alfonso il soprannome di _magnanimo_, di cui questo principe andò debitore ad una quasi illimitata liberalità. In questo secolo, in cui tutti i sovrani d'Italia rivalizzavano nell'amore per le lettere, egli pareggiò o superò tutti col suo entusiasmo per l'antichità, col suo zelo per gli studj, colle sue beneficenze verso i dotti, che da ogni banda chiamava con ogni maniera di allettamenti alla sua corte. Aveva tolto per sua impresa un libro aperto; e niun sovrano, non accettuati coloro che non furono come lui amministratori e guerrieri, consacrò tanto tempo alla lettura. Seco portava sempre Tito Livio ed i Commentarj di Cesare; aveva sempre libri sotto il suo origliere, onde valersene nelle ore che poteva rubare al sonno. Il suo segretario e panegirista, Antonio Beccadelli di Palermo, conosciuto sotto il nome di _Panormitano_, pretende di averlo a Capoa risanato da una malattia, leggendogli la vita di Alessandro scritta da Quinto Curzio. Si dice che Cosimo dei Medici ottenne di calmarlo dopo il torto fattogli dal trattato di Lodi, e di farlo entrare nella lega dell'Italia superiore, regalandogli un bel manoscritto di Tito Livio[81].

[81] _Guinguenè, Hist. litter. d'Italie, chap. XVIII, t. III, p. 268. — Tiraboschi stor. della letter., t. VI, l. I, c. 2, § 17, p. 40._

I letterati ed in particolar modo gli eruditi sono troppe volte stranieri allo spirito del loro secolo, perchè si possa prestare intera fede ai loro elogj intorno alle virtù di un re; ma è una sicura riprova del nobile carattere d'Alfonso la piena confidenza ch'egli aveva nell'amore del popolo da lui conquistato. Passeggiava spesso a piedi e senza seguito per le strade di Napoli, e rispondeva a coloro che credevano questa sua abitudine pericolosa: «che può temere un padre passeggiando in mezzo ai suoi figliuoli?» In fatti Alfonso era amato dal popolo per le sue virtù, e dirò ancora pei suoi difetti. La sua eloquenza, la sua affabilità, le sue nobili maniere, il suo cavalleresco valore, affascinavano tutti coloro che avevano il vantaggio di avvicinarlo. Loro piaceva pure per una tal quale simpatia che trovasi nel popolo, per la tenerezza e la tendenza all'amore, che questo sovrano conservò fino agli ultimi suoi giorni. Il suo romanzesco carattere influì notabilmente sul suo destino. La nascita di suo figliuolo, Ferdinando, era stata accompagnata da misteriose circostanze. Assicurano alcuni storici, ch'egli era nato da un incesto con Catarina, moglie d'Enrico, fratello d'Alfonso; che per salvare la riputazione di questa principessa, Margarita de Hijar acconsentì che gli si attribuisse questo fanciullo, onde fu poi vittima della gelosia della regina, che la fece soffocare[82]. Alfonso più non seppe condonare alla moglie tanta barbarie; più non volle vederla; ma restò, finchè visse vincolato da un matrimonio che detestava, e non poteva sciogliere. L'oggetto dell'ultima sua passione fu Lucrezia d'Alagna, figlia di un gentiluomo napolitano. Pio II, di già papa quando scriveva i suoi commentarj, li vide assieme, e si sentì commosso dal loro amore e dalla loro virtù. «Stava, egli dice, a Torre del Greco, Lucrezia, donna, o piuttosto vergine gentilissima, nata di nobili ma poveri parenti napolitani. Amolla il re perdutamente, a segno di sembrare fuori di sè alla di lei presenza. Altro egli non vedeva, altro non udiva che Lucrezia; i suoi occhi stavano sempre fissi sopra di lei; ne lodava le parole, ne ammirava la saviezza, ed applaudiva a tutto quanto ella faceva. Soleva colmarla di doni, e voleva che venisse onorata come una regina; e talmente a lei si abbandonava che niuno poteva ottenere udienza senza il di lei assenso..... Pure, se dobbiamo prestar fede alla pubblica voce, essa mai non accondiscese ai di lui desiderj. Si assicura aver ella detto più volte, che mai non sagrificherebbe al re la sua verginità, e che, s'egli tentasse far uso della forza, saprebbe prevenire la propria vergogna colla morte, invece di punirsi troppo tardi come l'antica Lucrezia[83]». Alfonso erasi lusingato di sposare Lucrezia d'Alagna, ed aveva perciò domandato a Calisto III un divorzio con Maria di Castiglia a cagione della sua sterilità; ma sebbene questo papa fosse prima stato suo ambasciatore, governatore di suo figlio, e suo confidente, mai non volle accordare al re questa domanda[84].

[82] _Surita Annales del reyño de Aragon, l. XIV, c. 35. — Rocchi Pirri Chronologia Regum Siciliae apud Burmannum, Thesaur. Antiqu. Ital., t. X, p. V, p. 96_. — Altronde il Pontano, che fu segretario di Ferdinando, chiama sua madre Vilardona Carolina, ed aggiugne che molte persone lo dicevano supposto da questa donna, e figlio di un calzolajo di Valenza, maomettano come lo era quasi tutto il popolo in quel regno. _Pontan. Napol. belli, l. II. Y._

[83] _Comment. Pii Papae secundi, l. I, p. 27._

[84] _Platina vita di Calisto III, p. 426. — Ann. Eccles. Raynal. 1455, § 36, p. 444, e 1456, § 12, p. 457. — Giannone stor. civ., l. XXVI, c. VII, p. 536. — Rocchi Pirri Chronol. reg. Siciliae, Thesaur. Burmanni, t. X, p. V, p. 96. — Jo. Marianæ. de Reb. Hispan., l. XXII, c. 18, p. 55._

Grandi avvenimenti militari, la conquista di un regno, luminose vittorie sopra Caldora, sopra Renato d'Angiò, sopra Francesco Sforza, davano ad Alfonso uno splendore che abbagliava le persone volgari. La prosperità delle due Sicilie, e la pace ristabilita dopo una lunga anarchia, gli davano posto tra i più saggi amministratori; ma ad ogni modo la virtù che gli guadagnò maggiori elogj, la sua liberalità, fu quasi sempre imprudente ed eccessiva; le sue profusioni lo tenevano costantemente in mezzo alle ristrettezze; bentosto riprendeva con una mano ciò che aveva donato coll'altra: era forzato di opprimere i suoi sudditi con gravissime gabelle, o di vendere loro grazie contrarie all'ordine ed alla buona amministrazione del regno. Il danaro mancando alle sue prodigalità, egli distribuì nella sua monarchia con profusione nuovi titoli, dignità e signorie feudali; colla medesima liberalità allargò le prerogative dei signori, accordando loro una quasi assoluta sovranità sui loro vassalli, ed in tal modo aggravò la sudditanza di questi, togliendo loro la protezione della corona; indebolì l'autorità sovrana; nocque alla pronta esecuzione della giustizia, e moltiplicò i mezzi di resistenza dei grandi feudatarj nelle successive guerre civili. Può dunque muoversi dubbio se il regno d'Alfonso sia stato favorevole ai progressi dell'incivilimento nel regno di Napoli, ma non si può ricusare di annoverar lui tra i più grandi e generosi monarchi che illustrarono il quindicesimo secolo[85].

[85] _Giannone Ist. civile, t. III, l. XXVI, c. V, VI e VII. — Giornali Napolitani, t. XXI, Rer. Ital., p. 1132._

CAPITOLO LXXVII.

_Sforzi di Calisto III e dei baroni napolitani per impedire Ferdinando d'Arragona di succedere a suo padre. — S'addirizzano a Giovanni d'Angiò, signore di Genova. — Pietro Fregoso rimane ucciso in un attacco contro Genova. — Giovanni d'Angiò abbandona Genova pel regno di Napoli. — Guerra civile; battaglie di Sarno e di san Fabbiano tra gli Angiovini e gli Arragonesi_.

1458 = 1460.

Dacchè Alfonso era salito sul trono di Napoli fino alla morte, pareva che la sua politica altro scopo non avesse che quello di assicurare questo regno a suo figliuolo naturale Ferdinando. Tostocchè il re Renato d'Angiò ebbe abbandonato Napoli, Alfonso pensò a fare riconoscere dal parlamento, come abile a succedere alla corona questo figliuolo, ch'egli aveva di già legittimato. Il parlamento di Napoli era la grande dieta nazionale del regno, ed era composto soltanto di due camere. In quella della nobiltà sedevano coi principi e coi baroni alcuni prelati nella loro qualità di feudatarj, come l'abate di Monte Cassino, riconosciuto pel primo barone del regno, l'arcivescovo di Reggio, ed altri: in quella dei deputati delle città venivano chiamati, l'eletto del popolo di Napoli, ed i sindaci delle principali comunità. Questo parlamento aveva il diritto di regolare in concorso del re l'amministrazione della giustizia e le finanze dello stato[86]; ma non era bastantemente guarantita la sua esistenza, ed i monarchi napolitani trascurarono spesso di adunarlo. Alfonso lo convocò nel 1443, ed i suoi confidenti s'incaricarono di far sentire alla nobiltà il bisogno di fissare l'ordine della successione al trono. Se il figliuolo naturale vi è chiamato, essi dissero, siccome non avrà verun altro stato, e tutto aspettar dovrà dai Napoletani, sentirà viemmeglio la necessità di rispettare i loro privilegj; che se per lo contrario, in difetto di legittimi figli d'Alfonso, si lasciasse passare la corona a suo fratello il re di Navarra, non potrebbesi da questi sperare che preferisse l'Italia alla sua patria; onde la capitale rimarrebbe senza sovrano, Napoli sarebbe tutt'al più la residenza di un vicerè, e dovrebbe aspettare gli ordini da una corte straniera, che non avrebbe contezza nè dei costumi, ne dell'idioma del popolo a lei subordinato. Altronde, soggiugnevano, essendo stato Alfonso innalzato egli medesimo sul trono dalle armi de' Napolitani, poteva risguardarsi come un monarca eletto dal suo popolo. Egli non aveva altri diritti alla corona che quelli che derivavano da quest'elezione, a meno che valere non facesse i diritti di conquista. Verun patto non obbligava o i suoi sudditi, o lui medesimo a far partecipare suo fratello e la casa d'Arragona ad un acquisto che gli era personale. L'adozione di Ferdinando fatta dalla nazione era dunque altrettanto legittima, quanto conveniente. I baroni adunati in parlamento parvero gustare questi diversi motivi; e dopo la loro deliberazione, onorato Gaetano, conte di Fondi, venne a prostrarsi alle ginocchia del re, supplicandolo, a nome della nobiltà adunata, di accordare a suo figlio Ferdinando, allora in età di diciannove anni, il titolo di duca di Calabria, e di designarlo per successore alla corona. Alfonso, nel colmo della sua gioja per avere ottenuto quanto desiderava, accordò quello che si era fatto chiedere; investì suo figliuolo, nella chiesa di san Ligorio, del ducato di Calabria, gli passò la corona, lo stendardo e la spada, e gli fece prestare il giuramento dalla nobiltà e dai deputati delle città del regno[87].

[86] _Giannone, l. XX, c. IV, t. III, p. 51-53._

[87] _Giannone Ist. civile del regno, l. XXVI, c. I, p. 489._

Ma perchè i papi pretendevano di essere signori abituali del regno di Napoli, la pacifica successione di Ferdinando non era assicurata finchè la corte di Roma, in allora attaccata al partito angiovino, non riconoscesse il nuovo re, ed il diritto ereditario di suo figliuolo naturale. Il monarca affidò la propria riconciliazione col pontefice ad Alfonso Borgia, vescovo di Valenza, quello stesso che poi trovossi innalzato sulla cattedra di san Pietro sotto il nome di Calisto III, quando si fece luogo a questa stessa successione. In fatti Eugenio riconobbe Alfonso col trattato di pace soscritto a Terracina il 14 giugno del 1443, e gli spedì nello stesso anno delle bolle, colle quali accordava la successione ai figli maschi d'Alfonso, senza aggiugnervi la clausola, _legittimi_, ed in loro mancanza alla linea transversale[88]. Il 14 luglio del susseguente anno Eugenio IV legittimò Ferdinando, dichiarandolo abile ad occupare le più alte dignità del regno, come pure a succedere alla corona[89]. Per altro la nuova bolla d'investitura, pubblicata in Napoli il 2 giugno del 1445, ristringeva ancora la successione ai figli nati da legittimo matrimonio[90]. Pare che Eugenio IV pensasse a riservarsi la possibilità di contrastare la successione di Ferdinando quand'ella s'aprirebbe, e che in virtù di questo segreto motivo ricusasse di spiegarsi così chiaramente come il re avrebbe desiderato. Niccolò V, di più pacifico carattere, si prestò in un modo più aperto ai voti d'Alfonso; confermò con una bolla del 14 gennajo del 1448 tutte le grazie dalla Chiesa accordate al re di Sicilia; nuovamente riconobbe e sanzionò il diritto di successione di Ferdinando con una bolla del 27 aprile del 1449; e finalmente il 26 gennajo del 1455 entrò nella lega di venticinque anni tra Venezia, Firenze, il duca di Milano ed il re di Napoli; uno degli oggetti della quale lega era il mantenimento di questa successione di già sanzionata da tanti trattati[91]. Pareva dunque stabilito il diritto di Ferdinando dal consentimento del popolo, da quello del signore abituale e da quello di tutti gli stati d'Italia.

[88] _Rayn. An. Eccl. 1445, § 1, 2-9, t. XVIII, p. 273-279._